Carlo Levi

Sandro Abruzzese, Un posto nel mondo: appunti sulla provincia

Cairano, Irpinia. Foto di Sandro Abruzzese

Un posto nel mondo: appunti sulla provincia

Forse in provincia, in una provincia votata al dubbio, al sospetto, in una provincia plasmata e migliorata nell’alterità e a volte nell’opposizione agli aspetti più deleteri della metropoli, si potrebbe essere individui e comunità  “sovranamente”, direbbe Bataille, laddove l’anonimato e l’impotenza urbani riducono sovente l’essere umano a cosa.

Partirei, per un dialogo sulla provincia, dal fatto che “avere un posto nel mondo” è qualcosa di essenziale che in certe condizioni politiche, come le nostre attuali, può sembrar banale, ma basti pensare all’ex Jugoslavia o alla Palestina, alla Siria, luoghi geograficamente e culturalmente vicini all’Europa mediterranea, per capire che si tratta di una fortuna da cui partire per costruire. Condividere un luogo ricco di risorse, senza particolari attriti, senza odio, guerra, terrorismo, è già una fortuna immensa, lo dico con la mente e il cuore a Srebrenica, per esempio, dove per varie ragioni accade il contrario.
“Avere un posto nel mondo”, dunque, fa pensare al concetto di patria: potrei dire con Arendt che la più grande privazione dei diritti umani è avvenuta ai danni di una popolazioni privata di un posto nel mondo: gli ebrei.
Così come accade oggi con i migranti del mediterraneo, è la perdita della comunità politica il passo verso il baratro, la fuoriuscita dall’umanità di chi non ha casa, nome, lingua. Avere un posto nel mondo non è questione da poco. È questione di corpi e spazio che formano luoghi, occorre poi soprattutto “averne cura”.

Permettetemi questa premessa e di dire qui, nel Mezzogiorno, a Sala Consilina, una volta terra di contadini e migranti, che nessuno che abbia perso la patria dovrebbe trovarsi mai nell’impossibilità di trovarne un’altra: si tratti del diritto al radicamento, della libertà di restare, o del diritto all’estraneità, la sostanza non cambia. Oggi escludere un individuo vuol dire cacciarlo dall’umanità, questo non è ammissibile, deve essere ritenuto un crimine: non è il migrante un fuorilegge, ma chiunque lo abbia messo in quelle condizioni, ad esserlo. Chiunque, distruggendo mondi, colonizzandoli e dominandoli, renda priva di senso e disperata l’esistenza altrui, è un criminale. (altro…)

Carlo Levi, La terra cede e scivola

Carlo Levi, da Biografieonline

Carlo Levi, La terra cede e scivola
(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

di Sandro Abruzzese

 

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto, la creazione, cioè, degli oggetti dalla indifferenziazione”.

Carlo Levi, Il contadino e l’orologio

 

Nel saggio introduttivo al Cristo, Italo Calvino sostiene che per comprendere la poetica di Levi occorre partire da Paura della libertà, libro scritto nel ’39 a La Baule, durante l’esilio in Francia. In esso infatti affiora per la prima volta la riflessione dello scrittore in merito allo Stato-idolo. Sono riflessioni molto belle, che risentono della filosofia europea, da Vico, Spengler, a Hegel, Gramsci, Gobetti. Levi al cospetto del fascismo e dei totalitarismi vi sostiene che quando si combatte per un idolo, quando gli stati sprezzano l’individuo imbrigliandolo nell’esercito, nella macchina burocratica, nell’organizzazione centralistica, la libertà lascia il posto alla crescente e continua oppressione. Per uno Stato del genere, poi, la guerra è “il sacrificio perfetto”. A uno Stato del genere occorrono nemici, schiavi, servi. E nessuno meglio degli stranieri, di estranei può fare al caso. “L’idolo statale”, scrive Levi, “può reggersi soltanto finché avrà di fronte a sé uno straniero: un nemico necessario, che dovrà essere continuamente espulso e continuamente ritrovato, una vittima provvidenziale” (p. 114). Quando si combatte per un idolo, quando si è in una guerra religiosa, lo Stato ha bisogno di una massa informe, di cui le grandi città, i sobborghi di “gente senza storia”, insieme al tecnicismo, sono il risultato. È questo Stato a generare un mondo “impoetico, anonimo, ripetitivo”.

