Cesare Segre

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte
di © Paolo Steffan

Suicidio o incidente? Credo che sia quanto meno ozioso misurarsi con questa domanda, di fronte alla smisurata mole di considerazioni che di Primo Levi suscita la folta opera scritta. A trent’anni dalla sua morte, non si faccia l’errore che ricorre negli anniversari di Pasolini, di trasformare un momento in più per rileggere e riparlare del merito artistico e intellettuale in un chiacchierio aneddotico sulle circostanze vere o presunte della morte. Anche perché di Primo Levi è bene parlare nella vita, essendo che il suo percorso letterario di testimonianza, da un lato, e di ricerca narrativa e poetica, dall’altro, sempre compiute al più alto livello, ha il pregio di indagare l’uomo e la natura di cui è parte nei suoi aspetti più luminosi come in quelli più umbratili, senza mai prescindere dunque da una visione totalizzante sulla vita. La possibilità di chiedersi fin da subito ‒ siamo nel 1947 ‒ «se questo è un uomo» coglie l’occasione (anche in senso montaliano), nel rievocare precise memorie in chiave storica, e ammonitoria, di avviare una lunga riflessione sulla natura dell’essere uomini in questo mondo, con una capacità di indagine, oltre che di scrittura, che fa oggi sentire la sua presenza come forse la più totalizzante nel dopoguerra.

Mi servirò principalmente, in questa sede, di un capitolo tra i più straordinari della sua opera, ovvero Il sistema periodico (Einaudi, 1975), per sbozzolare alcuni appunti ancora tutti rannicchiati nella mia mente durante e a margine di letture tarde e sporadiche, ma costanti, dei suoi scritti.¹ Penso infatti che, alla domanda “Da quale suo libro mi consigli di cominciare?”, diversamente da Rigoni Stern che suggeriva La tregua,² suggerirei proprio Il sistema periodico; ritenendo d’altronde che la via concentrazionaria di avvicinamento a Levi, quanto meno in età scolare, vada a danno della ricezione stessa dell’autore sul lungo termine, nonché dello stesso fattore memoriale. Si rischia infatti di delegare la conoscenza di Levi scrittore a una parte, certo viscerale e non prescindibile, ma limitata delle sue potenzialità espresse, dando maggiore spicco al suo essere un sopravvissuto che non al suo essere scrittore. Ma dato che i due aspetti non sono scindibili, è nel comprenderne nel modo più esemplare (e Il sistema periodico è una narrazione di esemplare bellezza!) le qualità artistiche, che il fattore civile, antropologico, filosofico legato al Lager assume un rilievo e una centralità ineguagliabili, e indelebili.

Nelle pagine dei racconti che compongono il libro del 1975, che in realtà letto nell’insieme si configura come continuum, come originale romanzo autobiografico e di formazione (ponendosi a suo modo quale ponte stilistico tra i racconti raccolti nel ’71 in Vizio di forma e i romanzi progressivamente più compatti del ’78, La chiave a stella, e dell’82, Se non ora, quando?), non mancano le allusioni all’esperienza di Auschwitz, e l’autore vi si rapporta come a qualcosa di necessariamente già noto a chi legge, attraverso le opere testimoniali del ’47 e del ’63:

«Che io chimico, intento a scrivere qui le mie cose di chimico, abbia vissuto una stagione diversa, è stato raccontato altrove.

A distanza di trent’anni, mi riesce difficile ricostruire quale sorta di esemplare umano corrispondesse, nel novembre 1944, al mio nome, o meglio al mio numero 174517.»³

