Cattiverìa

Orazio Labbate – Lo Scuru

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Orazio Labbate – Lo Scuru – Tunué edizioni – € 9,90

La luna era piena. Il vento grevemente faceva sgusciare via, da dei paletti rugginosi infissi alla collina gialla, bottiglie di ammoniaca bucate che sembravano, nell’immaginazione del ragazzo, appiattite, e stese, come la nonna sul tavolo dell’obitorio. Ingoiò la fantasia. Poi diede un colpo al pomo d’Adamo e scurdò.
Butera era vuota, la piazza moriva pirciàta dalla palizzata nera dei tronchi. Scinniu dà màchina, solo davanti all’unico albero di bifira, misurava le vanedde chiaroscurali che lo allontanavano da Via Archimede e quindi dalla morte.

Torna la lingua siciliana, torna a sorprendermi e a conquistarmi, così come più volte è accaduto nel tempo. Così come nel 2013 è accaduto col meraviglioso Cattiverìa (Perdisa Pop) di Rosario Palazzolo. Torna dolce e cattiva. Torna delicata e pungente. Torna con la forza viva che fa la parola quando suona. Torna nel primo romanzo di Orazio Labbate Lo Scuru. Labbate è molto giovane, e per questo l’uso che fa del siciliano è molto interessante. Per mano di un ragazzo quello che è radicato nella tradizione più lontana diventa cosa attuale, o torna a esserlo. Lì dove la parola antica cammina al fianco di quella nuova, dove il dialetto si mischia all’italiano creando una terza lingua, nasce la storia, quella che a noi deve arrivare. Una lingua nuova.

Un uomo anziano dalla lontana Virginia, sentendo la morte vicina, un uomo che ha da pochi giorni seppellito l’amata moglie, racconta la sua storia, la sua storia lontana, quella della Sicilia. L’uomo si chiama Razziddu Buscemi. La Sicilia, terra aspra e dura. La Sicilia delle campagne e dei pescatori. La Sicilia misteriosa delle leggende. Il luogo dove la religione e la stregoneria si confondono, fino a sovrapporsi. Chi è il mago e chi è il prete? Chi è il diavolo e chi è lo stregone? Dov’è l’innocenza di un bambino? La purezza, la santità? Il protagonista cresce senza padre con la madre e la nonna. Quest’ultima lo ossessiona, lo impaurisce con le sue superstizioni, tra esorcismi e diavolerie. Tra queste, la più grave: Razziddu è nato impuro, fuori da una relazione ordinaria, frutto di una “ficcata”, è sporco, senza speranza. Non lo salverà fare il chierichetto, anzi la Chiesa sarà più condanna che salvezza. Il dialetto siciliano è più cattivo che mai, è ingiurioso, è terribile. Se si prova a leggere qualche frase ad alta voce si rischia di sentire il sapore del sangue o del sale tra i denti. C’è poi lo Scuru, una figura (o un’ombra, o una minaccia) che nei ricordi del ragazzo oscilla continuamente (così lo immaginiamo) tra l’essere la quarta presenza della Trinità o lo scarto di questa, tra l’essere il demonio o un’assurda magia nera. Ma il dialetto vibra come il vento e nel racconto si rimodella di continuo: Fede o Stregoneria?

Comparirà il mago, amico del padre, in un primo momento guida, perché ha visto, perché ha conosciuto il padre di Razziddu, perché sa parlare davanti al fuoco; poi disprezzato perché non c’è verità dove la superstizione domina. E dove la superstizione vince resiste solo la paura. La paura sarà voglia di scappare, voglia di morire. Un tentativo di suicidio è descritto in una scena che ha forza di temporale. Poi c’è lei, Rosa, l’amata. Rosa che conosce l’altro siciliano, quello dolce, quello che sa incantare, che sa raccontare le stelle anche nella notte più scura. E quindi il padre di Razziddu. L’uomo che pescava gli africani in mare, gesti che al tempo erano ordinari, stavano nelle cose, come il pescare. Erano atti che un uomo su una barca di notte sapeva di dover fare.

