Canzone

PoEstate Silva #18: Giorgio Gaber, ‘Libero come un uomo’

Gaber Gaber – Libero come un uomo è il documentario realizzato da © Rai Teche in occasione della 69^ edizione del concorso internazionale “Prix Italia” grazie ad uno scrupoloso lavoro di ricerca negli archivi delle Teche. Il progetto, con la regia di Luca Rea, ripercorre nell’arco di 50 minuti il controverso rapporto di Giorgio Gaber con la televisione, attraverso le immagini delle sue apparizioni sui canali Rai divenute, nel tempo, sempre più episodiche, fino alla rottura avvenuta nel 1970 che sarebbe durata per i successivi 13 anni.

Il documentario si può vedere qui: https://goo.gl/cWh9ca

in-side stories #7 – Le voci

berlino 2011 - gm

in-side stories #7 – Le voci

Aveva detto che sentiva le voci nella testa. E che dicevano le voci nella testa, le avevano chiesto. Aveva detto loro che le voci nella testa dicevano che aveva i diavoli nel sangue e che per mandarli via doveva tirarsi il sangue con le siringhe. Così l’aveva trovata Luigi, suo marito, per tre volte, che si tirava il sangue con una siringa da prelievo. Così l’avevano trovata i figli: due volte Antonio, il maggiore, di tredici anni e una volta Michele, il secondo, di sette anni. Antonio si spaventò, Michele pensò che sua madre giocasse. Perché Lucia così gli disse, che era per scherzo, era per gioco. Lucia e Luigi andarono da specialisti, psicologi e neurologi. Lucia ripeteva questa cosa delle voci nella testa. Ripeteva dei diavoli che si erano impossessati delle sue vene. «Se le sono pigliate dottò, se le sono pigliate». Diceva ai medici. I medici ascoltavano, stabilivano ricoveri, terapie. Consigliavano pastiglie. Antidepressivi e colloqui, colloqui frequenti. Le dicevano che le voci così come erano venute se ne sarebbero andate. Certe altre volte le dicevano che le voci non c’erano. Lucia si arrabbiava, i medici non la capivano, diceva che voleva andare a confessarsi, voleva andare da Padre Eugenio che la conosceva da piccola, lui avrebbe capito. Ma Padre Eugenio non capiva, le rispondeva come i medici, le diceva di seguire le cure, le diceva di pensare a suo marito e ai figli. Le diceva di pregare. E Lucia pregava, come le avevano insegnato da piccola, pregava mattina e sera. Pregava tutto il giorno ma le voci erano sempre lì nella testa. Luigi la sera la teneva tra le braccia e le diceva che le voci se ne sarebbero andate, lei rispondeva che lo sapeva che se ne sarebbero andate ma stavano sempre lì, ogni mattina si svegliava e le ritrovava, poi lo baciava. Non voleva più fare l’amore perché le voci sarebbero passate anche a lui e allora ai bambini chi avrebbe pensato. Quando Luigi la trovò in bagno di nuovo con la siringa nel braccio, decisero di accettare il consiglio del neurologo e Lucia venne ricoverata. Luigi e i figli potevano andare a trovarla solo di domenica. La trovavano bene, sorridente. Lucia diceva che le cure la facevano sentire meglio, che le voci ogni tanto le sentiva ancora, ma come ovattate, una specie di rumore di sottofondo. Abbracciava forte Antonio e Michele quando le chiedevano quando sarebbe tornata a casa, e rispondeva che sarebbe tornata molto presto. Quando loro andavano via, Lucia si metteva a piangere e pregava che le voci se ne andassero davvero, pregava di avere il silenzio dentro la testa. Una domenica di marzo fu una domenica bellissima, Lucia sarebbe stata dimessa il mercoledì, erano contenti. Il dottore aveva detto che c’erano stati grandi miglioramenti e che la cura con gli antidepressivi poteva proseguire a casa. Disse a Luigi di stare tranquillo, che ne erano quasi fuori. Lucia tornò a casa, ripeteva di sentirsi meglio, era sorridente, la mattina preparava la colazione, accompagnava Michele a scuola. Aveva detto a Luigi che avrebbe provato a ritornare a lavoro, mancava in ufficio da un anno, era davvero troppo. A poco a poco la vita sembrò ritornare normale, Lucia e Luigi avevano ricominciato a fare l’amore, anche se non così spesso come Luigi avrebbe voluto. Lucia gli sembrava di nuovo bellissima. Ogni tanto Lucia si chiudeva a chiave in camera e a Luigi prendeva il panico, ma poi lei usciva tutta sorridente e gli diceva che era il suo modo di cercare la tranquillità, di raccogliere i pensieri. Andarono al mare per due settimane in luglio. Ai ragazzi parve una vacanza bellissima, Lucia prendeva in giro Antonio perché guardava le ragazzine e poi arrossiva. Lucia si impiccò in bagno una sera dell’ottobre successivo. La trovarono così quando tornarono a casa. Luigi era passato a prendere i ragazzi in piscina, era giovedì, quella sera era la serata pizza. Nessuno urlò, nessuno riuscì nemmeno a piangere. Antonio raccolse un biglietto appoggiato sul lavandino e lo passò al padre.

