canto

Emanuele Franceschetti, tre poesie inedite

 

Il primo verso sembrerebbe porsi in chiave interrogativa, invece no, con i due punti che appaiono in luogo del punto di domanda la poesia piega subito in chiave assertiva. «I vivi se ne vanno», afferma dunque Franceschetti, ed eccoci immediatamente di fronte a ciò che essi lasciano, che lasciamo; si accenna un’elencazione rovinosa del quotidiano («i muri fatti a pezzi, le cose, i sedimenti») che più avanti, nella seconda poesia qui presentata soprattutto, si farà più marcata, eloquente.
“Cose” è il termine che ricorre in tutte e tre le poesie, parte di un lavoro più ampio, un libro che recherà nel titolo un richiamo alla “misura” e al “canto”. Si disegna così una traccia di poetica, pur declinandosi quella parola tanto generica (“cose”) in modo differente, in questi tre testi: oltre alla prima formulazione già citata, diventano «cose elementari» e poi «le cose [che] stanno e basta».
Tre endecasillabi preziosi, uno per ciascuna poesia, chiariscono il quadro: nell’ordinarietà occorre trovare una via di fuga, sembra volerci dire l’autore, occorre individuare uno spiraglio, qualcos’altro (cioè altro dalla “cosa”) che possa mantenerci vivi, che ci permetta insomma di dichiarare di esserlo. Credo sia questa in fondo la domanda celata nel primo verso.
Ed ecco i tre endecasillabi-chiave, in successione: «la polvere inchiodata al suo silenzio»; «che neanche tu possiedi i tuoi segreti»; «schiacciato nell’ordigno autostradale». Polvere, il perfetto e calmo sedimento (che noi siamo, religiosamente, e ritorneremo a essere); il segreto, perché tutto manca, e in noi e tra di noi ogni compiuta lettura è impossibile; l’ordigno e l’ordinarietà, perché ogni “cosa” pare pronta spesso a esplodere.
Penso al Montale del celebre invito di In limine, in apertura degli Ossi di seppia: «Cerca una maglia rotta nella rete / che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!»; per Franceschetti è o comunque sarà un «segno» che ancora, ogni volta, ci inviterà a farlo: un segno che «insiste, risale a filo d’acqua». È vero, siamo sul confine di questo invito, sempre, e sempre nella chiave nascosta di un segreto siamo, nascosti noi stessi nella domanda: siamo vivi? (Cristiano Poletti)

 

Ti ricordi che i vivi se ne vanno:
i muri fatti a pezzi, le cose, i sedimenti,
la polvere inchiodata al suo silenzio.
Eppure un segno insiste, risale a filo d’acqua,
indovina uno spazio che non c’era:
la pagina riaperta, una postilla
vecchia di quasi un secolo,
un pensiero che ancora sopravvive
come in un negativo, come un fossile.

 

L’aria nascosta nell’intercapedine – immagini – è una voce che guarda
e dice e chiede. Il soffitto ti separa da un’altra esistenza
qualcuno che senz’altro ti assomiglia nelle cose elementari
(pelle morta mescolata a pelle morta, piatti sporchi, altre rovine)
Qualcuno che ti sente camminare, battere chiodi alle pareti,
fare a pezzi il telefono. Forse ti riconosce, consolandosi al pensiero
che neanche tu possiedi i tuoi segreti.

 

Il luogo dove tutto risolve deve essere una metafora,
un ponte – questo pensi,
schiacciato nell’ordigno autostradale,
tentando un’evasione metafisica –
ma il mondo non conosce la tua lingua,
le cose stanno e basta – segni nell’incunabolo,
forme della mancanza.

 

 

Comunicato stampa: Il canto libero delle stelle mediterranee

 

Il canto libero delle stelle mediterranee

5 agosto
Giardini della Filarmonica
via Flaminia 118
ore 21

Nell’ambito della XXVI edizione della rassegna I solisti del teatro, il 5 agosto alle ore 21.00 debutta a Roma il reading musicale Il canto libero delle stelle mediterranee di e con Francesca Bellino (narratrice), con Stefano Saletti (oud, bouzuki, percussioni), Barbara Eramo (canto) e intermezzi vocali di Alessandra Mosca Amapola.

Il canto libero delle stelle mediterranee nasce dal desiderio di raccontare le esistenze straordinarie di alcune delle più autorevoli cantanti del mondo arabo-mediterraneo e di celebrare il potere liberatorio della voce.

