CartaCanta editore

Emanuela Rizzuto, da “Porta libeccio”

 

Mi commuove questo vuoto sotto le nuvole
e le nuvole e il buio e le mie dita
rivedere l’indice di mia madre
il pollice come quello di mio padre
una famiglia scomparsa rimasta
soltanto in una mano e mi commuove
la chioma di vetro rosa sugli alberi
le rughe che aspetto ogni mattina
la grande storia sulle mie spalle
fatta di pietre.
La forza dentro ogni disperato
uomo
si ripete
in questa cattedrale nuda che riempio,
ed è bellissimo
sapere che mi guardi
come guardi ogni umano
sapere che invecchio insieme a mio padre.
E sentirmi esistere
in questa tristezza immensa a forma di cose
nella corsa che mi porta al bene
nel vedere bello tutto quello che tocco.

(altro…)

Versi e vinili #1: Francesco Filia, Parole per la resa

Ci sono raccolte di poesia i cui versi accompagnano gesti, eventi, passi di una vita. Ci sono dischi che dispiegano la loro vocazione a farsi parte della colonna sonora di una vita. Due affermazioni, queste, talmente evidenti da apparire banali. Banale, tuttavia, non è la combinazione, seppure tutta soggettiva e rielaborata da chi riceve e recepisce, di una determinata raccolta di poesia e di un determinato album musicale, l’associazione – da qui il nome di questa rubrica – di “versi e vinili”. La prima puntata della nuova rubrica di Poetarum Silva è dedicata all’incontro tra Parole per la resa, la raccolta più recente di Francesco Filia, e Etica Epica Etnica Pathos, l’album che i CCCP-Fedeli alla linea pubblicarono nel 1990. (Anna Maria Curci)

Versi e vinili #1:
Francesco Filia, Parole per la resa ¦ CCCP, Epica Etica Etnica Pathos

La storia dell’incontro tra Parole per la resa di Francesco Filia e Etica Epica Etnica Pathos nasce da una prima intuizione, che si è manifestata con urgenza, perfino con incontrollata irruenza, e che ha trovato successivamente conferma in letture e ascolti rinnovati. Una prima intuizione che si è imposta come colonna sonora fin dalla prima lettura, una sera, allorché mi sono arresa alla bellezza dolorosa di un libro che aspettavo da tempo, da quando, per la precisione, avevo visto quasi delinearsi lo sviluppo “del cammino e della resa” nella precedente raccolta di Francesco Filia, La zona rossa e nei testi della plaquette L’inizio rimasto, poi divenuti la V sezione di questo volume.
Epica, etica, etnica, pathos, mi sono detta quella sera, con «il canto oltre il destino», dolente eppure tenace, che faceva battere le tempie e premeva sulle corde vocali. Proprio all’album del 1990 che i CCCP-Fedeli alla linea firmarono con Gianni Maroccolo, proprio nelle tracce del vinile che si proponeva di riportare «tutto lo sporco degli anni ’90 con la tecnologia degli anni ’70», proprio in quelle canzoni, i cui autori, nella quasi totalità delle tracce, rispondono ai nomi di Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, proprio in quella tappa musicale che fu una fine e fu un inizio e fu una resa e fu una ripartenza ho trovato il legame fortissimo con le singole parole e l’intera architettura di amore, di resa, di strazio e di resistenza della raccolta di Francesco Filia.
Provo allora a entrare nel vivo di questo incontro e a dare una risposta ad alcuni “perché”.
Perché “epica”? Perché il respiro delle «parole per la resa» di Francesco Filia è un respiro ampio, perché esso abbraccia più generazioni, non solo quella alla quale anagraficamente appartiene l’autore, ma anche quella di chi sta scrivendo qui e ora e, dunque, quella degli autori dell’album del 1990. È un respiro che si slancia solido e temerario dalla cosmogonia al minimo sussultare di minuscola vita, che fa i conti con «Lo sgomento per una primordiale cellula/ che duplica se stessa per intero in eterno».
Perché “etica”? Perché “dobbiamo”, sì, «Dobbiamo consegnare le parole per la resa», senza dimenticare amplessi e slanci della nostra adolescenza (penso a Baby blue dell’album) e tentando, appunto, «il canto oltre il destino», «il gesto oltre il destino» (e qui il legame con Campestre dell’album è, se possibile, ancora più evidente). In questo senso vanno esplicitamente i testi che compongono la prima sezione della raccolta, che ha il titolo della raccolta stessa: Parole per la resa.
Perché “etnica”? Perché la poesia di Parole per la resa è ‘satura’ della «gloria del disteso mezzogiorno” e rende quelle «tre del pomeriggio», la greve e gravida controra, la finta indolente, con gli accenti che giungono tanto più veri, quanto più legati da un lato a una tradizione poetica ben definita e vissuta (l’eredità montaliana è manifesta e dichiarata) e dall’altro a una parola poetica ricombinata, ricollocata e ricreata in un tessuto compositivo originale, come avveniva, per esempio, in Aghia Sophia dell’album dei CCCP (dove già quel “Tedio domenicale” dell’attacco lancia una cima alla poesia).
Perché “pathos”? Perché la raccolta è tutta attraversata dal rovello del domandare, del non fermarsi, da «un cavo disperato cercare»; eppure essa è anche, inequivocabilmente, nel segno dell’amore, dell’eros con Carmen – e se volessimo lanciarci, noi famelici e “ipocriti lettori” nell’esplorazione del nome, avremmo pane per i denti: carmen canto Carmelo mistica clausura. Perché, ancora, è poesia che narra di un abbandono sull’orlo dello strapiombo, del fondersi e del perdersi, nel duettare tra «l’azzurro cupo» e «l’immenso che travolge», come fanno, in alternanza, i trenta testi della II sezione, Diario di una vacanza. (altro…)

