Cecilia Bello Minciacchi

Bologna in Lettere 2016

logo-bil-nuovoParte domani, Giovedì 12 maggio la IV edizione del Festival Multisciplinare di Letteratura “Bologna in Lettere”. realizzato con il Patrocinio del Comune di Bologna e con il Patrocinio – per le iniziative legate alle Scuole – dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna, in collaborazione con Marco Saya Edizioni e con la Libreria Biblion di Granarolo Emilia

Il Festival è dedicato ad Amelia Rosselli, nella ricorrenza del ventennale della scomparsa, tra le varie iniziative, sono riferiti due concorsi letterari per adulti e ragazzi, e vuole cogliere l’occasione per approfondire in particolare la struttura metamorfica e il multilinguismo che caratterizzavano la sua scrittura. A tal proposito in collaborazione con l’editore milanese Marco Saya è stato curato un volume collettaneo di contributi critici e creativi espressamente riferiti ad Amelia Rosselli, “Il colpo di coda. Amelia Rosselli e la poetica del lutto”. Il focus rosselliano, che verrà disseminato in quasi tutte le giornate del festival, prevede, tra le altre cose, interventi critici di Niva Lorenzini, Francesco Carbognin, Plinio Perilli, Salvatore Ritrovato, Cecilia Bello, Laura Barile, Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, una partitura dodecafonica di Gian Paolo Guerini, una performance di Tiziana Cera Rosco, una mostra fotografica di Dino Ignani, un progetto di scrittura collettiva, un recital multimediale, la realizzazione di un video.
Prevista una performance di Andrea Inglese e Gianluca Codeghini.

Il programma è scaricabile direttamente dal sito https://boinlettere.wordpress.com/programma/

 

 

 

 

NON SEMPRE RICORDANO. Lettura di Roberta Sireno

 Patrizia Vicinelli

    Patrizia Vicinelli

    Non sempre ricordano

    Poesia Prosa Performance

    Le Lettere

«e il cesso è favolosamente bianco e banale e il primo brivido è stata la mia vita il mio whisky di stasera is nothing for me sappia telo, io voglio farvi deviare sappiatelo, amici nemici sappiatelo, preparatevi»

(da Messmer, Romanzo del 1980-’88)

Favolosa e straniante, la Vicinelli ci invita ad entrare nel panorama multiforme e caotico di una poetica continuamente in fieri. Offrendosi come personalità frazionata, scossa da un forte sentire, come ci mostra il romanzo biografico Messmer, il pronome personale «io», di questa poetessa o poeta, passa continuamente dalla prima alla seconda e terza persona, che sia plurale o singolare. Attraverso la propria esperienza, messa a nudo, la Vicinelli ci presenta una sorta di inferno capovolto: quello degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, dove la cultura della droga e del periodo del piombo marcano il vissuto.

«vuoi venire con me amore mio disse la morte, con un accento pietoso ma lei non sentì perché il vulcano del sangue eruttato aveva occupato ogni comprensione, voleva quello, uno sbluff dentro l’anima, e dunque tiro, e inietto adagio no no, non è come per le puttane, no»

Uno sperimentalismo radicale, questo, che va verso l’ibridazione delle strutture verbo-visive, oltre che sonore grazie alle sue capacità da performer di prima piazza, tanto da impressionare a soli 23 anni il Gruppo ’63 che si riuniva al convegno di La Spezia nel 1966. Le sue poesie, definite «epicizzanti», sono manifestazione di uno stare sempre ai margini di una realtà offerta come visione violenta e dissacrante. Se la si volesse collocare sulla scia delle neoavanguardie per il pulsare ovunque sulla pagina di un significante da nonsense, in realtà, come dichiara nella poesia dedicata a Camillo Capolongo, che è poi dichiarazione di poetica, il suo sarebbe un linguaggio di tenebre:

«T’aspettavi che parlassi di linguaggio, ma parlano
di tenebre
tutti quei visi ignorati
e quelle mani perforate
dalla loro mestizia di essere state raccolte»

(Bologna, giugno 1989, in Poesie inedite)

L’epopea di una vita affrontata con carica autodistruttiva tra amori, tossicodipendenza, fughe e carcere sino alla morte per aids, si pone come necessaria condizione per una poesia che si fa mezzo di espressione del corpo: un’esperienza, quindi, da comunicare con una fisicità vocale e gestuale divisa tra forte presenza ed espropriazione dell’io.

