carteggi

Camminare nella luce. Su Umberto Bellintani (di Renzo Favaron)

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Camminare nella luce. Umberto Bellintani – Forse un viso tra mille (seguito dal carteggio con Primo Mazzolari). Passigli Poesia.

«La poesia non matura nel verso ma nel cuore» scriveva Primo Mazzolari in una lettera indirizzata a Umberto Bellintani. Era l’agosto 1953, anno in cui usciva Forse un viso tra mille (del poeta di San Benedetto Po). Da allora sono passati sessanta anni, ma la frase di Primo Mazzolari ha un valore che va al di là del tempo, e non solo per il suo destinatario.
È come se il prete di Bozzolo dicesse: «La poesia non è solo suono o inchiostro rappreso, anzi: è qualcosa che si porta dentro e che governa la vita di colui (colei) che la porta». Come se in sé contenesse pensiero e azione (e questo farebbe pensare, guardando alle biografie di Primo Mazzolari e di Umberto Bellintani, che più chiara espressione ne fosse il prete). Invece è proprio dal poeta appartato che scaturisce questa immagine, questa figura. Nel carteggio stampato insieme a Forse un viso tra mille, Umberto Bellintani si apre e parla della sua fede. Così scrive: «Se non riesco ad amare Dio, riesco bene ad amare Cristo perché à sofferto, ha amato, è stato crocefisso». Chiaro come il sole: il poeta dichiara di non avere una fede cieca e assoluta, caso mai crede nel figlio di Dio, perché «à sofferto, ha amato». È proprio nella sofferenza che conosce l’amore e nell’amore che conosce la sofferenza, che Primo Mazzolari e Umberto Bellintani coincidono, e attraverso cui va colto e letto l’impegno civile e morale della loro opera (religiosa e politica, nel caso del primo e, nel caso del secondo, discretamente poetica).
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Paul Celan a Ilana Shmueli: due poesie

Nel carteggio tra Paul Celan e Ilana Shmueli, la poesia 19, datata 20 gennaio 1970, accompagna la lettera spedita da Paul a Ilana il 22 gennaio 1970. Ilana si trova in quei giorni a Ginevra.

 

Gedicht 19

Längst
hat uns das Fremde im Netz,
die Vergänglichkeit keimt
ratlos durch uns hindurch,

zähl meinen Puls, auch ihn,
in dich hinein,

dann kommen wir auf,
gegen dich, gegen mich,

etwas kleidet uns ein,
in Taghaut, in Nachthaut
fürs Spiel mit dem obersten
Ernst.

Poesia 19

Da lungo tempo
l’ignoto ci tiene nella rete,
la caducità ci germina dentro
ci pervade perplessa,

conta le mie pulsazioni, anche quelle,
dentro i tuoi battiti,

allora la spuntiamo
contro di te, contro di me

qualcosa ci riveste,
di pelle di giorno, di pelle di notte,
per la partita con la somma
serietà.

Paul Celan
20 gennaio 1970
(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

La poesia 20 accompagna la lettera del 24 gennaio 1970 di Paul a Ilana. La data di composizione dei versi, che sono apparsi postumi nella raccolta Zeitgehöft (Dimora del tempo), è indicata dallo stesso Celan: 22 gennaio 1970. Ilana, amica dai tempi di Czernowitz, negli anni Sessanta risiede in Israele. I due si rivedono a Parigi nel 1965. Nell’autunno del 1969 Celan si reca in Israele. Nel dicembre dello stesso anno è Ilana a recarsi a Parigi, dove ora risiede Celan. Questa è l’ultima delle poesie composte durante il soggiorno di Ilana in Europa. Lo stesso Celan annuncia per telefono a Ilana l’invio dei versi. Nella notte tra il 19 e il 20 aprile 1970 Celan si toglie la vita nelle acque della Senna.

Gedicht 20

Umlichtet die Keime,
die ich in dir
erschwamm,
freigerudert
die Namen – sie
befahren die Engen,
ein Segensspruch, vorn,
ballt sich
zur wetterfühligen
Faust.

Poesia 20

Circondati di luce i semi
che in te
ho affogato nuotando,
liberati a colpi di remo
i nomi – essi
passano per le strettoie,
una benedizione, davanti,
si chiude
nel pugno
meteoropatico.

Paul Celan
22 gennaio 1970
(Traduzione di Anna Maria Curci)

Nell’originale in tedesco, i testi sono tratti da: Paul Celan – Ilana Shmueli, Briefwechsel, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2004, pp. 83 e 87.

Remo Fasani sul carteggio con Cristina Campo (intervista di Laura di Corcia)

