Caravaggio

Opera in terra, di Alessandro Grippa

alessandro-grippa-opera-in-terra

Alessandro Grippa, Opera in terra, LietoColle/pordenonelegge, 2016, € 13,00

Alessandro Grippa ci saluta dal sipario di quest’opera con l’incisione di un nome, illustre, immenso: Michelangelo Merisi, un nome inciso nella geografia e nella storia di un territorio, Caravaggio, cittadina incastonata nella Bassa Bergamasca.
Grippa viene da lì e per salutarci sceglie d’inchiodare il nome di Caravaggio a Isacco: «orizzontali sulla carneficina», scrive, per parlare di noi. La sua è un’allusione all’orizzontalità della pianura, dove la vita del singolo si moltiplica nella moltitudine, l’individuale si accomuna in un solo destino, come di persone in una calca. Questo però, nelle intenzioni del poeta, sembra riverberarsi nella metafora di un solo corpo, esattamente in quell’esasperazione plastica del figlio di Abramo magistralmente dipinta dal Caravaggio nel 1603.
La percezione della visione è dunque per Alessandro dentro «questo sangue-Lombardia», un grumo comune dell’essere-e-sentire. Soltanto in questo sangue la sua percezione può compiersi, e solo «Rasoterra»: è un percorso poetico che si sviluppa con un’asciuttezza, un “volo basso” potremmo dire, a tratti invidiabile. Penso in particolare alle pagine 21-23 del Diario domestico, e soprattutto a queste immagini antiche e presenti: «Dove guardo è una casa di anni fa»; dove «rendere l’erba un’attesa»; dove «la casa è chiusa a chiave/ dalla neve». La casa, la casa, la casa. In questa geografia umana, dove la casa di uno è la casa di ognuno, ed è la terra, la sua poesia è anche un invito, rivelato peraltro da un’altra possibile lettura del titolo. Opera in terra, infatti, potrebbe apparire anche come un imperativo, ed ecco che quell’orizzontalità evocata all’inizio diverrebbe appunto un’esortazione a fare, osservare, trascrivere.
Percezione, poesia e pittura compongono dunque un nodo caro all’autore, come egli stesso un giorno ha avuto modo di scrivermi: «sento che convoco le piante, le bestie, lo faccio come si traccerebbe uno schizzo a matita o a carbone sul taccuino, o studiando i colori della natura con una tavolozza portatile… d’altronde, non posso fuggire dal mio percorso, dai miei studi, dalle mie attitudini».
In relazione a ciò, a pagina 73 troviamo un chiaro riferimento al poeta Giorgio Orelli. Ritroviamo il tutto il senso del suo rapporto con la natura e il suo occhio vivacemente coloristico, in questo testo, Le anitre, i germani (che rimanda a Il collo dell’anitra, una delle raccolta di Orelli). È una poesia che fa parte degli studi per una voliera, cui Alessandro si dedica con grazia e intensità, in modo direi quasi peculiare, pescando ancora una volta dalle radici profonde della propria formazione.
Allora non sfuggirà come questi di Grippa, per noi della Bassa, siano i “posti” potremmo dire “messi al riparo” dal tempo. Li troviamo all’inizio e alla fine del libro («Alcuni primi» e «Alcuni ultimi posti»), quasi fossero una cornice essenziale, irrinunciabile. Li introducono, rispettivamente, una citazione di Antonella Anedda, da una parte e, dall’altra, un frammento dell’amato Fortini, tratto da Ancora la posizione, poesia appartenente alla raccolta intitolata Questo muro. Si tratta di due versi davvero mirabili: «Questo tempo dell’anno è il mio riposo/ perché qualcosa mi inclina e consento».
In conclusione, tre poesie per intero, per mostrare quell’inclinazione verso il basso, verso la terra, che Alessandro Grippa consente a se stesso:


Primo posto (Anche il prato)

Anche il prato è un alfabeto di lavori.
Si entra poi nel giorno nel riposo.
Rasoterra le piante concludendosi
obbediscono a un destino o deiezioni.
Capiremo con un’altra intelligenza;
climatica, vigile.

Mi auguro di esserti prossimo.
Che anche il mio tempo trascorra da seme
a seme. So che è impossibile.
Dove non mi do pace l’estate
conclude. L’erba ritorna
a essere insieme al futuro.


