Cartoline persiane

Cartoline persiane #15

belgio

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Caro Rhédi,
mentre visitavo il Belgio ero finito in un palazzo allo sfascio e pieno di ratti. Il tizio che mi ha affittato la stanza aveva detto che mi sarei trovato bene, che da quelle parti abita solo gente della mia cultura, ma poi aveva guardato la sua collega e mi era sembrato sorridere di nascosto. Arrivai nel tardo pomeriggio, il posto non era distante dal centro ma sembrava già un altro mondo, sporcizia, negozi poveri e mezzi vuoti, bambini che giocavano per strada, uomini silenziosi. Chiedevo allora informazioni, anche superflue, come se le parole potessero proteggermi. Il mio palazzo era in mezzo a vecchi capannoni, si entrava da un portone enorme e poi si attraversava una piccola corte. In mezzo all’erba vidi una stufa elettrica abbandonata. La mia camera a un primo sguardo poteva sembrare accogliente, ma una finestra senza tende e molto in alto faceva entrare l’aria gelida da un vetro rotto. Recuperai la stufa, la portai dentro e la accesi. Il lavandino funzionava a sussulti, il letto, apparentemente in sesto, era invece un po’ sconnesso. Intorno sentivo strani rumori sordi, come di vecchi tubi. Mi era stato detto che c’erano altri inquilini nelle stanze, e così feci un giro per cercarli. Pensavo che in compagnia il posto non mi sarebbe più sembrato così inospitale, e che insomma tutti i posti nuovi in fondo lo sono, finché non ci si abitua. Ma quando cominciai il mio giro per i corridoi deserti, zuppi di umidità, vidi il primo ratto. Correva freneticamente, mi passò vicino ai piedi e scomparve dietro un angolo buio. Con le gambe che mi tremavano salii al piano di sopra, sperando che quel topo fosse solo un intruso casualmente arrivato dal cortile. Visitai alcuni spazi comuni. Capivo da molti indizi che quel palazzo un tempo era appartenuto agli uomini e non ai topi. In un piccolo soggiorno si accumulavano riviste vecchissime, calendari superati, audiocassette col nastro fuoruscito. Nella cucina, dentro le credenze, vecchie buste di pasta scaduta e roba in scatola, il frigo funzionante ma pieno di liquami e resti sparsi di cibo. Un pentolino in ebollizione annunciava una persona, che infatti arrivò quasi subito: un uomo già anziano, mi salutò cordialmente, disse qualcosa che non capii, e si mise a girare il suo pranzo quasi pronto. Cercai di sapere qualcosa in più del posto in cui mi trovavo, provando anche a scherzare sulla faccenda del topo, lui ricambiò con un sorriso demente. In quel momento mi sembrò di vedere il lampo di una coda dietro i fornelli. Uscii dalla cucina, passai dai bagni, nelle docce per terra c’erano dei saponi a metà, e pensai a quanto fosse in fondo doveroso, ancora più del normale, farsi una doccia in un palazzo dove trottavano i ratti. Continuai il giro, entrai in altre stanze aperte, una aveva un buco enorme nel soffitto, un foro di marciume da cui potevano essere penetrati gli animali. Nell’armadio si accumulavano vestiti, di uomini e donne, pellicce, pantaloni, tutto insieme, nella promiscuità che precede una fuga, o segue una tragedia. Sul pavimento c’erano piccoli escrementi, e ogni tanto un tonfo dal piano di sopra faceva quasi tremare i muri. Ormai sapevo di essermi fatto fregare, ma potevo riscattare almeno la mia stanza rispetto al resto, pulendola meglio che potevo. Per comprare il necessario mi affrettai a uscire dal palazzo, e nell’androne incontrai un altro inquilino che rientrava, questa volta molto più giovane, la pelle scura sbiancata dalla calce. Camminava a piedi nudi. Sforzai un sorriso e gli spiegai che avrei abitato per un po’ di tempo in una delle stanze. Scoppiò in una risata che sembrava la gioia delle bestie, passò oltre ed entrò nella sua camera, la prima dello stabile, subito oltre il portone. Con quella risata dentro la testa, uscii quasi di corsa. Il sole accendeva a grande distanza il canale, e più lontano si vedeva il centro, i suoi enormi palazzi, le impalcature. Mi sentivo a distanza infinita da ogni possibile decenza, e dalla sicurezza. C’era ancora luce quando entrai in un piccolo negozio e acquistai saponi, guanti, qualche mandarino, e del pane. Il negoziante mi guardò con aria rancorosa. Alcuni bambini al tramonto continuavano a giocare con una lattina. Sparito il sole, tutto sembrò diventare ancora più insensato e minaccioso. In pochi minuti si era fatto buio, e rientrando vidi due uomini sotto un lampione che prendevano a calci un’auto posteggiata. Accelerai il passo, fingendo di non aver visto, o che fosse tutto normale per me. Spinsi di nuovo l’enorme portone e il palazzo mi inghiottì una seconda volta.
