centenario

I poeti della domenica #196: Franco Fortini, L’ora delle basse opere. #Centenario

The Italian literary critic Franco Fortini (Franco Lattes) reading a newspaper at home. Italy, 1970s
Credits: Getty Images

Rubrica domenicale dedicata per intero a Franco Fortini nel giorno del centenario della nascita.

*

L’ora delle basse opere

È tutto chiaro ormai,
le parole dei libri diventate
tutte vere. Tutti gli altri lo sanno.
T’hanno detto di fare due passi avanti
in mezzo al cortile d’acqua e vento,
di lumi gialli prima dell’alba.
Vedi cani maestri con grembiali di cuoio
scaricare quarti umani per le celle
refrigerate e crusca
sotto i ganci cromati. Gli scontrini
li timbrano alla porta
dove a battenti aperti aspetta un camion.
Era giorno, i postini
sgrondavano gli incerati nelle guardiole.

*

da © Franco Fortini, Versi scelti, ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2014.

I poeti della domenica #195: Franco Fortini, Agli amici. #Centenario

 

Franco Fortini dal corriereonline

Rubrica domenicale dedicata per intero a Franco Fortini nel giorno del centenario della nascita

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Agli amici

Si fa tardi. Vi vedo, veramente
eguali a me nel vizio di passione,
con i cappotti, le carte, le luci
delle salive, i capelli già fragili,
con le parole e gli ammicchi, eccitati

e depressi, sciupati e infanti, rauchi
per la conversazione ininterrotta,
come scendete questa valle grigia,
come la tramortita erba premete
dove la via si perde ormai e la luce.

Le voci odo lontane come i fili
del tramontano tra le pietre e i cavi…
Ogni parola che mi giunge è addio.
E allento il passo e voi seguo nel cuore,
uno qua, uno là, per la discesa.

*

da © Franco Fortini, Poesia e errore (1959), ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2014.

 

I poeti della domenica #152: Johannes Bobrowski, Sempre da definire

Johannes Bobrowski, foto dal sito Alchetron

Sempre da definire

Sempre da definire:
l’albero, l’uccello in volo,
la roccia rossastra, dove il torrente
scorre, verde, e il pesce
nel bianco fumo, quando scende la sera
sulla foresta.

Segni, colori, è
un gioco, sono dubbioso
che non finisca in modo
giusto.

E chi mi insegna
ciò che dimenticai: della
pietra il sonno, il sonno
dell’uccello in volo, degli
alberi il sonno, nel buio
procede il loro discorso?

Ci fosse qui un Dio
e fosse carne
e mi potesse chiamare, andrei
tutto intorno, un poco
aspetterei.

Johannes Bobrowski (9 aprile 1917-2 settembre 1965), da Schattenland Ströme
Traduzione di Anna Maria Giachino, in Poesia tedesca del Novecento, Rizzoli, Milano 1977, p. 229

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Immer zu benennen

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rötlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es möchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vögel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede -?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und könnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

 

