Cesare Pavese

«Non fate troppi pettegolezzi»

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Com’è noto, Cesare Pavese pose fine alla sua vita nella notte fra il 26 e il 27 agosto del 1950, in una stanza dell’Albergo Roma, a Torino. Sul comodino c’era la sua ultima opera, Dialoghi con Leucò, il libro cui teneva di più («l’unico che vale qualcosa» scrisse in una lettera). Pochi mesi prima, a giugno, si era aggiudicato lo Strega con il libro La bella estate, pubblicato nel 1949 da Einaudi. In quell’occasione fu accompagnato da Doris Dowling, sorella della sua amata Connie. Ne Il mestiere di vivere Pavese aveva annotato: «22 giugno Domattina, parto per Roma. Quante volte dirò ancora questa parola? È una beatitudine. Indubbio. Ma quante volte la godrò ancora? E poi? Questo viaggio ha l’aria di essere per essere il mio massimo trionfo. Premio mondano, D. che mi parlerà – tutto il dolce senza l’amaro. E poi? E poi?». Lo Strega, a quanto pare, non servì a risollevarlo dal suo stato interiore. Leggiamo ancora dal suo diario: «17 ag. […] Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita».
Per ricordare oggi Pavese, riportiamo di seguito dei passi tratti dal libro di Sandra Petrignani, La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, pubblicato da Neri Pozza (2018). L’estratto proviene dal capitolo intitolato Non fate troppi pettegolezzi, che descrive in modo dettagliato il luogo, visitato dalla Petrignani, in cui avvenne il suicidio (pp. 212-215). Per la bibliografia di riferimento riguardante le citazioni contenute nel seguente testo, si rimanda sempre a La corsara, pp. 441-450.

All’Hotel Roma conservano la stanza com’era, anche se non l’hanno trasformata in museo ma l’affittano ai clienti come tutte le altre. Si trova in un’ala dell’albergo che è rimasta ferma agli anni Quaranta, perché molti preferiscono il décor originale alle comodità contemporanee. Di Pavese magari non sanno nulla e dormono tranquilli nella “sua” stanza, all’oscuro di tutto. Io all’oscuro non ero quando ci sono capitata. Una notte a Torino, nella 346. Il numero 3 davanti al 46 è un’innovazione dei nostri giorni, un’aggiunta per indicare il piano. Ho salito a piedi la scala ampia, accarezzando il vecchio corrimano di legno. Ai tempi l’ascensore non c’era. Mi sono recitata in testa i versi che Pavese scrisse nei mesi precedenti a quell’agosto caldissimo: «Sei la vita e la morte […] Il tuo passo leggero / ha riaperto il dolore». Nell’ultima pagina del diario, il 18 agosto, aveva annotato: Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto. In quello stesso diario aveva anche scritto: L’anno non finito che non finirò». Il 1950, appunto. L’anno in cui con La bella estate si è aggiudicato lo Strega («la Stregoneria» lo chiamava lui beffardo). «Ho vinto il premio mondano» annunciò al telefono all’amico Davide Lajolo, l’autore della discussa biografia, Il vizio assurdo. L’anno in cui pubblicò l’ultimo romanzo, La luna e i falò, composto furiosamente in tre mesi.
«Credo che Pavese sia il più importante, complesso, denso scrittore italiano del nostro tempo» disse Italo Calvino in un’autointervista del 1956 (in Sono nato in America…), e in un articolo per l’Unità su Il compagno (ora in Saggi): «Pavese i suoi libri se li lascia crescere addosso come funghi, non li stimola, non li sollecita, non li forza: nascono da sé come frutti maturi, e devono portare dentro tutto quello che l’autore ha imparato di nuovo della vita nell’intervallo tra un libro e l’altro». Che cosa aveva dunque imparato per poter scrivere La luna e i falò, suo testamento letterario? Ancora una volta la morte, il suicidio. È un libro pieno di morti.

La stanza al terzo piano è l’ultima in fondo a un breve corridoio. «Tra fiori e davanzali / i gatti lo sapranno» recita un’altra famosa poesia. E fu un gatto, tramanda la leggenda, il primo essere vivente a infilarsi nella 46 quel 27 agosto del 1950, una domenica, quando il padrone dell’albergo prese un grimaldello e forzò la porta. Non vedeva quel cliente da una notte e un giorno e la cameriera il giorno prima di era lamentata di non essere riuscita a rifare la stanza chiusa dall’interno. Pavese giaceva sul letto, la testa sul cuscino, vestito. Aveva tolto solo la giacca e le scarpe. «Ci saranno altri giorni / ci saranno altre voci. / Sorriderai da sola. / I gatti lo sapranno». Cosa sapranno mai i gatti che noi non sappiamo?
«Ci sono state due ristrutturazioni, ma la 346 non è stata toccata» mi ha garantito il portiere. Se non per i servizi igienici. Per il resto la stanza è rimasta come compare nelle foto del tempo sparate dai giornali dopo il suicidio, foto in bianco e nero. Adesso, in più, vedo i colori. Vedo la finestra in fondo, il lampadario triste, un armadio incassato nel muro, di legno biondo con un ornamento rosso intorno alla serratura, una poltrona di cuoio rosso ai piedi del letto singolo addossato ad angolo alle pareti. Si sentono, dentro la poltrona, le vecchie molle sotto l’imbottitura. È una stanza stretta e lunga. Di fronte all’armadio un tavolo piccolo, di legno, col ripiano ancora una volta rosso. Di fronte alla poltrona un attaccapanni a pannello montato su un mobiletto a ribalta con un ripiano a righe multicolori. Vado alla finestra. Gli infissi sono moderni, coi doppi vetri; ma una volta girata la maniglia ci si scopre dietro un’altra finestra, quella originale, dalla vernice bianca scorticata. Qui non c’è una maniglia da girare, ma quel tipo di chiavistello che hanno le vecchie finestre piemontesi, su modello francese. Lo alzo e guardo la piazzetta sottostante, la piazza Paleocapa con al centro la statua dell’ingegner Pietro Paleocapa, insigne patriota del 1848; intorno i vecchi palazzi con gli abbaini nei tetti scuri e, in basso, gli archi del portico a separare la piazza Paleocapa dalla piazza Carlo Felice. È bello questo scorcio di città.
«La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara» scrive la Ginzburg. «È, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta ad oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura col cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata intorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea».
Pavese quel giorno si è affacciato dalla finestra della 46 fumando l’inseparabile pipa. Hanno trovato cenere sul davanzale. Ma non era solo la cenere della pipa. Aveva bruciato qualcosa. Del piccolo falò rimase la lettera mezzo carbonizzata destinata a Pierina. Il diario l’aveva lasciato a casa, sul tavolo, con sopra scritto di suo pugno il titolo, dunque già purgato e destinato per sua volontà alla pubblicazione. […] Aveva quarantadue anni quando si è ucciso.