In Paura della libertà Levi intuisce pure che l’urbanesimo, il corpo sformato del Paese, è legato a una cultura del non senso, di massa, a suo modo totalitaria, perché intrisa di propaganda, la quale serve allo Stato-idolo per produrre l’identità indistinta, confusionaria e priva di molteplice. È un’umanità informe, “sradicata da ogni determinazione”. Inoltre egli riflette sulla compresenza dei tempi e delle civiltà, individuandone lungo la penisola una militare e una contadina. La prima è statolatra, religiosa e giuridica, il cui tempo risulta lineare; la seconda anarchica, irreligiosa e poetica, fuori dalla storia poiché immobile. È quest’ultimo il mondo portato alla luce da Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Ed è questa compresenza dei tempi che egli testimonia e per cui giustamente Calvino rimanda a Paura della libertà.

paesaggio calanchivo di Aliano, foto di Sandro Abruzzese

Tuttavia, sebbene lo scritto del ’39 sia un saggio ricco di riflessioni interessanti sull’arte, sulla lingua, sul sacro e sul religioso, quello che il Cristo aggiunge è lo sguardo, la capacità percettiva dell’esule torinese, e quella scrittura “erotica”, certo a volte venata di atteggiamenti tronfi o paternalistici, ma che nasce sempre dall’amore per la vita e l’umano, dalla passione per la libertà e la giustizia. La scrittura di Levi, avrà modo di dire Giulio Ferroni, “ha il dono (…) di saper dare il senso di una vita distesa nel tempo, di uno spazio pullulante di presenze, di speranza, di sensazioni, di delusioni”.
Non solo. In Carlo Levi il paesaggio, l’ambiente, la luce, prendono corpo. Credo che la fisicità, la corporeità lucana, nonché l’impatto che su di lui ha avuto la lunga permanenza forzata a contatto col mondo contadino sia qualcosa di simile a un’agnizione per l’intellettuale cittadino. Levi è un corpo estraneo, un intellettuale europeo, illuminista, proveniente da una Torino già industriale, ed è come se proprio in quanto corpo estraneo egli sia in grado di mettere a fuoco le contraddizioni lampanti ma aggrovigliate della società meridionale. È questa matassa che Levi dipana grazie agli intensi e precedenti studi meridionalistici e all’esperienza diretta del confino.

Se volessimo trovare qualcosa di simile, e di pari, capitale importanza nella cultura italiana, verrebbe fatto di pensare al meridionale sardo Antonio Gramsci, trapiantato dalla piccola Ghilarza alla grande città industriale sabauda grazie a una borsa di studio. Nondimeno negli stessi anni, tra Francia e Inghilterra, per altre vie del tutto originali, sarà Simone Weil ad avvicinarsi e approfondire le stesse tematiche dell’autore del Cristo.

(altro…)

Sud – in caso di arte

Nuovo Cinema

Da quando sono tornato in Sicilia mi imbatto spesso in una specie di equivoco critico per il quale certe rappresentazioni del Meridione sono viste dai meridionali come un giudizio sprezzante nei confronti loro e della loro terra. Un mio amico, peraltro molto intelligente e di ottimi gusti artistici, si è recentemente scagliato pubblicamente e un po’ per gioco contro Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, definendolo “una cagata pazzesca” che svalorizza la Sicilia raccontandola in un modo anacronistico e attraverso il punto di vista di uno “snobbettino” che una volta partito sembra vergognarsi delle proprie origini “avendo evidentemente conservato il cervello di un paesanello coi sensi di inferiorità”. Ora, il mio amico non ha in generale tutti i torti, nel senso che in Tornatore c’è spesso un indugiare compiaciuto nel vintage, ma non mi pare il caso di Nuovo Cinema Paradiso, che è piuttosto il ritratto sincero e commosso di un mondo che non può che essere perduto e ricreato, visto che fa tutt’uno con l’infanzia del protagonista. Che peraltro da adulto non ha niente di snobbettino e non pare vergognarsi affatto delle sue radici, pur essendosene drasticamente allontanato. Mi colpiscono invece questi trattamenti ideologici dell’arte, questa specie di rancore, molto intellettual-siciliano, verso ogni rappresentazione trasfigurata dei nostri luoghi. Lì forse c’è davvero un complesso irriducibile di inferiorità (che è l’altra faccia di un altrettanto irriducibile complesso di superiorità) di noi isolani e in generale di noi meridionali. Se dico ideologico è perché tutte le ideologie sono nette e unilaterali, e finiscono insomma per vedere un aspetto solo delle cose, quello più utile al loro discorso e quasi sempre l’aspetto più superficiale, che nell’arte finisce per coincidere con quei referenti di realtà sui quali la finzione si è innestata. Ma se è inevitabile che ogni opera d’arte parta da presupposti reali, inevitabilmente poi da quei presupposti si allontana e si emancipa. Quando cioè Tornatore parla della Sicilia non parla SOLO della Sicilia, come Garcia Marquéz quando parla del Sudamerica non parla SOLO del Sudamerica e Montale quando parla della Liguria non parla SOLO della Liguria. La Sicilia gioca invece in questo caso il ruolo di una periferia che sta anche per le altre periferie del mondo, sconvolte nel bene e nel male da quegli effetti di immaginario che un centro emittente ha prodotto con i suoi film, rendendo inadeguata la vita che si faceva prima, cambiandola nei sogni e nelle aspirazioni (sulla condizione della perifericità scossa e travolta da cambiamenti arrivati da lontano, consiglio L’idillio ansioso. “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta e la letteratura delle periferie di Stefano Brugnolo). Ma per sentirsi periferici non occorre essere per forza abitanti delle periferie in un senso strettamente geografico, basta percepirsi improvvisamente defilati e in ritardo rispetto a un qualche importante mutamento generale in corso, come la rivoluzione della bellezza e dei costumi che investe gli abitanti di Giancaldo. Credo sia per questo che Nuovo Cinema Paradiso è piaciuto e piace ancora ovunque, a meno di non pensare che fuori della Sicilia la gente provi piacere a sentir parlare male o in modo sminuente della Sicilia e dei siciliani.