© Gianni Montieri

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TUTTO FA UN PO’ MALE – AFTERHOURS (Album Non è per sempre 1999)

Sai che la fortuna
è una religione
tu ci credi oppure no?
lo capiremo prima o poi
che non c’è modo di rinascere
senza peccare
ma tu hai voglia di rinascere
o è solo che non sai come finire?

beh, forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male . . .

quello che sognavi ti fa ridere
da quando sai che non lo puoi più avere
ma l’odio è un carburante nobile
e hai scoperto che non è così male
tradirsi con rispetto
perchè vivere è reale
ma vivere così
non somiglia a morire?

e forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male .

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in-side stories #6 – Limba

biennale arte 2011 - foto gm

in-side stories #6  – -Limba

(ad Andrea Parodi, in memoria, e a Bruno Lai)

C’era questa cosa della Sardegna e dei sardi. C’era questa cosa di cui aveva sentito parlare, qualcuno glielo aveva raccontato. Questa cosa ricordava da molto vicino un luogo comune, eppure sembrava non esserlo. Questa cosa diceva, più o meno, che i sardi (specie quelli delle zone interne) sono riservati, silenziosi, solitari. Diceva che i sardi ci mettono molto a concederti fiducia e quindi la loro amicizia, ma che quando questo accade poi è per sempre. Sapeva questa cosa della Sardegna e, poi, che fosse una terra di rara e selvaggia bellezza. Quando gli proposero il trasferimento a Orosei, in provincia di Nuoro, per coordinare l’apertura di una nuova filiale della banca per cui lavorava, sapeva quelle due cose della Sardegna e che aveva una gran voglia di andar via da Roma. Gli sembrò sufficiente e (ci mise ventiquattr’ore a rispondere) accettò. Le informazioni minime che riuscì a reperire gli dicevano che Orosei era a un paio di chilometri dal mare. e che le spiagge presenti nel suo territorio erano bellissime. Il conforto del mare gli sembrò la cosa decisiva da conoscere sul territorio. Due mesi dopo partì. Passarono i primi sei, forse sette, mesi in cui i suoi rapporti con altre persone si limitarono soprattutto a quelli lavorativi o di sopravvivenza: la spesa, l’acquisto dei giornali, la colazione al bar. Il tempo libero lo trascorreva a leggere, o a fare lunghe passeggiate sulla spiaggia, era inverno, e gli andava bene così. C’era un uomo della sua stessa età con il quale si incrociava ogni tanto al bar, si salutavano e basta. Aveva notato che l’uomo portava sempre un libro con sé, leggeva seduto a un tavolino del bar. Alcuni li aveva letti anche lui, ma fu un libro che lo convinse a rivolgergli la parola e a fargli pensare che potessero diventare amici. L’uomo stava leggendo Bambini nel tempo di Ian Mc Ewan, un libro doloroso, che aveva molto amato. Si avvicinò, gli parlò del libro, l’uomo, Pietro si chiamava, gli rispose, scambiarono qualche parola e si salutarono. La loro amicizia cominciò così, chiacchiere da un paio di minuti, soprattutto sui libri, sulle letture del momento di entrambi. Decise di andarci cauto, ricordava della cosa che sapeva sui sardi. Intanto aveva aggiunto i Tazenda ai suoi ascolti musicali, trovava che il sardo fosse una lingua molto musicale e che la loro musica non fosse affatto banale. Il cantante, poi, aveva una voce meravigliosa. Chiese a Pietro se avesse voglia di aiutarlo con la traduzione dei testi.  