Cartografie

Singoli plurali di Viola Amarelli. Nota di Claudia Iandolo

singoli plurali

rischio, ebbrezza, la sfida. pulsare di ritmo. il tuffo, la moto, l’aliante, l’arrampicata, in solitaria, in verticale, possibilmente, liscia. ne stiamo lontani. cauti. il pericolo. poi sì, alcuni ci sguazzano. lo cercano. emozioni, altrimenti non sei vivo, sostengono. non prendi l’apice, il climax. onestamente: prendeteli voi. noi sopravviviamo. attenti ai gradini, ai temporali, ai facciamolo strano. facciamolo normale. quieti. nei grandi numeri a sopravvivere poi siamo noi. al massimo possiamo lasciarvi una prece, un pensiero gentile ma, no, non ci convincete. pericolo. occorre guardarsi, pararsi. sopra ogni cosa: defilarsi. evitare il contatto e il contagio. preservare le vene, i polmoni, le gambe. sfilarsi. con grazia cortese. preferirei di no. che è il nocciolo. a rifletterci, vicini al cuore selvaggio siamo più noi. ne conosciamo i risvolti, l’acre e l’inutile. voi vi illudete. di dover dimostrare. qualcosa a voi stessi. una sciocchezza ma come dirvelo?  possiamo agitare le bandierine, appenderci ai vostri passi, ostacolarvi ma non salvarvi. purtroppo. viviamo nel panico. costante. e realissimo. prima o poi l’aereo cade, la macchina sbanda, la neoplasia avanza. per tutti arriva il tradimento della vita. estote parati. non che serva ma i martiri no, i martiri inutili, ovviamente. poi sì, capita, persino a noi. ma abbiamo fatto il possibile. respirato quieti. e attenti. e presenti. sfide. ci siamo, e pare − è − gran cosa. emozione. la lagrima di quando bambini. basta. è sin troppo. a ricordarla, se ci riuscite. se vi sentite. vivi. lucenti. (Viola Amarelli, Singoli plurali, Terra d’ulivi edizioni, 2016)

La barbarie della modernità

Un granello di sabbia, più un granello di sabbia e così di seguito non fanno un mucchio, eppure i mucchi di sabbia esistono. Ma quando il singolo granello diventa mucchio? È intorno al celebre paradosso del “sorite” (dal greco soros, mucchio), attribuito al filosofo Eubolide di Mileto, che ruota Singoli Plurali di Viola Amarelli, Terra d’ulivi edizioni 2016. Si tratta di un’opera onirica, visionaria che s’interroga sulla modernità attraverso il racconto di un nuovo medioevo bloccato nell’hic et nunc di una modernità feroce ed asfissiante all’interno della quale sopravvive a stento un “noi” indistinto che si fatica a chiamare umanità. Tutto è crollato, imploso, la parola progetto è finita all’ammasso insieme ai sogni, alle speranze individuali: «cancelliamo la parola progetto, la consegniamo all’ammasso, al rimosso – pudore del sospetto.» Le folle, i numeri, i mucchi, i cori, le processioni procedono per branco, per gregge, destinati infine allo stesso identico macello che è l’unica meta possibile in un universo che ha perduto il centro o qualunque altra possibilità di riferimento. Perfino Dio è scomparso, al suo posto un ineffabile Maestro di Cerimonia è Custode del cambiamento, quale non è dato sapere. Il Disastro più che indicare, come suggerisce l’etimo, la cattiva stella, si configura come assenza teleologica, bruciante e terribile. La mancanza di stelle (il de-siderio, appunto) è icasticamente rappresentata dall’autrice che scrive: «evoluzione dei desideri: dal governo del mondo a un materasso comodo.» Il disfacimento è totale e interessa, ossessivamente, anche i corpi ridotti ad un ammasso di cellule ingovernabili: «siamo. donne. Squilliamo smalti, mestrui, lattanti. subiamo morti. oltre. siamo. maschi. di penduli astucci l’onere e il carco. subiamo morti.» Il pianeta esausto, sfinito, sarà riconsegnato al silenzio e forse alla vita quando tutto sparirà nel multiverso in un dentro/fuori che è possibile solo immaginare o sperare. La prosa poetica di Viola Amarelli utilizza gli espedienti tipici del “non finito”, secondo la definizione di Elisa Tonani, a cominciare dall’abolizione della maiuscola dopo il punto fermo. Il dettato è un continuum sfrangiato e frammentario all’interno del quale si disperde qualunque tentativo di rintracciare confini di tempo e spazio a rappresentare una realtà anch’essa inafferrabile se non per evocazione. Una scrittura potente e musicale che non lascia nulla al caso per un libro di rara intensità.