L’interpretazione parziale e regionalistica è d’altronde uno dei pregiudizi interpretativi che Francesco Orlando ha cercato di smentire nel saggio L’intimità e la storia: lettura del “Gattopardo”, a proposito del capolavoro del suo maestro diretto Tomasi di Lampedusa. La domanda che si poneva Orlando era delle più semplici ed empiriche: com’è possibile che un romanzo definito “siciliano” e a volte addirittura “borbonico” ha ottenuto un successo portentoso in ogni parte del mondo, lontanissimo dalla Sicilia e dalla vicenda risorgimentale italiana? Badiamo che domande simili possono essere poste per ogni grande opera letteraria, solo apparentemente vincolata a un contesto e in realtà capace di parlare all’umanità di ogni tempo e ogni luogo. Nel caso del Gattopardo abbiamo a che fare con il declino di una classe, quella aristocratica, raccontato però, ci dice Orlando, da un punto di vista interno all’aristocrazia stessa, cosa che mai era avvenuta nel romanzo europeo fino a quel momento. Il pathos della consunzione di un intero mondo giudicato dalla Storia obsoleto e tramontato non è certo però un esclusivo sentimento della nobiltà ottocentesca siciliana al tempo dell’unificazione, rispetto alla quale la nascita del romanzo è peraltro distante molti decenni (da qui l’accusa di tradizionalismo e ritardo culturale espressa da Vittorini, che lo rifiutò per Einaudi, cadendo in uno dei più grossi malintesi della storia editoriale italiana). Nemmeno l’appartenenza dello stesso Tomasi a una nobiltà ormai ampiamente decaduta basta a congedare la sua opera come il testamento di una classe sociale. Se Il Gattopardo ha ormai il valore di un classico, ed è tradotto e letto in ogni altro continente, questo avviene perché in effetti attraverso la condizione di una certa aristocrazia siciliana ha raffigurato una condizione periferica essenziale, il sentimento del sentirsi tagliati fuori dalla Storia, isolati e pronti a essere sostituiti dal nuovo che avanza. Per dirla con Matte Blanco (il cui pensiero avevo provato a spiegare qui), per effetto di quella logica simmetrica che prevale nelle nostra emotività e che generalizzando tratta l’individuo come se fosse la categoria, la Sicilia di Tomasi sta per tutte le Sicilie del mondo, per tutte le province del mondo, per tutte le periferie fisiche e mentali del mondo. Ogni esperienza estetica è di fatto esperienza di una infinita estensione del senso, e per questo nessun referente reale, come dicevo all’inizio, può bastare a spiegare un’opera d’arte. Rispetto a Nuovo Cinema Paradiso c’è naturalmente una ben diversa enfasi portata sui cambiamenti epocali, un giudizio sul Tempo filtrato attraverso la lucida coscienza del Principe di Salina. Che non è affatto, sostiene Orlando nel saggio (e anche a un certo punto in una lunga e appassionante intervista, per chi vuole qui), l’eroe di un inveterato immobilismo siciliano, il preteso avversario di ogni progressismo. Consapevole della necessità del cambiamento, dietro la sua assenza di illusioni si nasconde invece un’invincibile capacità di illudersi ancora; per effetto di quella logica della negazione freudiana che nega per affermare, dichiara che tutto è inutile proprio perché ne sente l’utilità; dice insomma “non ci spero per dire segretamente ci spero”.