Bustine di zucchero #10: Cesare Pavese

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Pavese

Probabilmente mai in Pavese il sentimento amoroso, profondamente lirico e nostalgico aveva avuto esiti così toccanti e struggenti come nelle ultime poesie che compongono la raccolta postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Dieci poesie, fra cui due in inglese che conobbero in Beppe Fenoglio, conterraneo di Pavese, un traduttore d’eccezione (per converso, Fenoglio tradusse in inglese la poesia Verrà la morte è avrà i tuoi occhi). A rimarcare il tormentato quadro malinconico, ci pensano le note del diario Il mestiere di vivere che descrivono la condizione di posseduto, di dominato dall’amore per l’attrice Constance («Connie») Dowling: «20 marzo Mon coeur reste encore à toi. Frase di degnazione, da maggiore a minore. Perché rallegrarsi tanto? | È chiaro che son io il beneficato. Echomai ouch echo. Come possedere senza esser posseduto? Tutto dipende da questo». Il mio cuore ti appartiene, scrive in francese. Questo sentimento incalzante lo conduce a liricizzare Connie nei simboli a lui più cari come la terra, la morte, il sangue, la luce, a volte legati dalla congiunzione “e” per esprimere in pienezza le peculiarità attribuite all’amata («Sei la luce e il mattino», «Sei la vita e la morte», e ancora «Tu eri la vita e le cose»), altre descrivendo caratteristiche proprie di lei («Hai un sangue, un respiro», «Sei radice feroce.|Sei la terra che aspetta», «Sarai tu – ferma e chiara»). Da un simile amore si palesa una disperata speranza che all’inizio è silenziosa perché «Tra la vita e la morte | la speranza taceva», poi «si torce | e ti attende ti chiama». Come un vento di marzo, Connie Dowling nel suo passo leggero «ha violato la terra», riaprendo un’antica ferita. Lei è, mutuando un verso da una poesia di Paul Eluard, tutte le donne che Pavese ha conosciuto, tutte quelle che ha amato. In certe storie infelici, uno dei due è più forte, ed è a volte colui o colei che se ne va. Chi resta, conserva la traccia, l’orma di chi aveva preso posto nella sua interiorità. Connie è stata per il poeta un raggio di luce che, però, aveva scavato dentro la sua terra, generando dolore. Pertanto Pavese non fu estraneo a quel solco di cui recita una celebre poesia di Emily Dickinson:

Che sia amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell’amore;

E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.

Bibliografia in bustina
C. Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Torino, Einaudi, 1951; ora in C. Pavese, Le poesie, Torino, Einaudi, 1998, p.134, rist. Milano, Mondadori, 2012 (Classici della poesia).
C. Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000, p.392.
Per la traduzione delle poesie pavesiane (To C. from C. e Last blues, to be read some day Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), si veda Beppe Fenoglio, Quaderno di traduzioni (a cura di Mark Pietralunga), Torino, Einaudi, 2000, p. 197, 199, 201.
Per la poesia n° 1765 di Emily Dickinson, si veda la traduzione in AA.VV., Luna d’amore, Roma, Newton Compton (cura e traduzione di Luciano Luisi), 1994, p.11

