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The Mengwees: ‘Cronache del disincanto’. Intervista a Luigi Pozza

disegno di Silvia Salvagnini

Il loro ultimo disco, Cronache del disincanto, è disponibile su Spotify: qui

Il vostro nuovo disco si intitola Cronache del disincanto ed è da poco uscito come autoproduzione. Domanda d’obbligo: la sua gestazione consta di quanto tempo? E qual è la formazione che vi ha suonato?

Le prime canzoni che ho scritto per le cronache ovvero Le avvertenze e Quello che sei risalgono ormai a due anni fa… credo… forse anche di più! Poi sono venute tutte le altre fino a Interrail che è stata scritta qualche giorno prima che venisse registrata, ovvero verso la fine del 2017. Quindi per fare tutto – con molta calma – ci abbiamo impiegato più di due anni.
Nel disco ha partecipato la vecchia guardia ovvero io, voce/chitarra, e Francesco Perale che ha suonato tutti gli strumenti a corda e l’armonica. Poi c’è Simone Cimo Nogarin che si è occupato di basso, chitarra e percussioni (oltre che a tutta la fase di registrazione). Al violoncello c’è la giovanissima Federica Ceccato e per ultima − ma non per importanza − c’è Moira Mion al pianoforte e fisarmonica. Nel disco ci sono poi due ospiti, ovvero Anna Tonello alla voce e Andrea Wob Facchin dei Mr. Wob and the Canes che presta la sua voce nella canzone Theriaca.

Mi pare che i pezzi oscillino tra canzoni narrative e canzoni che hanno più un taglio civile, meno legato a un “personaggio”. In particolare penso a Isidora (deandreiana, per come la sento) e Le avvertenze, che invece ha tutt’altra ispirazione e parla alla gente in modo diretto e meno letterario. Come ti muovi tra composizione e composizione, tra tradizione e novità, fermo restando che questa dicotomia potrebbe essere soltanto una mia interpretazione?

Si è corretto. Come autore credo di muovermi su due binari paralleli. Uno più folk, poetico e intimo se vogliamo, dove racconto storie e favole personali. Dove mi sembra di concentrarmi più su singole vicende umane. Ed uno più diretto, più rock, dove tendo a mirare verso temi più universali o sociali. Alcune volte mi trovo a fondere le due strade come nella canzone che dà il titolo al disco.
Le canzoni delle cronache sono nate con l’idea abbastanza precisa di raccontare un percorso di formazione personale. Una vita che lentamente prende coscienza di sé attraverso crolli, riprese, amori, disincanti umani e politici − per l’appunto − e che alla fine chiude un cerchio. Questo mi ha portato ad usare diversi registri nella costruzione dei testi e poi delle musiche − che nel mio caso, sono molto elementari − in modo funzionale a quello che volevo raccontare.
Non so se ci sono riuscito.
Mi chiedi come mi muovo tra “tradizione e novità” ma non saprei risponderti… sono troppo istintivo e ignorante per sapere dove vado davvero. Io − anche se Francesco sostiene il contrario − non mi sento musicista. Mi limito ad esporre un testo e degli accordi e cantarlo meglio che posso. A vestire il tutto ci pensano Francesco, Cimo e gli altri veri musicisti della tribù.


Mi pare che i riferimenti che si possono scorgere nelle canzoni, anche musicali, siano vari. Facile citare Fabrizio De André, ma ci sento molto anche Edoardo Bennato, ad esempio in C’è un bambino e Tramontando. Quali sono stati i tuoi “maestri” e in cosa hanno fornito modelli, secondo te, ancora riconoscibili e da cui, invece, ti sei distaccato negli anni?