Quest’ultima constatazione dovrebbe anche farci riflettere su quanto siano ambigue le ideologie trasferite nell’arte: un campione dell’aristocrazia come don Fabrizio può diventare al tempo stesso il segreto portatore delle istanze opposte agli interessi della sua classe. Se dunque il Sud raccontato non è mai esattamente il Sud reale, a questo sfalsamento se ne aggiunge un altro, quello tra testi letterari e discorsi ideologici. Pur potendo cioè partire da visioni del mondo forti, da sistemi valoriali ferrei, qualunque opera d’arte, come nel caso del Gattopardo, saprà comunque dirne al tempo stesso il rovescio e le contraddizioni. Per questo risulta improprio il trattamento colpevolizzante che un particolare filone di studi, che prende le mosse da Edward Said, riserva a un certo tipo di letteratura, accusata di essere strumento di potere (rinvio a S. Brugnolo, “Obiezioni a Said”, Between, I.2 (2011), http://www.between-journal.it/). Said si scaglia in particolare contro il discorso che l’Occidente farebbe da sempre sull’Oriente per tenerlo soggiogato e sotto controllo, chiuso dentro un’immagine esotica e immobile. Per questa ragione si parla da qualche anno e sempre più insistentemente anche di una “orientalizzazione” del Meridione italiano, rappresentato in una mescolanza di pittoresco e drammatica arretratezza. Ho letto da poco Cristo si è fermato a Eboli, e insieme alla descrizione di una Lucania disperata per malaria e povertà sentivo però anche una fascinazione che andava ben oltre il semplice pittoresco. Levi ci presenta cioè il paese di Gagliano come un luogo in cui possono ancora adempiersi parti di noi faticosamente rinnegate, il desiderio della stasi contro la necessità del divenire, il pensiero magico e superstizioso contro quello razionale. Gli orientalisti diranno che il trucco è proprio quello, dare il contentino dell’esotismo inchiodando al tempo stesso il Sud a un destino storico senza riscatto. Ma la lucanità come la sicilianità come la sardità come la napoletanità sono classi logiche da assumere in modo ampio, o nel confronto ingenuo con i loro referenti reali non potranno che sembrarci maschere eccessive e false; o al peggio, come per Said, riformulazioni ideologiche del mondo. Prendiamo il caso limite della letteratura d’inchiesta, alla Saviano, a volte sorprendentemente contestato dall’opinione pubblica: parlando con napoletani, mi è sembrato che il problema non fosse l’evidenziazione del fenomeno camorrista, quanto la narrazione e il colore aggiunti a questa, e quindi, per così dire, gli aspetti letterari, che creavano una certa immagine totalizzante della Campania. Che poi è appunto quello che fanno tutti i processi estetici, dove prevale la logica simmetrica. Pur partendo insomma da aspetti reali (c’è qualcosa di vero in un Sud più arretrato e superstizioso del Nord), l’arte poi li potenzia, li oltrepassa, li rende universali. Quando però questa espansione del senso viene ignorata, si finisce per attribuire alla letteratura poteri e responsabilità che non ha rispetto alla realtà concreta: se l’Oriente è così, è anche perché certi scrittori lo hanno a loro volta colonizzato con le loro opere; se il Sud è così, è anche perché la letteratura e il cinema lo hanno rappresentato in un certo modo; e così via. Mi viene in mente il romanzo di uno scrittore belga simbolista, Bruges-la-Morte di Georges Rodenbach, che dava della città un’immagine provinciale, sonnolenta e luttuosa proprio negli anni in cui questa cercava di riprendersi nei commerci grazie alla realizzazione di un nuovo porto. Rodenbach fu insomma accusato di avere “orientalizzato” Bruges mentre i suoi abitanti cercavano di “occidentalizzarsi” definitivamente. Non pare che la ripresa economica della città sia avvenuta di meno a causa del romanzo, né che il romanzo abbia funzionato e funzioni di meno per non essere stato un reportage esatto.

@Andrea Accardi

 