Da dove partire, per costruire un edificio, se non dalle fondamenta? E, giacché l’uomo di pensiero può essere accostato per somiglianza a uno stabilimento fatto e finito, possiamo tranquillamente utilizzare questo paragone per introdurre un capitolo della lunga storia di Remo Fasani che secondo noi possedeva già in nuce tutto il suo percorso futuro, di uomo, studioso e poeta. Trattasi del soggiorno fiorentino (dal 1950 al 1951), un anno importantissimo e costellato da amicizie – intellettuali e affettuose – che l’allora studente, fresco di laurea, si portò con sé una volta rientrato in Svizzera, in quei Grigioni che già gli avevano dato i natali, prima, e poi a Neuchâtel, dove insegnò per anni letteratura italiana all’Università. Fra tutti questi rapporti, spicca per intensità e durevolezza quello con la poetessa Vittoria Guerrini, alias Cristina Campo, autrice di saggi e di raccolte di valore come La Tigre Assenza, sofisticata traduttrice di Hölderlin, John Donne e Simone Weil. Remo Fasani l’aveva conosciuta grazie all’intermediazione del suo compagno Leone Traverso, che con lui condivideva la passione per la traduzione dei poeti germanofoni, primo fra tutti Hölderlin. Durante il soggiorno fiorentino, i due si frequentarono assiduamente, quasi tutti i giorni. Una volta tornato in madrepatria, non ruppero i rapporti, ma anzi li nutrirono con un carteggio assiduo e profondissimo, intellettualmente sofisticato. Le lettere che Fasani scrisse alla Campo sono purtroppo andate perse a causa dell’incuria degli eredi della poetessa, venuta a mancare prematuramente già nel 1977, a Roma, dove viveva con il compagno Elémire Zolla. Invece le missive della poetessa sono state gelosamente custodite dallo studioso svizzero, che poi decise di affidarle alla Biblioteca di Lugano, dove esiste un fondo a suo nome. L’anno scorso, per le edizioni Marsilio, hanno rivisto la luce, grazie al generoso lavoro della curatrice, Maria Pertile. A margine della pubblicazione, intitolata Un ramo fiorito, siamo andati a trovare lo studioso Remo Fasani, che, dopo aver vissuto lunghi anni a Neuchâtel, ora abita a Grono.

Professor Fasani, lei frequentò molto Cristina Campo da giovane. Il carteggio è una testimonianza di questo affetto e di questa stima. Come la definirebbe?

Intensa. Nella conversazione era molto affabile, aristocratica. Anche se c’era sempre in lei qualcosa di impulsivo che non riusciva a frenare. Forse la condizonavano anche le sue origini ebraiche; ma a dire il vero durante gli anni fiorentini la religione aveva un ruolo marginale. Ripeto, Cristina Campo era intensa. Intensa fino alla violenza, a volte.

In che senso?

Nelle lettere a un certo punto si vede che ci fu un raffreddamento dei rapporti. Il motivo fu la sua insistenza. Pubblicò un saggio a mio nome, Dell’attenzione (ora contenuto in Gli imperdonabili, ndr), senza prima chiedermi l’autorizzazione. In realtà il saggio era molto profondo e le idee che aveva esposto mi trovavano d’accordo. Quindi mi sarei dovuto sentire onorato da questa attribuzione. Ma mi arrabbiai per le modalità; avrebbe prima dovuto verificare la mia disponibilità. E non lo fece.

Per quale ragione agì così?

Le faceva comodo avere la firma di un uomo. Quelli erano anni in cui la questione delle donne non era ancora stata affrontata. Se la cavò con una scusa. Visto che aveva citato solo le mie iniziali, attribuì lo scritto a Renzo Fiamma e chiuse così la questione. Ma io mi indispettii in ogni caso.

Non ci furono episodi analoghi?

Leggendo le lettere si può notare quanto insistette perché mi recassi a Firenze a vedere la mostra sui grandi pittori del Quattrocento da lei stessa curata.

Il suo rapporto amoroso con Leone Traverso fu molto travagliato. Con lei ne parlò mai?

Sì, si sfogava molto. I due erano in crisi ma lei sosteneva ancora quella relazione per una sorta di idealismo. Si vedevano raramente, ma lei mi ripeteva sempre che quella relazione non fosse ancora giunta a conclusione, su un piano spirituale. Soffrì molto per questa faccenda.

E come mai, a suo parere, questa poetessa è stata esclusa dal Parnaso dei grandi poeti del Novecento?

Potremmo parlare della sua conversione e di questo lato caratteriale, ma in realtà si trattò anche di una questione politica. Non è mai stata accolta nelle antologie del Novecento perché aveva una cultura di destra, mentre a quei tempi l’intellighenzia letteraria di profilava più a sinistra. Comunque è inconcepibile che sia stata esclusa in questa maniera. Le poesie prima della conversione sono meravigliose. Io credo che sia una delle voci più autorevoli del secolo passato. E non parlo solo della sua poesia, anche della prosa. Alcuni suoi saggi sono perfetti, il massimo che ci si possa aspettare.

Dal carteggio possiamo evincere anche un brillante confronto sulla vostra produzione poetica.

Sì, Cristina Campo mi aveva eletto a suo lettore ufficiale, anche su pressione della madre. Teneva molto al mio giudizio. Mi sottoponeva qualsiasi testo scrivesse. E anch’io le sottoposi parecchie poesie.

A Firenze incontrò anche altri intellettuali. Chi le rimase nel cuore?

Mario Luzi. Anche con lui ebbi uno scambio abbastanza importante. Gli sottoposi le mie poesie e lui le apprezzò (la raccolta Qui ed ora, ndr). Col tempo capii che il suo tempo era limitato e che non riusciva nell’intento di seguire bene il cammino poetico altrui.

Com’era Firenze, in quegli anni?

La guerra era finita da poco, erano anni tranquilli. Mi è rimasta nel cuore. C’erano maestri importanti, come Roberto Longhi, Attilio Momigliano. Seguivo le lezioni di De Robertis e di Migliorini. Seguivo le loro lezioni con molto interesse. Ma avevo capito che avevano dei limiti. E che in Italia esistevano dei baronati inattaccabili. Per esempio, Gianfranco Contini. Nessuno poteva permettersi di confutare le sue tesi. Io lo feci scrivendo un saggio sul Fiore, da lui attribuito a Dante. Nel mio studio spiego che la cosa è impossibile, perché l’Alighieri morì prima che il poemetto fosse scritto.

© Laura di Corcia

(pubblicata su ««Cenobio»», rivista di letteratura del Canton Ticino)