Campanotto Editore

Luca Pizzolitto, Il tempo fertile della solitudine

Luca Pizzolitto, Il tempo fertile della solitudine, Campanotto Editore 2018

Silenzio, spazio aperto, respiro. Dove? In quale tempo? E in vista di che cosa?
Tre elementi in un enunciato e tre domande intendono introdurre alla raccolta Il tempo fertile della solitudine di Luca Pizzolitto.
La solitudine è qui, in questo tempo. Che sia ricercata intenzionalmente oppure vissuta per necessità (sorte destino ventura), essa si dispone, tuttavia, a essere terreno fruttuoso, per intervento della voce poetica. Questa, infatti, subisce e soffre una condizione, che, sin dal primo componimento del volume, definisce come «questo esilio», eppure sceglie, nella notte che si spalanca dinanzi a sé, di meditare, di considerare, di «sopravvivere al presente», di resistere e di scrivere, anche sull’esempio, coltivato con cura, di altre voci poetiche, che sono giunte prima e di cui serba memoria, come la voce di Izet Sarajlić.
Allora il silenzio, lo spazio aperto, il respiro si fanno tempo propizio e distanza necessaria per cogliere con maggiore acutezza il cielo sopra gli scenari di guerra ininterrotta, il suono di «angoscia della terra», l’occasione di una «frattura di quiete».
Illuminante, in tal senso, il titolo della prima delle quattro sezioni – Salustri, Blu, Distanze, Selvatico – che compongono la raccolta. Salustri, termine che ho avuto modo di conoscere dal volume omonimo del poeta Umberto Valentinis (il libro, del 1968, è stato ripubblicato nel 2014),  in friulano sta a indicare un momento di chiaroveggenza, un lampo nella notte.
Vedere chiaro, nelle tenebre che soffocano, colmare l’abisso, «cadersi dentro e risalire»: questo è il canto che giunge dal tempo fertile della solitudine.

© Anna Maria Curci

 

NELL’ARMONIA DELLE FORME

Brucio nell’alba
le notti prive di sonno
lascia il tempo
al giorno nuovi giorni
incubi di luci al neon
per i tuoi occhi.

Nell’armonia delle forme
una fragile sostanza:
ogni istante è smarrito,
lo vedi, s’incaglia, si perde
lontano.

E ancora cerco in te
la redenzione a questo esilio.

 

MELTEMI

Mi spezza il vento, taglia, divide:
per gli istanti di luce
sempre troppo veloci,
per ogni attesa
che si fa incontro,
per tutti i silenzi
e i miei occhi malati
distendo le braccia verso il nulla,
distendo le braccia verso questa terra
in cui ciascuno è naufrago e straniero,
in questo tempo lasciato al caso,
banalmente smarrito.

(altro…)

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato

 

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato, Campanotto Editore 2018