«Contro vado

e dirimo
dirimpetto
all’abisso fornace
che singulto
da singoli avvicinarsi
avercelo condizionato nella mente
il tempo rotto
il tempo consumato
siamo a prestito
adesso»

(da Non tornerò, in Poesie disperse)

Una poesia che, affacciandosi sul baratro, si fa ricerca etica. «I grandi – dichiarava la Vicinelli in una rivista in Mongolfiera nel 1987 – hanno avuto una vita dolorosa e in qualche modo epica avendo alla base un bisogno di eticità. È verità assoluta da portare agli uomini che ne valuteranno l’autenticità (…) Solo l’energia e la forza del poeta con la lettura delle sue opere possono andare al cuore degli uomini». Su questa scia, sceglie così un itinerario poetico antinormativo, che inizia con la pubblicazione del poemetto à, a. A nel 1967 presso Lerici, e con dedica ad Emilio Villa, il suo «amico re». Patrizia Vicinelli esordisce sotto la tutela di due tra gli esponenti più radicali della poesia sperimentale: un Emilio Villa conosciuto grazie ad Adriano Spatola, in un ritrovo consueto alla bolognese osteria de’ Poeti.

entro qui con gli occhi
ve(n)do
tuTTo quelcheho – chehodaDire – (entro – ve(n)do): mi sembra ve(n)do
coME NieNte – nTe
– TE
entro – se non – entro – se non / sapESSI la vita a puntaTE – VE(N)DO –

(da à, a. A, 1967)

È una poetica che vuole continuamente mettere in discussione se stessa, scontrandosi in modo rabbioso e provocatorio contro i limiti storici e le convenzioni sociali perché «la vera poesia – scrive la Vicinelli, in una lettera a Gianni Castagnoli dal carcere di Rebibbia nel 1978

«è tutto ciò che non si conforma a codesta morale, quella che per mantenere il suo ordine, sa costruire soltanto banche, caserme, prigioni, chiese, bordelli». Una poesia che se, inizialmente vuole essere combattiva e reazionaria, procede verso un’involuzione lirica: l’esperienza viene interiorizzata in «un’oscurità da utero», e si fa scavo o sbocco ideale verso la conquista di una libertà tutta personale ed individuale. Una presa di coscienza del sé attraverso l’esempio di una ragazza libera, solitaria ed indipendente entro il clima del femminismo in affermazione in quegli anni. Di qui l’approdo alla Cenerentola, testo teatrale scritto e allestito al carcere di Rebibbia, che segue un andamento idealistico proprio della favola che si chiude in se stessa:

Noi dolcemente noi duramente
noi piano piano le bestie rompiamo
come un fanciullo ti devi trovare
quando apri gli occhi e vedi il mondo girare
con un gran balzo un salto op-là
getto la maschera e mi vedi qua
sul palcoscenico ma la realtà
il gran teatro dei morti viventi
sia pur per ora i vivi son assenti
ma noi cantiam come bambini in fasce
facciam di tutto e alla fin si rinasce.
Come vorrei e non vorrei
confondermi nel cielo col suo blu
un desiderio di felicità
la forza d’ottener la libertà
come vorrei e non vorrei..