Pietro sorrise, un sorriso sincero, aperto e disse: <<Il sardo non si traduce ma se vuoi posso aiutarti a comprenderlo. Ricorda, però, che per comprenderlo devi imparare ad amarlo.>> Presero a vedersi di sera a casa dell’uno o dell’altro. Pietro era molto organizzato, aveva libri in lingua logodurese, poesie in lingua. Soprattutto aveva le proprie origini e storie da raccontare. Presero a confidarsi, erano due solitudini di origine diversa, quella di Pietro era quasi naturale, la sua, invece, era indotta. La scelta della Sardegna era semplicemente l’unica possibilità di sopravvivere che gli era rimasta. Facevano qualche passeggiata in spiaggia anche se Pietro non amava il mare e giravano spesso in paese e in qualcuno di quelli più piccoli della zona. Pietro diceva che per imparare la lingua di quella terra, avrebbe dovuto imparare la gente, avrebbe dovuto ascoltare le loro storie. Pietro gli domandava di Roma, la capitale del continente, la chiamava così, diceva che un giorno avrebbe voluto andarci, per via della bellezza, e poi a Milano che lì suonavano il jazz. Lui, invece, cominciava a sentirsi a casa in quei luoghi del silenzio, in quella vitalità aspra e respingente. Una sera a cena, il giorno dopo essere stati al Carassecare , ancora euforici per aver visto le maschere, gli antichi riti della Barbagia, Pietro disse che entro pochi giorni sarebbe partito per Londra, aveva un fratello che viveva lì da molti anni e che aveva problemi di salute, si sarebbe fermato da lui per un po’. La notizia fu pesante da digerire ma fece finta di niente, continuò a mangiare e a bere vino come se niente fosse., facendo brindisi e augurando a Pietro qualunque cosa. Mentre facevano due passi verso casa, e si promettevano di scriversi, Pietro mise la mano nella tasca del giaccone e tirò fuori un libro, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. <<Per quando sarò via.>> E aggiunse mentre glielo porgeva: <<Qui dentro c’è tutta la Sardegna che ti serve, ma non solo. Qui dentro c’è tutto.>> Pietro partì due giorni dopo, non si rividero mai più. Si scrivevano, Pietro aveva deciso di restare a Londra: si era innamorato di una donna tedesca che stava lì. Si promettevano visite che poi all’ultimo momento nessuno dei due portava a compimento. Dopo un po’ non si scrissero più, perché così vanno le cose. Ma non si dimenticarono mai l’uno dell’altro, proprio come fanno i sardi. Non si mosse più dalla Sardegna, aveva imparato l’alba sulla Marina di Orosei, aveva imparato la gente.

Nota al testo: Limba in logodurese significa: lingua

© Gianni Montieri

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Tazenda – Carassecare (album Tazenda 1988 – di P. Marras e L. Marielli)

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Deus, ses in s’aera?
Deus fattu a bisera
Cras a mandzanu bo’ lasso sa vida e micch’ando
Cras a mandzanu su mundu affanculu che mando

Deus, bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende

Balla chi commo benit carrasecare
A nos iscutulare sa vida
Tando tue podes fintzas irmenticare
Tottu s’affannu mannu ‘e sa chida
E su coro no, no s’ispantada
E sa morte no, no chi no b’intrada
E sa notte fraga’ ‘e bentu de beranu
Ses cuntentu?