De André ad essere sincero l’ho scoperto, se così si può dire, tardi. Quando ormai avevo già ascoltato una caterva di artisti sia italiani che stranieri. Da ragazzo tutti mi dicevano: devi ascoltare De André perché è il più bravo. Ed io testone e bastian contrario invece lo rifiutavo dedicandomi ad altri più “rockettari” come Finardi, Graziani, De Gregori, Silvestri o appunto Edoardo Bennato che è sicuramente il primo dei cantautori che ho incontrato. La prima audiocassetta pirata registrata in quarta elementare era di Edo.
Poi seguendo la mia strada e i miei tempi ho incontrato anche De André e la sua unicità. Ma ero già più che ventenne e forse è stato un bene. Ora di De André ascolto tutto spesso e volentieri; invece di Edo solo le cose vecchie quando voglio gridare per casa o in auto… Anche se il suo ultimo disco non è affatto male. C’è un bambino è spudoratamente Bennatiana e suonarla mi diverte un mondo. Quando suono Isidora invece ho il terrore… forse proprio perché mira a mete irraggiungibili… o solo perché non so arpeggiare come si deve… infatti nel disco la mia parte l’ho ceduta con gioia al piano di Moira. Ed ho fatto bene perché è stata bravissima.
Quanto ai “maestri”, fatico molto a rispondere… Sono moltissimi e nessuno.
Per dirti… mi piacerebbe suonare la chitarra come Nick Drake ma, come dicevo, arpeggio come una capra. Non ci riuscirei nemmeno fra mille anni. E potrei citarti molti altri da cui prendo spunto o ispirazione, perché sono sempre stato onnivoro di musica. Senza pregiudizi di genere. Ora che lavoro al Centro Giovani di Bressanone ad esempio mi sto sciroppando ore ed ore di musica rap per certi versi terrificante, ma per altri molto, molto interessante. E sono certo che questo influenzerà quello che scrivo.
Forse la verità e che sono un punk inconsapevole…! (altro…)

Musica “messa a fuoco”: un’intervista a Paolo Brusò

Focus on the Breath

Focus on the Breath

Oggi ospitiamo su Poetarum Silva Paolo Brusò, chitarra, voce, compositore; artista che affronta con grande elasticità e intelligenza tre progetti musicali molto diversi fra loro di cui andiamo a parlare: Margareth, Schrödinger’s Cat e Focus on the Breath.
Com’è già avvenuto qualche tempo fa, facendo 4 chiacchiere con Thomas Zane dei Kleinkief e con Marco Iacampo (a cura di Marco Annicchiarico), speriamo di incuriosire i lettori nello scoprire musicisti che ci piacciono. Facciamo parlare loro e la loro musica.
In un momento di sfrenato revival alla Jack Frusciante è uscito dal gruppo voglio ricordare il primo concerto dei Margareth cui ho assistito: credo fosse il 2007 e, uno dei miei miglior amici (amico a sua volta di Paul e compagni) mi trascinò al pub poco distante da casa. Guadagnai qualche birra e i loro primi EP. Quella musica, prima, dal vivo, mi aveva trascinata fuori da me e poi di nuovo in me, come accade (quasi soltanto) a vent’anni. Mi folgorò. Mi ricordò del mio amore per John Lennon, e quello che stavo ascoltando era una forma d’amore e rispetto simile a quella da lui professata nei confronti della musica. Una consapevolezza genuina del passato, con un orecchio rivolto al futuro. Non mi è sembrato, quella sera, di essere in una città di provincia in Italia, ma in altro luogo, in cui quei testi (in inglese) trovavano una sede diversa, non più consona, semplicemente diversa, e vera. Sette anni e sette o più vite dopo, eccoci di nuovo qui. Ringrazio Paul per aver accettato di rispondere alle mie domande e curiosità: ho grande stima del suo talento e della grande umiltà artistica con cui porta avanti il percorso che sta facendo. In coda all’intervista, qualche video. Buona lettura e buon ascolto!