Così inizia il capitolo intitolato Cerio, ma già nel primo magnifico racconto, Argon, non mancava, pur essendo volto lo sguardo sulle proprie radici ebree-piemontesi, verso le tradizioni religiose e linguistiche vive fino al secolo precedente, un richiamo all’antisemitismo nazista («Ricordo qui per inciso che il vilipendio del manto di preghiera è antico come l’antisemitismo: con questi manti, sequestrati ai deportati, le SS facevano confezionare mutande, che venivano poi distribuite agli ebrei prigionieri nel Lager»), e così più oltre, in Cromo, la riflessione sulla vergogna di essere uomini dopo Auschwitz, nel raccontare ‒ in un interessante gioco intertestuale ‒ la genesi di Se questo è un uomo («Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro; mi sentivo più vicino ai morti che ai vivi, e colpevole di essere uomo, perché gli uomini avevano edificato Auschwitz, ed Auschwitz aveva ingoiato milioni di esseri umani, e molti miei amici, ed una donna che mi stava nel cuore»).4 Nel voltarsi indietro, non vi è mai «serena disperazione»5 negli autori cui il Lager ha condizionato il vissuto, eppure Levi non si esime dal dirci, in esergo al suo Sistema, che «è bello raccontare i guai passati», come se la sua saggia consapevolezza gli stesse consentendo quanto meno un ‘sorriso arcaico’ (penso a certe interpretazioni del volto dei kouroi) sulla parte di vita già trascorsa, il sorriso di chi sa qualcosa in più sulla vita, e non ne dispera, perché ha il dono dell’arte narrativa, il magistero degli aedi; e la sua Odissea, difatti, l’aveva già consegnata a Einaudi dodici anni prima, con titolo La tregua.

Proprio la prima edizione di questo libro ha un risvolto annotato da Italo Calvino, un autore che ci avrebbe lasciato quale testamento letterario le sue Lezioni americane (Garzanti, 1988) e, in particolare, la prima di queste: Leggerezza. Nell’introdurre le Lezioni, Calvino dichiara di aver cercato di «situarle nella prospettiva del nuovo millennio»,6 eppure nel suo spaziare amplissimo nella storia letteraria mondiale, egli sembra prescindere dal fattore temporale, proprio per la rapidità, esattezza, appunto leggerezza, con cui si muove in un mondo che, anche stratificato in millenni, ci appare vivo e presente. Ma se il passato è nient’altro che l’eterno presente della nostra memoria umana, resta sul piano cronologico l’insistenza sull’ignoto futuro, che Calvino sottolineava già nel titolo originale, Sei proposte per il prossimo millennio. E al prossimo millennio guardava, a suo modo e negli stessi anni, Primo Levi nel proprio testamento, quando redigeva la Conclusione de I sommersi e i salvati, rivolgendosi a noi, alle generazioni che avrebbero vissuto nel nuovo secolo, che ne avrebbero incarnato l’umanità. Non è certo una visione rasserenante, che si possa dire leggera, quella fornita da Levi:

«Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e inaspettato, non previsto da nessuno. È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.»7

È l’altra faccia della leggerezza calviniana, la pesantezza dell’eredità di un secolo devastante, che non ha forse mai del tutto superato, con la maturità che doveva, il trauma conseguito alle leggi razziali. E forse, proprio l’auspicio lieve che Calvino si augura per il Duemila, almeno in letteratura, è in parte figlio del discorso leviano che vi fa da contraltare. (altro…)

Conferme da “Critica e critici” – di Fabio Libasci

La pubblicazione recentissima di Critica e critici di Cesare Segre per la Piccola Biblioteca Einaudi aggiunge un nuovo tassello al mosaico già ricco di uno dei critici più prolifici e influenti del panorama italiano. Nella premessa l’autore sottolinea che questo nuovo volume continua la serie iniziata nel 1969 con I segni e la critica e ovvero la serie di raccolte che portano nel titolo la parola critica o crisi; è il caso, oltre il già citato volume del 1969, di Notizie dalla crisi e del più recente Ritorno alla critica. Questo nuovo volume però oltre che sottolineare una certa continuità, cerca di esortare alla storia dei critici in quella che potrebbe essere una sorta di introduzione generale. Cosa muove a questa storia dei critici? Forse la certezza che i critici di maggiore inventività «operano sempre in un’area molto più ampia e mossa di quella coperta dai metodi che essi eventualmente impiegano»[1]. Si avverte in questa frase una eco di quel Todorov che nel 1984 faceva un discorso analogo a proposito dei critici francesi, scegliendo proprio quelli di maggiore inventività, che in quel caso chiamava critici-scrittori. In Segre, però, non c’è abbandono al biografismo, tutt’altro: questa storia dei critici esorterebbe a smentire e confutare la “morte della critica”, tema che abbiamo visto essere dominante nel volume del 1993 e ancora nella propria autobiografia Per curiosità del 1999.