Deus, a mala ‘odza
Soe solu che foza
Chito su entu a mandzanu at a benner cantende
Amus a facher muttetos in paris riende
Deus bessi dae domo
Fachemi morrere como
Chi morza biende
Sos anzoneddos brinchende
———————————————-
TRADUZIONE IN ITALIANO

—— Carnevale ——

Dio, sei nell’aria?
Dio reso ridicolo
Domani mattina vi lascio la vita e me ne vado
Domani mattina mando il mondo affanculo

Dio, esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia guardando
Gli agnellini saltare

Balla che adesso viene il carnevale
A scuoterci la vita
Allora potrai anche dimenticare
Le grandi preoccupazioni della settimana
E il cuore no, non si stupisce
E la morte no, non c’entra
E la notte sarà invasa dal vento della primavera
Sei contento?

Dio, per forza
Sono solo come una foglia
Di mattina presto verrà il vento cantando
Canteremo insieme ridendo
Dio esci di casa
Fammi morire adesso
Che muoia vedendo
Gli agnellini saltare

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in-side stories #5 – Il pieno, per favore

berlino 2011 - foto gm

In-side stories #5 : Il pieno, per favore

Il tizio finisce di lavorare, corre a casa recupera la macchina e parte. Da Milano verso L’Emilia, lo aspetta una serata con gli amici, una sera d’estate come si deve. Entrando in autostrada si accorge di due cose: di aver poca benzina e di non aver prelevato. Pazienza, pensa il tizio, farà rifornimento più tardi e preleverà all’arrivo. Passa l’area di servizio San Zenone, passa Lodi, passano musica orribile alla radio, e ed eccola lì, all’orizzonte: Area di servizio Somaglia est. Hanno un ottimo Autogrill, si fermerà lì. La Esso gli sta un po’ sulle balle, ma non è che le altre siano meglio. Del resto da qualche parte bisognerà pur rifornire. Pompa numero sette.  «Buongiorno,  quanto le faccio?» «Il pieno per favore.» «Verde?» «Verde, grazie.» Il tizio è proprio contento di fare un giro fuori Milano, è un bel pomeriggio e non c’è traffico.
«Ecco fatto, sono ottantadue euro, può andare dentro a pagare alle casse.» «Grazie.» Il tizio entra nello Shop, e chiede di pagare per la Pompa numero 7, porge la tessera. La cassiera pone la domanda rituale: «Carta o Bancomat?» Il tizio mentre risponde automaticamente Bancomat fa in tempo a domandarsi come mai in quella domanda lì che fanno in tutti i posti, dicano sempre Carta prima di Bancomat, per quale meccanismo. Digita il pin, la solita attesa. «Qui dice autorizzazione negata» «Che strano, vabbe’ provi come Carta di Credito.» Nuova attesa, il testo del messaggio non cambia, l’autorizzazione è di nuovo negata. I primi segnali di panico cominciano a intravedersi sulla faccia del tizio, ed è a quel punto che entra in scena Nazisciura. Nazisciura, si intuisce subito essere la proprietaria della baracca. Avrà settant’anni, piccolina,  ma uno sguardo capace di incenerirti all’istante. «Allora, ascolti come facciamo: prendiamo la mia macchina (la sua lascia qui parcheggiata) e andiamo al Bancomat in paese, può provare a prelevare lì.» Il tizio, sempre più pallido, acconsente e intanto pensa che il giorno seguente dovrà andare in Banca a litigare, perché non è possibile, che cazzo di figura di merda, che i soldi sul conto ce li ha, che è in ritardo, che sta sudando. Naturalmente la risposta è la stessa anche allo sportello automatico. Il panico è alle stelle, il tizio si sente in dovere di proporre alla Nazisciura (che ormai lo guarda sempre più in cagnesco) una soluzione ragionevole: «Mi scusi signora, se ha un computer, io posso entrare nel mio conto on-line, le mostro il saldo, le faccio un bonifico all’istante e siamo tutti contenti.» Ma Nazisciura non la pensa così: «Lei deve essere matto, sa quanta gente mi ha fatto il bonifico e il giorno dopo l’ha revocato? Lasci perdere.» «Allora