© Alessandra Trevisan

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1) Iniziamo dal progetto collettivo più longevo, la band Margareth [con Alessandro Benvegnù, Alessandro Fabbro e Niccolò Romanin]. Si leggono molte recensioni sul web o altrove che parlano, negli anni, della vostra evoluzione dal folk-rock e rock di ispirazione beatlesiana al rock più elettronico dei Radiohead (riduco a due termini solo per orientare la lettura), ma vorrei chiedere a te, ora che son passati due anni dall’uscita dell’ultimo disco Fractals (Macaco Records, 2012), raccontaci quale pensi sia stata la vostra storia e quale direzione sta prendendo ultimamente il gruppo, musicale-stilistica-utopica che sia, vista anche l’uscita dell’EP Flowers nel 2013. Musicalmente è più sofisticato di Fractals, a mio avviso, è qualche passo in salita, stratificato per l’utilizzo maggiore di strumenti acustici, per l’utilizzo più ampio dell’elettronica e per il polistrumentismo che mettete in atto nel ‘live’.

Ciao Alessandra e ciao a tutti i lettori. È la prima intervista ‘individuale’ della mia vita, wow! Grazie per avermi contattato, e per aver condiviso i tuoi pensieri su quel tuo primo concerto dei (giovani) Margareth. All’epoca eravamo un’altra band: suonavamo canzoni in punta di dita, frutto di momenti emotivamente delicati; puntavamo a rilassare l’ascoltatore, a farlo sedere assieme a noi. Venivamo da esperienze diverse, e da buoni ventitreenni avevamo già avuto i nostri gruppi rock, punk, reggae, ska, hardcore. Avevamo appena scoperto che si poteva suonare anche senza fare ‘casino’, e ci piaceva. Era bello, era come innamorarsi. Poi il tempo scorre, si ascolta sempre più musica, e parte di questa diventa te, il tuo modo di pensare, di esprimerti. Crescendo, abbiamo voluto inglobare sempre più elementi e giocare con le forme e le strutture, per divertirci, per non ripeterci, per essere il più possibile noi stessi. È stato naturale. White Lines, Fractals e l’EP Flowers raccontano di questa crescita, del nostro modo di amare la musica, di tributarle il rispetto che merita. Oggi la direzione che sta prendendo la band è orientata verso una scrittura maggiormente partecipativa, assieme a una riflessione sull’interazione tra scrivere musica e farla scrivere dalle macchine, dai sintetizzatori, dai sequencers, strumenti che stiamo imparando a usare e a conoscere più da vicino. Per quanto a volte sia difficile, per quanto possa portare spesso a periodi più astratti che concreti, la nostra costante voglia di cambiare è una fase che spero non finirà mai.

(altro…)

in-side stories # 26 – Una preghiera

berlino 2011 - foto gm

in-side stories #26 – Una preghiera

Aveva spento la sveglia e, come era solito fare, ancor prima di aprire del tutto gli occhi, si era dato lo slancio per buttarsi giù dal letto. Il piede destro non arrivò a toccare il pavimento, avvertì qualcosa che bloccava la coscia sinistra. Bestemmiò e aprì gli occhi. La gamba sinistra, dal ginocchio in giù era chiusa in una specie di casa di bambole, bestemmiò di nuovo. Provò a dare uno strattone per liberarsi e urlò di dolore. Il piede era, evidentemente, legato e bloccato dentro la casa. Pensò che avrebbe fatto tardi in ufficio, alla riunione, pensò che comunque nell’altra stanza avrebbe dovuto esserci suo figlio Matteo. Lo chiamò a gran voce.

L’idea di incatenargli il piede dentro una delle case di bambole che possedeva era stata geniale. Aveva scelto con cura quale usare. La più resistente, costruita in legno da un artigiano norvegese, si era rivelata la più adatta. La sera precedente aveva messo del potente sonnifero nel caffè che aveva preparato a suo padre. Un paio d’ore dopo era entrato in camera da letto, aveva legato il piede sinistro del padre a una catena e lo stesso aveva fatto con la parte della gamba, appena sotto al ginocchio, dopo aveva fatto passare entrambe le catene intorno a due ganci d’acciaio che aveva fissato in precedenza dentro la casa. Dopo aver bloccato la casa con dei perni alla rete, attraverso dei fori praticati al materasso, aveva guardato la sua opera con soddisfazione. A tutto questo pensava Matteo Negri alle 7,45, sull’autobus che lo stava portando all’università.