L’ossessione dello Scuru, della morte, della tragedia, il dubbio che l’amore non possa bastare a garantire la salvezza, come fuggirà Razziddu da tutto questo? Servirà un gesto che dovrà avere la stessa forza della superstizione, qualcosa che scacci il peso dal petto, qualcosa che liberi e cancelli e regali un’altra parte di mondo. Un mondo dove i funerali diventino racconto e non tormento, un mondo in cui, con l’anima in pace, lo Scuru si trasformi in un’immagine, acqua che evapori, fuoco che si spenga.

Gli scarichi delle grondaie borbottavano al muro di fùmu verso Gela; il tragitto, il ragazzo lo avrebbe percorso da solo. Da quasi adulto a uomo, d’un colpo, in un breve viaggio, tintu, solo iddu e gli spaventapasseri della piana. Sulu lui e la raggia che si gonfiava come una stella nata da picca.

© Gianni Montieri

Rosario Palazzolo – Cattiverìa

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Rosario Palazzolo – Cattiverìa – Perdisa Pop 2013 – euro 16,00 -ebook 6,99

Ci sono storie che non possono essere recensite come si farebbe per un qualsiasi romanzo o libro che segua determinati canoni. Queste storie vanno raccontate ma non spiegate e, per farlo, bisogna partire dalla parte più nascosta, da dietro il nero dell’inchiostro. È il caso di Cattiverìa di Rosario Palazzolo: un racconto cupissimo ma non cupo, terribile ma mai orribile, tremendo ma anche divertente. Giocoso e devastante. Un racconto che comincia così: «perché io mi sono fatta tutto il quadro della questione come a un piero angelo stampato, e perciò, tu, ora, per farti il favore, ascolta il consiglio mio: immaginati la migliore storia in cui non si fa altro che morire, sforzati, fai un respiro lungo lungo e riempiti la bocca di tutta l’acquolina che puoi, riempitela sulla fiducia, perché io ti prometto che sarà una storia per come la vuoi tu, la mia, una di quelle con tutto il bene che finisce male e la sofferenza del cane e la speranza del cacio e la faccia bianca di sticchio e il cuore tutto sanguinato e niente, proprio nisba, che ti sembrerà fuori posto.» La storia che Palazzolo scrive è quella di una famiglia siciliana, famiglia che potrebbe essere come tante solo che non lo è. Gli eventi, il “Caso” Pirandelliano, andranno a determinarne le vicende e le sventure. Ma in questa che non è una recensione, non diremo quali siano i personaggi sulla scena, né chi entrerà prima né chi entrerà dopo. Il lettore dovrà distinguerli a poco a poco, a rischio di confonderli ogni tanto. Le voci narranti, in questo diario collettivo, si alternano, si sovrappongono, usando una lingua sgrammaticata e splendida. Una lingua che viene dal dialetto, dall’italiano e dalla fantasia dell’autore. Uno scrittore che inventa una lingua ha già fatto qualcosa in più. Di cosa parla Cattiverìa?  Di come una rinuncia possa segnare un’esistenza e condizionarne altre. Di come il chiudere gli occhi sul disagio, per via di un’antica educazione al riserbo e per amore, possa essere l’innesco della sciagura. Di come la follia possa essere raccontata da dentro, dal folle che non sa di esserlo. La follia che prima di essere follia è mille altre cose: timidezza, solitudine, gioco, fantasia, passione, amicizia, tormento, sofferenza, confusione, sovrapposizione, scambio, urla, terrore, calma e ancora terrore, poi di nuovo calma. Follia talmente annidata, talmente precisa da sembrare ragione. Follia indotta dall’abuso, dall’amore. È un libro su un inferno domestico che monta lentamente, con il sottofondo televisivo di “Sentieri” di “Mike Bongiorno”, con l’icona Pippo Baudo a Sanremo: invocato, sognato e, infine, quasi toccato. La televisione conta in questo romanzo ma l’autore non ce la scaraventa addosso, la mette lì a far da rumore di fondo alle conversazioni. Oppure, a volume alzato, a far da separatore tra famiglia e resto del mondo. Tra orrore privato e dominio pubblico. Cattiverìa è una parola con l’accento sbagliato ma è la parola giusta, perché in questo libro la cattiveria vera non c’è, almeno non come viene normalmente concepita. Cattiverìa è qualcosa che esplode ma è vertice di tentativi sbagliati di fare la cosa giusta. Di essere buoni per se stessi o per qualcuno. Questo è un bellissimo romanzo, teatro dell’assurdo è una casa. Una famiglia. Personaggi, figure magiche, protagonisti di cartoni animati, incatenano fino all’ultima parola di un libro che non si vorrebbe smettere. Gli attori in scena hanno un aspetto fisico e hanno dei nomi ma non li diremo qua. Non è questo che conta. Palazzolo quando ha pensato a questo libro avrà avuto in mente tante cose ma soprattutto  una: «per prima di iniziare una qualsiasissima storiella, uno, nell’immediatamente, dentro la testa sua, si deve figurare del tipo un calendario e in uno sbaffo sgranarsi i fatti che davvero sono contati qualcosa e poi deve pigliare quei fatti, uno a uno, e farci il punto e la virgola e l’accento sulla i, deve spulciarseli a trecento gradi, che non è che può cantare il rosario di tutti gli starnuti, mica può scassarci con ogni arraspamento di coscia […].»