Johannes Bobrowski (Tilsit 9 aprile 1917 – Berlino 2 settembre 1965).
«I titoli delle prime due raccolte poetiche – le uniche pubblicate in vita – di Johannes Bobrowski definiscono immediatamente l’oggetto centrale della sua opera – Sarmatische Zeit (Tempo sarmatico, 1961) e Schattenland Ströme (Terra d’ombre fiumi, 1962). Ciò che viene evocato dai titoli è la terra natale di Bobrowski, ovvero la storica «Sarmazia», regione di «fiumi» tra Vistola e Volga in cui, per citare il poeta, «i tedeschi vivevano in stretta vicinanza assieme a lituani, polacchi e russi, e in cui il numero di ebrei era molto elevato». Ma il paesaggio della Sarmazia è anche e soprattutto «tempo», ovvero storia, e una storia di conflitti, di quelle mortuarie «ombre» che evocano la colpa tedesca nei confronti dei popoli dell’est.
Bobrowski nacque infatti a Tilsit, nella Prussia orientale, nel 1917, e nel 1928 si trasferì assieme alla famiglia a Königsberg. Nel 1943 si sposò con la lituana Johanna Buddrus e pubblicò le sue prime poesie nella rivista “Das Innere Reich”. Nel 1938 la famiglia si trasferì a Berlino, e un anno dopo Bobrowski venne inviato al fronte. Fatto prigioniero dai russi, alla sua liberazione, nel 1949, tornò a Berlino-Friedrichshagen, nella Germania orientale. Svolse lavoro redazionale nell’Altberliner Verlag die Lucie Groszer e poi nello Union Verlag, la casa editrice della CDU, il partito cristiano-democratico di cui Bobrowski era membro. Nel 1955 Peter Huchel pubblicò nella rivista “Sinn und Form” cinque poesie di Bobrowski che presentarono il poeta all’attenzione dei lettori e della critica. All’inizio degli anni Sessanta, anche grazie all’aiuto di scrittori occidentali, uscirono – quasi contemporaneamente a Ovest e a Est – le due raccolte di poesie Sarmatische Zeit e Schattenland Ströme. Nel 1962 ricevette il premio del Gruppo 47 e nel 1963 pubblicò il romanzo Levins Mühle (Il mulino di Levin), in cui delineò la problematica dei conflitti etnici e della specifica questione ebraica. Bobrowski morì nel 1965 in seguito ai postumi di un intervento chirurgico. Subito dopo la morte, nel 1966, uscì la raccolta di liriche Wetterzeichen (Segni del tempo).
Partendo da Hölderlin e Klopstock, ma attingendo soprattutto alla tradizione simbolista, Bobrowski distilla una lingua ermetica, fatta di immagini naturali dal valore mitico-evocativo. Ciò che il poeta in tal modo ricostruisce – testimoniando una fiducia nella poesia come veicolo e deposito di memoria – è un paesaggio di figure leggendarie e di una natura arcaica, ma nella quale sono visibili le tracce indelebili di una immane tragedia storica.»(da: Antologia della poesia tedesca, a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, E-ducation.it, S.p.A., Firenze 2004, pp. 744-745)

Albino Pierro 1916-2016 (sulla scia di Mengaldo)

Mbàrache mi vó’,
e già mi sònnese, ’a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ’a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.

[Forse mi vuoi,/ e già mi sogni, la notte./ Io pure,/ comincio a tremare nella sete,/ e ho pa­ura./ Mi avventerei su di te,/ e tutto quanto te lo succhierei, il sangue,/ in una sola bevuta senza prendere fiato,/ come chi ubriaco ci si attacca/ a una botte spaccata/ e vorrebbe nuotare nel vino rosso,/ per morirci.]

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pierro_nuove_lirichee vai con la fissa dei dialettali! − Questo annotavo, studente, sotto il nome di Albino Pierro nel men­galdiano ‘Novecento’: non ne capivo il senso, escluso il gusto personale del critico. E insieme a lui, andando à rebours tra le pagine del volume, scorgo simili considerazioni per Delio Tessa, Biagio Marin, Tonino Guerra e Franco Loi. Per me, all’epoca – e si parla di un bel po’ di anni fa –, una volta antologizzato Giacomo Noventa la poesia dialettale aveva già trovato fin troppo spazio; per ta­cere, poi, di quegli altri autori in lingua, invece, per i quali ancora aspetto lumi: Paolo Buzzi, Lu­ciano Folgore, Giovanni Boine, il Bontempelli poeta; tutti rei di negare spazio a voci sicuramente più degne.
Comunque a infastidirmi di più era assolutamente la fissa dei dialettali, espressione di per sé già suffi­cientemente idiomatica e quindi contraddittoria se non paradossale. Cosa in effetti mi infastidiva? Semplice! l’accesso negato dal limite invalicabile del registro linguistico e della lingua; quel dia­letto che in poesia si fa immediatamente lingua, con una grammatica, una tradizione, era troppo spesso un muro invalicabile (Mengaldo stesso affermava che il dialetto in poesia passava da «vei­colo di messaggi socialmente aperti e comunicativi» a «lingua gelosamente individuale, quasi endo­fasica»). Inutile dire che devo alla mediazione di Zanzotto, prima, e dei miei studi sul Tommaseo cultore della poesia popolare, poi, il merito del cambio di rotta. Del resto, se su Mengaldo potevano avere agito le chiacchierate con Folena – supposizione tutta mia –, perché in me non doveva matu­rare la lezione del più grande poeta che questa infelice terra veneta abbia mai conosciuto?
A catturare però ora la mia attenzione è quel «regresso alle origini esistenziali e discesa in un mondo sotterraneo» (Mengaldo) che l’abbandono della lingua italiana e la scelta della parlata ma­terna, vistosamente arcaica, ha comportato in Pierro (e in quasi tutti i poeti dialettali – si pensi al più recente caso rappresentato da Andrea Longega, con i dovuti distinguo). Finisco così per confrontare l’esperienza del Pierro maggiore e dialettale con quella dei conterranei Scotellaro e Sinisgalli, così profondamente radicate nelle aride zolle lucane, eppure tràdite in italiano (disincantato italiano in Scotellaro; più terso in Sinisgalli). Lo scarto con i due conterranei agisce pure sull’area tematica dato che in Pierro in dialetto è quasi assente l’evocazione geografica presente nei versi in italiano; manca pure un atteggiamento vagamente engagé, quale può essere riscontrato nei versi del poeta di Trica­rico.
(altro…)