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

Vitagliano_Nota_Matera2015

Pasquale Vitagliano e Luciano Nota – “Erato a Matera”, 13 agosto 2015

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

Scrivendo di questione nazionale e di questione meridionale, Antonio Gramsci riteneva che in Italia è mancata una cultura nazionale e popolare, perché gli intellettuali italiani sono stati o cosmopoliti, “globalizzati” diremmo oggi, o provinciali, portati a credere che il proprio cortile urbano sia il centro del mondo.
La poesia meridionale non è stata né cosmopolita, dunque lontana dalle correnti d’avanguardia e neo-avanguardia nel Novecento, e neppure provinciale, ovvero unicamente legata ad “un” territorio (come la poesia vernacolare, regionale).
Se una parola, invece, può definire la linea poetica meridionale è “diaspora” (“migrazione di un popolo”), tanto fisica, quanto intellettuale. Fisica perché molti autori hanno operato lontano dal proprio luogo di origine, intellettuale in quanto quasi tutti hanno dovuto fare i conti con il proprio territorio vissuto come limite (la leopardiana “siepe”) e dunque si sono continuamente confrontati con l’ “altrove”.
La “diaspora” ha, col tempo, dimenticato il dolore dell’abbandono e dell’amputazione, reso fertile la linea poetica meridionale, anzi vorrei dire, perché non amo le classificazione, della poesia dei meridionali. Non è un caso che il significato letterale della parola greca è “disseminare”. Il che anticipa la convinzione espressa da Dante Maffia che la poesia autentica è quella che “insemina” l’anima del lettore, portandolo a guardare il mondo con una visione rinnovata.
Prendiamo in considerazione due autori come Bartolo Cattafi e Vittorio Bodini. In entrambi la poetica risente di questo confronto permanente tra il territorio al quale si appartiene (di cui si sperimenta l’abbandono) e un “altrove” fisico e intellettuale (orizzonte toccato o solo agognato).

Da Partenza da Grenwich

 

Si parte sempre da Greenwich
dallo zero segnato in ogni carta e in questo
grigio sereno colore d’Inghilterra.
Armi e bagagli, belle
speranze a prua,
sprezzando le tavole dei numeri
i calcoli che scattano scorrevoli
come toppe addolcite
da un olio armonioso, in un’esatta
prigione.

Da Tutto un paese sorge contro un uomo

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me » (…)

Questa centralità del limite inquadra questa breve riflessione dentro la storica “Questione Meridionale”. (altro…)

(Ri)leggendo Rocco Scotellaro – 2

Il 2013 ha visto due importanti ricorrenze relative alla vita di Rocco Scotellaro: il 19 aprile il 90° anniversario della nascita e il 15 dicembre il 60° della morte. Al «poeta della libertà contadina» Poetarum Silva dedica alcune (ri)letture.

Carlo Levi, Lucania '61 (particolare: Rocco Scotellaro, la vita civica)

Carlo Levi, Lucania ’61 (particolare: Rocco Scotellaro, la vita civica)