Alessia Iuliano, Non negare nessuno

imprevisti-iuliano

Da Imprevisti, Non negare nessuno, CartaCanta, 2016

*

Amen – la messa è finita
andate in pace (andate)

andate piano e diffondete

(diffondete)

la parola amen.

Amen.

Dove hai puntato
l’occhio oggi chi
tradisce chi è
il tradito – Dio

mio la confusione
è poco, confusione
è mondo ma ti sento

anche nelle lontananze

.

*

Questa notte così folta
ha la violenza
delle cose che stupiscono
quando serrata
la bocca non basta

è il tuo gridare
muto, ingiusto
giusto a metà che mi ferma –

perché lui che dorme sdraiato
sul fianco battuto della stazione
è la tua sete a chiamarlo.

Eppure la nebbia congela

mani come bandiere

.

*

Alla fine non ho dormito

aspettando i colombi
in terrazza quando la sera
sbattevi la tovaglia.

Tornano sempre
dove si mangia

senza nessuno
a scacciarli

.

*

Si poteva comunque
qualcosa

e settembre chissà –
è l’odore di marzo.

Chiariremo la forma
del niente, quando luogo
avrà avuto

l’imprevisto di nascere

.

Da Mare cardinale, Non negare nessuno, CartaCanta, 2016

*

Di nuovo è lei:
le case si svegliano
i pakistani cucinano

c’è vita ovunque, la senti?

È fatta di niente, di volti
primissime albe

e sì, anche di baci

.

*

Tornare a casa
è come non tornare
ma perdersi,
più bosco e le luci
a non dimenticare –

che del silenzio
puoi fare miniera
e dal baratro rotto
partorire bellezza

 

 

 

Alessia Iuliano è nata a Termoli nel 1995; studia lettere moderne a Chieti e Musicoterapia presso il conservatorio di Pescara. Dal 2015 collabora con la rivista online clanDestino diretta da Davide Rondoni e Gianfranco Lauretano. Nello stesso anno, la Word Federation Music Therapy sceglie Thanks to WFMT, canzone di cui Alessia ha curato interamente il testo, come sua sigla ufficiale. Nel gennaio 2016 è pubblicata per la casa editrice Edizioni di pagina la sua prima traduzione dall’argentino: Il ladro di ombre, libro che nel maggio 2016 è il super vincitore del Premio Elsa Morante Ragazzi. Non negare nessuno, la sua prima raccolta di poesie, è vincitrice del primo premio al concorso nazionale di poesia “Serrapetrona – le stanze del tempo 2016”, promosso dalla Fondazione Claudi.

Marianna Garofalo – L’anno in cui mia madre non c’era

Milano -  foto gianni montieri

L’anno in cui mia madre non c’era

Quell’anno mia madre non si prese troppa cura di me. Ancora oggi non saprei spiegare il perché, visto che a scuola ero la migliore. Forse doveva lavorare tanto e quindi era più saggio che imparassi a sbrigarmela da sola. Ma non mi annoiavo. Cinque ore le trascorrevo all’istituto Manzoni e nel frattempo ero riuscita ad escogitare un sistema per impiegarne tre nel fare i compiti. Scrivevo una parola ogni due minuti (un numero, nel caso della matematica) e alle sei del pomeriggio ero di nuovo libera. A quel punto non avevo degli amici immaginari. Qualche volta ho provato a litigare con qualcuno inventato da me, ma la ragione era necessariamente dalla mia parte e mi annoiavo. Quindi smettevo.