Prima di tornare nella mia camera bussai alla stanza dell’inquilino giovane, con una fiducia ostinata e quasi magica. Quando aprì la porta gli dissi che avevo comprato dei frutti e mi faceva piacere offrirgliene qualcuno, guardai la sua espressione assonnata, e poi la mano che accettava il regalo. Provai a chiedergli qualcosa sui topi, ma a metà della frase mi accorsi che dietro di lui la stanza era simile a una discarica, che tutti i vestiti erano in terra, e poi cumuli di altra roba, spazzatura e cianfrusaglie illuminate dal biancheggiare della televisione. Probabilmente cambiai espressione, perché anche lui cambiò la sua, gli occhi sembrarono allargarsi e palpitare. Vergognandomi di avere violato il suo diritto a una lercia intimità salutai e andai via. Arrivato in camera, pensando che il mio vicino volesse ricambiare la visita, tentai immediatamente di chiudere la porta, ma scoprii che delle due chiavi (la più grande apriva il portone d’ingresso) quella apparentemente destinata alla stanza non corrispondeva alla serratura. Il pensiero di passare la notte senza possibilità di chiudermi dentro mi confuse al punto che provai a bloccare la maniglia in ogni modo, senza che nessun modo fosse quello giusto. Ma così passò del tempo, e verso le tre o le quattro, quando il buio della finestra sembrava quasi volere entrare, sentii dei rumori che arrivavano dalla porta a vetri della corte, che dava sul mio corridoio. Mi affacciai dalla stanza e vidi l’ombra di un uomo che armeggiava con una tenaglia intorno al chiavistello, per forzarlo o ripararlo. In mezzo al terrore mi venne anche da ridere. Con la stessa fiducia ostinata e magica di prima, invece di nascondermi gli andai incontro e salutai. Mi urlò qualcosa, violentemente, sorpreso a sua volta dalla mia presenza nel palazzo, gli spiegai in fretta cosa facevo lì, e infine pronunciai finalmente la frase che da molte ore avevo pronta: “Monsieur, nel palazzo c’è qualche ratto”. Con un gorgoglio dal sottosuolo rispose solamente: “Ah sì, è pieno”. A quel punto volli insistere: “Ma questo non è normale!”. E lui, già dandomi le spalle, seppellì così la mia rivendicazione: “Pff, io me ne fotto”. E si rinchiuse dentro la sua stanza, che era in fondo al corridoio. Lasciò dietro di sé una scia di alcol e fetore che ancora adesso non mi lascia. Per la prima volta nella mia vita ero felice di essere stato ignorato, così rientrai in camera e provai perfino a dormire. Lasciai la valigia davanti alla porta e mi coprii sovrapponendo più strati, comprese alcune coperte che avevo trovato nell’armadio. Ma il freddo non cessò mai e il sonno non diventò mai sonno, quel dormiveglia pieno di brividi venne presto disturbato dalla prima luce, e dal rumore dei topi che sembravano così tanti e vicini da rosicchiare il mio letto, tutto il palazzo, l’universo intero.
Quando mi svegliai definitivamente, ed era già giorno, mi lavai la faccia, presi il bagaglio e scappai. Fuori della stanza incrociai un ultimo ratto, che mi sembrò perfino bello. Uscito dal portone mi sentivo già quasi in salvo, girato l’angolo lo ero definitivamente. Mi fermai così davanti a una vetrina di dolci, che era molto diversa dalle altre vetrine, una strana pausa nello squallore. Entrai per comprare dei dolci al miele, una donna dal fazzoletto colorato mi sorrise per prima. Andai a prendere il treno sotterraneo che mi avrebbe portato via da quelle strade e da quei palazzi, provando un momentaneo senso di invulnerabilità. Aprii il sacchetto e guardai i miei dolci, con una fiducia ostinata e quasi magica.