Variazioni bianche #6: bianco

All’inizio si dà retta alla vulgata e si pensa che il colore più angosciante sia il nero.
Poi qualcosa fa vacillare la certezza. La morte dietro la maschera è rossa. Il re, con il suo libro che uccide alla prima lettura, è giallo. La nube liberata dal ghiaccio antartico che uccide la razza umana al suo passaggio è purpurea. Il colore che viene dallo spazio ha dal tremendo suo di essere tuttora sconosciuto.
Poi si smette di avere dubbi. Si smette più o meno a livello di Gordon Pym, al suo arrivo nell’incredibile bianco mozzafiato.
Moby Dick è bianco, come il lutto orientale. Alla sua bianchezza è dedicato un intero capitolo. Chiarisce come il panico possa arrivare da un eccesso di grazia. Il tocco angelico come frizione insopportabile, la purezza come motivo di paura.
Sono bianchi i denti, uniche ossa scoperte del nostro corpo. Bianchi i tasti del pianoforte, e la sindrome della pagina eponima, che non ho mai vissuto per la determinazione a sedermi al computer non un attimo prima che quello che ho da scrivere mi esca dalle mani. Sono bianchi, troppo, i muri del mio bilocale, dipinti con le mie mani poco prima di trasferirmi in una tre giorni di intossicazione da allegria, e non c’è fotografia o quadretto che riesca a distrarne il lucore, che traspare da ogni singola striscia con una sfrontatezza ospedaliera.
Mia sorella ha sempre voluto un gatto bianco, perché la mettesse in soggezione, diceva. È bello avere qualcosa per cui provare ossequio. Per assoluto caso è arrivato Artù, fortunello di due settimane abbandonato dalla madre, tutto preso a starnutire e ad aderire al nostro collo con tutto il corpo. Finché era piccolo una sua zia romana lo chiamava “la palletta”; ora è oblungo come una faina. Artù chiacchiera e risponde al suo nome con variegati cinguettii. Artù è un ossesso, e dimostra un incontenibile affetto, correndo ad accogliere alla porta o mordicchiando le mani con un accenno di scodinzolio canino. Eppure ci sono dei momenti in cui Artù è poco lontano, acciambellato sulla sedia sotto il riverbero del televisore, la faccia premuta nelle zampe come se pensasse a qualcosa, e in quei momenti Artù è altro, Artù è altrove, e questo avviene sicuramente perché è bianco.
Non dormo bene, d’estate. Qualcosa del chiasso notturno e della stanza torrida mi tiene sveglia, avviluppata nell’ansia. Un attimo prima sono tutta presa a sentirmi il cuore nel cuscino, un attimo dopo mi ritrovo a metà della notte, improvvisamente sveglia dopo un sonno da stanchezza, chiedendomi quando mi sono addormentata. Mi piace alzarmi, allora. Andare a prendere un bicchiere d’acqua o uscire in balcone. Mi piace perché non ho più ansia, e sono padrona del tempo e dello spazio.
Artù mi aspetta sempre dietro una porta. Tende un agguato alle mie caviglie, saltando su due zampe, e quasi mi fa caracollare. Se fossi ancora spaventata sarebbe un problema; invece mi fa grande tenerezza. Agguanta le caviglie poi scorre via, prendendo l’infilata del corridoio.
Come Moby Dick, posto che lui si prenda la briga di fare agguati anziché limitarsi a scrollarseli di dosso quando li riceve. Quello stesso modo di essere per noi il più dilatato punto sulla retta, mentre non siamo per lui che il breve segmento della sua corsa pazza.

© Giovanna Amato

Variazioni bianche #5: testa da ponte

(tutte le citazioni da Moby Dick traduzione Cesare Pavese, Adelphi 1987)

«Ora, siccome l’occupazione di stare sulle teste d’albero a terra e in mare è molto antica e interessante, diffondiamoci qui un tantino.»
C’è in questo romanzo di vertiginose profondità marine qualche brusca virata in altezza, che contribuisce allo stordimento. Non basta rollare e beccheggiare, leggendo Moby Dick. Bisogna seguire creature colossali in fondo all’abisso e alzare la faccia vesto la testa d’albero della vedetta, da dove si ha il compito di osservare, fino all’ultimo istante dell’ingresso in porto, qualche balena da cacciare.
Ma la più alta delle altezze, da cui si rischia di fracassarsi le ossa cadendo, sono i monologhi di Achab. Preso l’abbrivio di una di queste letture, basta staccare gli occhi dal foglio per sentire la terra mancare sotto il piede.
Sono a Napoli. Ho ventiquattro, venticinque anni e per un anno vivo qui. È la prima volta che leggo Moby Dick: ogni tanto mi prende la frenesia di comprare libri enormi, I Miserabili è ancora lì che aspetta nonostante io giuri di amare Hugo sopra ogni cosa (c’è Notre-Dame, dico io, c’è Novantatré). Quindi ho questo libro enorme e un’estate torrida napoletana, e vorrei incontrare di persona chi dice che le stagioni a Napoli sono miti, ho appena finito un post laurea alla Federico II e ho consegnato la mia tesi, non mi resta che fare avanti e indietro per la sirena Partenope, ogni tanto mi schianto sulla sedia di un bar e tiro fuori questo chilometrico libro. (altro…)

Sandro Abruzzese, Un paese ci vuole? Su come citare Pavese a sproposito

Cerreto Alpi, foto di Sandro Abruzzese

Un paese ci vuole? Su come citare Pavese a sproposito

Una delle pagine più citate di Pavese, nella Luna e i falò, è la parte finale del suggestivo, lungo incipit, dove l’io narrante dice: “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Quante volte abbiamo letto con troppa fretta queste parole e magari travisato le intenzioni del suo autore?
Di solito vengono intese quale sorta di inno alla necessità di una comunità di appartenenza. Infatti, raramente chi le cita prosegue fino ad arrivare al resto e cogliere la parte più inquieta: “Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio […]”, confessa Anguilla, “[…] e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora cos’è il mio paese?”.
Ebbene, è davvero questo che Pavese vuole dire?
È indubbio che Anguilla, quest’orfano cresciuto nelle Langhe, passato di famiglia in famiglia, e poi emigrato in America per far fortuna e poter ritornare da vincente, conservi un legame profondo col passato e con la sua terra. Sarà sempre Anguilla a giustificarsi con se stesso: “ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”, o ancora, qualche pagina dopo: “Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto”.
Ma per capire fino in fondo se un paese ci vuole, e cioè per non banalizzare la riflessione di Pavese, occorre forse incrociare Anguilla con il suo doppio, ovvero Nuto, l’amico rimasto a casa. Infatti lo stesso Anguilla, al cospetto di Nuto, è costretto ad ammettere che il suo amico “voleva ancora capire il mondo, cambiare le cose, rompere le stagioni […]. Ma io, che non credevo alla luna, sapevo che tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand’eri ragazzo. Canelli è tutto il mondo – Canelli e la valle del Belbo – e sulle colline il tempo non passa.”
Il fatto è che al Nuto politicizzato non basta che il tempo non passi. Quello di cui si compiace l’emigrante nostalgico Anguilla, a Nuto non può bastare perché egli comprende che quando il tempo non passa la storia si ripete, e che quando la storia è ingiusta un luogo può divenire qualcosa da cambiare a ogni costo oppure da abbandonare per sempre. E allora Nuto ribadisce che “superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilare in piazza”.
Se Anguilla, per sua stessa ammissione, tutto sommato ritorna al paese per un fatto personale, per vedere melanconicamente qualcosa che aveva già visto, che era dentro di lui, egli è pur sempre in grado di riconoscere che il suo amico Nuto “non è andato per il mondo, non ha fatto fortuna. Poteva succedergli come succede in questa valle a tanti – di venir su come una pianta […] ma anche a lui è toccato un destino – quella sua idea che le cose bisogna capirle, aggiustarle, che il mondo è mal fatto e che a tutti interessa cambiarlo”.
Ed è proprio la conferma che ritroviamo nel breve dialogo tra i due amici che segue:

