Castelvecchi Editore

Pasquale Vitagliano, Sodoma (Nota di Anna Maria Curci)

Pasquale Vitagliano, Sodoma, Castelvecchi 2017

Un ospedale in un paese nella provincia di Bari, i suoi splendori e le sue miserie seguiti nei decenni che vanno dalla fine degli anni Settanta ai giorni nostri, attraverso le vicende che legano i personaggi principali della storia qui narrata: Felicita, ostetrica, i suoi due figli Chiara e Vito e, significativo contraltare, Eleonora e Marco, uniti dal vincolo di un matrimonio inteso, con durata e solidità a piacimento e secondo le circostanze, come consorteria d’affari.
Propongo tre vie di accesso al libro: la prima è rappresentata dal titolo, la seconda dai luoghi nei quali sono ambientate le vicende narrate e intorno ai quali esse ruotano, la terza dall’alternarsi di ascese e declini di correnti, di gruppi di interesse, di comitati d’affare.
Quanto al titolo, l’autore fornisce a chi legge una chiave di interpretazione, anzi due. Mi spiego: da una parte – e qui il titolo Sodoma si fa esplicitamente contraltare al noto Gomorra, prima libro, poi film, poi serie televisiva con tanto di gruppi d’ascolto, fan e moltiplicarsi di stagioni – ci si riferisce al malcostume radicato, sia verbale sia fuori di metafora, di fregare l’altro, il concorrente, il contendente, di ‘farsi’ qualcun altro. Dall’altro, sempre all’interno del romanzo, Pasquale Vitagliano ripercorre la pagina biblica che narra l’episodio di Sodoma e spiega che la colpa di cui gli abitanti della città si macchiano è in realtà l’offesa, l’onta, l’oltraggio della inospitalità. Questo dettaglio, tra l’altro, offre l’opportunità al narratore di additare nella figura di Vito, nel suo gesto antico di accoglienza, uno dei pochi giusti – o forse il solo giusto – e, di schiudere con lui uno spiraglio di speranza.

Vito incontrò Naji e Mhain alla mensa della Caritas. Erano due fratelli fuggiti dalla Siria di Assad, il padre però, non il figlio. Quello del Bath, alleato di Saddam. Quello comunista, o che si professava tale. Siriani in giro allora non se ne vedevano affatto. […] Dormirono nella sede del partito per cinque notti. Rispettarono l’impegno preso e nessuno seppe mai di quella ospitalità personale e, allo stesso tempo, in un modo del tutto particolare, ideologica. Non lo seppe il segretario della sezione. Non lo seppero neppure quelli della Caritas. Almeno questa Sodoma, la Sodoma di Vito si merita di non essere distrutta. (pp. 38-40) (altro…)

Pasquale Vitagliano, Sodoma (rec. di Augusto Benemeglio)

Sodoma di Pasquale Vitagliano. «Un libro con gli occhiali»

di Augusto Benemeglio

 

  1. Passione

Conosco Pasquale Vitagliano ormai da diversi anni, anche se i nostri incontri dal vivo sono stati rari, ma sempre straordinariamente interessanti, luminosi, per suo merito: è una persona assai gradevole d’aspetto, accogliente, affettuosa, ma allo stesso tempo discreta, lieve, temperata, moderata, serena, sorridente, con una apparente tranquillità di sentimenti che rifiutano ogni ansia, invidia, ambizione, o sete di potere, nonostante sia leader di “Comunità Civica” e faccia quindi politica attiva. Pur essendo meridionale (ma è un “atipico”, come spesso se ne trovano in Puglia), nessuno sospetterebbe in lui una grande “passione”, che non è mai un semplice sentimento, un umore, un capriccio, una mutabilità del temperamento, “ma una forza tremenda, che ha un’origine misteriosa, e presto diventa un destino contro il quale non è possibile rimedio, ostacolo o resistenza”. Insomma una sorta di schiavitù per la “Scrittura” e per la “Giustizia” che diventa, inevitabilmente, testimonianza e denuncia , ed è travasata in tutti i suoi libri, poesia, saggistica, narrativa, compreso l’ultimo romanzo, Sodoma (Castelvecchi editore, 2017), un libro con gli occhiali, con una sintassi vagamente proustiana. “Noi ci figuriamo che l’amore abbia come oggetto un essere che può stare coricato davanti a noi, chiuso in un corpo, ahimè!, l’amore è l’estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupati e occuperà…”.

  1. De Sade

Uno legge Sodoma e riflette su alcune cose: ad esempio, come dice Calvino, che ciascuno di noi è una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni. Che ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. Che bisognerebbe far parlare ciò che non ha parola, le rondini che “sgorgano l’una dall’altra”, l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica, invece siamo noi i primi che per parlare abbiamo bisogno di una “lingua di carta”, perché l’altra, finché potrà funzionare, avrà sempre meno da dire. Poi, il titolo del romanzo, per associazione di idee, ti porta inevitabilmente sugli scenari del  marchese de Sade, più che su quelli della Bibbia (al testo sacro fa cenno lo stesso autore), e lo immagina in una cella della Bastiglia, alla vigilia della rivoluzione francese, che riempie carta su carta di bestemmie e distruzione, (sembra voler fare il controcanto di Rousseau), ma quando quell’immenso rotolo di carta de Le 120 giornate di Sodoma diventerà una sorta di enciclopedia orrenda e raccapricciante della “mercé del sesso e del corpo” ai più potenti che ne fanno oggetto di divertimento perverso e maniacale; quando quella lingua di carta gli verrà staccata per sempre (il manoscritto non tornerà mai più in possesso del  suo autore, ma subirà numerosi passaggi di mano e varie peripezie, e sarà stampato solo 110 anni dopo la morte del marchese, avvenuta nel manicomio di Charenton-Saint Maurice, il 2 dicembre 1814), l’altra lingua non si metterà a ingoiare escrementi – come avrebbe dovuto fare – ma continuerà a parlare per bocca di altri artisti come P.P. Pasolini, che ne farà un film discusso, subito sequestrato e mai più dato in pubblico. “Nella pellicola – scrive Rossitti – il classico di De Sade è innestato all’harem di una perversione intus et in cute del potere dittatoriale della Repubblica di Salò dove il sesso, piuttosto che venire assaporato in giochi primordiali, infuoca l’anello sfinterico e l’intestino retto di un’umanità selvaggiamente progredita che riduce gli organi, la carne e il ciclo biologico a strumenti di sfruttamento oro anale”.
Ma in realtà, quali affinità ci sono tra il romanzo di Vitagliano e quanto sopra accennato? A leggere la sinossi, nulla, o quasi nulla. Si raccontano le vicende di una famiglia e di un Ospedale pugliese, dalla fine degli anni Sessanta a oggi, la sua evoluzione e il suo declino, attraverso scelte amministrative, scientifico-tecnologiche e soprattutto politiche, che lo portano ad essere negli anni Settanta-Ottanta una delle strutture più avanzate ed efficienti del Sud Italia, e non solo. E a segnarne, poi, anche il forte ridimensionamento e la degenerazione nel malaffare, con gravi ripercussioni nel tessuto economico e sociale del territorio. (altro…)