come facciamo?» Faccia e tono cadaverico. «Me lo dica lei, sì me lo dica lei come facciamo.» Tornano, intanto, al distributore, il tizio prova a telefonare a uno degli amici che sta per raggiungere, che cavolo è a cento chilometri ma una mano verrà a dargliela. Quattro telefonate vanno a vuoto. Poi l’amico richiama: «Scusa se non ti ho risposto ma sono a un corso di Fisica Quantistica.» Il tizio non può fare a meno di sorridere, pensa che quel suo amico lì lo stupisce sempre «Niente, volevo dirti che sono in ritardo, ho un problema col Bancomat al distributore, insomma una figura di merda, ma tranquillo che arrivo, tu sei troppo lontano, ce la faccio in qualche modo, a dopo.» Sì, ma in che modo? Il panico è totale, il pensiero dei Carabinieri o della Polizia è sempre più frequente, lo denunceranno e tornerà poi a portare i soldi, andrà in Banca, dimostrerà. Suda e ha sete, capisce per la prima volta l’ansia che prendeva David Foster Wallace quando (cioè sempre) sudava copiosamente. Merda, ha paura di chiedere alla Nazisciura un po’ d’acqua. Ormai, oltre a lei, anche le due cassiere e il tipo che l’ha rifornito lo guardano male. Ma che cazzo. Lampo, un’idea, si ricorda che a trenta chilometri da lì abita una cara amica. La chiama, le spiega, lei arriverà con i soldi. Nel frattempo con Nazisciura parzialmente tranquillizzata, si appoggia al cofano dell’auto e fa tutta una serie di pensieri: «Io questa vecchia stronza la uccido, i miei amici penseranno che non ho soldi sul conto, poveretta chissà quante volte l’avranno fregata, che brutte quelle due cassiere lì, non arriverò mai in tempo, domani mattina piomberò in Banca con una Molotov, mi sentiranno cazzo, arriverò in super ritardo, vaffanculo a me che non ho prelevato oggi pomeriggio, me ne sarei accorto, questa è proprio una di quelle cose da raccontare, magari è solo smagnetizzata, però il bonifico poteva accettarlo, dovrò offrire una cena alla mia amica salvatrice, Cavani sarà irrimediabilmente venduto, fa veramente caldo, se potessi me ne tornerei a casa,  la Fisica Quantistica deve essere una figata pazzesca se ben applicata, ma applicata a cosa? Prendo quell’estintore laggiù e le schiumo  tutte, ‘ste stronze.» L’amica arriva, passa i soldi e un abbraccio, quanto basta. Paga alla cassiera saluta la Nazisciura che nemmeno lo guarda. Mette in moto e riparte, l’avviamento di un motore può essere un rumore bellissimo. Passerà poi una bella serata. La mattina dopo il tizio va in Banca e chiede al Punto Informazioni: «Scusi, ho un problema con la Carta di Credito, a chi posso rivolgermi?» Punto Info risponde: «A lei chi la segue?» Il tizio si volta, poi sorride e capisce che anche quella che seguirà non sarà  una giornata molto diversa dalla precedente.

© Gianni Montieri

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Daniele Silvestri: Datemi un benzinaio (album Daniele Silvestri 1994)

Su questa stupida autostrada del sole come era logico aspettarsi piove
e con la pioggia l’automobile sbanda, una vocina dentro dice rallenta
90, 80, 70, 60, 50, 40, 30, 20
perfino i fari mi si sono spenti, perfino i fari mi si sono spenti.
Con gli autotreni che mi schizzano accanto
e lo specchietto che si riempie di bianco che acceca
è una fatica rimanere sereno, è una fatica troppo grande temo

La testa è pesante, è pesante, è pesante, sembra fatta di roccia
e di benzina ho solo qualche goccia, che guaio…

Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, un benzinaio

Porca puttana è pure sabato sera e non vorrei finire in cronaca nera
andare a venti all’ora in questo casino c’è solo il rischio che mi investa qualcuno.
E allora 40, 50, 60, 70, 80, 90, 100 ,
ma che cos’è questo rumore che sento ? Oddio ! Anche il motore ha reso l’anima a Dio.