Aveva cominciato a coltivare la passione per quelle case dopo aver letto la sua prima rivista d’architettura. Erano quelli gli studi che avrebbe intrapreso qualche anno dopo. Quelle piccole costruzioni così perfette gli permettevano di avere sotto mano tutta una casa, dentro la sua camera e, successivamente, dentro lo studio ricavato dalla taverna. Le preferiva ai plastici perché erano più vive. Erano reali, le bambole erano persone. C’erano artigiani eccezionali che curavano gli interni fino al minimo dettaglio. Il suo scopo era studiare quegli interni e successivamente modificarli, era diventato bravissimo. Sarebbe stato un grande architetto d’interni. Tutto questo a suo padre non importava, non gli importava della sua passione per le costruzioni, per gli interni, per la ricerca dello spazio in piccoli ambienti. Non gli importavano i trenta e lode, gli importava solo una cosa: Matteo era gay e le case di bambole erano una cosa da ricchioni.

A Giacomo Negri scappava da pisciare, Matteo non rispondeva, non poteva credere che suo figlio gli avesse fatto questo. Aveva cercato il cellulare ma non era sul comodino, il telefono di casa era muto. Erano passate due ore, stava cominciando a sudare freddo, cosa sarebbe accaduto? Cosa avrebbe potuto fare? Fino a che ora avrebbe potuto resistere? Matteo sarebbe tornato a casa? Cominciò a rimpiangere la scelta dell’acquisto della villetta fuorimano. Perché non capiva che gli voleva bene, che quel suo difetto avrebbero potuto curarlo, che poteva renderlo nonno. Perché sua moglie era morta così presto? Urlò con tutto il fiato che aveva in gola e pisciò nel letto.

Le prime quattro lezioni erano andate. Matteo le aveva trascorse tra preoccupazione e euforia. Suo padre meritava una lezione ma forse c’era andato giù troppo pesante. In fondo era anziano, di un’altra cultura, non poteva capire. E invece no, porco cazzo, era un bastardo fascista di merda che lo aveva costretto per anni a fingere in pubblico. Ma fingere che? In fondo lui era un bacchettone: non si drogava, beveva poco, prendeva voti alti. Non c’era niente da fare, suo padre avrebbe anche sopportato l’idea che suo figlio fosse frocio, l’importante era che nessuno sapesse, nessuno parlasse. Potendo gli avrebbe procurato una puttana che facesse la fidanzata di facciata. Ascoltò tutte le lezioni fino alla fine e poi fece ritorno a casa. Aveva detto a Gennaro che quella sera non si sarebbero visti, che avrebbe dovuto parlare con suo padre. Gennaro si era fatto una risata. A lui non gliene fotteva  un cazzo di quello che pensavano i suoi.

«Papà stai bene? Papà?»

«Matteo, ma come vuoi che stia? Ho sete, liberami. Mi sono pure pisciato addosso e mi scappa da cacare. Ma cosa cazzo ti è saltato in mente? Liberami per favore, io ti voglio bene, lo sai.»

«Lo so che mi vuoi bene papà, anch’io ti voglio bene. Tra poco ti libero.»

«Dammi dell’acqua per favore.»

Giacomo era ridotto a un cencio; sudato e pallido da far paura. Matteo lo guardava come se non lo riconoscesse, qualcuno che non conosceva.

«Prendi, bevi. Bevi piano.»

Giacomo bevve tutta l’acqua in un sorso.

«Grazie figlio mio, liberami per favore. Liberami Porcodio!»