Christine Lavant a 100 anni dalla nascita

Lavant

Cento anni fa, il 4 luglio 1915, nasceva a Groß Edling, presso St. Stefan nel Lavanttal in Carinzia, Christine Thonhauser (da sposata: Habernig), che dalla valle natia, Lavant,  prese il nome d’arte. La sua fu una vita di disagio e grandi sofferenze, di riconoscimenti e felicissime intuizioni, nella quale la creazione poetica e l’attività di scrittrice di racconti si distingue per la tenacia della ricerca e la tensione, solco costante nell’esistenza, tra slancio e scavo. Scrittura che racchiude gli opposti, è quieta e potente, lieve e incisiva, ascetica e concreta, è preghiera umile e ribelle. Lo sguardo si sofferma sull’esistente con visionarietà vertiginosa e sinestesie corpose, tratti, questi, che caratterizzano  anche i suoi Appunti da un manicomio. Per ricordarne l’opera propongo qui alcune sue liriche, tratta dalla raccolta Die Bettlerschale (“La ciotola del mendicante”) nella mia traduzione e, di seguito, nell’originale tedesco.  (Anna Maria Curci) (altro…)

100 anni, Mario Luzi e una lettera

lettera LuziIntendeva scusarsi con me, Luzi!
Mario Luzi, il maestro, mi aveva scritto una lettera per scusarsi: sentiva di avermi in parte deluso non venendo più a tenere una lezione al corso di Letteratura contemporanea che frequentavo quell’anno (tema del corso: Vittorio Sereni).
Invece la sua lettera fu un regalo immenso per me, perché, e non tardai a farglielo sapere, in quel periodo, insieme alla (ri)scoperta di Sereni, passavo intere giornate a leggere e rileggere i suoi versi, e poi i suoi saggi, fino alle pièces per il teatro, come Ipazia.
Ciò che non sapevo è che da lì a poco di occasioni per incontrarlo, per parlargli di persona, ce ne sarebbero state altre, e di tutte conservo un ricordo vivo perché ciò che Luzi sapeva trasmettere a chi sapeva ascoltarlo era l’amore per la vita, che in lui coincideva con la poesia, che a sua volta coincideva con la parola da ricercare. Sì! la parola esatta, quella che più di altre sapeva avvicinare l’idea del verso balenatagli improvvisa e fissata sulla carta prima come abbozzo, e poi sviluppata e qualche volta limata fino a raggiungere il punto più prossimo alla perfezione. Ma non era certo la perfezione ciò che interessava a Luzi: la vita e ciò che lo aspettava dopo questa vita, da buon cristiano (critico, molto critico, nei confronti della linea indicata dalla Chiesa Romana).
In poche parole non posso, non so dire chi sia stato Mario Luzi. Il suo cammino poetico ha percorso per intera la seconda metà del Novecento, per insinuarsi quindi nei primi anni Duemila e non con voce stanca (certo!, bisognava saperlo ascoltare con un piccolo sforzo in più).
Mi ha sempre disturbato, e ancora mi disturba, aprire i manuali di letteratura italiana prodotti per la scuola e leggere “esponente dell’ermetismo” quando la sua adesione ha sia una data di inizio sia una che ne indica la fine. E basterebbe, del resto, da parte dei compilatori fare quel piccolo sforzo che permetterebbe loro di riconoscere, nelle tappe indicate dallo stesso poeta, la scansione di un’evoluzione che fino alla fine non ha conosciuto sosta.
Ecco chi è stato Mario Luzi: un poeta che non ha conosciuto la parola “sosta”, ma al massimo quest’altra “attesa”. Con Nel Magma seppe attendere il momento giusto per virare col proprio dettato verso la prosa, abbandonando un terreno aulico che rischiava di imprigionarlo (anche se parte della critica proprio nella prima fase ermetica ha voluto ingabbiarlo). E non solo sopravvisse a ogni sorta di accusa mossagli da chi, in gruppo, non sopravvisse nemmeno alla computazione del proprio nome, ma arrivò, con la successiva fase poematica, là dove la parola si spinge sempre di più a diventare tutt’uno col pensiero (tanto che il legame con Dante si fece pure, per me, pietra di paragone).
Gli inviai pure delle poesie (non finite in nessuna raccolta). Da grande maestro quale è stato non mi disse mai nulla al riguardo.