© Gianni Montieri

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Interviste credibili # 11 – Rosario Palazzolo

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Ciao Rosario, intanto ho appena scoperto che hai un anno in meno di me, cosa inaccettabile, comunque andiamo avanti, l’ho scritto solo per fare un po’ di teatro. A proposito tu fai teatro o “teatro”?

Mannaggia, Montieri, sapevo che avresti iniziato così. Né l’uno né l’altro, comunque. Io faccio le virgolette, solitamente, solo quelle. Le apro e le chiudo. Non manco di perizia, però, e nemmeno di una certa dose di ostentazione. Del resto, come sanno bene coloro che mi conoscono, fra etica e estetica non faccio distinzioni. A ben vedere, l’una è sempre la determinazione dell’altra. Il problema è che imperversa il mal vedere, oggigiorno.

In merito all’età, mettiamola così: il mio anno in meno si vede tutto, così come il tuo in più.

Dimmi qualcosa di Palermo (la tua città) che la gente non conosca già come suggerimento turistico o banalità giornalistica.

Non m’intendo per nulla di Palermo, è risaputo. Figurati che spesso mi perdo. Allora, metto un cappello,  m’avvicino a qualcuno e, con voce estera come so solo io, chiedo Pardon, dove si trova la via tale? – il pardon funziona una meraviglia, sempre – e attendo la risposta dell’indigeno col sorriso stampato, e pure lui sorride nel mentre che risponde, e sorrido ancora, io, fingendo di non comprendere qualche parola, e lui sorride e gesticola e fa dei lunghi no con la testa, se è il caso, o dei sì, e infine dico Grazie, sorridendo, a lui che sorride, prima di andare via.

Ecco, se proprio vuoi sapere qualcosa su Palermo, posso dirti che è una cittadina sorridente assai.

I soliti bene informati dicono che tu sia un cuoco sopraffino, hai qualcosa da dire in tua difesa?

No. E loro?

Ora ti chiederò cose che potrebbero sembrare banali, ma per uno come me, che conosce il teatro solo da appassionato, possono risultare domande lecite: come si sta su un palco? Come ci si muove e come non ci si muove? Un respiro trattenuto, un gesto, contano quanto una battuta?

In teatro credo esistano regole precise, dentro le mie virgolette no.

Tra le tue opere teatrali mi incuriosisce molto “La trilugia dell’impossibilità”. Mi racconti, in breve, la genesi di questo lavoro?

In breve è una parola.