@Andrea Accardi

Cartoline persiane#13

candela

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Caro Rhédi,

mi è capitato a volte di andare ai reading di poesia.

Ho visto qualcuno che leggeva in una penombra di candele, con voce strozzata, parlando di penetrazioni tristi e orgasmi disperati (qualcun altro, di nascosto, eccitarsi).

Ho visto poeti e poetesse vestiti di nero, perché la vita è dolore, il mondo un baratro, e comunque il nero smagrisce.

Ho visto qualcuno parlare dell’oceano e dell’amore, del candore dei bambini, degli aquiloni. E non vergognarsi nemmeno un secondo.

Ho visto qualcuno parlare lo sa solo lui di cosa, perché meno ci si fa capire e più si è intelligenti.

Ho visto qualcuno che cercava il Senso, ma vai a trovarlo con ‘sto disordine.

Ho visto gente che sapeva perfettamente cos’è la poesia, e fondava per questo una religione, mentre altri facevano lo stesso, e nascevano le guerre di religione.

Ho visto gente scrivere per riuscire a scopare.

Ho visto alcuni in mezzo al pubblico che ridevano sotto i baffi, perché “io non scrivo poesie, ma se le scrivessi certo sarebbero meglio di ‘sta merda”. Ho visto com’è facile sentirsi superiori se si resta dall’altra parte.

Ho visto altri in mezzo al pubblico che avevano lo sguardo assorto e trasognato, tipo svegliami quand’è finita così posso applaudire oh che serata sì ieri sono andato/a a una lettura di poesia ma scherzi caro/a per me l’arte è indispensabile vissi d’arte vissi d’amore.

Ho visto poeti che parlavano ma non ascoltavano.

Ho visto poeti tramutarsi in profeti.

Ho visto poeti diventare minacciosi perché a qualcuno non era piaciuto un loro verso. Ho visto specchi graffiati, uno sterminato campo di narcisi feriti.

Ho visto poeti incazzarsi per niente. Se la poesia ti fa incazzare diventa niente.

Ho visto poeti molto bravi, che leggevano nel modo giusto, senza gonfiarsi il petto, ma facendo caso alle parole.

Ho visto poeti che sembravano dei cretini.

Ho visto a volte l’imbarazzo di chi leggeva, e mi è passata ogni malizia.

Ho visto avverarsi il quarto d’ora di celebrità per tutti, anche se chiamarla celebrità forse è un po’ troppo.

Ho visto qualcuno fare una domanda di un quarto d’ora al poeta di turno, e mentre quello rispondeva andarsene.

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@Andrea Accardi

Cartoline persiane#12

centrali eoliche - Copie

Caro Rhédi,

mi sono trovato vicino ai vigneti all’ora del tramonto. All’improvviso è sbucato dalle spalle di un rudere un vecchio di queste parti. Mi ha rivolto un sorriso pieno di quattro denti. Si è seduto e ha cominciato a pulirsi le scarpe dal fango, usando un coltello da cucina. A un tratto, come se le avesse viste per la prima volta, si è girato stupito verso delle enormi pale a vento che sovrastavano il paesaggio. Il suo sguardo si è indurito, e ha cominciato a tirare pietre che ricadevano poco distante, e ancora lontanissimo da quei giganti d’aria. Se ne è andato sconsolato, biascicando bestemmie, o preghiere. Sono rimasto da solo con quelle strane presenze, che sembravano avere incantato la campagna.