    – “In America c’è di bello che sono tutti bastardi”, dice Anguilla.

    – “Anche questa è una cosa da aggiustare. Perché ci deve essere chi non ha nome né casa? Non siamo tutti uomini?”, risponde Nuto. (altro…)

Variazioni bianche #4: Direzioni

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

«Tutto, tutto ciò che so lo so perché amo», diceva probabilmente Tolstoij, dove la probabilità è nel fatto che ho trovato la frase su internet e non mi sale alla memoria nessuno scritto da cui potrebbe essere tratta. Vi sarei grata se approfittaste dello spazio qui sotto per chiarirmi le idee.
So perché amo. È il motivo per cui Mozart mi scorre sereno ma non riesco a suonare Chopin. Per cui mi perdo andando a fare la spesa ma conosco la Merulana fino ai suoi civici (a patto di non arrivarci da Piazza Vittorio, perché Piazza Vittorio ruota di notte, non c’è altra spiegazione). Non molto tempo fa ho dato indicazioni al millimetro a una signora torinese, indicazioni bastanti per un’ora di passeggiata nel quartiere, ma quel quartiere era Testaccio. Amo Testaccio con le viscere: la casa di Elsa Morante, la tomba di Amelia Rosselli. Prima di doverlo raggiungere ogni giorno per due anni per questioni lavorative, il quartiere era per me solo il cimitero e la strana bianchezza della sua piramide, l’aria di paese e la facciata splendida della sua chiesa. Ora lo amo e lo so, nella sua aria pigra e sfrontata che sembra fare spallucce ai suoi stessi motivi di pregio, come un ragazzo incompiuto che mastica un filtro di sigaretta con la scarpa sporca appiccicata al muro.
Ishmael non ama la terra, si vede dal suo modo goffo di ricevere indicazioni: (altro…)

Variazioni bianche #3: Selvaggio

 

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

Sono tempi bui, se un bel po’ di tempo fa un uomo si rifiutava di coricarsi accanto a un altro per paura del suo essere selvaggio e nel corso di qualche ora ammetteva con se stesso di non aver mai dormito meglio.
Meglio dormire con un cannibale saggio che con un cristiano ubriaco.
La coppia formata da Quiqueg e Ishmael, più volte ribadita “maritale”, trascende l’amicizia, l’eros e l’agape ed è forse la più solida della letteratura mondiale. Quiqueg è quieto e leale, abile, silenzioso e attento. Attraverso Quiqueg, Ishmael conosce il mondo, tramite brevi racconti simili a piccole lettere persiane.
Come quando Quiqueg racconta che gli avevano riso dietro per essersi caricato una carriola in spalla pensando che era così che andava portata, non diversamente da come il suo popolo aveva riso dietro all’occidentale che aveva presenziato alle nozze di sua sorella e si era lavato le mani in una bevanda, perché, ci fa notare Melville nel 1851, l’uomo può guardare il mondo attraverso la lente del relativismo culturale.
Affettuoso e discreto, aggraziato ma forte, Quiqueg sembra rappresentare l’idea più alta di uomo, un Ur-personaggio fatto di lealtà per gli umani e conoscenza verso le cose. Senza che ciò disturbi attraverso un’eccessiva esposizione. Non è raro che il lettore si stia domandando cosa faccia Quiqueg, il fido Quiqueg, il forte Quiqueg, perché le sue azioni sono in qualche modo paradigma. Paziente, intelligente e savio, Quiqueg si ammala e affronta un’agonia da cui si riprende in un giorno invece di morire, riprendendo anche tutti i lavori lasciati in sospeso. Durante questo prodromo di morte che tutti danno per scontata, non fa altro che chiedere che gli si faccia una canoa al posto di una bara, e ne prende le misure distendendovici dentro e sussurrando: “può andare”.
Il suo mistero non viene da qualche esotismo, ma viene proprio dal contatto estremo che Quiqueg ha con il suo essere umano, con l’aver dischiuso tutta la potenza della propria umanità. Il suo dentro corrisponde con il fuori, come anche i tatuaggi che lo ricoprono per intero:

Questo tatuaggio era stato opera di un defunto profeta e veggente della sua isola, che per mezzo di quei segni geroglifici gli aveva tracciato addosso una teoria completa dei cieli e della terra e un mistico trattato sull’arte di conseguire la Verità, cosicché Quiqueg era nella sua persona stessa un enigma da spiegare, un’opera meravigliosa in un volume, i misteri della quale però neanche lui sapeva leggere benché sotto vi pulsasse il suo cuore vivo: questi misteri erano quindi destinati a perire alla fine insieme alla pergamena vivente dov’erano tracciati e così restare insoluti fino all’ultimo. E doveva essere stato questo pensiero che suggerì ad Achab quella sua fiera esclamazione, un mattino mentre si voltava ad osservare il povero Quiqueg: «Oh, diabolica tentazione degli dèi!».