Rileggendo Rocco Scotellaro – 2

Rocco Scotellaro. Poeta della storia contadina

di Felice Di Nubila*

Rocco ScotellaroConsacrato poeta della storia contadina da Levi e da Montale, Rocco Scotellaro va collocato prima nella storia del suo tempo per capire poi il valore e i contenuti della sua poesia-testimonianza.
Nacque a Tricarico (Matera), un paese lucano di ottomila abitanti, nel 1923.
Studiò in convitto a Sicignano vicino a Eboli (dove s’era fermato il Cristo di Carlo Levi).
Per gli studi si dovette spostare a Potenza, poi a Trento, ospite di una sorella.
Alla morte del padre – un modesto artigiano-calzolaio-contadino – nel 1942 tornò a Napoli, poi a Bari con notevoli difficoltà economiche, ragion per cui era uno studente-viaggiatore.
Fondò nel 1943 a Tricarico la Sezione del Partito Socialista, con sede presso la sua casa, impegnandosi nelle attività politiche e sindacali.
Il 1° maggio del 1944 organizzò con i suoi amici contadini la prima Festa del Lavoro. Conobbe Rocco Mazzarone, un medico, attivo intellettuale che lo presentò a Carlo Levi, tornato in Basilicata, dove aveva concluso ad Aliano il periodo di “confinato” antifascista nel 1936, e che aveva scritto il suo Cristo si è fermato a Eboli negli anni Quaranta.
In questi spostamenti il giovane Scotellaro conobbe in Puglia Tommaso Fiore, a Potenza Tommaso Pedio, lucano docente di Storia all’Università di Bari. Aveva fin dall’adolescenza consuetudini di rapporto con Mario Trufelli, poeta, scrittore, giornalista RAI, nato anche lui a Tricarico qualche anno dopo Scotellaro.
Tutti espressione della cultura emergente negli anni cinquanta sulla scia di Carlo Levi, Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro.
Nel 1946 Scotellaro (o meglio Rocco come veniva generalmente chiamato) fu eletto sindaco di Tricarico: a 23 anni, il più giovane sindaco d’Italia.
Aveva intanto avviato rapporti con l’Editrice Einaudi di Torino, con Adriano Olivetti, che gli diede una borsa di studio, con Friedrich Friedman e con George Peck, sociologi venuti in Basilicata per indagini sociologiche a Chiaromonte e a Tricarico (indagini da cui emersero teorie caratterizzate dalla “scoperta” del Familismo amorale). Rocco incontrava spesso a Roma Carlo Levi: conobbe altri intellettuali come Cesare Pavese, Elio Vittorini, che favorirono l’evoluzione culturale del giovane Rocco, il cui travaglio emerge dalle composizioni poetiche e che si presenta più compiutamente nella documentazione dello scambio epistolare intercorso tra Rocco e il professor Pedio, lucano, importante personaggio della storiografia del Mezzogiorno.
I primi orientamenti di Rocco negli anni Quaranta erano nati come oppositore al Regime Fascista con le prime simpatie verso un Comunismo, di cui volle approfondire i vari aspetti. Aveva venti anni alla caduta del Fascismo nel 1943. Aveva letto gli scritti di Gramsci, in particolare Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, importante testo gramsciano.
Negli approfondimenti, guidati da Pedio, erano ambedue pervenuti ad un giudizio negativo sulla Rivoluzione Comunista Russa. Ambedue convenivano che il Comunismo in Italia avrebbe avuto tre nemici: l’Inghilterra, il Fascismo e il Governo sovietico.
Avvicinatisi prima al movimento liberal-democratico di Giustizia e Libertà (che diventerà Partito d’Azione) sia Pedio che Scotellaro avevano aderito al Partito Socialista.
Scotellaro, primo sindaco socialista a 23 anni, era unico in una Regione amministrata in quasi tutti i Comuni da una Democrazia Cristiana che aveva riportato nelle elezioni del 18 aprile 1948 la maggioranza assoluta in Italia.
Il giovane sindaco di Tricarico contestava al suo maestro Pedio, direttore del giornale di sinistra “Il Gazzettino”, una linea troppo morbida verso il Governo. Lui intanto continuava sulla linea dura, a battersi contro gli opportunisti, contro il malcostume, contro il contrabbando e il mercato nero in un contesto sociale difficilissimo del Dopoguerra.
Le sue denunzie, che spesso colpivano nel segno, avevano creato nel contesto sociale inevitabili difficoltà con ostilità personali, che concorreranno ad alimentare con le delazioni, con le calunnie e con le polemiche, le presunte ingiuste imputazioni che portarono in carcere il giovane Sindaco.
Fu arrestato l’8 febbraio del 1950 con l’imputazione di peculato, concussione, associazione a delinquere, truffe e falsità in autorizzazione amministrativa, malversazione aggravata.
I fatti portati al processo erano questi: in una Commissione costituita a Tricarico, anche con la partecipazione di un rappresentante dei proprietari e con le informazioni fornite dall’ufficio di collocamento, erano stati inseriti, negli elenchi anagrafici, i nomi di alcuni braccianti che, secondo le giornate di lavoro eseguite, non ne avevano diritto.
La legge prevedeva per errori di questo tipo una multa per il firmatario degli elenchi, che, in questo caso, era il Sindaco.
Scotellaro fu incolpato perché l’errore fu qualificato come truffa ai danni dello Stato, con aggravante per associazione a delinquere, dopo che l’E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza) aveva distribuito coperte e altri indumenti anche a persone che, riportate erroneamente nell’elenco, non ne avevano diritto. Era il 1950 in una povera Basilicata, in cui una imputazione con un formalismo giuridicamente corretto creava una mostruosità, su cui specularono gli avversari al punto di portare in carcere un sindaco costantemente schierato a difesa dei poveri.
Alla conclusione del processo Scotellaro fu assolto dalla Corte d’Assise per non aver commesso il fatto.
Uscì dal carcere di Matera il 25 marzo 1950. Non accettò il reintegro nella carica di Sindaco. Lasciò Tricarico per trasferirsi, con l’aiuto della borsa di studio di Adriano Olivetti, a Portici presso l’Osservatorio di Economia Agraria dell’Università di Napoli. Sotto la direzione del professor Rossi Doria si dedicò ad una ricerca sull’analfabetismo in Basilicata.
Ebbe contatti con l’editore Laterza di Bari. Tentò nuovi accordi con l’Einaudi di Torino. Aveva in programma altra pubblicazione sulla cultura dei contadini lucani oltre al completamento di vari altri testi lasciati incompiuti: morì la sera del 15 dicembre 1953, aveva trent’anni.
“Gli si era otturata una vena del cuore” disse la sorella.
“Furono le cattiverie e le invidie degli avversari politici che lo mandarono in carcere e gli spezzarono il cuore” scrisse la madre in un suo lungo memoriale.