 

© Claudia Iandolo

 

L’ambasciatrice, Viola Amarelli

l'ambasciatrice

Quando leggo le poesie di Viola Amarelli mi ritorna in mente sempre quella frase di Iosif Brodskij in cui sostiene che la poesia è una forma di accelerazione mentale. Se questa affermazione è vera per il processo poetico in generale, è del tutto evidente nei versi della Amarelli; essi si pongono enigmaticamente nella loro visionarietà asciutta e spietata di fronte al lettore, che si trova senza preavviso in un processo vertiginoso di accelerazione mentale appunto, in cui è chiamato, in una logica escludente, a scegliere in una frazione di secondo se aderire o no alla visione, al cortocircuito del pensiero che l’autrice ci pone innanzi con un aut aut irrevocabile, prendere o lasciare, tertium non datur. Questa qualità intrinseca del dettato di Viola Amarelli emerge prepotentemente nel suo ultimo libro L’ambasciatrice, libro autoprodotto in tiratura limitata, gesto coerente di disincantata noncuranza verso l’asfittico mondo editoriale della poesia, con la collaborazione delle sarte utopiche Francesca Genti e Manuela Dago a cui si deve la bellissima rilegatura a mano, che fa sì che il manufatto libro stesso diventi un oggetto da collezione. La poesia per l’autrice de L’ambasciatrice è al tempo stesso una sfida da accettare, un enigma da indagare e un processo linguistico e, in quanto linguistico, conoscitivo, in cui, però, tutte le premesse sono obliate o, meglio, sono implicite e sommerse nello spazio bianco della pagina e, invece, emergono come una punta di iceberg le risultanze ultime, i frammenti, le schegge lucenti che si fanno parola, visione. I versi di questo libro, articolato in otto sezioni, comprendono anche epigrammi di ascendenza marzialiana a volte ironici, altre volte sarcastici, sempre acuti e sinceri verso una varia umanità che fa mostra delle sue miserie, tic, debolezze, vanità e che sempre viene colta sapientemente e causticamente dall’autrice. Sia nelle sezioni più caustiche che in quelle in cui prevale un tono sapienziale, l’autrice dà un saggio di una qualità insita nella sua scrittura: la varietas, la capacità di modulare il registro linguistico sapientemente secondo modalità differenti, cosa molto rara nel panorama italiano attuale. Il procedimento poetico sotteso al dettato de L’ambasciatrice è profondamente antilirico in quanto, grazie a un trattamento accuratissimo del linguaggio, la parola viene forzata, piegata, alleggerita, resa acuminata e rapidissima. In definitiva questo procedimento porta ad una sostanziale presa di distanza dell’io da se stesso, dalla sua deriva confessionale, dai suoi dolori, che pur emergono evidenti e strazianti attraverso una forma di raffinata e suprema ironia, ma la morte, la vecchiaia, il dolore, la perdita degli affetti non possono che essere detti, proprio per la loro tragicità irredimibile, con levità, che nasconde una intima e segreta compassione (dolce, affettuoso. e spaventato./ il nome-forma che era mio padre). Questo processo di distanziamento nasce da una consapevolezza che è alla base di tutto il libro e che viene sintetizzata mirabilmente nella prima poesia della raccolta (– Troppo difficile da dire/ E tu non dire.// Un riccio rosso, rosari di sabbia/ le vene, le arterie/ L’avviene.). L’avviene non è altro che il ciclo dell’apparire, la nietzschiana innocenza crudele del divenire, il fanciullo cosmico eracliteo che gioca a dadi senza un perché che non sia lo stesso accadere. Nel sostantivo l’avviene è concentrato l’orizzonte ultimo di queste poesie, lo shock linguistico (Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto la brucio. Rimbalza, reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. Il mondo è parole, a cambiarle, il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è una rosa. roseggia. L’ortica orticheggia. E risana.) a cui sono sottoposte le parole non è fine a se stesso, ma serve a mostrare che il senso ultimo delle cose è imperscrutabile e terribile, che non può che essere trattato assumendo il punto di vista di una divina ironia, con sovrana indifferenza creatrice, replicando nel dire poetico il gesto creatore originario del fanciullo cosmico in cui tutte le contraddizioni del divenire si mostrano nel loro rutilante e tremendo succedersi, nella loro intatta noncuranza (Cuore bambino dove/ la briciola diventa meraviglia/ e l’orco resta ucciso/ grasso e sciocco// la candida, l’intatta/ noncuranza). L’autrice, attraverso le maschere che assume di volta in volta, è, quindi, l’ambasciatrice di un ordine misterioso e bizzarro eppure, se si porge uno sguardo attento e senza veli, evidentissimo e semplice, che vuole essere detto per sottrazione, in negativo, in cui quel particolare avvenimento che è l’uomo non ha un posto privilegiato. L’ambasciatrice parla per accenni, frammenti, epigrammi, oppure, come nella sezione omonima, attraverso storie enigmatiche, ma sempre cristalline nel loro dipanarsi, sospese tra favola (la rana della copertina che rimanda a molte altre rane della letteratura) fiaba e mito, dove di nuovo, dietro forme umane si nasconde un ordine cosmico inquietante. L’autrice sembra quasi preoccupata di preservare, platonicamente, un sapere che non è dicibile, una dottrina segreta e salvifica, un’iniziazione sapienziale (di matrice orientale) che è più un vedere che un dire, e di cui si può rendere conto solo attraverso accenni linguistici che emergono dal bianco abbacinante del foglio, dalla luce sgomenta dell’apparire, dalla ruota eterna del divenire (non c’è altro da dire/ non c’è altro da capire/ – questa luce).