© Giovanna Amato

 

Variazioni bianche #2: Balena

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

«E mentre tutto il resto, o nave o animale, che entra nell’abisso spaventoso della bocca di questo mostro (la balena), è senz’altro perduto e inghiottito, il gozzo marino vi si rifugia con grande sicurezza e vi dorme.» Montaigne, Apologia di Raymond Sebond.
Questo è forse il più dolce delle decine e decine di esergo in capo a Moby Dick. Invece io delle balene originariamente so poco, prima che Melville ne faccia un fuoco d’ellisse del mio immaginario. Dico balena per non dire capodoglio, come sarebbe giusto e vero nel caso di Moby Dick. Lo dico per eccesso di generalizzazione. Lo dico perché Melville titola: Moby Dick, or The Whale.
Uno dei primi ricordi coscienti è quel Pinocchio frainteso, che invece di finire in bocca a uno squalo va in cerca di suo padre in fondo a una balena. Il secondo è Giona. “Tutto può entrare, niente può uscire”, vaticina sconsolato Geppetto contro ogni velleità di fuga. Il ricordo più vivido però è di una ragazza che spiavo per i suoi occhi scuri. «Qual è il tuo animale preferito?», chiesi tanto per parlare. E lei parlò della balena. Mi chiesi cosa volesse dire, come potesse lei. Avevo l’idea talmente errata da essere blasfema che la balena fosse un animale goffo.
Non so se la sua sacralità, assieme ctonia e marittima e celeste, sia venuta prima o durante aver letto Moby Dick. Ma dopo di lui si innesta la certezza che la balena provenga da un prima che è precedente agli dèi. (altro…)

Variazioni bianche #1: Chiamamatemi Ismaele

 

Per M.

 

Il punto non è Ismaele, il reietto della Genesi. Non è su questa carica simbolica che si è impigliata la mia attenzione. Il punto è quel chiamatemi. Lì ho sentito il chiodo.
La prima copia che ho avuto tra le mani, per i tipi di Feltrinelli, inizia così: Chiamami Ismaele. Alessandro Cerni, il traduttore, non specifica in nessuna nota il perché di questa rivoluzione. Sul momento rabbrividisco, e lo faccio di gioia. Come se fino ad allora Ishmael fosse entrato in una bettola affollata, avesse ordinato della birra, si fosse pulito la barba dopo un sorso e con una pausa sapiente avesse messo su un’aria da profeta e detto ai convenuti come era il caso di chiamarlo. Ora, invece, Ishmael mi ha accettato al posto accanto al suo, siamo in un angolo appartato di una taverna, ci siamo presi da parte e lui comincia a raccontare. Il passaggio da chiamatemi a chiamami non incide sul salto di familiarità, su questo patto di confidenza con il lettore che tanto commuove in Moby Dick. Ecco, io mi chiamo, è accaduto questo, sono testimone, e voi ascoltate (e tu ascolta). Ma è uno scarto di accoglienza che, se perde in solennità, dall’altro lato fa guadagnare vicinanza.
E c’è di più, nella sfumatura dell’inglese nella sua combinazione di un imperativo e di un nome biblico. Un incredibile abisso nella scelta di due tra molte traiettorie.
Chiamatemi reietto, è un estremo. L’altro: dammi del tu.
Chiedendo di chiamare per nome, Ishmael fa quello che nella lingua inglese è il corrispettivo del nostro dismettere la forma di cortesia.
C’è un disagio, a volte, nello smettere di dare del lei. Lo si sente riaffiorare alle labbra, non per scarsi affetto o vicinanza, ma perché quella era semplicemente la giusta forma lessicale di un rapporto che appagava già così. Ci sono volte, al contrario, in cui il tu sembra esplodere dal corpo a ogni frase, ed è curioso quando questo è vicendevole, quando la confidenza percepita è superiore a quella che i ruoli hanno imposto. Il lei a cui non ci si sottrae suona cavo come un muro vuoto, e si vive in una perenne attesa che i ruoli ristabiliscano una confidenza che c’è sempre stata. Il passaggio dal lei al tu porta allora con sé un risolino, uno sguardo d’imbarazzo, somigliando a quei piccoli acquazzoni pomeridiani che prendono alla fine della primavera, per un motivo che non riuscirei a precisare.
Ci possono essere delle avvisaglie. Dei ciao scivolati di bocca invece di un più composto arrivederla. Una piccola esitazione prima dell’allocutivo. Ci si dispone ad aspettare, allora, il tempo che l’educazione impone, e si nota con un sorriso come le parole creino intimità molto più di una mano stretta o di un bacio sulla guancia. Come sul tatto l’abbia vinta qualcosa di immateriale fatto per scoccare imprecisato nella stanza.
Forse è di questo che Ishmael aveva bisogno, dopo il suo terribile naufragio: non l’uditorio che riconoscesse il suo ruolo, ma l’astante che lo chiamasse per nome. Come noi che siamo alle prese con naufragi più piccoli ogni giorno, e quando incontriamo un cuore compagno ci sbracciamo, piano piano, e gli facciamo un segno: è il tempo di guardarmi, questo, gli diciamo. È tempo di darmi del tu. (altro…)

In pentola il romanzo! (di Edoardo Pisani)