Rocco ScotellaroScotellaro lasciò opere incomplete che a cura dei suoi amici, come Carlo Levi, saranno pubblicate negli anni ’60 e ’70. Nonostante le polemiche e lo strascico giudiziario per una denunzia di Scotellaro alla SPES (Sezione Propaganda della Democrazia Cristiana) per un manifesto diffuso sulla incriminazione del 1950, amici e avversari dovettero riconoscere che Scotellaro era una persona perbene e che le sue battaglie erano giuste e generose. Al funerale a Tricarico Carlo Levi, con una camicia nera e una cravatta bianca, in piedi su una sedia, in segno di protesta verso le Istituzioni, civili e religiose, commemorò Rocco dinanzi a migliaia di tricaricesi e altri cittadini venuti a Tricarico. Dettò l’epigrafe per la tomba: «ROCCO SCOTELLARO SINDACO SOCIALISTA – POETA DELLA STORIA CONTADINA» per le particolari caratteristiche della poesia di Scotellaro che è testimonianza perciò è storia prima che poesia.
I giudizi della critica seguita alla pubblicazione negli anni ’60 e ’70 di tutte le opere di Scotellaro furono diversi: secondo alcuni la testimonianza confligge con le caratteristiche della poesia. Quando al cantore subentra il politico che fa proprie le ragioni della protesta, l’urlo diventa azione: Scotellaro prima che poeta fu protagonista di azioni, di proposte, di idee utili alla soluzione di problemi tra socialismo e liberismo, con idee e manifestazioni anche di sofferenza religiosa – disse qualcuno – per chi coltiva una terra che appartiene ad altri in attesa di una “lungamente promessa (dal ‘700 al ‘900)” riforma agraria che tardava a venire. La critica a Scotellaro fu pervasa da questi contrasti specie quando la componente lirica non riusciva a separarsi dalle componenti sociali.
Qualcuno ha scritto che la denunzia di Scotellaro mancava di forza persuasiva. Qualche altro sostenne che le opere incomplete di Scotellaro (a causa della prematura morte) erano state completate da altri con l’intervento di Carlo Levi che di Scotellaro fece il Messia dei contadini, nonostante le riserve dei cugini comunisti; qualcun altro trovava che alla spinta rivoluzionaria dell’inizio era seguita una velata rinunzia; certamente tutti i temi storici della terra, della casa e della diffusa povertà erano stati accolti nella poesia di Scotellaro che canta nell’insieme un SOGNO INDEFINITO e che a conclusione delle polemiche anche Montale confermò Poeta. Un Poeta che fu anche protagonista di azioni, di idee, di rivendicazioni e di proposte cariche di una ideologia vicina ad una sofferenza religiosa “il sogno di una terra da coltivare per sopravvivere in un mondo in cui la terra e la casa rappresentavano l’asse portante di una sottostoria della Civiltà Contadina: una COSA IMPORTANTE”.
Il sogno di una cosa restò sogno fino al momento in cui l’occupazione delle terre incolte del Demanio, le assegnazioni avviate dopo i movimenti di Monte Scoglioso e la Riforma agraria realizzarono una nuova rivoluzione, questa volta pacifica anche se arrivata in ritardo in una realtà che si evolve ma non cammina mai alla velocità dei sogni (alla terra era stata sostituita l’emigrazione). La storia viene raccontata oggi 2012-13 nel libro di Salvatore Lardino che nel titolo presenta “Il sogno di una cosa”. È la storia della occupazione delle terre nel materano tra fine ’49 e inizio ’50. Sulla copertina c’è l’immagine di un quadro di Carlo Levi: Rocco Scotellaro, un giovane con i capelli rossi che spiega qualcosa ai contadini. Una presenza attiva per pochi anni al cui impegno tanti dedicarono qualcosa:
– Carlo Levi dedicò oltre l’amicizia il quadro di cui abbiamo parlato e altre immagini al ragazzo dai capelli rossi;
– la madre Francesca Armento scrisse un memoriale, in cui parla di vita, di morte e di memorie del figlio, pubblicato negli anni successivi dagli amici di Rocco;
– il Vescovo, Mons. Delle Nocche, pur nel clima di guerra fredda dell’epoca, fece donazione al Comune del Sindaco socialista di un’ala del Palazzo Vescovile per creare  un Ospedale a Tricarico che, nel 1947, senza enfasi e senza bandiere il Vescovo e il Sindaco inaugurarono insieme;
– nei momenti difficili Mons. Delle Nocche era stato vicino a Rocco, facendo prevalere, al di là della dialettica e dei conflitti del momento, nella vita e nella morte, la sua “paternità” (era in atto una scomunica);
– nel 1954 fu conferito alla memoria (caso unico) di Scotellaro il Premio Viareggio per il libro delle poesie “È fatto giorno”;
– Mario Trufelli, oltre a pregevoli memorie nei suoi vari interventi di scrittore, giornalista RAI e poeta gli dedicò una poesia, che leggiamo per concludere questo ricordo.