La raccolta di Segre è articolata in tre segmenti. La prima parte è dedicata alla storia dei critici, ed è la parte più sostanziosa e credo anche la più nuova e stimolante, la seconda dedicata alla teoria della letteratura in cui riprende o verifica temi e problemi già formulati nel sempre valido Avviamento all’analisi del testo letterario, e infine la terza parte dedicata alla lettura filologia di due testi, il Don Chisciotte e l’Orlando Furioso. Nonostante i saggi provengano come sempre da comunicazioni, conferenze e spesso occasioni commemorative e siano stati scritti in anni diversi, per la maggior parte tra il 2007 e il 2010, questi, sembrano essere nati per essere letti nella successione che Segre ha dato loro; segno da un lato di una continuità di interessi e di studi e dall’altro dell’attenzione verso la sistematicità e il rispetto del lettore.

I saggi riprendono i temi classici del filologo e ovvero da un lato il rapporto tra strutturalismo e filologia dove ribadisce ancora una volta il ruolo svolto dagli italiani nell’introdurre lo strutturalismo in Italia e nel non abbandonarsi a mistiche conversioni sincroniche e alle grandi teorizzazioni che in più di un caso hanno fatto perdere la specificità del testo letterario. Dietro quest’apparente trionfalismo ed elogio però, come già è accaduto nel 1993, non nasconde l’amarezza per «il successivo letargo, che però riguarda tutta la critica, di qualunque indirizzo, e forse ogni attività speculativa»[2], insomma il ricordo non può esimere dalla coscienza dei fatti presenti.

C’è spazio per un elogio di Auerbach e la critica dialogica di Bachtin; ambedue i critici,infatti, sembrano essere mossi dalla preoccupazione di mostrare che la lingua che si riflette nella letteratura ha sviluppato in sé una dialettica o un dialogo fra ideologemi o indicatori sociali, situazioni storiche, linguaggio e realizzazione letteraria. Segre in questo modo rivendica la natura fondamentalmente linguistica delle operazioni di Auerbach e di Bachtin che possiamo riassumere nella seguente frase: «quando la lingua è in piena efficienza, essa riproduce già in sé le posizioni sociali e i livelli culturali»[3]. C’è spazio ancora per Contini, maestro ed amico di cui loda l’equilibrio che Segre ritiene necessario alla critica letteraria, quasi consustanziale, tra tecnica e arte, tra logica e giudizio, intelligenza integrata con divinazione. Oggi forse il primo termine tende a scomparire dietro il secondo. Nell’elogio dell’equilibrio tra metodo e genio, tra osservazione delle regole e superamento delle stesse Starobinsky viene indicato come un esempio insuperato dove però, e a ben vedere, più che essere fedele al metodo il critico francese sembra essere fedele al testo, alla relazione critica, alla critica come occhio vivente. D’altra parte bisogna dire, e Segre è fra questi, che i metodi della critica letteraria non sono strutture eterne e ideali ma costrutti storici; la critica deve perciò essere cosciente che i metodi si sviluppano in una dialettica con i metodi che l’hanno preceduta entro l’asse della storia, per questo non ci può essere il “metodo” secondo Starobinsky e Segre ma diversi metodi scelti coerentemente a partire dal piano sul quale si vuol condurre l’analisi.