La Gera (Apertura)

Quattro bulbi: nella loro logica il bosco.
Il freddo si frange; nel sentiero la salvia
è una pagina scritta qualunque sia il discorso.
Le mani hanno calato l’albicocco, queste mani
già morte che moriranno di nuovo.
Le impronte cresciute nel tempo e nella corteccia;
ora altri segni dischiusi, scambiati per sassi, radici,
parlano a noi con la nostra identica voce,
doppi e inferiori come una geografia.

 

Appunti su mio padre

Forse lo spazio di quella voce è alessandro, detto aspirando
fumo. Parola
per rito, scagliata al di là di un autunno: mio figlio, animale che
torni suono.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988) vive a Caravaggio, in provincia di Bergamo. Diplomato al biennio di Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 2009 è tra i fondatori di Caravaggio Contemporanea, collettivo di artisti e curatori. È inoltre vicepresidente dell’Associazione GSI Lombardia Onlus, per la quale dal 2010 collabora come volontario a progetti di cooperazione tra Italia e Africa occidentale.

Cristiano Poletti

Poesie di Todd Portnowitz

di Todd Portnowitz

traduzione di Simone Burratti

Suonatore di liuto

Caravaggio, 1596 ca., olio su tela, Ermitage, San Pietroburgo

 

 

An Offering

Lo Staffato, Giovanni Fattori, 1880

Black horse wound around no purpose
but to fling yourself forward,
man thrown from your back,
one foot stuck in a stirrup,
—–his face smearing out on the cobbles—
black lip of wave who flicks
cruise ships onto tenement roofs,
who sucks the shoreline out to sea
and shames the breeding weeds—
—–I pray to you in rain boots, O god of rain!
—–On your altar of rubble I stack pebbles.



———Un’offerta

———Lo Staffato, Giovanni Fattori, 1880


———Cavallo nero avvolto al solo scopo
———di lanciarti in avanti,
———l’uomo scosso via dalla tua schiena
———un piede ancora inceppato nella staffa,
————–la faccia che va spalmandosi sui ciottoli –
———labbro nero dell’onda che con un colpetto
———lancia crociere sui tetti delle case popolari,
———che risucchia la linea di costa a mare aperto
———e svergogna le alghe che lì si riproducono –
————–In stivali di gomma mi inchino a te, dio della pioggia!
———Ammucchio sassi sul tuo altare di macerie.



Aula Magna


The lights go off and we’re down south in the imagination,
in a city like white rock on a green mountain,
heresy, a black word on the white sky,
hopping from prison to prison, from castle to castle,
and I want out, or up, to shake the hand of Galileo.

It could be we’re on an island, Sri Lanka or Java,
you can’t be sure—though referencing Tommaso Porcacchi’s
1527, “The Most Famous Islands of the World,”
you can assume Sri Lanka. The natives
are big-eared and bad mannered,
big elephants and gold abundant.

At the imagination’s center, at the center
of seven inclining circles, a mile wide
—so subtle is the gradation,
you feel nothing climbing up—
the Temple of the Sun pulls on our bodies.

So it is, after all that effortlessness,
we flick the light,
and nature’s just a box on a chalkboard
where God manifests himself in slashes.

———Aula Magna
———
———
———Si spengono le luci e siamo giù, nel sud dell’immaginazione,
———in una città come di roccia bianca su una montagna verde,
———eresia, una parola nera su un cielo bianco,
———e stiamo saltando di prigione in prigione, di castello in castello,
———e me ne voglio andare via, o più su, a stringere la mano a Galileo.
———

———Potremmo essere su un’isola, Sri Lanka o Giava,
———non si può dire; ma riferendosi a Tommaso Porcacchi,
——–al suo volume del 1527, “L’Isole più famose del mondo,
———”si può dedurre Sri Lanka. Gli indigeni
———hanno delle grandi orecchie e poca educazione,
———oro e grandi elefanti vi si trovano in abbondanza.
———

———Al centro dell’immaginazione, al centro
———di sette gironi a spirale, larghi due chilometri
———– la gradazione è così sottile
———che salendo non si sente niente –
———il Tempio del Sole ci tira dentro.
———
———È così che, dopo tutta questa disinvoltura,
———riaccendiamo la luce
———e la Natura è un quadrato sulla lavagna
———in cui Dio si manifesta con barre diagonali.

Self-Portrait Trapped in a Measure of Liszt


—————–after Vallée d’Obermann


The window in my cell is high and grated.
Sunlight, just more bars above my head.

Supine on the stone floor, I recompose
an ex-lover on top of me. I sit up, stand, run to the door

and bang four times with my fist; I’ve never wanted a mirror
so badly in my life—to see myself! That’s it.