© Fabio Michieli

Reloaded (riproposte estive) #8: “Bodiniana” anno cento

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

 

 

Ma tu luna, le incognite finestre
illumini del Nord,
mentre noi parliamo,
nel fondo di quest’esule provincia
ove di te solo la nuca appare.

Vittorio Bodini

.

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Si sa, in Italia si procede per centenari, se non a volte per decennali, pur di trarre dal sempre più spesso immeritato oblio autori degni invece d’essere non solo ricordati: degni d’essere coltivati come piante rare capaci di germogliare e trasportarsi in terre nuove, e fertili, col vento dei lettori (poco più di un soffio, mi dite?).
Vittorio Bodini (1914-1970)Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) è uno di quegli autori di cui si sarebbe perso il ricordo se non fosse stato per l’azione coraggiosa e pregiata delle edizioni Besa, che con tenacia e perseveranza, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, o poco meno, ha rimesso in circolazione le opere edite e moltissimi inediti con due distinte operazioni: la pubblicazione nel 1997 di Tutte le poesie, edi­zione curata da Oreste Macrì (già responsabile delle edizioni mondadoriane del 1972 e del 1983), ossia del critico ‘blasonato’ che più si spese all’indomani della scomparsa dell’amico Bodini affinché non finisse nel silenzio; a questo volume, riedito a partire dal 2004, ha fatto seguito negli anni l’avvio della ‘Bodiniana’, collana che raccoglie le singole opere corredandole di un commento det­tagliato e puntuale a cura di Antonio Mangione. Sicché, a ben vedere, il lettore volenteroso, potrebbe facilmente recuperare i versi e le prose bodiniane, per immergervisi e scoprirne l’importanza. Im­portanza, è bene dirlo subito, che risiede nella forte connotazione meridionale, o meglio nell’attrazione verso temi del Sud. Aspetto questo che può avvicinare l’esperienza di Bodini a Leo­nardo Sinisgalli e anche al contemporaneo – ai tempi dell’esordio poetico di Bodini – ma destinato a essere postumo Rocco Scotellaro, nonché al dialettale Albino Pierro, tutti e tre, da notare, poeti lucani e non pugliesi.

(altro…)

‘Bodiniana’ anno cento (1914-2014)

Ma tu luna, le incognite finestre
illumini del Nord,
mentre noi parliamo,
nel fondo di quest’esule provincia
ove di te solo la nuca appare.