Edward Morgan Foster

Se potessimo crocifiggere Borges, lo faremmo.
Roberto Bolaño

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Nel 1927, anno delle conferenze a Cambridge che comporranno il saggio Aspects of the novel, Aspetti del romanzo, Edward Morgan Forster confessa a Virginia Woolf di sentirsi impreparato, poco colto, invero non un gran lettore di romanzi e di certo non un critico, ignorando o quasi autori classici quali Defoe e restando deluso dal Gide dei Falsari e poco convinto dall’Ulisse di Joyce, in fondo soltanto un common reader, come lei, che tuttavia gli risponde di detestare i romanzi, compresi i propri, dichiarando che suonano falsi e che ormai non pensa di scriverne più, nonostante sia l’anno di Al faro, congratulandosi con lui per le conferenze riprese dal quotidiano Nation, che non avrebbe mai saputo scrivere. Di lì a un anno però Virginia Woolf pubblicherà Orlando, la biografia trasposta e romanzesca di un’impossibile Vita Sackville-West, sua musa in fuga, uomo e donna e amante inafferrabile, e quattro anni dopo sarà la volta di The Waves, Le onde, con i monologhi alternati di Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny e Louis, che ruotano intorno alla vita e alla morte, alla parola e ai sentimenti, all’amore, una polifonia di voci che si fa racconto, storia, romanzo appunto, raffrontandosi anche all’impossibilità di scrivere, di mettere letteralmente in scena, cioè sulla pagina, tutto lo scibile del sentire umano: di raccontare l’uomo.
“Quando la tempesta traversa la palude e mi raggiunge nel fosso in cui giaccio abbandonato” dice Bernard ne Le onde, “non mi servono le parole. Niente di preciso. Niente che poggi con tutti e quattro i piedi per terra. Nessuna di quelle risonanze, di quegli echi che irrompono e rintoccano di nervo in nervo e ne esce una musica sfrenata, frasi false. Ho chiuso con le frasi…”
Non mi servono le parole, dunque, né gli impasti narrativi dei romanzi tradizionali, soltanto voci e visioni e onde e movimento, soltanto stile, questo sembra dirci Virginia Woolf con Bernard che galoppa contro la morte o Clarissa Dalloway che spalanca la finestra e Septimus che si siede sul davanzale e aspetta fino all’ultimo momento prima di buttarsi di sotto, prima di uccidersi, lui che vuole vivere, lui che non vivrà. In Aspetti del romanzo Forster prende a esempio la prosa woolfiana, definendola “fantasista” e riportando un paragrafo de La macchia sul muro, un racconto del 1917; e la macchia è una chiocciola e la vita un pasticcio, scrive Forster, e così la realtà e la scrittura che la ritrae, che la contempla e la ricrea o cerca di ricrearla e la scavalca, la abbandona, la scrittura romanzesca che sfugge al mondo o lo scompone per raccontarlo, per ricrearlo, un filo ipnotico che si tesse a perpetuità, la narrazione, i pensieri e i fatti. E quindi cos’è quel segno sul muro? Un chiodo? Un buco? Un petalo di rosa? Una crepa nel legno? La narratrice divaga e si sperde nei meandri della propria immaginazione, fra pesci che nuotano controcorrente e alberi e la “sensazione intima, asciutta di essere legno”, per un attimo albero anch’essa, albero Virginia Woolf; pensa all’ordine indefinibile eppure reale di ogni cosa, della natura, della sua stessa stanza, a una tempesta e ai rami folli che cadono ovunque finché nella sua mente “tutto si muove, cade, scivola, svanisce” – e la macchia è soltanto una lumaca che striscia sul muro e la narratrice, Virginia Woolf, smette di scrivere, di osservarsi scrivere, e conclude il racconto: “Ah, il segno sul muro! Era una chiocciola.”
Scrivere è innanzitutto osservarsi, “tentare di sapere ciò che si scriverebbe se si scrivesse”, come afferma Marguerite Duras in Scrivere, ovvero interrogarsi sul senso stesso della scrittura e sul silenzio che lo circonda, che prepara il linguaggio e la realtà che lo circoscrive, che lo definisce o da cui è definito, cioè narrato. Scrivere è raccontare, certo, ma raccontare sentendo, non solo vedendo, sentendo e cogliendo le parole e il ritmo che diviene linguaggio, vita, smuovendo l’ordine naturale delle cose e frantumando la realtà e la narrazione che la intrappola, che la osserva intrappolandola. È l’abisso che ci portiamo dentro, la nostra scrittura, l’abisso fatto parola e perciò riesumato in narrazione, in linguaggio e in sentimento o in follia e in solitudine. È il nostro sfogo e la nostra condanna, una prigione. “È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla” annotava Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, nel 1946, quattro anni prima di suicidarsi.
Forster scrive anche de I falsari di André Gide, uscito due anni prima delle conferenze di Cambridge, romanzo composito che comprende il diario del protagonista, Édouard, alter ego dell’autore alle prese con un libro intitolato per l’appunto I falsari, storia di Bernard e Olivier e dello stesso Édouard, scrittore in erba che fa e disfà teorie sullo scrivere lungo tutto il romanzo, sul raccontare, con la narrazione che si travasa in più matrioske interlacciate l’una nell’altra e che si osserva dall’interno, che si fa dialogo, azione, racconto infine, raffrontandosi alla tirannia dell’intreccio o dei personaggi e perdendo la linearità del romanzo tradizionale, divenendo scrittura. “Quanto all’intreccio, in pentola l’intreccio!” esclama energicamente Forster in Aspetti del romanzo. “Farlo a brandelli, metterlo a bollire!” E Gide, o Édouard, si sperde nel proprio diario, nel romanzo in crisi con se stesso che deve raccontarsi, cercarsi sulla pagina, e cosa scrivere, come andare avanti, come finire e ricominciare e quindi finire di nuovo, come narrare insomma, se l’intreccio va a brandelli e i personaggi divengono reali, vivi, un capitolo via l’altro, voci autentiche che vibrano e si raccontano in una molteplicità di punti di vista, di sguardi e di parole, di linguaggio – come narrare se scrivere è perlopiù fallire, posto che di vero scrivere si tratti, posto che nel Novecento, fra capolavori troncati o interminabili e autori morti in corso d’opera e talora uccisi dall’opera stessa, o dall’impossibilità di concluderla, si possa scrivere davvero. (altro…)

I poeti della domenica #214: Cesare Pavese, Terra rossa terra nera

 

Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi –
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo e stagione –
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d’agosto,
le olive del tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.