© Francesco Filia

Cartografie di Viola Amarelli

cartografie viola

Una voce tremenda e terribile. Certe volte si scorda, ma poi arriva improvvisa. Prova a rimpicciolirsi, rifugiarsi in un angolo, via. Non funziona, la colpa è la sua. Disattento combina guai.

Cartografie di Viola Amarelli, Zona contemporanea, 2013, è un libro enigmatico e affascinante,composto da più sequenze di prose che, attraverso un processo di messe a fuoco e zoom, di distanziamenti e depistaggi, di dialoghi e monologhi, di personaggi che si delineano per squarci di luce, o per chiaroscuri sulla pagina, mette in atto una serie di mappe della solitudine, o meglio per solitari, come l’autrice stessa dichiara nel (post scripta) del libro. E tutto il libro risulta essere uno sguardo al tempo stesso spietato, ironico e partecipe della condizione umana, di quel legno storto che è l’uomo. Questa appare essere l’idea di fondo che è alla base del libro e della intera scrittura della Amarelli, un’antropologia negativa, il rifiuto dell’ottimismo umano e sociale. Questa presa di coscienza, che nell’autrice sembra definitiva, permette uno sguardo libero e disincantato e le permette anche di cogliere gli aspetti meno appariscenti della condizione umana, i recessi più nascosti, i bizzarri umori di una varia umanità, senza mai cadere nell’intimismo della confessione ma mantenendo uno sguardo asciutto, distaccato, come se le visioni di questo libro scorressero su una lastra lucida, su uno specchio che le riflette nella nostra coscienza, come momenti di un divenire eterno dal quale l’occhio dello scrittore si può elevare con sovrano distacco. Come chi ha attraversato il dolore e la disperazione della vita e ne è uscito immunizzato, non che il dolore non esista più, ma è reso per ciò che è, accidente transitorio che non può scalfire l’inviolabilità del sé, di ciò che permane. La conquista di questa imperturbabilità è presente in molti personaggi del libro, come in (da dove), capitolo cardine del libro, dove la catabasi del protagonista, divenuto barbone, è al tempo stesso una via di liberazione, un raggiungere il grado zero dell’esistenza, in cui le finzioni quotidiane sono messe a nudo, mostrate come tali definitivamente e viste nel loro carattere illusorio e transeunte.

Il lutto, la depressione, stronzate, era già stanco, e stare da solo, in fondo ama anche sopra, era un tale sollievo. Tagliare, fermarsi a quello che conta. Dormire, mangiare, guardare. Fissarsi sui fondamentali.

La lingua, affilata e spietata, limpida nel suo dettato, ma anche ironica e, al tempo stesso, con squarci di comprensione e pietà, è essa stessa un momento di conoscenza. La parola per Viola Amarelli è uno strumento di precisione, una lente microscopica, una sonda di profondità che scandaglia ciò che a uno sguardo distratto non può essere percepito. Lo stesso ritmo del dettato – a volte incalzante, a volte invece elusivo, come se le situazione emergessero da uno sfondo immemorabile che permette di definirle solo per scorci e illuminazioni momentanee, frammenti, alcuni dei quali cadenzati con allitterazioni, consonanze, fitta punteggiatura e richiami fonici – è funzionale al momento gnoseologico e al suo fine etico, il distacco. Il mondo deve essere percepito, la vita deve essere detta, perché solo attraversandoli è possibile staccarsene, perché se così non fosse si rimarrebbe legati al samsara, alla ruota della vita, come mostra il frammento (sete), e quindi al dolore che offusca la mente. La pietas per l’autrice è nel dire sino in fondo ciò che va detto, nel cogliere le miserie umane per quel che sono. La scrittura serve a liberarsene definitivamente attraverso un moto della mente, una frase, di solito posta alla fine del capitolo, che illumina a ritroso l’intero frammento, che squarcia la chiacchiera inautentica dell’esistenza, che mostra il volto autentico e terribile della vita, con ironia sottile, senza disperazione però, perché è un lusso che chi scrive non può permettersi.