La trilugia dell’impossibilità è fondamentalmente un mio cruccio, una croce. Un’analisi in quattro atti, per il momento, perché ciò che è impossibile non può essere concretizzato in qualcosa di finito. Nasce nel 2007 con lo spettacolo Ouminicch’, che diceva – e dice – dell’impossibilità della scelta. Da allora è stato un continuo impossibilitare: la verità, l’essere, la speranza, in una sorta di percorso impercorribile ma comunque opportuno, perché ritengo che non sia necessario che a ogni bivio corrisponda un’uscita, a ogni ciambella un buco. Il tutto, in una lingua vivida, un palermitano violento e realistico che non fa sconti di sorta, verosimile eppure allucinato. Perché la lingua della trilugia è una lingua che va estrapolata, affinché un idioma non diventi un territorio. Credo sia questa la maggiore innovazione. E oggi l’innovazione è spesso solamente formale, psichedelica, confusionaria. Nasce dall’esigenza di sorprendere lo spettatore. Il lavoro che tento con la trilugia se ne frega dello spettatore, non prova ad affascinarlo, a compiacerlo, non gli sussurra continuamente Abbracciamoci, amico mio, apparteniamo alla medesima categoria, quella dei giusti. È invece una fatica mia e dei miei attori, che certo ha anche bisogno di essere comunicata a qualcuno, ma solo affinché fatichi pure lui, almeno quanto noi.

“I tempi stanno per cambiare” è figlia della tua collaborazione (termine di certo riduttivo) con Luigi Bernardi, com’è lavorare a quattro mani? E, soprattutto, com’è lavorare con uno scrittore del livello e dal carattere forte come Bernardi?

Lavorare a quattro mani è molto complicato, vogliono tutte avere la meglio. Ma con Luigi è stata una risata continua. La nostra amicizia, profonda, piena di affetto, coccole e carillon, credo si sia consolidata proprio grazie a I tempi stanno per cambiare. In più, facemmo insieme anche la regia, lavorammo entrambi a stretto contatto con il compositore, lo scenografo, discutemmo a lungo con gli attori. In merito alla difficoltà di lavorare con uno del suo livello e del suo carattere, ti racconto un aneddoto. Quando riunii la compagnia e dissi di questa collaborazione, del testo che forse ne sarebbe venuto, del lavoro che ci attendeva, erano tutti basiti. Non conoscevano Luigi e, in cuor loro – glielo potevo leggere negli occhi – temevano per lui.

Che musica ascolti?

Solo quella che capisco.

Il più grande autore di teatro, per te, chi è?

Tolti i presenti, parecchi.

Tu tieni dei laboratori di teatro, qual è l’incipit dei tuoi corsi?

Questo laboratorio è legato indissolubilmente al fato. A lui dovremmo sottometterci affinché ogni cosa vada nel verso in cui ci auguriamo. Ovviamente il fato sono io, signore e signori.

Cos’è Cattiverìa?

Una parola inusuale, che sa di spostamento. Una parola bella, secondo me, molto musicale. Ed è anche il titolo del mio prossimo romanzo che uscirà ad aprile sempre per Perdisa Pop. E sarà il mio romanzo più bello, il più maturo, il più doloroso, il più che ti pare a te. Del resto, è pratica comune fra gli scrittori: nel romanzo che sta per uscire deve esserci sempre qualcosa in più a garantire che ci sia qualcosa in più rispetto ai romanzi precedenti. Per quanto mi riguarda, è stato il solito maledetto divertimento.

Ora faccio lo stronzo: Leggi Poesia?
E io rispondo da stronzo: no. Bisogna farsi mancare qualcosa, nella vita.

Ora lo rifaccio: Cosa cambia ( se qualcosa cambia) tra la scrittura per il teatro e la scrittura di un romanzo?

La scrittura teatrale è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un pubblico che cambia ogni volta. La scrittura narrativa è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un lettore che cambia ogni volta.

Devo assolutamente tornare a Palermo, ma a tarda sera, dopo lo spettacolo, non pensare di portarmi al ristorante, devi cucinare tu.

Dopo ogni spettacolo sono intrattabile, la mia cucina potrebbe risultarne compromessa, e pure tu. Facciamo a pranzo, quando l’ineluttabilità la metto solo nel soffritto.

intervista di gianni montieri

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