Vittorio Bodini

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Si sa, in Italia si procede per centenari, se non a volte per decennali, pur di trarre dal sempre più spesso immeritato oblio autori degni invece d’essere non solo ricordati: degni d’essere coltivati come piante rare capaci di germogliare e trasportarsi in terre nuove, e fertili, col vento dei lettori (poco più di un soffio, mi dite?).
Vittorio Bodini (1914-1970)Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) è uno di quegli autori di cui si sarebbe perso il ricordo se non fosse stato per l’azione coraggiosa e pregiata delle edizioni Besa, che con tenacia e perseveranza, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, o poco meno, ha rimesso in circolazione le opere edite e moltissimi inediti con due distinte operazioni: la pubblicazione nel 1997 di Tutte le poesie, edi­zione curata da Oreste Macrì (già responsabile delle edizioni mondadoriane del 1972 e del 1983), ossia del critico ‘blasonato’ che più si spese all’indomani della scomparsa dell’amico Bodini affinché non finisse nel silenzio; a questo volume, riedito a partire dal 2004, ha fatto seguito negli anni l’avvio della ‘Bodiniana’, collana che raccoglie le singole opere corredandole di un commento det­tagliato e puntuale a cura di Antonio Mangione. Sicché, a ben vedere, il lettore volenteroso, potrebbe facilmente recuperare i versi e le prose bodiniane, per immergervisi e scoprirne l’importanza. Im­portanza, è bene dirlo subito, che risiede nella forte connotazione meridionale, o meglio nell’attrazione verso temi del Sud. Aspetto questo che può avvicinare l’esperienza di Bodini a Leo­nardo Sinisgalli e anche al contemporaneo – ai tempi dell’esordio poetico di Bodini – ma destinato a essere postumo Rocco Scotellaro, nonché al dialettale Albino Pierro, tutti e tre, da notare, poeti lucani e non pugliesi.
Vittorio Bodini, Poesie, Mondadori "Lo Specchio" 1972La differenza fondamentale sta nell’apprendistato di Bodini: da un giovanissimo entusiasmo futuri­sta, passò attraverso l’esperienza ermetica fiorentina, prima di riconoscere il proprio respiro proprio in quel Sud dal quale comunque cercò sempre di allontanarsi a più riprese, fino alla scelta di ri­sie­dere definitivamente a Roma negli ultimi anni; quel ‘Sud’ che una puntuale nota di Mangione, alla poesia che apre La luna dei Borboni, informa essere «iperonimo del Salento», perciò foriero di un processo di identificazione ed espansione che travalica la sola dimensione regionale.
E in questo apprendistato è come se il poeta avesse bruciato rapidamente un’intera tradizione, anche recente, a lui contemporanea intendo, con l’intento di trovare la propria voce. Sicché all’esordio nel 1952 con la raccolta La luna dei Borboni (Milano, Edizioni della Meri­diana) nessuno poteva imma­ginare che le poesie in essa presentate fossero l’esito finale di un lunga riflessione e di molti tagli che, da un primitivo Canzoniere (1946), passò attraverso un dimezzato, nel numero di testi inseriti, Un monaco vola tra gli alberi (1949), prima di raggiungere la forma de­finitiva. Sintomatico è tro­vare il nome di Rocco Scotellaro tra i primi recensori, il quale immedia­tamente seppe riconoscere il superamento sia delle posizioni ermetiche e post-ermetiche (anche se leggera rimane la traccia), sia delle istanze neorealiste.
A La luna dei Borboni seguirono le due raccolte Dopo la luna, (Caltanissetta-Roma, Edizioni Sal­vatore Sciascia, 1956), e Metamor (Milano, All’insegna del Pesce d’oro, 1967), costituendo così il cor­pus ‘in vita’ delle raccolte di Vittorio Bodini.
Ma è sufficiente scorrere l’indice posto all’inizio del volume Tutte le poesie per vedere quanto in realtà egli scrisse, e come e cosa scrisse, tra le opere edite, e come si attenuò fino a raggiungere un quasi grado zero la memoria del ‘Sud’. Basta attraversare le pagine fitte (troppo fitte forse, e troppo criptiche a tratti – quasi una lingua per iniziati, non tanto filologi quando ‘bodiniani’) nelle quali Oreste Macrì ricostruisce l’iter poeticamente umano di Bodini, e ci si renderà subito conto di quanto stupido sia – sì! stupido – non affrontare la scrittura bodiniana.

© Fabio Michieli

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Da La luna dei Borboni (1952)

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Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado.

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***

Sulle pianure del Sud non passa un sogno.
Sostantivi e le capre senza musica,
con un segno di croce sulla schiena,
o un cerchio,
quivi accampati aspettano un’altra vita.
Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe
anche un pensiero, un verbo,
con il bigio sgomento d’una talpa
correre tra due pietre.