Per smentire il pregiudizio che cristallizza l’immagine delle donne arabe in signore velate, sottomesse e ammutolite, basta dare un’occhiata alla storia della musica arabo-mediterranea del ’900 e scoprire figure femminili emblematiche, lontane dagli stereotipi diffusi in Occidente.

Questa storia ci parla di cantanti autorevoli, forti e libere che sono riuscite a tirare fuori la Voce e a essere padrone del loro destino, dalla diva egiziana Umm Kalthum, “la madre di tutti”, alla principessa drusa Asmàhan, dalla cantante tunisina di origine berbera Saliha e alla star libanese, ancora vivente, Fairuz, donne che si sono fatte strada negli stessi anni in cui sull’altra sponda del Mediterraneo, sull’isola della Sicilia, nasceva, lottava e cantava la nostra Rosa Balisteri, simbolo italiano dell’emancipazione femminile passata attraverso il canto. (altro…)

Un inedito, di Agostino Cornali

 

La poesia è dedicata al nonno Nunzio, amatissimo dal poeta. «A Milano, da piccolo – mi racconta Agostino – prima di dormire facevamo un gioco infantile: la lotta. Avevo 4-5 anni».
Abbiamo di fronte a noi uno spartito, che viene cantato. Un canto antico e presente, originario e in tensione: l’arena degli spettacoli, dei leoni, dei gladiatori. Vita o morte, come una stessa cosa.
Cornali però, «incubo dopo incubo», a un certo punto ci sorprende. Sceglie un’immagine religiosa a tutela del corpo della poesia scagliandola nel cuore del testo: la lotta di Giacobbe con Dio, dal Libro della Genesi, ovvero la lotta con l’angelo di Dio, come nel dipinto di Delacroix. Braccia, vene, polsi incarnano un’implorazione pronta a sprigionarsi: non cedere, non cadere, non crollare.
Rappresenta l’interlocuzione profonda che il cristiano autentico, così come l’ebreo, ha con il proprio Dio. Di fronte al Padre non ci si presenta come servi, ma come figli, quindi con Lui in aperta discussione, anche in lotta giustamente, perché il figlio prima di tutto è interprete di sé e per questo (naturalmente) ribelle. Si tratta di una ribellione amorosa, è chiaro. Il padre, in questo caso il nonno, implora il figlio di non smettere mai una contesa che – lo si sente bene – è qui più una forma (con apparente paradosso) di “protezione”, di cura. Protezione, quindi proiezione, che di uomo in uomo possa propagarsi. Proiezione e dunque: prolungamento. Così si spiegano le ombre tentacolari dell’inizio, sul soffitto.
Ora, stiamo parlando di stile, cioè di visione. Poi certo, c’è la tecnica che permette tutto questo. Sentiamo assonanze e consonanze rincorrersi, fluire: proietta che si lega a soffitto; letti – affiancati; forti – polsi. Una rima, una sola in tutta la poesia, importantissima, è incastrata a cavallo delle tue terzine iniziali: arena-scena. Avvertiamo come tutto il ritmo e il senso provengano da lì e poco oltre nel testo dalla centralità di significato dell’aggettivo «interminabile», attribuito alla lotta.
Tecnica è misura, sì, e conoscenza. Una successione di coppie di versi in ciascuna delle tre “stanze” rivela la specialissima cura del componimento, ne mostra la grammatica, lo spartito come si diceva: due splendidi endecasillabi, uno a maiore e il successivo a minore, dattilico, nella prima terzina; un settenario seguito da un novenario, entrambi significativamente sdruccioli nella seconda; e i due novenari che preparano il meraviglioso enjambement finale, imperativo e forte.
Questo è il canto. E al suo cantore va la nostra, profonda, gratitudine. (Cristiano Poletti)

Il lampadario di cristallo che proietta
ombre tentacolari sul soffitto
sopra l’arena dei letti affiancati…

in questa camera va in scena
incubo dopo incubo
la nostra lotta interminabile

come l’angelo di Giacobbe
hai le braccia ancora forti
con le vene azzurre in rilievo
e mi afferri i polsi, mi implori
di non cedere.

 

Un libro al giorno #19: Aleksej Vasil’evič Kol’cov, Poesie (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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IL CANTO DELL’ARATORE (1831)

Eh, avanti, muoviti, sivka
attraverso il campo da arare,
imbiancheremo il vomero
colla terra umida.

L’aurora bellissima
nel cielo si è accesa,
dal vasto bosco
il sollecito sta per uscire.

Si sta bene nel campo;
Eh, avanti, muoviti, sivka!
Siamo noi due soli,
il servo ed il padrone.