Mi ci vorrebbe almeno un’area di sosta non tanto l’area, quantomeno una sosta
forzata, dati gli ultimi eventi, motore rotto e fari quasi spenti
ci vuole pazienza, pazienza, procedere lentamente sulla corsia d’emergenza
ma pensa che guaio…

Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, un benzinaio

Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, datemi un benzinaio, aiò…
Datemi un benzinaio, un benzinaio

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Demetrio Stratos e l’oltre-voce: per un ricordo appassionato

demetrio-stratos

Questo è un post in memoria di un artista che ha cambiato la Storia, evolvendo la tradizione e abbracciando l’innovazione, dando perciò l’occasione a chi è venuto dopo di spostare i confini di un sapere su cui si discute da millenni. Su Demetrio Stratos si è detto moltissimo e sembra non si sia mai detto abbastanza, tanto è grande il bacino di scoperte che lui ha fatto, più o meno consapevolmente, attorno al tema della voce-tutta. Pochi giorni fa, sarebbe stato il suo compleanno.
Molti esperti dibattono su Stratos da tempo e io non credo di aggiungere nulla su di lui, ma spero di ritornare con più calma e profondità sull’argomento Voce. Nello scrivere vorrei riallacciarmi a qualche osservazione sollevata da Stefano Brugnolo in questo lungo articolo pubblicato a marzo su Poetarum: qui si è parlato della voce della canzone anche in termini di specificità come ‘portato’ del vocalico. Ecco cosa Stratos ha lasciato a tutti noi: un’eredità enorme e importante su questo, problematizzando la Voce, in termini novecenteschi. Per non dimenticar(lo), eccomi a ricordar(lo) oggi.

(c) Alessandra Trevisan

Demetrio Stratos (22 aprile 1945 – 13 giugno 1979) è stato un “genio” secondo il significato kantiano di questo termine, poiché ha arricchito il campo di indagine riguardante “la voce”. La sua vita artistica si è svolta dentro la ricerca, sconfinando in più campi dal musicale al teatrale, dal popolare all’avanguardia all’inaudito, arrivando a comprendere e ‘dire’ come lo strumento-voce richieda la partecipazione di tutto il corpo per esistere e rendersi performante. Ha rivoluzionato il progressive rock italiano con la sua rara sensibilità, servendosi delle possibilità del vocalico non-significante, proseguendo forse in una direzione iniziata dal jazz, soprattutto dal Free Jazz nato nei primi anni ’60, in cui la voce si faceva carico d’essere anche veicolo di significati ‘politici’. Lo dico ipotizzando, poiché mi rendo conto che la “canzone” di protesta fosse già nata, che il folk e il cantautorato mondiale l’avesse già esplorata prima dell’avvento-Stratos, eppure con lui ci inoltriamo in un terreno in cui convergono l’una e l’altra esperienza; quando parlo di Free Jazz parlo di strumenti melodici (i fiati, il sassofono di Ornette Coleman) che diventano “voci”, e lasciano impronte udibili, significanti e significative.
Dagli Area a John Cage, da Antonin Artaud a Suonare la voce e Cantare la voce: Stratos ha reso necessaria un’analisi dello strumento-voce prima sconosciuta, non raggiungendo tuttavia esiti comprensibili da subito, ma captando che il luogo di esplorazione e il momento fossero quelli giusti e in qualche modo rendendo pensabile ed immaginabile una strada, sempre ‘fluida’ ma praticabile. Problematizzando e allargando il campo di azione del vocale, ha concesso risposte ai generi musicali più svariati, anche nascenti oggi. Ancora una volta utilizzerei l’etichetta “contaminazione” perché non c’è nulla di più chiaro per definire il suo lascito e gli esiti connessi. Mi viene in mente a tal proposito, uno straordinario progetto di sonorizzazione dello spazio, in cui la voce partecipa: SPARK OF KNOWING The Roden Crater project (Maria Pia De Vito, Eivind Aarset, Michele Rabbia, Anja Lechner, Maurizio Giri) 2011. Ancora oggi la strada-Stratos-e-oltre è percorribile, e musicologi, esperti, studiosi del suono, si interrogano sulla sua figura, validando e aggiungendo di continuo e pertinentemente nuovi significati e possibilità al vocalico artistico e non solo.

