Carteggi Letterari

“dei poeti”, di Cristiano Poletti

dei poeti 2019

Cristiano Poletti, dei poeti, Carteggi Letterari le edizioni, 2019

Da poco pubblicato per Carteggi Letterari, dei poeti raccoglie alcuni interventi critici di Cristiano Poletti, usciti negli anni (tra il 2013 e il 2019) qui, su Poetarum Silva.
La cura del libro, che presenta anche due importanti traduzioni, poesie di John Ashbery e Joyce Carol Oates, è di Fabio Michieli.
Articolata in quattro sezioni (In una poesiaIn una figuraIn una parolaIn un libro), è un’opera che passa dall’analisi di testi e delle figure più amate all’interrogazione filosofica di alcune parole-chiave. Ecco gli estratti che abbiamo scelto:

 

da Il mondo non è più remoto. Per Fernando Bandini (p. 14)

“(…)
stoltamente sperando che una grazia celeste
mi rimanga impigliata tra le dita.”

“(…) un richiamo per ognuno di noi. Noi che misuriamo il farsi del tempo come il poeta conta le sillabe dei versi. Noi che speriamo «stoltamente» (ma felicemente) in una grazia celeste: che l’azzurro torni a farci visita; che qualcosa ci rimanga eternamente fra le dita; che qualcosa di noi resti nella mente degli altri.”

 

da In una poesia di Ashbery (p. 17)

“(…) Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch». Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca».”

 

da Mario Benedetti, sulla strada per Attimis (p. 27)

“(…)
Madre, persona morta

in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.”

“(…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.”

 

da Solitudine (p. 59)

“(…) Uno sguardo cos’è, se non un cammino solitario, un atto d’amore, di un amore antenato e fatto proprio, ma che in fondo resta primordiale, originario?
Lo sguardo è atemporale ed è questo forse il motivo per il quale attribuiamo tanto valore agli occhi e alla potenza della visione, nella vita come nell’arte. E tanto più da lontano proviene lo sguardo, più lontano punta.
A questo serve la lettura, a riempire la solitudine. La solitudine del lettore si potrebbe definire una ‘piena solitudine’, un ‘io popolato’.”

 

da Bonnefoy, parole scelte (p. 77)

“(…) «La parola non salva, talvolta sogna», avverte nella poesia intitolata Nessun dio. Il corridoio sognante di Bonnefoy prosegue i corridoi della tradizione e si concentra in questo: vedere quello che è, nominare ed essere. Che sia arte o vita, continuano nel sogno.”

 

da Historiae, Antonella Anedda (p. 91)

“(…) Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione.”

“(…)
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.”

 

 

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan, a cura di Marco Ercolani, Carteggi Letterari 2018

Tutto nel segno di una conversazione ininterrotta con l’altro, di un movimento di esplorazione meditante e di azione di collegamento, L’archetipo della parola, il volume curato e fortemente voluto da Marco Ercolani, dà conto nella sua articolazione e nel suo impianto di punti di partenza e di approdi che sono esemplarmente sintetizzati da due considerazioni degli scrittori qui affiancati: il poeta come passeur di un ordine, sì, ma di un ordine insorto, «Le poète est le passeur de tout cela qui forme un ordre. Et un ordre insurgé» (René Char in A une sérénité crispée, 1952; nel volume, a p. 21, nella traduzione di Francesco Marotta: «Il poeta è il traghettatore di tutto ciò che plasma un ordine. Un ordine insorto.») e la parola “insieme” come Shekinah, tenda nel deserto, «Sichtbares, Hörbares, das/ frei–/ werdende Zeltwort:// Mitsammen» (Paul Celan in Anabasis, nel volume a p. 127, nella traduzione di Mario Ajazzi Mancini; «Del visibile, dell’udibile/ la parola/ tenda che si/ libera,// Insieme»).
Nella stessa cornice plurilingue di incontri, indagini, illuminazioni, di vere e proprie “incursioni nella luce” (questo è il titolo del saggio di Marco Ercolani) vanno letti tutti i contributi di quest’opera pubblicata da Carteggi Letterari, sia le traduzioni dei testi di Char e di Celan, sia le traduzioni di contributi critici, sia i saggi che appaiono qui per la prima volta in volume. Non stupisce, in tale contesto, apprendere, ad esempio, come lo scrittore austriaco Peter Handke abbia scritto direttamente in francese un saggio su Char (Nager dans la Sorgue, datato “Salzburg, 24 maggio 1986 e apparso nel fascicolo monografico della rivista “Europe”, 1988), e come Peter Szondi, nato a Budapest, abbia dedicato alla poesia di Celan saggi – poi confluiti nel volume 330 della Bibliothek Suhrkamp, Celan-Studien, curato da Jean Bollack e pubblicato postumo nel 1972 – scritti nella prima stesura in francese (per esempio Lecture de Strette), oppure in tedesco.
Del volume L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan riporto qui di seguito l’introduzione di Marco Ercolani, che torno a ringraziare per l’invito a partecipare all’opera, sia l’indice, che ne mostra l’ampiezza e la varietà di contributi.