I fall back to my knees, tracing the line
of my mother’s face in my memory down to her chin,

but I cannot pass the curve of her chin.
I trace and retrace it, and she smiles

just as the sun bends the window’s iron and throws
one luminous stave onto the wall, and I am certain:

if that were the reel of my mind projected
and the turnkey were to see—

most voiceless thought, sheathe it as a sword.



———Auto-ritratto imprigionato in una misura di Liszt
———
——–
———La finestra della mia cella è alta e con l’inferriata.
———Sopra la mia testa la luce del sole tra le sbarre.
———
———Supino sul pavimento di pietra, ricompongo
———un’ex-amante sopra di me. Mi siedo, mi alzo, corro alla porta,
———
———la batto quattro volte. In vita mia non ho mai avuto
———così tanta voglia di uno specchio. Di vedermi. Nient’altro.
———
———Ricado in ginocchio, tracciando la linea
———del viso di mia madre nella memoria, fino al mento,
———
———ma non so andare oltre la curva del mento.
———La traccio ancora e ancora, e lei sorride
———
———appena il sole piega il ferro della finestra e getta
———un’unica spranga luminosa sulla parete, e io ne sono sicuro:
———
———se quella fosse la bobina della mia mente proiettata
———e il secondino fosse lì a vedere…
———
———un pensiero mutissimo, rinfoderato come una spada.
———
———
———
Landscape with Chekhov Character

———I. Exterior
A lake scene, mountains like sand dunes;
oaks to the right, their trunks scaled with fungus;
on the near side of the water, two women,
cameras around their necks, splitting off
to snap the lake from every angle; on the far side,
my father, seated, still watching the set sun,
his face blitzed in the maroon light; my mother
back home pouring water into scotch.
Behind me and my easel, a second landscape:
flowering rye, an avenue of lindens,
a house with a terrace, and just beyond the porch:
the schoolmistress, Lydia, holding a whip.
———
———
———II. Interior
———
Four empty chairs, four empty stools, a two-step ladder,
a glass cake tray with a single muffin,
and on the wall behind the register, a pencil drawing
recalling Dürer’s Melencolia though less symbolic;
fourteen cases of books organized by genre,
and in them, evenings, meadows, blackbirds calling,
a gunshot, biting cold, the bitter Student
clapped between the pages, trapped in the rut at the binding,
miserable—and deeper in the starch, an older book,
a darker garden, and still more evenings, longer, drearier,
denial, flames and weeping, and resolution.

 

———Paesaggio con un personaggio di Checov

 I. Esterno

———
———Vista con lago, montagne come dune di sabbia;
———querce sulla destra, coi tronchi squamati di funghi;
———in primo piano, sulla riva, due donne,
———le fotocamere appese al collo, scattano e catturano
———il lago da ogni angolo; laggiù, sull’altra sponda,
———mio padre, seduto, ancora a guardare il sole tramontato,
———la sua faccia colpita dalla luce arancione; mia madre
———dentro casa, aggiungendo acqua allo scotch.
———Alle mie spalle, un secondo paesaggio:
———la segale che cresce, una strada di tigli,
———una casa con terrazzo e, un po’ più in là, il cortile:
———la maestra Lydia, con la frusta in mano.
———
II. Interno
———
———Quattro sedie vuote, quattro sgabelli vuoti, una scala a due pioli,
———un vassoio di vetro con dentro un solo muffin,
———e dietro alla cassa, sulla parete, un disegno a matita
———che richiama la Malinconia di Dürer, ma meno simbolico;
———tredici scaffali di libri ordinati per genere,
———e al loro interno prati, pomeriggi, merli che gracchiano,
———uno sparo a freddo, lo Studente afflitto
———schiacciato tra le pagine, preso nel solco della rilegatura,
———miserabile – e più in fondo, nell’amido, un libro più vecchio,
———un giardino più scuro, e poi ancora pomeriggi, più lunghi,
———più noiosi, rifiuto, fiamme e pianto, e risoluzione.
———
———
———
The American Scholar
———
———
A pensioner leads his wife into the Atlantic;
the water isn’t cold, but it’s new
and she’s never learned to swim.

He lifts her over a little wave
and they are safe, just beyond the breaking.
These were your beaming parents:

she into books, he into parks,
both well into those years too dear
for dabbling in transcendence;

while you, Man Thinking,
cower on shore from a thought somewhere
between a popgun and the crack of doom,

your forehead turning pink,
sweat perched on a wrinkle—and only
a book’s throw from the succoring ocean!