Nella seconda parte Segre ha la possibilità di tornare su alcune nozioni, come dicevo, di teoria della letteratura, insistendo sulla legittimità di partire dall’analisi eminentemente linguistica, in quanto il testo è prima di tutto un prodotto linguistico; trascurare questo aspetto equivarrebbe a «inseguire vanamente ombre che, se avessero qualunque consistenza, sarebbero già introiettate nel testo linguistica»[4]. È a partire da questo assunto che il filologo spera che la “rinascita” della critica possa ripartire proprio dalla linguistica e dalla filologia, ripartire cioè dal primissimo strutturalismo, quello buono, e non quello che faceva a meno della strumentazione linguistica. Insomma restaurare per ripartire, questo sembra essere l’invito che via via si conferma nelle pagine che seguono, mostrando come molta e buona critica sia partita dall’analisi linguistica per ottenere risultati geniali; è il caso di Cases, Corti e dei già citati Bachtin e Contini. Non sembra un caso, dunque, che Segre rivolge tutta la sua attenzione a una certo tipo di critica – viene da pensare che sia la sola critica praticabile nell’epoca della filatelia – e a un certo tipo di autori, tutti della sua generazione.

Particolare attenzione merita il saggio Quanto vale e quanto dura il canone? Prendendo le mosse dal discusso e discutibile Canone occidentale di Harold Bloom del 1994, il critico si interroga sull’utilità ma anche sull’abuso di un concetto fino ad allora potremmo dire inconscio. Il concetto di canone, infatti, si presta a discussioni accese e inconsuete seppure lasci fuori dal suo campo d’azione la contemporaneità. La storia del canone può essere la storia del gusto, del cambiamento del gusto letterario cui dipenderebbe quello del canone; non è difficile, infatti, comparando diacronicamente le antologie vedere come opere o interi autori scompaiano, riappaiano o vengono ridimensionati a seconda delle epoche. Segre mette in risalto il carattere performativo e imperativo del canone. Nelle epoche classiche il canone ha un’autorità difficile da scalzare favorendo però una resistenza violenta e clandestina. D’altra parte la successiva entrata nel canone di una di queste opere trasgressive ne ridisegna completamente i contorni.

Da questo punto di vista possiamo intendere il canone come una successione di opere che operano una svolta nel campo letterario? È legittimo pensare, così come è legittimo ritenere, che l’eliminazione del libro di testo sia un fattore di disgregazione culturale e non di apertura e pluralismo quale invece vuol passare? Un altro modo per definire i testi canonici è utilizzare la nozione di testo di cultura introdotto da Lotman e Uspenskij in Tipologia della cultura, dove il testo viene inteso come monade che rispecchia il mondo, modello che può contenere, ça va sans dire, fermenti, dissidi e contraddizioni di un dato mondo. Per Segre  basta quest’accenno per «sottolineare che l’esemplarità riconosciuta dal canone a un’opera, include anche la segnalazione dei momenti di crisi, delle speranze cllettive e dei conati di innovazione»[5]. Accanto a questa presa di posizione c’è nel filologo l’analisi dell’altra parola, occidentale. Cosa succede se si tengono in considerazione canoni sopraculturali, lontani dalla tradizione europea? Dobbiamo attendere una sorta di canone orientale o contro canone? E ciò non porterebbe alla creazione di ghetti non comunicanti? Domande legittime, ancora più legittimo chiedersi cosa ne sarà del canone in un mondo in cui le arti tendono a essere collettive, a non riconoscere un autore ma un cast – questo tipo di lettura in un mondo iper-personalizzato non credo risulti troppo condivisibile invero -. In un mondo in cui immagine e verbo tendono a incontrarsi e a contrapporsi cosa e in che modo è possibile canonizzare? Segre tuttavia rimane ottimista: «dal caos potrebbe, dovrebbe uscire l’armonia di un’orchestra»[6]. Ci si può chiedere il perché di tanta attenzione a un concetto come quello di canone che in fondo nella nostra patria non ha mai attecchito particolarmente. Ebbene, proprio in questi giorni su L’espresso Umberto Eco dedica un articolo al canone che prende le mosse proprio da questo saggio di Segre – felice combinazione – . Eco al contrario di Segre punta l’attenzione sul fatto che la nozione di canone riguarda sì il gusto, ma quello essenzialmente della critica letteraria e non dei lettori, riaprendo in forma pacata una vecchia polemica e risvegliando il famoso ruolo del lettore, del lector in fabula. «Il canone riguarda piuttosto l’opinione della critica, la quale talora si pone in polemica col gusto corrente ma talora, avvertendo che il gusto è imbattibile, vi si pone a rimorchio, e ascrive al canone opere che prima vituperava»[7], insomma Eco disegna un panorama critico in ogni caso schiavo del lettore sia quando lo contraddice sia quando lo accontenta. Il semiologo fornisce diversi esempi di autori vituperati e infine ammessi al canone grazie al gusto imperante del pubblico e grazie anche alla mediazione culturale di un editore: è il caso di Adelphi con Simenon, ed è proprio il caso Simenon che lo porta a concludere dicendo che la critica «non assolve ogni perversione del gusto, e continua a scegliere. Ma trova talora in un’opera le qualità che aveva sottovalutato mentre il gusto dei lettori le aveva sospettate»[8].