© Anna Maria Curci

Premessa

di Marco Ercolani

René Char e Paul Celan. Due poeti, due “amici”, per i quali la percezione poetica è scheggia luminosa e disastro oscuro, “cammino del segreto” e “Tenda Inespugnata”. Questo volume collettivo è un viaggio fra le analogie e le differenze di questa percezione.
Dal saggio di Blanchot per Char ai versi di Éluard dedicati al poeta alla testimonianza di Handke, dalla lettura di Szondi all’intervista di Derrida su Celan, il volume presenta anche nuove traduzioni, testi inediti dei due poeti, incursioni critiche di scrittori contemporanei.
Char e Celan sono interpreti di quell’esperienza dell’impossibile che è e sarà sempre la poesia, dove la necessaria distruzione dei discorsi logici e la magica ricostruzione del discorso poetico non si oppongono programmaticamente ma risuonano come raffiche di un vento uguale e contrario, splendono e si oscurano come il lato segreto e quello visibile dell’astro lunare. (altro…)

L’inizio di un’epica: su “Il luogo delle forze” di Vincenzo Frungillo

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Per secoli gli uomini hanno saputo opporre alle forze della dispersione un sistema simbolico coeso e forte, tale da porsi a salvaguardia dei valori condivisi: anche questo di fatto è stata l’epica antica per i suoi contemporanei, serbatoio di gesta esemplari compiute dagli eroi e trasmesse alle generazioni successive. Qual è invece il senso di un’epica nel nostro presente antieroico, in cui “la dispersione è rappresentata dalla proliferazione indistinta e indifferenziata di segni” (p. 9) e il rischio dell’oblio nasce piuttosto dall’eccesso di comunicazione e da un vorticare di valori contrapposti che finiscono per annullarsi? A questo cerca di rispondere Vincenzo Frungillo con il suo saggio Il luogo delle forze (Carteggi letterari, 2017), e lo fa di fronte a un effettivo e massiccio ritorno della poesia a una vocazione poematica, a libri di versi fortemente strutturati, opere-mondo “da opporre alla disseminazione” (p. 9). Se infatti non vi è dubbio che una scrittura neo-epica e programmatica risponda a una esigenza di ordine, bisognerà pur vedere in che modo questi autori hanno fatto la loro proposta di ricomposizione del mondo legittimandosi sostanzialmente da sé, in assenza delle basi tradizionali di una volta.
L’argomentazione di Frungillo si incardina intorno alla metafora del corpo, che in età classica si configurava come corpo esemplare, corpo esposto dell’eroe. È il caso del cadavere di Ettore, reclamato dal padre Priamo che diventa garante della memoria eroica: “sul corpo di Ettore si gioca lo spazio del racconto che è uno spazio etico, estetico e metafisico allo stesso tempo, qui si apre lo spazio della memoria […] Dimenticare il rischio della fine significa perdere il senso stesso della parola e quindi il nostro spazio di specie, la nostra nicchia ecologica […] il corpo dell’eroe trattiene lo spazio che permette la Storia e una narrazione condivisa” (pp. 14-15). Il “rischio della fine” è la possibilità che si interrompa il discorso che dai padri passa ai figli e dal singolo alla comunità, e che insomma prevalgano le forze della dispersione. A parti inverse, un altro eroe, Enea, porta sulle spalle il corpo sofferente del padre Anchise, come un’eredità fisica e simbolica a partire da cui poter ricostruire una Patria. L’immagine del corpo va insomma in risalto laddove avvengono scambio e condivisione tra generazioni, e cioè laddove si fonda una tradizione. Che ne è invece del corpo nell’epica contemporanea, che opera in un tempo nel quale “la tradizione, intesa come portato di valori comunemente accettati, non è più garantita” (p. 17)? Già con Pagliarani (autore di riferimento costante per Frungillo, e nel libro termine di paragone per tutti i poeti successivamente presi in considerazione) il ritorno in poesia di macrofigure (linea narrativa, presenza di personaggi) si combina con il senso profondo della loro drammatica inattualità; avviene cioè “la messa in crisi del corpo dell’eroe protagonista come centro ideale della memorizzazione” (p. 20). (altro…)

Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento. (altro…)

Lev Matvej Loewenthal, “La dodicesima nota”

la dodicesima notaLa dodicesima nota e la musica segreta del vivere

di Marco Olivieri

 

«È vero: solo il cane sa come sono andate le cose. Eppure, la realtà, come era solito ripetere il vecchio sav, è come un dipinto: puoi darle voce solo osservandola da lontano, altrimenti rischi di perderti nei dettagli, equivocare, sentirla solo bisbigliare, sebbene sia quella sinfonia di minuscoli particolari a creare l’insieme. E tu devi ancora imparare a leggere, perché le minuzie sono quasi sterminate e le tue conoscenze, il più delle volte, restano superficiali e imperfette, in continui cambi di scenario. Devi rimanere concentrato! L’impresa è estenuante e non a tutti è dato di comprendere. Puntelli di pennello, reticoli di luce, guizzi d’acqua variano di tono. Prova ad alzare o abbassare di un’ottava e cambia il punto di vista. E tu sei perso, irrimediabilmente».

Combinando più punti di vista e tre fasi narrative, viaggi nel tempo e nello spazio che investono l’anima di luoghi condannati al conflitto, il romanzo La dodicesima nota cattura per lo stile accattivante, la scrittura solida e densa d’immagini e la profondità degli elementi evocati. L’ironia della voce narrante (un cane sornione e un po’ filosofo), l’intreccio di elementi romanzeschi e l’incastro di tempi e solitudini, che trova compimento nel colpo di scena finale, risultano in stretta correlazione con il mistero della musica, con le note segrete del vivere e gli sfondi storico-politici che hanno come centro della scena Gerusalemme.
Scritto da Lev Matvej Loewenthal, pseudonimo di un artista della scrittura che scrive in italiano, inglese e yiddish, oltre a dichiarare di essere anche un medico impegnato in missioni internazionali, il romanzo è edito dalla nuova casa editrice messinese “Carteggi Letterari le edizioni”. Una casa editrice creata nel 2016 da un gruppo di poeti siciliani, con la poetessa Natàlia Castaldi presidente dell’omonima associazione culturale e direttrice editoriale.
Nel libro, la teologia, il mistero di Cristo, l’enigmaticità delle note e il fascino senza tempo dei segreti della Storia, tra l’Europa nazista nel passato e le tensioni in Medioriente e in Occidente in un presente inquieto, gli echi della letteratura (da Kafka ad Amos Oz, senza dimenticare l’ironia di Saramago), il respiro intimo delle avventure che investono individui e destini trovano un’armonia nella scrittura di Loewenthal.
In primo piano le vicende, alla fine del 1999, dell’anziano violinista Josef Asche, con il suo spartito cinquecentesco, e del piccolo arabo Nadim, il suo migliore allievo, in un viaggio storico che culmina in una sala d’orchestra in procinto di esplodere nel 2017, mentre si esegue un movimento del Dies Irae. Si giunge all’oggi dopo aver esplorato, nel romanzo, le persecuzioni naziste e le ferite dell’odio e della sopraffazione, tra realismo e reinvenzione romanzesca. (altro…)