[27 ottobre 1945]

 

@ Cesare Pavese, Le poesie, Einaudi, 1998

Lavoro da fare – Biagio Cepollaro

Lavoro da fare di Biagio Cepollaro è un libro di poesia di rara intensità e bellezza. Un perfetto equilibrio tra limpidezza e precisione del dettato e densità di pensiero. Nel leggere il titolo del libro di Cepollaro, mi è venuto in mente il titolo del diario di Cesare Pavese Il mestiere di vivere; in entrambi i titoli vi è il rapporto, in Pavese esplicito in Cepollaro implicito, tra lavoro ed esistenza: l’esistenza umana intesa come una fatica che si compie giorno dopo giorno, il diario pavesiano, o come un compito da portare a termine, il poema di Cepollaro. In entrambi vi è una sofferta meditazione sulla vita, sul senso ultimo, sul dolore e su una possibile rinascita. La conclusione del diario pavesiano è tragicamente nota, le conclusioni a cui portano le riflessioni dei versi di Cepollaro invece sono tutte da scoprire e già il compito che emerge dal titolo proietta il testo di Cepollaro in un orizzonte futuro aperto a ulteriori possibilità (certo tutto questo ci stanca/ ma è lavoro da fare). Il poemetto è strutturato in un Prologo e sette sezioni, scritto tra il 2002 e il 2005 e pubblicato in ebook nel 2007, ora pubblicato in stampa da Dot.com Press, 2017, con una postfazione di Andrea Inglese e una nota di Giuliano Mesa.

Lavoro da fare è un poema della crisi, nel senso etimologico del termine, sembra nascere da un punto di rottura esistenziale, da una strettoia della vita in cui si manifesta come necessario un passaggio, una frattura o un superamento attraverso una decisione a cui l’esistenza chiama se stessa (ognuno parla davvero/ se lo fa/ dal chiodo/ che un bel giorno/ l’ha fissato// altrimenti è tanto per fare/ è solito teatro).

Il prologo incomincia con un dialogo serrato e drammatico dell’io con se stesso, in cui al centro del discorso viene posto, sin dal primo verso, il cuore, inteso non tanto e non soprattutto in senso metaforico, ma in senso corporeo, come muscolo cardiaco a cui, come motore del nostro stare al mondo bisogna dar conto, dare una spiegazione (calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora/ poetica questa ma proprio sordo tonfo d’organo).

Questo riposizionarsi e riappellarsi alla vita, guardandola nella sua concretezza, nasce dalla consapevolezza del negativo radicato all’interno dell’esistenza di ognuno di noi (chi non frequenta/demoni/ se li ritrova nei programmi/ di governo), dalla consapevolezza dell’ineludibilità del dolore, che non è qualcosa di romanticamente o cristianamente edificante, ma è qualcosa di rancido che risucchia la vita in zone di opaca inconsapevolezza, ma va attraversato, perché nel riscoprirlo si ha una possibilità di essere di nuovo se stessi, peggio sarebbe morire senza averlo mai fatto. In questo attraversamento di se stessi e del mondo, che ogni crisi è, si scopre l’immensità delle forze in cui siamo gettati, da cui siamo agiti, la vita stessa, il tempo e lo spazio, il mondo, ricalibrare il proprio io mettendolo a confronto con queste forze soverchianti è l’unica possibilità di sopravvivenza, o meglio è ciò che permette di trasformare la propria vita da un ottuso e disperato sopravvivere, a un esistere pienamente. Non farsi schiacciare dalle forze soverchianti del mondo ma accettarle nel loro darsi ineluttabile, significa accettare di essere da sempre la contraddizione, di essere da sempre negli opposti eraclitei senza potersene sottrarre. Il bene è in fondo tutto qui, nell’aprire l’esistenza alla sua dimensione autentica di possibilità (nel meriggio della vita/ siamo costretti ad ascoltarla/ perché il bene non si dà/ come intenzione buona/ ma come una pura/ possibilità di questa sofferenza e di questa/ agnizione). È in questa dimensione che il libro di Cepollaro mostra un altro aspetto essenziale: Lavoro da fare è un libro, come nota Giuliano Mesa, di meditazione e di preghiera, un libro religioso, in cui si fa esperienza del numinoso del mondo, del sacro che si dà nella concretezza dell’esistere, che è la cosa stessa della parola e che reclama a sé la mente, che anch’essa, come qualcosa non di altro rispetto alla corporeità a cui siamo consegnati, deve procedere un processo di svuotamento e liberazione (per questo forse/ sono goffi i nostri movimenti/ per lungo tratto né belli/ né brutti/ troppo impegnati/ nella cosa da svolgere/ troppo dentro la cosa/ e le sue domande). La cosa stessa è la vita, sia come bios che come zoé, che si manifesta nello sgomento o nella pacata accettazione, come qualcosa che è al di là di qualsiasi identificazione con qualsivoglia valore, è un processo che mette in evidenzia l’inconciliabilità di istanze opposte, il sacro è il tenere insieme la contrapposizione inconciliabile delle forze che abitano il mondo (che vivemmo fin qui/ dimezzati/ che non c’è vita/che non tenga insieme/ giorno e notte…). L’originalità del libro sta nello sguardo che non si volge prevalentemente al macrocosmo, ai grandi mutamenti, ma al microcosmo dell’individuo (al ruotare del pianeta l’aria/ anche questa volta acquista/ in dolcezza: anche quest’anno/ ci sorprende come un dono), le immense forze dell’universo si manifestano nei dettagli del quotidiano (i grandi cambiamenti/ sono spesso solo cambi d’indirizzo/ o di modi di vestire). Il mutamento, quello vero, in cui la vita può cambiare direzione, si produce in uno sguardo differente, in un sentire differente, nel dare nuovo smalto a parole che ormai hanno perso il loro lucore, nel rinominare, ad esempio, la parola amore e nell’esigere come unico orizzonte possibile della vita del singolo e, di conseguenza, anche della comunità a cui si lega, la felicità (oggi non possiamo chiedere/ meno di questo/ al mondo/ che la vita di ogni singolo/ uomo/ sia felice/ tutto il resto è lungo/ giro che ci ha portati lontani/ dal centro).