(da Ballata n.6 a una voce, Cenerentola, 1977-78)

 Roberta Sireno 

da “Visas e altre poesie” di Vittorio Reta (1947-1977)

[Perché pubblicare su questo blog le poesie edite di Vittorio Reta, autore nato nel 1947 e morto suicida appena trentenne? La collana “Fuoriformato” delle Lettere, casa editrice per la quale è stata pubblicata l’opera di Reta, sta chiudendo: questo potrebbe essere il primo motivo, insieme alla difficile reperibilità dell’opera. Il Novecento si è concluso ma continuano dei rigurgiti “settari” e di “scontro tra poetiche”. È tutto davvero riconducibile alla dicotomia “Neoavanguardisti-Innamorati”? Tutto è davvero schematizzabile in “Novecentisti-Antinovecentisti”? È chiaro agli addetti ai lavori che questi schemi sono esclusivamente funzionali e quasi di significato meramente manualistico. Eppure ancora oggi qualcuno adotta, o si fa, inconsciamente, adottare dall’una o dall’altra linea. Troppo spesso si dimentica quanto complessa sia stata la produzione letteraria degli anni 60-70. Esperienze poetiche come quelle di Vittorio Reta e di Dario Villa, la loro “alterità” rispetto al panorama più “canonico” della letteratura italiana, il loro coagulo di neomaledettismo e di riflessione sulla morte e sulla sessualità portata alle estreme conseguenze potrebbero risemantizzare quegli anni anche tenendo conto di ciò che quel secolo ha lasciato in eredità, come materiale preesistente, alle nuove generazioni di scrittori in versi. Oggi, più che mai, a fronte di scritture variegate, frutto di sperimentazioni individuali più che di logiche di gruppo ahimé marginali, leggere questi testi “anomali” potrebbe aprire nuove prospettive di ricerca letteraria. Lo si può fare partendo da un blog: perché la fruizione “virtuale” sembra essere, nonostante la scarsa attenzione e il pregiudizio delle Accademie e degli affini, la più agevole e disponibile allo scambio ed al confronto.

l. m.]




La Shekhinua sua prigionia / cerca un esilio
i miasmi, i rospi, le grida
le avevano desolato le narici

– “con una carezza usciamo dall’infanzia” –

(è li che lascia la pagina fuggendo per essere elargita di)
sono due i due unici personaggi, allungati
—————————-“echt und unberuehrt”
perché l’altro ne è sola continuazione.




In una immagine congelata in infinità di possibili


in una immagine congelata in infinità di possibili
che la orna, ora che si può dire in luogo dell’occhio
ti ho presa e fissata sì alla cintura
—————in una infinità di possibili (né al di qua né al di là)
un taglio ti dicevo, che è stato tagliato ora,
con il messaggio che contiene (in un dialogo?)
———————tanto più che la conoscenza comporta una sanzione,
la luna di quella notte araba,
le porte della città per uscirne una volta per tutte,
come presi ancora una volta, fotografati; sai, sono anche capace di
portare avanti un contesto perché tutta l’attenzione è concentrata
nel costruirti una frase sul viso e scavarti un ritratto,
————————di dopo,
tornato in superficie dalla metro
e ti menziono, cioè
viene svelato il richiamo delle parole come quella volta
—————–davanti a paia di indumenti spaiati
credo proprio in un negozietto della medina di Tangeri
proprio prima che scoppiasse l’impianto della luce, cioè
cioè in una sincronia di sistemi comuni, cioè
proprio davanti a quella A col cerchio intorno, a metà scalinata
————————————-di piazza di spagna,
l’albero, la flora credo
nell’attimo che mi lacrimava un occhio, cioè
quando tesi una mano tra una parte e l’altra della scapola
e voltata mi dicesti: non mi toccare
che ti dico guarda stupida che mi lacrimano tutti e due gli occhi e che
non riesci a passare nemmeno con dieci cortei di gauchisti se
parti da un indice, un simbolo di passioni questo può essere
caldo bizzarro pudico e (non descritto)
accidenti! È un protocollo di rivelazioni e
te lo dico sai in una sorta di lingua franca, uno Sqaili un Wolof
proprio adatta alle ripetizioni, che ti scavo un ritratto
tornato in superficie dalla metro,
dal letto dell’El Wedad
in Rue Kadi, se puoi cadi,
————-se proprio vuoi
negli itinerari regolari riceverai dei nomi fino alla cintura e
se così fosse magari fino alla fine.