«Che fai papà bestemmi? Stai calmo non siamo qui per questo, tra poco ti libero, prima però dovrai farmi un favore.»

«Tutto quello che vuoi. Vuoi più soldi? Una macchina nuova? Vuoi fare un viaggio, sì?»

«Voglio che tu ripeta una preghiera insieme a me, una specie di mantra, vedrai ti piacerà. Preghiamo insieme papà? Come quando mi portavi a messa?»

«Se è questo che vuoi, dammi ancora un po’ d’acqua. Che preghiera è?»

Matteo gli riempì un altro bicchiere d’acqua.

«Voglio che tu ripeta con me: “Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay”, sarà il nostro rosario papà, vedrai dopo staremo meglio, dopo tutto sarà più facile, sei pronto papà?»

Giacomo bevve ancora.

«Tu sei pazzo, tu non sei gay. Mio figlio non è gay.»

Matteo tirò fuori dalla tasca della felpa una pistola e la puntò su suo padre.

«Tuo figlio è gay, tuo figlio ti sta puntando una pistola come un vero uomo, tuo figlio con piglio autoritario ti sta ordinando di pregare.»

«Stai caaaalmo. Va bene, va bene, calmati, se è questo che vuoi.»

Matteo cominciò il mantra e Giacomo lo seguì. Fuori era notte fonda, come ogni mantra le parole si levarono e dal coro diventarono suono. Un suono a volte quieto, a volte strozzato. Un loop come le loro vite.

«Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay, Dio mio Matteo è gay…»

«Grazie papà, è stato bello vero? Sapevo che ti sarebbe piaciuto, che avresti capito.»

Giacomo non disse nulla, aveva gli occhi gonfi, stava piangendo. Matteo smontò la casa di bambole, staccò le catene dal gancio e lo liberò. Sparò a suo padre mentre questi pronunciava la parola: Grazie.

© Gianni Montieri

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Aretha Franklin – I say a little prayer 1968 (scritta nel 1967 da B. Bacharach e Hal David per Dionne Warwick) – Album: Aretha Now

The moment I wake up
Before I put on my makeup
I say a little prayer for you
While combing my hair, now,
And wondering what dress to wear, now,
I say a little prayer for you

Forever, forever, you’ll stay in my heart
and I will love you
Forever, forever, we never will part
Oh, how I’ll love you
Together, together, that’s how it must be
To live without you
Would only be heartbreak for me.

I run for the bus, dear,
While riding I think of us, dear,
I say a little prayer for you.
At work I just take time
And all through my coffee break-time,
I say a little prayer for you.

Forever, forever, you’ll stay in my heart
and I will love you
Forever, forever we never will part
Oh, how I’ll love you
Together, together, that’s how it must be
To live without you
Would only be heartbreak for me.

My darling believe me,
For me there is no one
But you

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in-side stories #18 – Angeli

foto gm - biennale architettura 2010

in-side stories #18 – Angeli

Il messaggio da parte del suo angelo gli venne recapitato quando mancava poco alla fine dell’incontro. Era la seconda volta che partecipava a questa specie di meeting. Si svolgevano in una casa appena fuori città. Una casa bellissima. C’era questa tizia che parlava con gli angeli, li vedeva e cose del genere. Ti iscrivevi, versavi una quota, ascoltavi le storie che raccontava, poi arrivavano i messaggi per i partecipanti, i più fortunati, perché non era detto che il tuo angelo avesse un messaggio da darti o che avesse voglia di parlarti. Per come la vedeva lui, alcuni dei partecipanti avevano un aspetto, un modo di fare, che l’angelo di pertinenza avrebbe lasciato l’incarico solo a vederli.