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SIAMO PIÙ SOLI

 

A Rocco Scotellaro

 

Hanno smesso di cantare i carcerati
attenti scrutano la sera dalle gabbie.
Ora tu sai tutto il dolore è nostro
dei braccianti spersi nelle strade
che s’addormono con mani ingentilite.
Ora la terra ci riporta un grido
come l’ombra dei morti intorno a noi.

Cominciano le veglie nelle case
e noi ridiamo, Rocco, della nostra sorte
come una volta e sempre
con le tazze di vino e i contadini.

Siamo più soli adesso, ognuno alla sua posta
e il cielo ci rincorre nei sentieri
batte la terra che ti tiene il cuore.

.

Alcune date.

Quasi un percorso biografico per Rocco Scotellaro

1923  Il 19 aprile nasce da famiglia artigiana. Frequenterà le elementari a Tricarico e più tardi il Convitto dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni.

1937  Iscritto al ginnasio “Orazio Flacco” di Potenza.

1940  Frequenta il II Liceo a Trento ospite della sorella Serafina, presso il Liceo “G. Prati” con Giovanni Gozzer e Bruno Betta.

1942  14 maggio, muore il padre. Intanto si è stabilito a Tivoli per seguire i corsi universitari di Giurisprudenza a Roma. La morte del padre lo convince a cambiare sede universitaria, per cui sarà prima a Napoli poi a Bari dove frequenta i Fiore e più tardi il “Sottano”.

1943  Il 4 dicembre chiede di iscriversi alla sezione “G. Matteotti” del Partito Socialista di Tricarico.

1944  Riesce a celebrare con Alinovi il 1° maggio a Tricarico.

1946  È eletto primo sindaco socialista di Tricarico. Inizia la spola con Roma dove frequenta Levi.

1947  In agosto si inaugura l’Ospedale civile di Tricarico per la cui realizzazione ha condotto una lunga e appassionata campagna di sensibilizzazione.

1949  Legge Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura di Gramsci e propone a Muscetta un’eventuale edizione di sue poesie. È quindi a Torino per lavorare presso l’Einaudi e conosce Pavese e Vittorini. Il rapporto di lavoro non si concretizza. Verso fine anno (novembre-dicembre) occupa coi contadini materani i feudi di Policoro. Ottiene una borsa di studio da Olivetti. Incontra George Peck e Friedrich Friedmann venuti in Basilicata per condurre indagini sociologiche.

1950  L’8 febbraio, accusato di peculato, è tradotto in carcere a Matera. Ne esce il 25 marzo. Lascia Tricarico per un periodo di studi presso l’Osservatorio di Economia Agraria di Portici sotto la direzione di Rossi-Doria. Ai primi dell’estate è a Portici, durante l’estate visita la Calabria.

1951  Inizia l’inchiesta sull’analfabetismo in Basilicata ed è in trattative per la pubblicazione delle poesie con Einaudi.

1953  Vito Laterza gli propone un libro sulla cultura dei contadini lucani. Muore la sera del 15 dicembre a Portici.

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* Relazione tenuta in occasione del recital di Augusto Benemeglio È fatto giorno. Omaggio a Rocco Scotellaro nel 60° Anniversario della morte, Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”, 15 dicembre 2013.

Felice Di Nubila, nato in Basilicata a Francavilla sul Sinni, ingegnere dirigente d’azienda, ha lavorato nel Mezzogiorno fino al 1957.  Non ha mai interrotto i rapporti con la sua terra d’origine, ove ha ricoperto, dopo il 2000, incarichi nell’amministrazione pubblica e in aziende private.  Ha sostenuto progetti di sviluppo e iniziative culturali in associazioni di volontariato solidaristico operanti per la Cooperazione Internazionale nei Paesi in via di sviluppo.  Ha pubblicato un volume di liriche, Boschi lupi luci, Venosa 1989, la ricerca Francavilla sul Sinni. Le origini feudali, la civiltà contadina, il lavoro, lo sviluppo, Roma 2008; nella pubblicazione La Basilicata nel Crocevia della Storia, in corso di stampa, riassume notizie e riflessioni sui grandi eventi che hanno coinvolto direttamente o indirettamente la più piccola regione del Mezzogiorno d’Italia; recupera documentazioni, testimonianze, ricordi del vissuto e immagini originali di tracce ancora visibili del Millennio passato.

Felice Di Nubila e Augusto Benemeglio al Villaggio Cultura Pentatonic, 15 dicembre 2013: Omaggio a Rocco Scotellaro - Foto di Spartaco Coletta

Felice Di Nubila e Augusto Benemeglio al Villaggio Cultura Pentatonic, 15 dicembre 2013: Omaggio a Rocco Scotellaro – Foto di Spartaco Coletta