Ecco che allegramente aggiusto
l’erpice e la vanga,
preparo il carro,
il grano vi spando.

Allegramente già rimiro
l’aia, i covoni,
macino e vaglio…
Eh, avanti, muoviti, sivka!

Il campo rapidamente
con svita l’areremo,
al chicco prepareremo
una culla santa.

L’abbevererà
la madre-terra umida,
spunterà dal campo l’erbetta,
eh, avanti, muoviti, sivka!

Spunterà nel campo l’eretta,
crescerà anche la spiga,
maturerà, si adornerà
di stoffa d’oro.

Scintillerà qui la nostra ronca,
risuoneranno qui le falci,
dolce sarà il riposo
sui covoni pesanti!

Eh, avanti, muoviti, sivka!
ti darò foraggio a sazietà,
ti abbevererò di acqua,
di acqua della fonte.

Con una silenziosa preghiera
io arerò, seminerò,
fecondami, Dio,
il grano, la mia ricchezza!

 

da Aleksej Vasil’evič Kol’cov, Poesie, Edizioni Fussi, 1953

Dal canto loro

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Evocare, “chiamare fuori”, questo viene a dirci l’etimologia.
Chiamare, ecco, o richiamare, qualcosa fuori di noi, che sia originario.
Pensandoci, sembra di poter dire che all’origine si volga, sempre, il canto; alla fonte, una fonte perduta. Si canta ciò che, irrimediabilmente passato, si vorrebbe recuperare, condurre nuovamente a sé, ritrovare.
Cantare, dunque, è come costruire ponti, tra l’uomo aggrovigliato nel vortice del sé attuale e ciò che di sé più profondamente è stato (è sempre stato, originario appunto), e che probabilmente è ancora lì, gli si manifesta vicino, nella semplicità della vita, ma non è più in grado di riconoscere. Riavvicinare, questo è, ed è un compito essenzialmente sacro.
Per Zanzotto «la poesia vuol essere un po’ di tutto: musica, pittura, logos, corpo: insomma ha infinite pretese».[1] Ma fra tutte queste possibili dimensioni, queste ammissibili pretese, come può soprattutto non stupire, ancora e ogni volta, il miracolo originario e distintivo della voce?
La voce e la sua intonazione, il canto, figlio del respiro, è ciò che il poeta cerca più di ogni altra cosa, in effetti. Il respiro del verso, il (suo) canto. Respiro, che è anzitutto alito, anima, spirito. Lo cerca (e può – forse – trovarlo) a partire dal silenzio. Esclusivamente dal silenzio, infatti, potrà sprigionarsi la potenza del ritmo, per vocazione, azione del respiro.
Si tratta di qualcosa “per legame musaico armonizzata”, secondo Dante.[2] Cantare: riformare parole nel quadro di un’armonia, trovarne la giusta misura, spostarle in un campo di dolore, quindi attraversarlo e infine superarlo.

Prendiamo come fosse un invito questo frammento di Brodskij, tratto da Farfalla, VIII:

(…)

a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

                                    (trad. G. Buttafava)

Aggiungiamo al precedente quest’altro frammento. Sembra suonare anch’esso come un invito.
Tratto da Song, di Seamus Heaney:

(…)

Lì sono i fiori di palude del dialetto
E i fiori immortali della perfezione
E quel momento quando l’uccello canta
Quasi la musica di ciò che accade.

                                   (trad. F. Buffoni)

“Lì”, in quel punto, il poeta indica da una parte i fiori delle radici, quali emblemi della povertà da cui veniamo e che siamo; dall’altra, ma sempre nel medesimo punto, i fiori della perfezione, segno di un traguardo di fatto impossibile.
Questa è la canzone, questo il canto; anzi, musica che canta il luogo e il momento, come a prolungarlo. E quel “quasi” fa avvertire la soglia delicatissima in cui tutto pare raccogliersi e, improvvisamente, trovare spiegazione.

Un ultimo appiglio, allora, merita di essere individuato.
Per cantare, con orecchio all’origine, e durare oltre l’attimo.
Ancora Brodskij, da A Song:

(…)

I wish you were here, dear,
I wish you were here.
I wish I knew no astronomy
when stars appear,
when the moon skims the water
that sighs and shifts in its slumber.
I wish it were still a quarter
to dial your number.

I wish you were here, dear,
in this hemisphere,
as I sit on the porch
sipping a beer.
It’s evening, the sun is setting;
boys shout and gulls are crying.
What’s the point of forgetting
If it’s followed by dying?