La tizia gli appoggiò la mano sulla spalla e disse: «Il tuo angelo ha due messaggi per te, vuoi ascoltarli?» «Certo, voglio dire, siamo qui apposta no? Tutta la faccenda è questa no? ascoltare il messaggio?» Lei chiuse gli occhi e sorrise: «Devi lasciare il tuo lavoro e aprire un laboratorio di dolci vegani e perdonare tuo padre.» Ma che cazzo significava? Era rimasto lì tutta la sera ad ascoltare la predica e tutti i messaggi che ricevevano gli altri per questo? I tizi per i quali la posta era arrivata prima, si erano sentiti consigliare abbracci, annunciare ritorni di mogli partite con chissà chi e per chissà dove, nascite di figli, fratelli rilasciati sulla parola, trasferimenti in città più belle di quella topaia. A uno addirittura era stata promessa una medaglia d’oro alle olimpiadi, uno che a vederlo non aveva mai fatto sport in vita sua. E a lui toccavano i dolci vegani? E peggio ancora di perdonare quel bastardo di suo padre? Guardò la tizia che continuava a tenere gli occhi chiusi e le chiese se fosse sicura che i messaggi fossero proprio quelli e quelli soltanto. Lei rispose con un cenno affermativo della testa. Passò a quello dopo di lui per il quale il messaggio diceva di non stare in pena che presto tutto si sarebbe risolto. Il succo della serata era che gli angeli avevano tolto l’angoscia a tutti meno che a lui. Il suo angelo doveva essere un dannato figlio di puttana. Si alzò e se ne andò ancora sconvolto. Non partecipò mai più a quegli incontri.

Negli anni successivi la sua vita prese una certa piega. La fabbrica di arredi per cui lavorava, fallì. Visse per un po’ con il sussidio di disoccupazione. Sua moglie disse che visto come stavano andando le cose se ne sarebbe andata via per un po’. Pensò che non l’avrebbe più rivista, fanculo. Suo padre morì l’estate successiva. A quei tempi non aveva preso nemmeno in considerazione l’ipotesi di perdonarlo. Né lo avrebbe fatto a posteriori.  Andò a vivere in un’altra città. Prese a bere moltissimo. Poi smise. Lavorò come meccanico. Intanto, di sera, faceva il cameriere in un ristorante. Si licenziò da entrambi i lavori. Cambiò di nuovo città. In questa seconda città ebbe una donna. Questa donna aveva una lavanderia in centro, lavorò per lei. L’anno dopo la donna lo lasciò e lo licenziò.  Cambiò città. Trovò lavoro in una ditta di trasporti. Faceva consegne con un furgone bianco e rosso. Gli piaceva il rosso. Ebbe qualche saltuaria relazione. Si era trovato un paio di buoni amici. Questo lavoro gli piaceva. Una mattina mentre faceva il suo giro di consegne, una bella mattina di febbraio, si trovò coinvolto in un incidente stradale. Era certo che la precedenza fosse sua, l’altro tizio, che guidava una vecchia Audi nera, non la pensava allo stesso modo. Una parola tira l’altra e il tizio dell’Audi lo accoltellò. Morì sul colpo. In tutti quegli anni il pensiero di fare il pasticciere vegano non l’aveva mai sfiorato.

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© Gianni Montieri

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Vasco Rossi – Gli angeli (Album: Nessun pericolo per te, 1996)

Quello che si prova
non si può spiegare qui
hai una sorpresa
che neanche te lo immagini
dietro non si torna
non si può tornare giù
Quando ormai si vola
non si può cadere più….
Vedi tetti e case
e grandi le periferie
E vedi quante cose
sono solo “fesserie”…
E da qui….e da qui…
…qui non arrivano gli angeli
con le lucciole e le cicale..
E da qui….e da qui….
“non le vedi più quelle estati lì”
“quelle estati lì”

Qui è logico
cambiare mille volte idea
ed è facile
sentirsi da buttare via!!
Qui non hai “la scusa”
che ti può tenere su
Qui la notte è buia
e ci sei soltanto tu
Vivi in bilico
e fumi le tue Lucky Strike
e ti rendi conto
di quanto le maledirai…..