Su “Ophelia” di Cristina Babino

Cristina Babino, OpheliaCristina Babino, Ophelia
Carteggi Letterari, 2017

 

 

Se ci si fermasse al solo titolo e alle inevitabili implicazioni shakespeariane che esso evoca, di questo poemetto di Cristina Babino perderemmo molto se non tutto. Composto in italiano e tradotto in inglese dalla stessa poeta (auto-traduzione che rende inscindibile il legame con la tradizione poetica inglese), Ophelia è una storia in versi che parte da lontano; un lontano doppio. Un primo legato alla lunga gesta­zione, che dal 2009 fino alla sua stesura definitiva approdata ora sulla carta ha conosciuto asciugature, lima, correzioni e in ultima la traduzione, come racconta Babino nella nota al testo. Un se­condo che annoda questi versi alla lunga tradizione letteraria e non legata alla figura di Ofelia, perché l’elemento pittorico figurativo è portante tanto quanto lo è quello letterario. Anzi, per certi versi forse lo è ancora di più, perché le immagini evocate dai versi sonori di Cristina Babino attingono a tutta una costellazione di quadri famosi che compongono un piccolo catalogo nella parte finale del componimento (e che si riannoda, a sua volta, a certo gusto preraffaelli(s)ta che pur in Italia ha toccato il D’Annunzio di La Chimera, nella quale sono due le “Beatrici” chiamate a incarnare il femminile dualismo sensuale e spirituale, e il Gozzano di La preraffaellista, che, a differenza del vate, dissimula il debito con Rossetti concentrando il dualismo nella protagonista unica del sonetto).

Già la scelta del titolo, che preferisce il nome inglese alla sua resa in italiano, va considerata una scelta di campo: nel dramma dell’Ofelia di Shakespeare Babino innesta il dramma della modella che posò per il quadro del preraffaellita John Everett Millais, Lizzie Siddal, che fu moglie di Dante Gabriel Rossetti e che morì suicida, come la sventurata eroina dell’Amleto. E nel nome Dante si cela un ulteriore doppio: un non celato debito-tributo all’Alighieri (non tanto per la lingua, quanto piuttosto per una certa ‘sospen­sione’ che rinvia, inevitabilmente, al canto quinto dell’Inferno) e al già ricordato Dante Gabriel Rossetti; nel poemetto di Cri­stina Babino si sciol­gono in unico flusso di immagini i lasciti della tradizione, che ora si rinnova al punto tale da far convergere in questa Ophelia ogni Ofelia (penso a Mi hanno detto di Ofelia di Cristina Bove, per esempio) che si riconosca in questa creatura dai «lucenti capelli infiniti/ intrecciati in ghirlande/ di libellule e viole», ossia una splendida creatura che racchiude, come scriveva Baudelaire, «un emisfero in una capigliatura».

Come disvela bene Fabio Pusterla nelle pagine introduttive, il poemetto prende le mosse dalla fantasia di Lizzie-Ofelia, immersa nella vasca colma d’un’acqua che sarà sempre più fredda col passare delle ore; un’acqua che porta con sé oscuri presagi per un’ancora ignara modella chiamata a posare per un quadro.

L’acqua mi sfiora le orecchie.
Lambisce nel suo ricamo
il broccato tenero dei padiglioni
penetra nell’oscurità dei condotti
col fluire di una remota marea.

[…]

Socchiudo gli occhi
mi vedo creatura
di un abisso stretto
e immobile.