Cristiano Poletti

[1] Conversazione sottovoce sul tradurre e l’essere tradotti in La traduzione del testo poetico, a cura di F. Buffoni, 2004.

[2] Nel Convivio, ripreso in Per uno studio sul verso di Dante, di L. Pirandello. Mirabile, Pirandello, specialmente in questo passaggio: «Ai movimenti dell’animo rispondono certi movimenti del corpo: il suono della voce si altera, la respirazione diventa affannosa e le parole ora s’arrestano d’un tratto; ora precipitano. E di qui la misura del verso che ritma il sentimento e le modulazioni che rompono la continuità monotona del linguaggio comune».

Demetrio Stratos e l’oltre-voce: per un ricordo appassionato

demetrio-stratos

Questo è un post in memoria di un artista che ha cambiato la Storia, evolvendo la tradizione e abbracciando l’innovazione, dando perciò l’occasione a chi è venuto dopo di spostare i confini di un sapere su cui si discute da millenni. Su Demetrio Stratos si è detto moltissimo e sembra non si sia mai detto abbastanza, tanto è grande il bacino di scoperte che lui ha fatto, più o meno consapevolmente, attorno al tema della voce-tutta. Pochi giorni fa, sarebbe stato il suo compleanno.
Molti esperti dibattono su Stratos da tempo e io non credo di aggiungere nulla su di lui, ma spero di ritornare con più calma e profondità sull’argomento Voce. Nello scrivere vorrei riallacciarmi a qualche osservazione sollevata da Stefano Brugnolo in questo lungo articolo pubblicato a marzo su Poetarum: qui si è parlato della voce della canzone anche in termini di specificità come ‘portato’ del vocalico. Ecco cosa Stratos ha lasciato a tutti noi: un’eredità enorme e importante su questo, problematizzando la Voce, in termini novecenteschi. Per non dimenticar(lo), eccomi a ricordar(lo) oggi.

(c) Alessandra Trevisan

Demetrio Stratos (22 aprile 1945 – 13 giugno 1979) è stato un “genio” secondo il significato kantiano di questo termine, poiché ha arricchito il campo di indagine riguardante “la voce”. La sua vita artistica si è svolta dentro la ricerca, sconfinando in più campi dal musicale al teatrale, dal popolare all’avanguardia all’inaudito, arrivando a comprendere e ‘dire’ come lo strumento-voce richieda la partecipazione di tutto il corpo per esistere e rendersi performante. Ha rivoluzionato il progressive rock italiano con la sua rara sensibilità, servendosi delle possibilità del vocalico non-significante, proseguendo forse in una direzione iniziata dal jazz, soprattutto dal Free Jazz nato nei primi anni ’60, in cui la voce si faceva carico d’essere anche veicolo di significati ‘politici’. Lo dico ipotizzando, poiché mi rendo conto che la “canzone” di protesta fosse già nata, che il folk e il cantautorato mondiale l’avesse già esplorata prima dell’avvento-Stratos, eppure con lui ci inoltriamo in un terreno in cui convergono l’una e l’altra esperienza; quando parlo di Free Jazz parlo di strumenti melodici (i fiati, il sassofono di Ornette Coleman) che diventano “voci”, e lasciano impronte udibili, significanti e significative.
Dagli Area a John Cage, da Antonin Artaud a Suonare la voce e Cantare la voce: Stratos ha reso necessaria un’analisi dello strumento-voce prima sconosciuta, non raggiungendo tuttavia esiti comprensibili da subito, ma captando che il luogo di esplorazione e il momento fossero quelli giusti e in qualche modo rendendo pensabile ed immaginabile una strada, sempre ‘fluida’ ma praticabile. Problematizzando e allargando il campo di azione del vocale, ha concesso risposte ai generi musicali più svariati, anche nascenti oggi. Ancora una volta utilizzerei l’etichetta “contaminazione” perché non c’è nulla di più chiaro per definire il suo lascito e gli esiti connessi. Mi viene in mente a tal proposito, uno straordinario progetto di sonorizzazione dello spazio, in cui la voce partecipa: SPARK OF KNOWING The Roden Crater project (Maria Pia De Vito, Eivind Aarset, Michele Rabbia, Anja Lechner, Maurizio Giri) 2011. Ancora oggi la strada-Stratos-e-oltre è percorribile, e musicologi, esperti, studiosi del suono, si interrogano sulla sua figura, validando e aggiungendo di continuo e pertinentemente nuovi significati e possibilità al vocalico artistico e non solo.