Per gestire questa materia e questo dettato potenzialmente incandescenti lo stile si mantiene volutamente piano, pacato e meditativo, ma, a differenza di quel che ci si aspetterebbe, la scelta stilistica non ricade su versi lunghi e ampi, tradizionalmente più adatti a una poesia filosofica e riflessiva, ma su versi prevalentemente brevi che rendono il dettato, pur in una omogeneità ottenuta attraverso una sordina che frena gli slanci espressivi, mosso, in un vortice che avvolge il lettore in spire che lo trascinano lentamente nella trama dei versi e del pensiero. Questo effetto è ottenuto anche grazie all’utilizzo costante di alcuni accorgimenti come il ‘ché’ al posto del ‘perché’ o l’omissione frequente dell’articolo, accorgimenti che trasformano il flusso dei versi in un’onda espressiva e sonora omogenea, quasi come se il flusso recitativo si trasformasse in un mantra chiamato a cantare un rito sacrificale. Il senso ultimo di Lavoro da fare sta, dunque, nel dire il cambiamento, nel dire come l’esistenza possa, per rimanere fedele a se stessa, diventare altro, aprirsi andando a fondo e risalendo tenendo insieme gli opposti e vivendoli senza la pretesa di dominarli ma facendosene attraversare. Lavoro da fare è dunque un vero e proprio rito di passaggio, una metamorfosi, nel senso ovidiano del termine, un cambio di pelle, una vera e propria muta (quando sul selciato resta/ la vecchia pelle/ ci muoviamo per strada guidati dal fiuto e le luci sono bagliori e la città non è più la stessa).

Il lavoro da fare si manifesta come rituale di passaggio nel meriggio della vita e conduce alla questione del senso dell’esistenza e qui Cepollaro affronta il problema in maniera frontale, la vita va rinominata ripensando, ritornando o meglio attuando giorno dopo giorno ciò che siamo da sempre (la nostra vita / gettare un ponte tra ciò che siamo/ e ciò che comunque eravamo/ già da prima/ anche senza saperlo), sembra di sentire una lontana eco nietzschiana: diventa ciò che sei. Diventare ciò che si è, è l’unico e solo compito che ogni uomo ha, pena la perdita atroce di sé. È a partire da questa estrema e radicale consapevolezza che in questo libro si prefigura una svolta e un andare oltre nella traiettoria della ricerca di Cepollaro. Non si tratta ormai solo della nietzchiana trasvalutazione di tutti i valori, perché chiedere un senso, come pure avviene in molte pagine del libro, addirittura invocando un dio, significa ancora giudicare la vita attraverso parametri esterni ad essa, che non le sono propri, cercare di attribuirne un valore e quindi renderla oggetto di valutazione, significa ridurla a qualcosa di profondamente inautentico, a cosa da soppesare, da scambiare, in ultima istanza a oggetto di consumo. Invece in molti passaggi del libro, soprattutto nelle sezioni finali, si prefigura un’altra via, una via più ardua, che passa, per Cepollaro, anche dal vuoto dall’Oriente, da un ripensare l’antica sapienza tragica della Grecia – si veda la figura di Agamennone in cui è sottolineata il dramma della decisione se sacrificare la figlia Ifigenia – o attraverso uno sguardo fenomenologico, che verrà messo sempre più a fuoco nelle opere successive. La restituzione della vita non è nel chiedere un senso ulteriore, ma nel riconoscerla come forma vivente, come qualcosa che non serve a nulla, non significa nulla, ma che ha nel suo vuoto o nel nulla costitutivo di ciò che accade, l’unica forma possibile, la luce immanente che la rende in se stessa ciò che è (ci siamo visti al centro del lago/ coi piedi sui sassi del fondale/ e le mani che toccavano/ il cielo/ ci siamo anche voltati/ da ogni lato/ e a ogni lato c’era il verde/ del lago). Questo forse è il senso dell’enigmatica Porta nominata nell’ultima sezione del poema, la Porta è la soglia in cui la vita e il mondo si manifestano nella loro numinosa pienezza, in cui anche l’origine da cui proveniamo non è un qualcosa da rimpiangere nostalgicamente ma è un qui e ora verso cui procedere allontanandocene (da lì da quell’inizio/ non abbiamo fatto/ che tornare/ in un moto/ di infinito/ allontanamento), andare, essendo quel che si è, verso un nostos, un ritorno ciclico ed esistenziale che restituisca, oltre qualsiasi scissione, la pienezza dell’esistenza, che è tale perché accoglie in sé anche il suo contrario, il terrore irredimibile dell’inizio e della fine (ora siamo sulla Porta/ e non sappiamo né ci importa/ quali saranno le parole/ a venire/ noi andiamo oltre i segni/ per il tempo che ci resta/ noi andiamo a ringraziare/ per essere stati invitati/ al banchetto// ora siamo sulla porta del ritorno e della restituzione).

©Francesco Filia