È in quel “ma” che si leva la polemica contro i critici del canone, forse non dimentico del fatto che molti storsero il naso all’uscita del Nome della Rosa, opera letteraria sospetta perché di troppo e immediato successo. Al di là di questo singolo esempio io credo che l’articolo di Eco sollevi ancora una volta il rapporto tra la critica e il lettore; in che misura può/deve orientare il lettore? Ma ancora: il metodo d’analisi può influenzare la comprensione e la ricezione di un opera? Il concetto di canone in che modo viene recepito? Interrogativi eterni e sempre urgenti che pongono le basi per una futura etica della critica. Ecco perché mi sono dilungato su questo singolo saggio di Segre; esso dimostra che al di là delle posizioni non prese o ottimistiche, concetti come quello di canone sono sempre passibili di dure opposizioni. È non è un caso se nel saggio che segue ritorna a lodare la filologia come la scienza in grado di darci gli strumenti per comprendere un testo a partire da quello che è ontologicamente: una manifestazione linguistica. Il critico sa quando prendere una posizione netta a favore di un metodo. In Italia sottolinea, e a ragione, bisogna dire che la filologia ha il diritto di presentarsi come critica letteraria tout court in quanto questa «si trovava in possesso di un’esperienza di analisi testuale che gli altri critici non possedevano»[9] e in più lavoravano già in un’ottica comparatistica. È questo metodo che ha saputo rinnovare la critica letteraria in Italia, su questo si è innestato il nostro strutturalismo e sembra suggerire che dalla filologia dovrebbe ripartire una nuova edificazione della critica senza cedere il passo all’iperspecializzazione – riemerge il rischio paventato nel testo del 1993 – e allla frammentizzazione di un unico sapere.

Il rischio maggiore è di produrre solo una cultura fruibile nell’immediato, come costruire palazzi sul mare per poi accorgersi della loro bruttezza abbandonarli e scoprire solo dopo che il paesaggio è guasto per sempre. La perdita di memoria, la non comprensione di un testo a partire dalla sua lingua, dalla sua storia, del paese in cui si parla è il rischio che stiamo correndo, non è solo il rischio della critica letteraria: è il rischio della cultura tutta. Quella che nel 1993 era la Notizia dalla crisi, la sua diagnosi è ora, vent’anni dopo, la constatazione che stiamo facendo grandi passi verso l’apocalisse della cultura[10].

Critica e critici ci conferma il paesaggio desolato del 1993 (magari con qualche oasi in meno), ci consegna un critico ancora lucido e impegnato a salvare il salvabile, a proporre ancora un metodo valido, – splendidamente valido se si considerano le analisi condotte nella terza parte del volume – ci dice infine di salvare la cultura e la critica non dal pericolo, dalla crisi, inevitabile sembra, ma dalla fine di cui non conosciamo un nuovo inizio, se non ricominciare quanto detto: l’apocalisse.


[1] C. Segre, Critica e Critici, Torino, Einaudi, 2012, p. IX.

[2] Ibid. p. 17.

[3] Ibid. p. 37.

[4] Ibid. p. 114.

[5] Ibid. p. 150.

[6] Ibid. p. 152.

[7] U. Eco, È  il canone o è il mio cuore che batte?, in L’Espresso, n.30, anno LVIII, 26 luglio 2012, p. 154.

[8] Ibid. p. 154.

[9] C. Segre, Critica e Critici, Torino, Einaudi, 2012, p. 163.

[10] Ibid. p. 167.