Essenza del vocalico; (s)comparsa della voce; voce-‘prima’; voce-sesso, voce-soffio (Derrida), voce-specchio (Lacan); possibilità armoniche della voce; il silenzio, il rumore, il bisbiglio, la lallazione, il frammento, il suono, l’urlo. Voce frantumata, piena, ‘originaria’, spaziosa, semantica, funzionale. Voce soprattutto come veicolo espressivo di un sé e di un oltre-sé. La voce ha una pluralità di connessioni con la nostra quotidianità prima che con l’arte; fa parte della nostra vita perché è lo strumento con cui comunichiamo (non l’unico ma quello principale), attraverso la parola; è archetipo del linguaggio; ci rappresenta in senso antropologico e sociale: tutto ciò non può non intervenire creativamente, non può cioè non avere delle conseguenze sul piano artistico. La voce è l’unico “strumento-umano” propriamente detto; è l’unico che abbia una connessione così forte con il nostro corpo e con la nostra psiche. La voce è “corpo”; la voce è semasoma. La voce ci rappresenta singolarmente come esseri umani più che ogni altro strumento, proprio perché proviene da noi internamente. Ed è anche l’unico “strumento musicale” che non possa essere tenuto in mano o per meglio dire che possa esistere “fuori di sé” soltanto in un momento secondo, e dunque il cui studio – in tutte le accezioni – sia difficile proprio perché portatore di significati plurimi e complessi da analizzare, che devono tener conto di numerose discipline. Stratos ci ha fatto capire che la voce non è (solo) gesto: può diventarlo certo nella ‘proiezione’ fuori di sé, ma ‘è’ o ‘viene’ o ‘vive’ sempre ‘prima’; è anticipatrice, “cosa” ancestrale. Stratos è tornato indietro ed è contemporaneamente andato avanti, ricucendo il filo della tradizione vocalica dell’Oriente con quella dell’Occidente: ha fatto assumere di nuovo alla voce un ruolo fisico-spirituale, un ruolo ‘ulteriore’; ha fatto della sua una voce che potesse avere anche valenze etnologiche, essere ponte culturale, calandosi tuttavia nel suo tempo e nella sperimentazione, incarnando l’io-soggettivo occidentale e allo stesso tempo l’io-molteplice orientale. Nella voce di Stratos si compenetrano piani d’indagine dal forte significato simbolico-culturale; per citarne uno importante, che apre molto considerazioni che non intendo approfondire qui, Gianni-Emilio Simonetti afferma:

Demetrio Stratos ha colto nella voce l’estetica del vuoto che attraversa l’arte moderna e oltrepassa il culto del realismo

coniugando secoli di filosofia e arte, da Platone sino a Nietzsche, Barthes, Derrida (p. 69, volume Feltrinelli sotto citato).

La sua discografia solistica in questo senso parla. La (sua) voce è una cabina di controllo, è un detonatore di tutto ciò che siamo, è ‘praticamente’ sede del significante e non-significante assieme, paradigmatica in termini estetici e sostanziali assieme.

Stratos ha saputo governare sapientemente questo strumento dalla “cabina di controllo” e ha in qualche modo fotografato questo sapere per tramandarlo a chi è venuto dopo, e può considerarsi un esempio unico in Italia. Nel suo solco, s’inseriscono oggi senza dubbio John De Leo e Maria Pia De Vito. Fuori dall’Italia moltissimi artisti percorrono quel solco, non attribuibile solo a Stratos ma frutto di una compagine di strade che s’intersecano: un esempio che desidererei diffondere e che sento prossimo a quanto detto finora, è quello di Sidsel Endresen.

Su Demetrio Stratos e attorno a tutti questi temi segnalo i seguenti volumi: Demetrio Stratos e il teatro della voce di Andrea Laino (Casanova e Chianura Edizioni, 2009), La voce Stratos film di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato con allegato il volume Oltre la voce (Feltrinelli, 2010), Demetrio Stratos: gioia e rivoluzione di una voce di Antonio Oleari (Aereostella, 2009), Essere voce. Viaggio nella vocalità: dal gioco a Demetrio Stratos di Luca Pessina (Aereostella, 2011).

Una conferenza che si è tenuta presso la Biblioteca Civica di Marghera nel luglio 2009, a poco più di trent’anni dalla morte di Stratos, con l’intervento di Giò Alajmo, Patrizio Fariselli, Gianfranco Bettin, Graziano Tisato, Antonio Oleari, si può riascoltare qui.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56541