E da qui….e da qui…
qui non arrivano “gli ordini”…
a insegnarti la strada buona…
E da qui….e da qui….
QUI NON ARRIVANO GLI ANGELI!!

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in-side stories #9 – Pezzi di carta

berlin 2011 - gm

in-side stories #9 – Pezzi di carta

La seconda volta che lo vide, l’uomo stava seduto su una panchina al parco. Esattamente al centro della panchina. Indossava un K-way piuttosto mal ridotto. Della prima volta che l’aveva visto non ricordava nulla se non il fatto stesso d’averlo notato, lì al parco. Come si nota un albero, cosa che sta lì. Pensò che prima della prima volta dovevano esserci state delle altre volte, perché le storie non cominciano mai quando ce ne accorgiamo. Cominciano prima. Questa seconda volta l’uomo teneva sulla panchina due grossi sacchetti per la spesa. Uno a sinistra, uno a destra. Teneva la testa dentro il cappuccio, rivolta verso il basso, sembrava si guardasse le ginocchia. Portava dei piccoli occhialini da vista. Aprì il sacchetto alla sua sinistra e ne tirò fuori un mucchietto di qualcosa, dalla posizione da cui lo osservava sembravano dei foglietti di carta. Si chiese se fosse il caso di mettersi lì a esaminare dei foglietti di carta sotto la pioggia. La faccenda lo incuriosiva e da sotto l’ombrello, a distanza di sicurezza, continuò a osservare. L’uomo esaminava i foglietti di carta, li separava, alcuni li metteva alla sua sinistra, altri a destra. Uno o forse due li infilò in tasca. Gli vennero in mente i suoi nonni, per quella particolare fissazione degli anziani di conservare ogni cosa. Suo nonno, ad esempio, conservava le confezioni di plastica trasparente dei tovaglioli di carta, per farne un possibile secondo utilizzo. Pensò che a suo nonno sarebbe sembrato quasi normale vedere un tizio che stava lì a separare la carta dalla carta. L’uomo andava avanti abbastanza velocemente ma sembrava molto attento. Sapeva cosa stava facendo. Doveva essere una pratica quotidiana, era professionale. Una specie di lavoro. Sua nonna, sua mamma e le sue zie, quando d’estate pulivano i fagioli, avevano la stessa velocità e attenzione. Dopo quel giorno lo vide ancora diverse volte, ma per non invadere non si avvicinò abbastanza per vedere cosa fossero e cosa ci fosse scritto su quei pezzi di carta, ammesso che qualcosa ci fosse scritto. Solo una volta sulla panchina c’era un secondo  uomo, lo stava aiutando. Aveva l’aria di chi stesse facendo un favore, non ci metteva la stessa cura. Perdeva tempo e basta. Una sera finì di lavorare più tardi, uscì dalla metropolitana a passo veloce e si diresse verso il parco, gli sarebbe dispiaciuto non vedere il tizio all’opera. Incrociò i soliti due o tre rompicoglioni che si vantavano dell’eccezionalità del proprio cane. Valutò che quando sarebbe uscito con il suo quelli sarebbero già tornati a casa. Sorrise. Da lontano scorse l’uomo alzarsi dalla panchina, con i due sacchetti, e dirigersi verso l’altra uscita del parco. Accelerò il passo maledicendo il lavoro, si stava perdendo il rituale della sera. Non ci aveva mai riflettuto ma quell’uomo lo incuriosiva e, allo stesso tempo, guardarlo lo rilassava. Rallentò quando si accorse che uno dei due sacchetti era bucato e dei pezzi di carta stavano cadendo per terra. Ne raccolse qualcuno e chiamò l’uomo ad alta voce, ma questi era già troppo lontano o non si diede pena di voltarsi. Scosse la testa e finalmente guardò cosa aveva tra le mani. Numeri grattati via, simbolini colorati, birillini disegnati. Scoppiò a ridere, erano dei fottutissimi gratta e vinci. Esisteva una sottosperanza dopo la speranza di altri. Qualcuno ogni giorno cercava sotto il già grattato e la distrazione altrui la propria salvezza.