Come se morire non fosse lo stesso una pulsione. Ecco, il punto è questo, immagino, ma è inutile dirlo. Liberarsi. Se no, pervicace, sgusci in qualcosa d’altro, e neanche sai perché. Ammesso ci sia, un motivo, un motore. Liberarsi. Lacché. E padroni. Chiudi gli occhi. La prossima volta li evito entrambi. Almeno ci provo.

© Francesco Filia

Viola Amarelli, Cartografie. Nota di Anna Maria Curci 27/09/2013

Sordo – da “Cartografie” – inedito di Viola Amarelli (post di Natàlia Castaldi)

Milarepa

Milarepa

Non sento  più tanto bene, io che ascoltavo le chiacchiere dietro ogni muro e porta chiusa, e i passi a decine di metri. Nessuno mi ha mai preso alle spalle. I sensi, affinati e affilati. Cedono, impercettibilmente, a poco a poco, o di colpo, non che abbia importanza, visto che comunque ti incazzi, di brutto.

Una stupidità incazzarsi, è l’età e anche una rinite alle tube. Aereosol. Che palle. Poi so che ci si abitua, trovare nuovi equilibri, pare che funzioni così, l’adattamento, uno dei capisaldi del successo nostro mammifero.  Occorre convivere con il corpo, uno strumento che si usura, ma anche usurante, roba da gettare la spugna.

I sensi. Mi rassicuro, impercettibilmente, o di colpo come adesso che so in fin dei conti di esser stato sempre un po’ sordo. Alla  musica, per esempio, proprio non l’ho mai capita, un mistero ineffabile a cui dò credito giusto perché mi assicurano che è così. Al massimo entro nelle marce, a percussione o a fiati, i bassotuba. Per il resto mi fido dei gusti degli amici; qualche volta per non sfigurare accompagno le donne di turno ai concerti, fingo di interessarmi. Me la cavo parlando dell’allestimento, o del pubblico o rimasticando ovvietà mischiate a gusti da dandy. Funziona, le persone tendono sempre a darti credito se decidono che devi, in qualche modo, essere interessante.

Rock o da camera per me è lo stesso, puro sanscrito, buffo per chi nell’orecchio ha eletto una vita. Una vita anche sensuale, con le bocche e i denti che serrano il lobo e l’atrio, terminazioni nervose alle stelle, la lingua verso Eustachio, l’ignoto di tromba, piacere pieno, va bene così. Un sentire da donna, un orgasmo alla Mozart, a crederci, credo, credo in molto, dopo averlo provato, sulla pelle. O all’orecchio possibilmente.

Son sordo anche a molte sfumature emotive. A gelosie, e invidie, e risentimenti, per dirne qualcuna. Non sono nelle mie corde e quindi non me ne accorgo se non quando me le rinfacciano o spiattellano in faccia. Orgoglioso, e strafottente, dicono. Vai a spiegare che sono un po’ sordo. Vai a spiegare che non è disinteresse, è proprio che non le riconosco. Capisco l’accidia, la rabbia, la golosità, insomma i miei di difetti, non quelli degli altri. Ho imparato quindi a restar muto. Per non ferire. Un bel sordomuto Acconsento placido o lascio passare, scorrere, prima o poi le persone si abituano a come sei, quelle che incontri ogni giorno, quelle che ovviamente a forza di starti vicine diventano sorde, muri di gomma. Fonoassorbenti.

Confondere lo stile, le scelte formali, con una qualsivoglia impostura; cicaleccio, tra poco grilli; il passaggio di tempo marcato dal passaggio di suoni. Inventarsi il silenzio, la cornice dintorno. Inventarsi che non sei sordo, è il rumore che si acquieta. Tanto torna. All’orecchio, come l’immagine di Milarepa, un’icona che ascolta assorto e seduto. Ascolta, il rumore di una mano, chiaro, chiaro, una mano che applaude da sola.

 (da “cartografie”, inedito)