Ho provato anche io a tirare qualcosa, inutilmente, colpendo invece un albero di nespole e stroncando alcuni frutti. Mi sono fermato. Adesso che il vecchio se n’era andato, ho cominciato a distinguere l’enorme ronzio delle pale. Sembrava separarmi dal cuore duro della terra. Le cose rimanevano come inspiegabili ed estranee, dall’altra parte del silenzio, gli alberi il pozzo il rudere il fango le vigne. Tutto era grigio tranne alcuni grappoli di uva scura. Un gatto, o una volpe, è passato rapido come una lucertola, senza rumore tranne il fruscio. Anche questo mi è parso senza senso. Se non fosse stato per il ronzio, avrei dubitato dell’esistenza di tutto, anche della mia. Ho pensato che il vecchio si era sbagliato, che quei giganti non erano nemici, ma che lottavano segretamente per noi contro un mistero insopportabile. Si erano installati in quella parte del mondo dove non arrivano le nostre pietre.

Sono andato via senza girarmi.

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@Andrea Accardi

Cartoline persiane#11

 

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Caro Rhédi,

alla fine mi hanno coinvolto in una partita di calcetto. Dal momento che ero l’ultimo arrivato, mi hanno messo in porta. E dal momento che non avevo un completo adatto, ho giocato in pigiama. La mia squadra era molto più forte dell’altra, e per questo ho passato buona parte della partita con le mani in mano. Guardandomi intorno ho notato che il campetto era circondato da palazzoni popolari. Ho osservato uno per uno i vestiti stesi e i vasi di fiori sui balconi. Una signora mi fissava da una persiana, e appena le ho sorriso ha chiuso. Sopra il tetto di una casa più bassa un gruppo di operai rumeni lavorava cantando. Al di sopra delle antenne un bastimento di nuvole si allontanava velocissimo, fino a uscire dalla città.

Le periferie si assomigliano tutte. “Io qui ci sono già stato” è un tipico pensiero da periferia. Immagina adesso che non esista separazione, ma che le città si tocchino ai margini, confluendo l’una nell’altra. Immagina le macchine che gettano rifiuti ai bordi delle strade di raccordo. Oppure un grande supermercato dove fanno la spesa abitanti di città diverse. Perché se tutto è continuo e senza interruzione dovremmo passare da una periferia all’altra senza nemmeno accorgercene. Sulla sommità dei cavalcavia di sera potremmo rendercene conto all’improvviso, vedendo dove le luci non finiscono. Oppure in una passeggiata domenicale (ma nelle periferie è sempre domenica) immagina di perderti e vagare tra gli spiazzi, senza neanche sapere l’ora, chiedendoti se la luce triste da cui eri partito sia la stessa in cui sei arrivato. Immagina di domandare al primo vecchio che capita: “Scusi ma questa che città è?”. Immagina di non poterne uscire più.

 

Cartoline persiane#3 – di Andrea Accardi

pisa1

Caro Rhédi,

l’ultima volta che ti ho scritto avevo avuto un disguido con un gruppo di sacerdoti verdi. Scappando via, sono arrivato in pochi giorni a Pisa, una delle quattro Repubbliche marinare. In realtà il mare è distante alcuni chilometri, ma nelle giornate di vento l’odore del sale rimonta il fiume che taglia la città, e ti prende nostalgia di una qualche spiaggia. Proprio della nostalgia volevo parlarti, Rhédi. Ti capita mai viaggiando di immaginare come sarebbe la vita in un posto che non è il tuo? Io qui ho sentito che potrei forse viverci, non so perché. Sarà che arrivando di sera ho incrociato un grande bazar, che la scritta illuminata “COOP” faceva sembrare uno strano minareto. Sarà che in una piazza circondata da alberi ho sentito tamburi lontani, come quelli che annunciano guerra, e invece dichiaravano pace. Sai quella nostra antica credenza nell’anima multipla? Dice che non siamo mai soltanto uno, ma tanti quanti sono i nostri desideri. Come se guardando la nostra ombra sul muro, noi andassimo via, e quella rimanesse per sempre lì.

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