Clinging to her beloved as to a buoy,
your mother waves you off,
your father waves you in.
———
———
———
———Il dotto americano
———
———
———Un pensionato guida sua moglie nell’Atlantico;
———l’acqua non è fredda, ma è nuova,
———e lei non ha mai imparato a nuotare.
———
———La solleva sopra una piccola onda
———e ora sono al sicuro, appena oltre l’infrangersi.
———Questi erano i tuoi amati genitori,
———
———lei sempre dentro i libri, lui nei parchi,
———entrambi ormai inoltrati in quegli anni troppo cari
———per dilettarsi della trascendenza;
———
———mentre tu, l’Uomo Pensante, a riva
———ti rifugi in chissà quale pensiero
———tra una pistola giocattolo e le trombe del Giudizio,
———
———la fronte che comincia a essere rosa,
———il sudore scavato in una ruga
———e l’oceano proprio lì, a un tiro di libro.
———
———Aggrappata al marito come a una boa
———tua madre ti fa cenno di saluto,
———tuo padre ti fa cenno di venire.

Todd Portnowitz (1986) vive e lavora a New York. Sue poesie e traduzioni da e in italiano sono apparse su AGNIPN Review, AsymptoteGuernica, Italian Poetry ReviewLe parole e le cosePoesia e altrove. È editore presso la Sheep Meadow Press e fa parte della redazione di Formavera.

Viola Amarelli, Cartografie

cartografie-copertina

Viola Amarelli, Cartografie 

Nota di lettura di Anna Maria Curci

L’esistenza e i suoi scenari si manifestano sovente come tenaci ingombri, materiali incoerenti. Dinanzi a questa constatazione, nella quale ci imbattiamo con una certa frequenza, per caso o per ricerca, la possibilità di reazione non è unica né univoca. Piuttosto diffusa appare, se si volge lo sguardo intorno, l’oscillazione tra resa dolente e mimetismo compiaciuto. Né nell’una né nell’altro ci si imbatte percorrendo le Cartografie, «mappe per solitari» di Viola Amarelli. Situazioni e tipi, voci e silenzi, la materia bizzarra e di varia natura che concorre a costruire qui la «geografia umana della solitudine», tutto questo ha un denominatore comune, una lucidità sobria ma non sbrigativa e una sicura maestria nell’immersione, il taglio preciso della consapevolezza. Il moto conoscitivo procede senza tentennamenti e si avvale di vie d’accesso e canali percettivi diversi. Diversi perché differenti tra loro, diversi perché si discostano da ciò che comunemente intendiamo per ‘normale sentire’ o lo superano tout court. Mai involontariamente: chi scrive ha salde in mano le briglie della materia narrativa ovvero, per restare nella struttura portante del volume, la penna del geografo che disegna la mappa.

La sicurezza nell’identificare e differenziare punti di vista deriva senz’altro dall’abitudine a un’osservazione dettagliata: è significativa, a questo proposito, l’immagine di copertina di Orfeo Soldati, che ritrae una figura femminile, di spalle, dinanzi alla vetrina di uno spazio espositivo. Non solo: all’osservazione attenta, che sia di uno stato d’animo, di una condizione, di un fenomeno, di un’opera d’arte, si affianca la volontà di indagare, di andare oltre le apparenze e – adopero qui intenzionalmente un verbo inattuale e deriso perché obsoleto, obsoleto perché deriso – di contestualizzare il dato sensibile. Nell’originale preludio alle Cartografie, che si presenta con il titolo nostra patria, è contenuto l’ampio ventaglio delle possibilità di punti di vista e di basi per l’indagine.

b) Così, il vortice, le luci e i tendini – la statuaria: tenebre e lampi, lanterne lumi radenti: da Caravaggio a Malta, da Roma a Siracusa, passando per Napoli dove arriva dopo – dopo, Jusepe. Corto, tracagnotto, beve ogni tratto, ogni tono e l’ombra: abbrunendo, virando al bianco nero passioni, il gran lombardo già errante, giù a Sud più a sud, già corpo sepolto salendo a un ritorno, lo Spagnoletto che s’innamora e, amando e penetrando, lì dentro i quartieri, a ripercorrere strade vichi e sguardi e morti.

[…]

b) L’ingorgo, un tornado, raggiera di misericordia: un laocoonte di moto, affollato di carne e di ombre. Non l’avrà mai – questa grazia il doppio, l’epigono,  il fascinato. Più glaciale, più fisso, più fermo, più vene, a puntasecca il pennello. Inseguendo, oltre, di là dalla fine. Più felice, di vita. E lavoro. Apparendo. Non così, non così. Merisi aveva alzato il sipario, Ribera da vicino Valencia scendendo deciso lungo un mare ad agri e vescovadi, a richiuderlo, cupo. E stracciato. Non così.