Dimentico le gambe.
E allora sono sirena
[…]

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proSabato: Gian Ruggero Manzoni, La voce #1

2017 11 11 Gian Ruggero Manzoni, La voce

1

La voce, dal profondo, sussurrò: “Lo sai chi sono?”
L’ufficiale si guardò attorno. Nella trincea era solo. La neve, caduta durante la notte, aveva riempito quasi tutto lo scavo e, dietro e avanti, ogni affronto del terreno, le asperità, le costruzioni degli uomini, i sacchi pieni di terra nera, gli insulti creati per difendersi o per infierire erano cancellati, donando a quella ferita, che correva lungo tutta la vallata, di nuovo quiete, di nuovo pace.
Anche i reticolati in parte erano stati coperti dal manto bianco. La neve aveva ridato natura alla natura, morbidezza alla morbidezza.
Il militare si guardò ancora attorno. Nessuno.
Sfilatosi il tascapane e appoggiatolo sul bordo della trincea, tolti i guanti di lana, portò le mani alla bocca e alitò caldo, quindi, senza curarsi dei cecchini nemici, finalmente alzò per intero la figura, cavò l’elmetto e si aggiustò il passamontagna. Le sue spalle e la testa svettavano al di sopra dello scavo. Era un bersaglio facile.
“Lo sai chi sono?”, ripeté la voce.
“Penso di aver capito”, sussurrò appena l’ufficiale, “… penso di aver capito.”
“Sei spaventato?”
“Non più di tanto. Ti stavo aspettando. Se così deve esser … così sia.”
Non ti sapevo fatalista.
“È solo stanchezza. Sì, sono stanco di dover stare sempre chinato.”
“Lo sai che quando deciderò dovrai seguirmi?”
“Lo so.”
“Hai rimpianti?”
“Non c’è uomo che non ne abbia.”
“Allora a presto.”
“A presto”, mormorò Riccardo Aldobrandini.
Rimessi i guanti, rimesso a tracolla il tascapane, sollevato il bavero del cappotto, l’ufficiale, senza chinarsi, sempre a figura alta, osservando con infantile meraviglia i ghiaccioli pendere dai rami spogli degli alberi, a passi lenti percorse un lungo tratto della trincea fino al rifugio, all’interno del qual scomparve, come divorato dal suolo.

© Gian Ruggero Manzoni, La voce, Carteggi Letterari, 2016

Capire di cosa viviamo: Suite Etnapolis

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Il poema Suite Etnapolis di Antonio Lanza si autopresenta nelle sue ultimissime battute come “un esteso epos di racconti”, dove le storie dei personaggi si combinano fra loro nell’arco dei sette giorni della settimana, intervallate dalla voce di un io lirico sopraelevato, lo stesso che prende la parola per chiudere l’opera. Se Vincenzo Frungillo dovesse immaginare una prosecuzione ideale del suo nuovo saggio sulla scrittura poematica degli ultimi anni (Il luogo delle forze, Carteggi letterari, 2017) non potrebbe ignorare questo impressionante esperimento riuscito, ancora largamente inedito, apparso in quattro sezioni (Domenica, Lunedì, Martedì, Mercoledì) nel Tredicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2017, qui d’ora in poi Tqi) e in precedenza nel primo Quadernetto di poesia contemporanea 4×10 (Algra Editore, 2015).Cos’è Etnapolis? Un grande centro commerciale, realmente esistente, alle porte di Catania e a trenta chilometri dal vulcano: già l’individuazione del referente come materia di poesia preannuncia lapilli di frizione stilistica, residui di lirismo antico dentro un pathos da marketing. All’interno di Etnapolis seguiamo le vicende di alcuni suoi impiegati, persone normali con problemi e incombenze normali, amori infelici, licenziamenti, figli in arrivo, al limite lutti. Il tutto puntualmente esasperato da una focalizzazione che passa da Laura di Lovable, “serena dopo un fidanzamento rotto” (Tqi, p. 111) ma presto vittima di stalking, a Nuccio, malinconica guardia giurata; da Vanessa di Father & Son, giovane mamma ingrassata e depressa, ad Alfredo, barista che invece sta per diventare ansiosamente padre; e altri ancora. La lingua di Lanza procede così per strappi, interferenze, improvvisi cambi di voce, pluristilistica e politonale, e pure unificata dalla struttura, resa ipermercato di sé stessa. (altro…)