Essenza del vocalico; (s)comparsa della voce; voce-‘prima’; voce-sesso, voce-soffio (Derrida), voce-specchio (Lacan); possibilità armoniche della voce; il silenzio, il rumore, il bisbiglio, la lallazione, il frammento, il suono, l’urlo. Voce frantumata, piena, ‘originaria’, spaziosa, semantica, funzionale. Voce soprattutto come veicolo espressivo di un sé e di un oltre-sé. La voce ha una pluralità di connessioni con la nostra quotidianità prima che con l’arte; fa parte della nostra vita perché è lo strumento con cui comunichiamo (non l’unico ma quello principale), attraverso la parola; è archetipo del linguaggio; ci rappresenta in senso antropologico e sociale: tutto ciò non può non intervenire creativamente, non può cioè non avere delle conseguenze sul piano artistico. La voce è l’unico “strumento-umano” propriamente detto; è l’unico che abbia una connessione così forte con il nostro corpo e con la nostra psiche. La voce è “corpo”; la voce è semasoma. La voce ci rappresenta singolarmente come esseri umani più che ogni altro strumento, proprio perché proviene da noi internamente. Ed è anche l’unico “strumento musicale” che non possa essere tenuto in mano o per meglio dire che possa esistere “fuori di sé” soltanto in un momento secondo, e dunque il cui studio – in tutte le accezioni – sia difficile proprio perché portatore di significati plurimi e complessi da analizzare, che devono tener conto di numerose discipline. Stratos ci ha fatto capire che la voce non è (solo) gesto: può diventarlo certo nella ‘proiezione’ fuori di sé, ma ‘è’ o ‘viene’ o ‘vive’ sempre ‘prima’; è anticipatrice, “cosa” ancestrale. Stratos è tornato indietro ed è contemporaneamente andato avanti, ricucendo il filo della tradizione vocalica dell’Oriente con quella dell’Occidente: ha fatto assumere di nuovo alla voce un ruolo fisico-spirituale, un ruolo ‘ulteriore’; ha fatto della sua una voce che potesse avere anche valenze etnologiche, essere ponte culturale, calandosi tuttavia nel suo tempo e nella sperimentazione, incarnando l’io-soggettivo occidentale e allo stesso tempo l’io-molteplice orientale. Nella voce di Stratos si compenetrano piani d’indagine dal forte significato simbolico-culturale; per citarne uno importante, che apre molto considerazioni che non intendo approfondire qui, Gianni-Emilio Simonetti afferma:

Demetrio Stratos ha colto nella voce l’estetica del vuoto che attraversa l’arte moderna e oltrepassa il culto del realismo

coniugando secoli di filosofia e arte, da Platone sino a Nietzsche, Barthes, Derrida (p. 69, volume Feltrinelli sotto citato).

La sua discografia solistica in questo senso parla. La (sua) voce è una cabina di controllo, è un detonatore di tutto ciò che siamo, è ‘praticamente’ sede del significante e non-significante assieme, paradigmatica in termini estetici e sostanziali assieme.

Stratos ha saputo governare sapientemente questo strumento dalla “cabina di controllo” e ha in qualche modo fotografato questo sapere per tramandarlo a chi è venuto dopo, e può considerarsi un esempio unico in Italia. Nel suo solco, s’inseriscono oggi senza dubbio John De Leo e Maria Pia De Vito. Fuori dall’Italia moltissimi artisti percorrono quel solco, non attribuibile solo a Stratos ma frutto di una compagine di strade che s’intersecano: un esempio che desidererei diffondere e che sento prossimo a quanto detto finora, è quello di Sidsel Endresen.