[…]

b) Entrando, alla chiesa, la poverella stesa, deposta, seppellita, una radiosità arcuata, un chiarore diffuso ad affogare, affocata come negli occhi dei ciechi, diluendo, trascolorando la luce. E la vita. Santa Lucia, a Siracusa, stretta finissima a Ortigia, dal cielo di monti a quello africano vicino, vicino, Merisi.

Varietà e precisione nella scelta del punto di vista, della sorgente di illuminazione, nella predisposizione dello sfondo, nella ricostruzione del contesto. E ancora, come è evidente già dal passaggio menzionato, padronanza di ritmo e melodia, creazione e combinazione linguistica. In un luogo centrale nelle Cartografie, sordo, ci si imbatte in un enunciato di ironica auto-delimitazione dell’io narrante:

I sensi. Mi rassicuro, o rassegno, in fin dei conti è lo stesso, come adesso che realizzo d’essere stato sempre un po’ sordo. Alla musica, per esempio, proprio non l’ho mai capita, un mistero ineffabile a cui tributo omaggio giusto perché mi assicurano che è così. Al massimo entro nelle marce, a percussione o a fiati, i bassotuba.

Poco più avanti, tuttavia, spunta un endecasillabo perfetto: «Rock o da camera per me è lo stesso» a confermare nettezza, mancanza di sbavature, movenze alle quali la maestria conferisce una grazia non comune. Sperimentare non è pasticciare: ogni pagina è una conferma di quanto rilevato all’inizio di questa nota. Allitterazioni e assonanze non sono virtuosismi a sé stanti, ma strumenti maneggiati con abilità per costruire senso, in maniera inequivocabile. Eccone un esempio, sempre da nostra patria:

c) Clientes, cordate, clan e date, date. Da sempre l’arraffo. La vita ridotta a una riffa.

Le battute della partitura che sottende ogni tappa delle Cartografie sono brevi, talvolta brevissime, formate da una sola parola. I paragrafi de la lastra e il cristallo ne costituiscono una manifestazione particolarmente significativa. Forniscono, inoltre, indicazioni di rotta di non secondaria importanza, quanto alle regole del gioco delle relazioni interpersonali e a ciò che appare come unica certezza, la solitudine:

La differenza è solo alle regole, il gioco. Lei conosce le regole altrui. Non sono le sue. Quelle, non le conosce né vuole impararle nessuno, figuriamoci lei.

In sottofondo il bisbiglio, costante, non sai se certezza o sospetto. È piombata lì da un altro posto, ignoto, lontano, comunque diverso.

Il cristallo, la lastra, netto l’acquario tra l’iolaltro. Si vede benissimo, ogni dettaglio. Non si può toccarlo.

Nel seguire le mappe disegnate da bozze, brogliaccio e riepilogo di tagli – in parte tradotti in tedesco – affiora il ricordo di quanto Andrea Zanzotto scrisse a proposito di Paul Celan: «i suoi coltelli da pietra da sacrificio messicano»:

bozza 1

Un coltello, da roast-beef. Da decenni taglia affilato. Per caso è della marca migliore. Roba svizzera. La precisione: i tagliagole a mercede hanno bisogno di lame affilate.

[…]

bozza 5

Mi vedete così, sottile, spuntato, con l’elsa lucida. Esco fuori in parata, agli appelli, alle cerimonie. Noiosissimo, fremo. Uno spreco. Mi manca la punta, e l’incrocio di ferro, l’elsa dorata, il fodero da ingrassare. In mano a provetti incapaci. Con mantelli d’annata e nessuna idea. Tutti presi da mine e bazooka. Che mai vedranno. Darei qualunque cosa per essere una baionetta, una roncola, un’ascia, non questo stupido ornato, senz’arte, né parte.

[…]

riepilogo

La punta al carbonio. Taglia netta. Attenta, a margini certi. Va a fondo, risana. Materia nova che scotta, combusta. Placa. Acqua e aria.

Tagli, sì, non compiaciute resezioni. La consapevolezza preclude l’accesso al facile cinismo – e la vicenda ricostruita in da dove lo conferma compiutamente. Anche i colpi di scena sapientemente preparati – o’ svizzero ne è un esempio – non fanno concessioni a mode e correnti.

______________________________________________

Viola Amarelli, Cartografie, editrice ZONA, Arezzo 2013