Pablo López-Carballo, La precisione dell’indifferenza

Pablo López-Carballo, La precisione dell’indifferenza, traduzione di Lorenzo Mari, Carteggi Letterari, 2016

di Francesco Caserta

 

La sensazione che emerge dalle pagine del libro di Pablo López-Carballo (León, 1983) è quella di essere trasportati in un’altra dimensione in cui il passato e il presente si mescolano in un attimo eterno, rarefatto al punto che si ha quasi la sensazione di galleggiarci dentro circondati da macerie e resti; vestigia di un passato pieno di errori. Errori che sono del singolo ma, molto più spesso, della collettività. L’io poetico si fa noi allorquando si elencano le colpe in Tirar del hilo, in un tentativo di autoindulgenza che si concretizza nella consolante prospettiva di condivisione delle responsabilità. È un delitto senza colpevoli ma abbondante di moventi quello che viene perpetrato ai danni della natura (Casi logramos controlar y dominar agua y fuego,/ destruimos naturaleza por ignota/ y lo creado se dio por contenido) e del prossimo (seguimos matándonos, muy pocos contuvieron las ganas) in uno scenario a tratti desolante in cui non sembra esserci luce in fondo al tunnel. Eppure a ben vedere, tra la trama e l’ordito dei versi di López-Carballo ci sono speranze, certezze e moniti per un futuro da ricostruire partendo da quelle rovine. Quando tutto crolla non esistono più limiti, significanti e significati si confondono e si mescolano e per questo mirar no es suficiente, debemos devanar/ con la ciencia del no tener. Accettare il fatto che manchino punti di riferimento è il primo passo per creare un ordine nuovo, per configurare uno spazio partendo dal nebbioso caleidoscopio di un paesaggio in rovina armati di sano scetticismo: Refuta/los hallazgos siempre/es un mundo nuevo.  

*

 

El blanco glacial puede ser madera
y las termitas se agolpan
en hilaturas inesperadas
y suelto el papel. Enjuicio
las veces que aclimataste
el escenario con piedras
arena y otras cuestiones
qué importa peinando
sin luz, cortando la madera
inmóvil el serrín el viento
moviendo los focos
las torres
caídas da pena dejarlo.
Exhalar en blanco
deja restos de otros árboles
junto al serrín que deja el viento.

Il bianco glaciale può essere legno
e le termiti si ammassano
in filature inattese
e io spargo la carta. Processo
le volte che hai acclimatato
lo scenario con pietre
sabbia e altre questioni
cosa importa pettinando
senza luce, tagliando il legno
immobile la segatura il vento
muovendo i fuochi
le torri
cadute rattrista lasciarlo.
Esalare in bianco
lascia resti di altri alberi
insieme alla segatura che lascia il vento. (altro…)

Carlo Bordini, Assenza

bordini

Carlo Bordini, Assenza, Carteggi Letterari, 2016, € 14,00

*

Dalla postfazione di Viola Amarelli:

Un libro febbrile questo di Carlo Bordini, dove si affollano aporìe che si rivelano complementarità, pacate allucinazioni, reverie in flusso semionirico che procede a cerchi, a ripetizioni, ma nello stesso tempo – che tempo, poi, non è – a scarti e squarci via via più increduli per la dimensione grottesca eppure assurdamente autentica della realtà che si delinea, sempre a sorpresa, in una scrittura liminale, tra sonnambulismo e transesperenziale. […]

*
Poesia per Medellin

In una foto degli scampati a un’inondazione
un uomo cammina nell’acqua che gli arriva al petto
un cane gli nuota accanto, ma si vede che l’uomo lo tiene
::::accanto a sé con una mano
sulle spalle l’uomo ha una bambina
che tiene in una mano le scarpe dell’uomo
la bambina tiene una mano sui capelli dell’uomo
e guarda verso il piccolo cane con un’aria un po’ assorta
mi ricorda altre figure femminili
conosciute in Colombia
come se la vita fosse un gioco
da affrontare con leggerezza

*

Cosa

cosa significa
la prima notte il tuo sonno comatoso
il doppio ritorno
brandelli di magia not
turna e di dolcezza e
quanto
durerà. cosa
significa
la tua curva doppia.