Se non avessi fatto a pezzi il tuo sorriso


se non avessi fatto a pezzi il tuo sorriso
scomponendolo in particelle meteorologiche
per scandagliare i fondi—-che ci separano
————————-paradigma scomparso dai vocabolari nell’
e ancora invento un nome – stacco – scomparso?
I brandelli del tuo vestito di velluto rosso bandiera
– quando mi sono chinato e alzato quattro volte per abbracciarti
se sono crollati dietro come – in una gigantografia miserabile
che se appena facevo in tempo a farti voltare con un verso,
———————————————-ti vedevo,
sì, cadi giù ora fra gli intervalli
———scivola via come se dicessi te lo ordino, fra le parole crociate,
palpando i muri come se fossero le tue ossa
————————————di quella città infernale
dimenticati i sogni,
—-ti ho frapposto spazi fra i narcisi che comperasti
quella mattina al grand socco, cadendo in silenzio.




Il cromosoma della violenza è ultra fluorescente invece


il cromosoma della violenza è ultra fluorescente invece
decifrando una nebbia di equinozi nei planetari
muovendomi con la probabilità degli encefalogrammi diventati cine
resisto in agguato mi immagino dietro la pietra lanciata il nostro
————————————————————embrione
senza respirare, dietro agli occhi un problema di dosaggi
mi programmo il condizionamento della fascia satellite
——————————————della molecola della vita
il cromosoma della violenza è un capitolo dell’avventura
che contiene la filosofia dei vaccini
al di là dell’immunizzazione permanente
delle malattie metaboliche, la rivoluzione è

(forse ho già vissuto nel tuo corpo, con la testa rivoltata come un polipo)

saboto le urla che si accendono come luminose
intermittenti sulla parola FINE
forse i valori della specie potranno essere accresciutu
si potrà
—————————-pensare a commissionarci la fascia
—————————-naturale chiamata DNA satellite
lasciare sospeso
il gesto applicato
e perde il suo sangue
—————la città è qui male illuminata, in disordine,
(ti immagino dimora del fuoco, decifro nel buio i punti grigi l’imboccatura
della tua silhouette)
Perché piangi?
È l’afa dei lacrimogeni, a seconda di come li porta il vento,
accantoni l’infanzia quando occupi una città,
i cromosomi della violenza, come li porta il vento,
i piedi affondano nei tappeti, in un tappeto pelvico strappano
vedi, il tuo gesto alla finestra, che alza il braccio mima un gesto
compiuto prima a 500 m di distanza quando una mano ha raccolto una pietra
perciò hai il volto ricoperto di mappe epiteliali
ti si sono stampate addosso le impronte digitali di una immensa circolarità

ecco, ora asciugati, senza male le radici
———————————-aspetta un poco
————————————————-una scarica motoria
————————————————-che faccia rifluire l’eccitazione

prima che venga toccato il punto zero
ecco, vedi, abito questo episodio al punto di non poterlo descrivere
seguendo una curva, piano, di spalle prima che venga toccato il punto zero
molte volte si contrae la muscolatura liscia

l’afa dei lacrimogeni, la biologia di una lacrima,

quel movimento in cui si è trascinati via,
guarda sta per finire
per raddoppiare la parola che ha provocato
guarda, vedi, forse, sanguino.




*


Ci avevo messo due anni e forse più, sono andato persino alla
Guardia per ottenere il favore, per non so che cosa, non si sa
ancora, aspetto che si muovano le domande che mi faccio come [vasi/versi
ch?] come protocolli aspettano negli archivi del Comune e una
cosa che devo avere all’anagrafe forse un foglio.
Come la fabbrica di Carignano è la mia vita e voi non mi assomi-
gliate e questo non è scritto nei papiri. Non ho più fatto neanche
al Comune, a volte mi sembra l’ora di finirla fino in fondo:
chiudere come una vita in fallimento con un buco nel cuore
fermato nel mondo, è forse come il tempo di scrivere una frase.
Ora lo so che aspetto erano le 20 e trenta. Dopo ventinove anni
non sono riuscito a capire che cosa ho aspettato a fare tutto
questo tempo una risposta al Comune: era perché appena appena
respiravo quella sera.

Tutti i testi sono tratti da: V. Reta, Visas e altre poesie, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, Le Lettere, Firenze 2006.