La pianura mirare a perdita d’occhi,
senza case, senz’alberi, senza una lettera:
livello di un’assenza a cui sole si sporgono
capre e spettri di capre morte da secoli,
che brucano le amare giade dell’insonnia,
l’acciaio senza luce di antiche spade,
quando popoli amari si scontravano
e di sangue tingevano i cieli della preistoria.

Così, se qualche giorno dal sottosuolo
un riso magro scatenato nel vento
di scirocco si stira,
ciò che nell’imperturbato cielo e ai corvi
scopre la vanga
sono le dentature dei cavalli
uccisi che si rammentano
che dolce festa faceva
quand’era vivo il sangue sulla pianura.

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***

La luna dei Borboni
col suo viso sfregiato tornerà
sulle case di tufo, sui balconi.
Sbigottiranno il gufo delle Scalze
e i gerani – la pianta dei cornuti –,
e noi, quieti fantasmi, discorreremo
dell’unità d’Italia.

Un cavallo sorcigno
camminerà a ritroso sulla pianura.

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Da Dopo la luna (1956)

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Quanta rabbia di esistere

Quanta rabbia di esistere diventa amore!
E qui bisognerebbe addurre casi, narrare
e anche narrarsi, scegliersi negli specchi
di foglie, d’acqua, di neve. Io una volta volevo
sapere come può ridere nella luna
la testa d’un lutrino dalla spina scarnita
– cosa avrebbe pensato di quella vista la luna –,
e questo desiderio era amore. Folletti che avevano
un buffo berrettuccio di capelli
attorcevano in trecce le code delle cavalle.
In un piccola via dal nome di un’oscura battaglia,
lì essa pensò che l’avrei uccisa.
Ora lontana essa ride di tutto ciò,
mentre ubbriaca guarda nel fondo dei bicchieri o del mare.
Ma la distanza può allungarsi a piacere,
sa fare d’un rimorso una vaga ipotesi.
Oh, vi sarete fermati anche voi qualche volta di notte
sotto un balcone o un albero,
udendo un grillo italico cantare,
e al rumore interrotto dei vostri passi
schiudere false fughe, spingere come lontano
da sé il canto, o tacere
e subito riprendere da un altro punto illusorio.

.

***

Lecce

Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.

Un frenetico gioco
dell’anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.

Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l’infinito.

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***

Da Metamor (1967)

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Nelle spire del boom

Presi nelle spire del boom ne gustiamo anche noi
gli alti palazzi e le piante nane
piume serpenti chiomati sotterfugi intimi.
L’astrattismo ci punse un dito come una rosa neoclassica.
Tacevano i cani di calce e la civetta veloce
e tutto ciò che un tempo avevamo dentro capovolto come in un negativo.
Solo una luce lontana e senza voce
accucciata davanti a un mare in tempesta
come la vedova d’un marinaio
era il banco di prova dei tuoi velieri
di solitudine e d’ira,
solo una sera ignara che si versa
nella buca delle lettere.

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***

Canzone semplice dell’esser se stessi

L’edera mi dice: non sarai
mai edera. E il vento:
non sarai vento. E il mare:
non sarai mare.

I cenci, i fiumi, l’alba della sposa
mi dicono: non sarai cencio né fiume,
non sarai l’alba della sposa.

L’àncora, il quattro di quadri, il divano-letto
mi dicono: non sarai noi,
non lo sei mai stato.

E così il sogno, l’arco, la penisola,
la ragnatela, la macchina espresso.

Dice lo specchio:
come vuoi essere specchio
se non sai dare altro che la tua immagine?

Dicono le cose: cerca d’esser te stesso
senza di noi.
Risparmiaci il tuo amore.

Io fuggo da ogni cosa delicatamente.
Provo a esser solo. Trovo
la morte e la paura.

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Note

Vittorio Bodini, Tutte le poesie, Besa 2004* Alla poesia di Vittorio Bodini fu dedicato da Anna Maria Curci, qui in questo blog, un primo contributo nella quarta puntata della rubrica In Apulien. Invito tutti a (ri)leggere questo contributo.

** Le poesie proposte, le citazioni, alcune notizie, sono tratte dai volumi pubblicati da Besa editrice.