Su Demetrio Stratos e attorno a tutti questi temi segnalo i seguenti volumi: Demetrio Stratos e il teatro della voce di Andrea Laino (Casanova e Chianura Edizioni, 2009), La voce Stratos film di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato con allegato il volume Oltre la voce (Feltrinelli, 2010), Demetrio Stratos: gioia e rivoluzione di una voce di Antonio Oleari (Aereostella, 2009), Essere voce. Viaggio nella vocalità: dal gioco a Demetrio Stratos di Luca Pessina (Aereostella, 2011).

Una conferenza che si è tenuta presso la Biblioteca Civica di Marghera nel luglio 2009, a poco più di trent’anni dalla morte di Stratos, con l’intervento di Giò Alajmo, Patrizio Fariselli, Gianfranco Bettin, Graziano Tisato, Antonio Oleari, si può riascoltare qui.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56541

Solo 1500 n. 35 – Marta portami via

Solo 1500 n. 35 – Marta portami via

Si chiamava Ciro Sebastianelli, napoletano, cantante. Alcuni brani trash, a cavallo tra gli anni settanta/ottanta. Canzoni in italiano che a volte sfociavano nel dialetto, “Je nu c’ha facc’ chiù lassame perder’”. Mi è tornato in mente settimana scorsa, mentre su Facebook impazzavano gli status sui commenti al Festival di Sanremo. Sono andato a cercare su Youtube la sua canzone più famosa: Marta, Marta. Sanremo, 1980. Ricordo un episodio legato a quel festival: mia madre (non avevamo ancora il Tv Color, l’avremmo comprato per i mondiali del 1982) chiedeva alla sua amica Dina di che colore fosse la giacca indossata la sera prima da Sebastianelli. Dina rispose: Color ciliegia. Meraviglia. Cioè, non solo il fatto che lui avesse una giacca di quel  colore ma che la gente si telefonasse per raccontarselo. Io avevo nove anni e le canzoni le imparavo a memoria, belle o brutte che fossero. “Marta” è una pietra miliare del Pop Trash degli anni ottanta. L’attacco fa: “Marta, portami via dalla libertà, che non è sempre poesia”. Secondo me qui ci troviamo davanti a qualcosa di grandioso, mica una roba banale. “dalle stelle di stagnola, dalle lenzuola di carta vetrata”. qui è racchiuso tutto il meglio, tutto ciò che bigazzi-tozzi sublimarono nel famoso “guerriero di carta igienica”. Per arrivare alla vera chicca “Marta legami agli occhi, uno sguardo chiaro sui miei vizi barocchi”. Solo lo sguardo chiaro dell’amata può liberare l’uomo dai propri vizi? Secchiate di carnevali veneziani, libertini del seicento, dame con profonde scollature. Fantastico e perduto. Sebastianelli è morto nel 2009, forse ne ho scritto per questo. O per mia madre e la sua amica. Forse per lui e perché Marta la sapevo a memoria.

Gianni Montieri

il video

Vite Parallele, Franco Battiato

Mi farò strada tra cento miliardi di stelle

la mia anima le attraverserà

e su una di esse vivrà eterna.

Vi sono dicono cento miliardi di galassie

tocco l’infinito con le mani

aggiungo stella a stella

sbucherò da qualche parte,

sono sicuro, vivremo per l’eternità.

Ma già qui vivo vite parallele

ciascuna con un centro, con un’avventura

e qualcuno che mi scalda il cuore.

Ciascuna mi assicura

addormentato o stanco

braccia che mi stringono.

Credo nella reincarnazione

in quel lungo percorso

che fa vivere vite in quantità

ma temo sempre l’oblìo

la dimenticanza.

Giriamo sospesi nel vuoto

intorno all’invisibile, ci sarà pure un Motore immobile.

E già qui vivo vite parallele

ciascuna con un centro, una speranza

la tenerezza di qualcuno.

Tu pretendi esclusività di sentimenti

non me ne volere

perché sono curioso, bugiardo e infedele.

Qui vivo vite parallele

ciascuna con un centro, con un’avventura

e qualcuno che mi scalda il cuore.