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© Gianni Montieri

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Daniele Silvestri – Pozzo dei desideri (Album Sig. Dapatas 1999)
Io vendo promesse di ogni sorta
qualcuna la mantengo di tutte le altre invece non mi importa
io smisto monetine da gettare in fondo a un pozzo
o da grattare sulla patina dorata di un concorso
a premi multimiliardari, diffidate dei falsari
e non incolpate me se ci gettate dei denari
non ho colpa se siete schiavi di una tombola
stracolma di tesori che distribuisce a vanvera
e vi coccola l’idea di impadronirvi della vincita
vivere di rendita capita ogni domenica
e se non hai mai vinto fino ad ora
sei stato sfortunato, amico tenta ancora…
tenta ancora…
Io vendo scommesse sul futuro
qualcuna vince molto, di tutte le altre invece non mi curo
e non ci sono meriti non c’è una gerarchia
ma solo il cieco meccanismo di una…lotteria
e non posso che adeguarmi non posso lamentarmi
se usate queste mie monete al posto delle armi
se tutti i vostri sogni li puntate in questo gioco
io vendo un’illusione in più e non è poco

Una monetina a te una a te una monetina pure a te così fanno 3
una monetina per questa serata che non può finire
una per trovarti e l’altra per sparire
una monetina a te una a te un’altra monetina pure a lei così fanno 6
una monetina per sapere che non ho sbagliato mondo
fiumi di monete tutte in fondo al
Pozzo dei desideri
mille monete se indovini i miei pensieri
pozzo dei desideri
rivoglio indietro quello che ti ho dato ieri

Io sono imparziale e non mi impiccio
se vinci prendi tutto, se perdi in fondo è solo qualche spiccio
il rischio è minimo, la posta in gioco alta
prendi una moneta, amico e gratta
credici, provaci, potresti fare tredici
se cedi il turno adesso sei pazzo, riflettici
magari il tuo destino sta girando…ora!
… sei stato sfortunato amico, tenta ancora

Una monetina a te una a te una monetina pure a te così fanno 3
una monetina per questa serata che non può finire
una per trovarti e l’altra per sparire
una monetina a te una a te un’altra monetina pure a lei così fanno 6
una monetina per poterti dare quello che mi hai chiesto
una per un viaggio e ancora non è tutto
Una monetina per il Chiapas una per Filippo che è partito per Caracas
milioni di monete per il sogno di una terra dopo il mare
per chi malgrado tutto continua a navigare
una monetina per la Cina, una per il ponte sullo stretto di Messina
sperando che il calore della terra siciliana
possa sciogliere la nebbia fissa in Valpadana

Pozzo dei desideri
mille monete se indovini i miei pensieri
pozzo delle illusioni
ma non sarà che siamo tutti un po’ coglioni
pozzo io non ti credo,
io non mi fido quando il fondo non lo vedo
pozzo dei desideri
rivoglio indietro quello che ti ho dato ieri
pozzo non mi convinci,
me li ripaghi tu i 2000 gratta e vinci

Queste monetine sono sudamericane
guardate che colori e che forme strane
e poi ce ne ho moltissime venute dal Giappone
ci riesco a fare calcoli di estrema precisione
ecco qui monete d’Africa, di lega poverissima
perché li si discrimina perfino in numismatica
monete e monetine di ogni parte del mondo
tra queste c’è anche quella che stavate cercando
Una moneta soltanto una, una moneta per la mia sfortuna
una moneta, per cortesia, una moneta e dopo vado via
una moneta per continuare, per tutto quello che non posso fare
una moneta almeno una, una moneta contro la sfortuna

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