Per un periodo mia madre aveva avuto la brillante idea di far venire a casa la nonna e quello fu davvero un incubo. Mia nonna non era cattiva, aveva un brutto odore e come obiettivo nella vita quello di rimpinzarmi di cibo fino a farmi esplodere. Non parlava tanto, aveva solo voglia di ficcarmi qualcosa in bocca. A casa sua non c’erano mai medicine perché qualsiasi problema di salute poteva essere risolto da un alimento. La nouvelle omeopatie di mia nonna – che col tempo andò complicandosi -, prevedeva: formaggio per i denti, il pane per lo stomaco, il riso per la pancia, le noci per la circolazione, il latte per l’acidità, la carne per la pressione.

Se la dottoressa oggi le dicesse che parte dei miei disturbi alimentari sono causa sua lei la guarderebbe con tanta compassione e le preparerebbe subito una fetta di pane e Nutella. Nel giro di qualche mese riuscii a liberarmi di mia nonna con l’aiuto di un ictus che la costrinse a letto e di una infermiera che doveva starle sempre vicino. Così nemmeno lei poteva più occuparsi di me.

Non avevo tante amiche. Le mie compagne di classe non volevano avere troppo a che fare con me, sia perché ero la prima della mia sezione, sia perché portavo i capelli corti (che era il solo modo con cui mia madre si assicurava che non andassi a scuola in modo scombinato facendole fare brutta figura). Avevo solo un amico, il mio vicino di casa, Paolo, che voleva fare il poliziotto e mi obbligava al ruolo di ladro ogni volta che giocavamo insieme. La dottoressa una volta mi chiese se per caso riconducevo a Paolo qualche esperienza particolarmente significativa, traumatica o se mi ritornava alla mente un particolare. Io ricordo solo che Paolo era un bambino che voleva diventare poliziotto, che fingeva di inseguirmi e che urlava per provare a spaventarmi. Poi ricordo che quando eravamo in giardino a giocare facevamo pipì insieme a patto che nessuno spiasse l’altro. Non mi dava fastidio fare pipì nel cortile, solo qualche volta era difficile mantenersi in equilibrio senza bagnarsi. Sarà stato per questo che Paolo non mi guardava mai.

La dottoressa però crede che il fatto che io sia cresciuta con una personalità di tipo maschile (Paolo lo chiama così), abbastanza violenta e prevaricatrice (perché non mi lasciava mai fare il poliziotto) sia il motivo per cui mi piacciono ragazzi con caratteri forti e autoritari. Mi chiedo se tutti questi ragazzi forti e autoritari volessero fare i poliziotti da piccoli con un ramo come manganello e una pistola finta. Un giorno a Paolo regalarono un cane, un bassotto di cui non so più il nome, ma solo il colore, marrone chiarissimo e tante grinze tra le orecchie e la testa. Io avevo paura dei cani perché  non ero abituata a relazionarmi con le persone, figuriamoci con gli animali.

Un pomeriggio andai a casa di Paolo e il piccolo bassotto mi venne incontro. Io scappai perché non capivo cosa volesse da me e lui prese a inseguirmi. Alla fine mi scorticai il ginocchio con dei sassi e mi feci male. Dovettero portarmi al pronto soccorso perché necessitavo di punti. Due. Mi accompagnò la madre di Paolo, che provò a farmi ridere per tutto il tragitto fino all’ospedale e ripeteva in continuazione che non mi ero fatta niente. Mia madre la sera venne, mi abbracciò e disse che dovevo smetterla di giocare con i cani.

Non sapeva che era la prima volta e che a me gli animali non piacevano per niente.

Questa storia la dottoressa non l’ha mai saputa e nemmeno che odio i cani, perché le ho già detto che odio troppe cose e di questa un po’ me ne vergogno. La gente ti guarda sempre male quando le dici che non ti piacciono i cani.

Non scesi più in giardino e Paolo non sembrò avvertire troppo la mia mancanza, perché il bassotto mi sostituì molto dignitosamente (e negli inseguimenti devo dire che era di gran lunga superiore).