*

Ho baciato una ragazza davanti all’oceano pacifico
diceva che il mare era un grosso amante
un grande dio che ama le donne
diceva che sono un angelo cattivo
che non devo essere geloso del mare.
le finestre dell’albergo mandavano una luce strana
era una ragazza fragile
come può essere solo in un paese cattolico
aveva un cervello febbrile
abbiamo camminato per parchi
in una città con molti prati.

*

Poesia che ha avuto successo

Cari governanti,
non rubate.
Non preparate nuove guerre.
Non aumentate le tasse ai poveri.

*

© Carlo Bordini

I poeti della domenica #133: Carlo Bordini, Festa

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Carlo Bordini Festa

da Assenza, Carteggi letterari edizioni 2016, € 14,00

*
Festa

Myra, che ha circa cinquant’anni meno di me,
mi ha detto:
quando avrò 70 anni, e sarò una
vecchietta rattrappita,
tu mi verrai a trovare e (mi) dirai
come stai?
Io ti dirò:
avevi ragione. (tutto sommato)
è andata abbastanza bene.
Tu mi dirai:
sono venuto a farti una sorpresa.
Sei venuto a farmi una sorpresa.
Sono venuto a portarti ad una festa.

*
© Carlo Bordini

Una frase lunga un libro #81: Francesco Tomada, Non si può imporre il colore a una rosa

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Una frase lunga un libro #81: Francesco Tomada, Non si può imporre il colore a una rosa, Carteggi Letterari, 2016, € 10,00

*

Volevo scrivere di loro
ma mi chiedevo come

Leggo Francesco Tomada da molti anni, ho tanta stima di lui e poi siamo diventati amici. Dovrei, dunque, sapere, o credere di sapere, ogni cosa della sua poesia; dopo aver letto Non si può imporre il colore a una rosa mi sono reso conto che non è così, ed è meglio, perché il poeta che leggeremo sempre è quello che non conosceremo mai fino in fondo. Oggi scrivo di questo nuovo libro, uscito per Carteggi Letterari e impreziosito dai disegni di Francesco Balsamo e da una nota di Natàlia Castaldi, per capire qualcosa di più della poesia di Tomada. I due versi che ho scelto sono bellissimi e rappresentano non solo una delle grandi domande che ci si pone quando si tenta di scrivere, ma – e soprattutto – sono la perfetta sintesi della poetica di Francesco Tomada. Loro nel testo del poeta goriziano sono gli ultimi e gli ultimi arrivati, gli immigrati che stanno in coda davanti alla Caritas, nella fatica dei loro tentativi di farcela, e sono i loro fratelli che non ce la fanno, mentre noi guardiamo o non guardiamo. Loro sono poi tutti gli altri, sono le persone e i fatti, sono gli oggetti e sono le case, sono i giardini e sono gli abbracci, sono la pioggia e i parabrezza. Loro siamo tutti quanti e sono i tentativi di scrivere qualcosa che abbia senso. Loro sono gli occhi del poeta che non ce la fanno a vedere tutto, ma che quello che non vedono provano a immaginarlo. Loro sono i figli, le madri e i padri. Loro sono una sorella o un operaio. Loro sono la donna amata e un bar. Sono un pezzo di pane raffermo e un altro appena sfornato. Vedete quante cose? Di tutto questo e di molto altro ha sempre cercato di scrivere Tomada, di tutto ciò di cui si vive e si muore, ma ancora si domanda come.

(altro…)