“Le cose strane” – così le chiamavano tutti – cominciarono dopo l’episodio del bassotto. In quel periodo provavo un profondo fastidio per il silenzio, una cosa che in teoria, per la sua essenza più propria, non ha mai ferito nessuno. Io lo trovavo un lungo nulla di niente che da un orecchio si protendeva all’altro e che mi provocava un dolore terrificante. Quando lo spiegai alla maestra lei mi guardò un po’ e disse che senz’altro era un tappo di cerume. Io non credo fosse un tappo, perché altrimenti non avrei dovuto sentire niente e invece il silenzio lo sentivo proprio e non aveva un bel suono. Fu un pomeriggio che mi faceva particolarmente male che decisi di coprirlo con qualcos’altro. Accesi lo stereo nel salotto e la televisione ad altissimo volume e mi misi a sedere sul divano. Per un po’ le cose andarono meglio, ma poi il silenzio tornò con una violenza che non saprei descrivere e allora afferrai il vaso sul tavolino accanto a me e lo gettai a terra con tutta la forza che avevo nelle braccia. Poi lo feci con tutti gli oggetti del salotto, della cucina, del bagno e della casa intera. La dottoressa mi chiese durante le prime sedute che sensazione mi avesse dato rompere tutti quegli oggetti. Io le risposi solo che a me facevano molto male le orecchie e che questo dolore era colpa del silenzio. Allora mi chiese se non avessi pensato a mia madre e alla reazione che la scena avrebbe potuto procurarle. Io le raccontai che mia madre non c’entrava niente con le cose strane e che io avevo solo cercato una soluzione per sentirmi meglio. Mia madre invece quando tornò non disse una parola, mi guardò, si mise a scuotermi piangendo e mi domandò se fossero entrati i ladri e se mi avessero fatto del male. Era la prima volta che vedevo mia madre piangere. Pensai fosse una cosa buona e allora le dissi di sì.

Dopo quel giorno decisi di abituarmi al silenzio e così cessò il dolore al timpano.

Mi ci abituai talmente tanto che non parlai più. Se parlavo lo coprivo, se lo coprivo non lo sentivo, se non lo sentivo ero sola. Dalla dottoressa all’inizio rispondevo scrivendo o su un foglio o su una lavagna. Io dicevo “dire” ma nel mio caso significava scrivere.

Mia madre mi tolse dalla scuola e assieme alla mia insegnante mi portò in un edificio per persone evidentemente disturbate. Sembrava molto più vecchio visto da fuori, con dei muri grigi e gialli, pieni di crepe e sporchi di pedate. Anche mia madre iniziò ad andare ai colloqui con la dottoressa. Le mie compagne di classe erano meglio delle persone disturbate, ma dissero che per un periodo sarei dovuta stare lì qualche ora al giorno e poi tornare a casa.

Dopo sei anni sono uscita dalla scuola per persone disturbate, perché ho terminato il mio percorso e  quindi basta che continui a prendere qualche medicina e che vada dalla dottoressa ogni settimana. Mi fa piacere perché la dottoressa è una brava signora e credo si sia affezionata a me. A volte la trovo solo un po’ ingiusta, per esempio quando dice che Paolo è una personalità violenta e prevaricatrice o quando dice che mia nonna è parte in causa dei miei disturbi alimentari. Io credo solo che mia nonna avesse fame, perché è cresciuta quando c’era la guerra e Paolo volesse giocare al poliziotto perché suo padre è un poliziotto. Cioè io credo che a volte le cose siano solo come sono e non come non sono perché altrimenti lo sarebbero. Credo. La dottoressa questo non lo crede mai.

Ricominciai a parlare a 11 anni e tre mesi, due anni dopo essere entrata nella scuola per persone disturbate e più precisamente il giorno in cui morì mia nonna. Mia madre mi venne a prendere e andammo a trovarla a casa, dove c’erano tutti i miei parenti che piangevano attorno al suo letto. Le tapparelle erano abbassate e la porta d’ingresso doveva restare sempre aperta, così la gente poteva entrare a salutarla senza dover bussare. Girò appena la testa e mi disse: – almeno adesso che sto morendo mi vuoi dire una parolina? –

Io mi guardai un po’ in giro e le chiesi a bassa voce: – Nonna, cosa si mangia per non morire? –

Mia madre scoppiò a ridere. Era la prima volta che la vedevo ridere.

Pensai fosse una cosa buona.

di Marianna Garofalo

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Nota: il racconto è stato pubblicato nell’Antologia Si sente la voce – CartaCanta editore