Una fune che muta d’aspetto e di natura – elastica e tesa fino all’insopportabile, sottilissima e irta di nodi complessi – si aggira tra i poli dell’alba e dell’imbrunire, delle partenze e dei ritorni, dei distacchi laceranti e degli approdi lucenti di gratuità: questa l’immagine d’insieme che mi restituisce la lettura di Dove non sono mai stato, la raccolta di Luca Pizzolitto pubblicata in questo anno 2018 con i tipi della casa editrice Campanotto, il cui titolo, come precisa l’autore in apertura, è una libera interpretazione dei versi di Giorgio Caproni «il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».
L’andirivieni tra poli e caratteristiche non solo è indizio di un andamento non rettilineo, ma si configura anche come movimento consapevolmente incurante di ogni linearità e, ancor più precisamente, non diretto a un punto d’arrivo. Non c’è un ‘punto e basta’, per dirla in parole semplici, bensì una prospettiva al di là di tutte le più oscure parvenze, come esplicitano i versi di Heinz Czechowski, riportati a mo’ di accesso alla prima sezione, intitolata Da qui dove non c’è vento: «Senza meta,/ Ma non senza speranza» (nell’originale: «Ziellos,/ Doch nicht ohne Hoffnung»; la traduzione riportata da Pizzolitto è di Paola Del Zoppo).
In tale prospettiva, varco di luce e rete e disegno pur nel vuoto incombente, ricorrono immagini, oggetti, concetti, atmosfere ‘familiari’ all’autore, presenze già rivelate e rilevate nella precedente raccolta, Il silenzio necessario, a iniziare dai «fiori secchi di nostalgia», che facevano già allora pensare a Wilhelm Müller di romantica memoria, per approdare ai «rami secchi/ delle tue assenze», passando per i corpi-terra straniera, dei quali si narra qui: «siamo diventati stranieri/ tra le macerie dei nostri corpi».
Se le tematiche delle quattro sezioni – della prima abbiamo già scritto, la II si intitola Il volto nudo, la III Le cose ci guardano, la IV Nel luogo sacro dell’attesa – sono introdotte da citazioni di versi in esergo, la I da versi di Heinz Czechowski, la II da versi di Milo De Angelis, la III da versi di Umberto Fiori, la IV da versi di Chandra Livia Candiani, i richiami alle letture poetiche amate sono percepibili sia in singoli passaggi e in singoli titoli, sia in una perseguita e riuscita musicalità. Tanta poesia italiana del Novecento, sempre a partire da Caproni, che torna anche nel corpo del testo (i miei amori in salita), insieme a un orecchio attento alla poesia in altre lingue, da altre culture, ivi compresa la poesia di Poco prima del temporale di Michael Krüger.
La predilezione per il componimento breve, talvolta un vero e proprio “idillio”, che sia quadro d’interno o particolare di un paesaggio esterno, si associa a una varietà di misure nella lunghezza del verso: senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, con rari sconfinamenti (quinari o versi di tredici sillabe) oltre queste forme metriche.
I versi finali di ogni componimento si congedano da chi legge con una riflessione, una constatazione, una massima. Proprio in alcuni di essi – «il livido candore dell’assenza», «L’incanto, la vertigine del vuoto», «di porgere carità alla bellezza» – la poesia giunge a un grado di compiuta universalità, testimonianza di una ragguardevole prosecuzione del cammino dell’espressione poetica di Luca Pizzolitto.

© Anna Maria Curci

 

Echi nella notte, spari.
Ti sposti poco più in là,
abbracci il cuscino sudato.
Sono pestato a sangue
da quest’afa che toglie il respiro.
Ci crolla addosso il tempo.
Un gesto crudele canta l’assenza,
il giorno precipita arreso,
non ricordo il tuo nome.

E tu rechi in dono al mio niente
fiori secchi di nostalgia.

 

INCONTRARSI

La mia città non ha nome;
al centro, vicino alla chiesa,
un unico dolore.

Ti ritroverò domani
nell’assedio di un tramonto,
nell’indugio della sera,
nel vino che rinfranca.

 

POCO PRIMA DELLA PIOGGIA

Brilla ovunque l’infinito.
La morte respira sull’erba
nuda del mattino.

Voglio solo cose immense,
sogni disperati.

 

Notte di veglia di fianco al mare.
Qui si confonde la disperazione
con le grida dei pescatori e
venti luci che segnano l’orizzonte.

La pioggia ti avvicina al sonno
nell’ossessione di un silenzio
che non sai sopportare.
L’incanto, la vertigine del vuoto.

 

La nebbia si posa sull’alba
e appiccica il viso, rallenta
lo sguardo. Una donna
in pigiama passeggia col cane,
tace il cuore e quel che ne avanza,
i miei amori in salita,
naufragio nel nulla.

Intorno a uno sguardo. Su “Per ogni frazione” di Davide Castiglione

castiglione

Già Giacomo Cerrai in una recensione risalente al 2011 evidenziava come in Per ogni frazione (Campanotto, 2010) l’opera di Davide Castiglione scegliesse di farsi illuminare dalla lunga luce del Novecento. Ha senso riprendere da questo punto, per tornare a parlare, a distanza di tempo, di questa raccolta.
Il tema dello sguardo, nel riconoscimento dei suoi limiti e nell’accorata richiesta di corresponsione di un altro sguardo, si conferma l’aspetto più interessante. Lo spiazzamento dello sguardo dell’artista, in particolare, che Stefanelli nella postfazione riprende giustamente da un Marc Augé impegnato a indagare il primo dei Quadri parigini di Baudelaire, con quel paesaggio che finisce “svuotato di senso”, tanto l’occhio del poeta da motore di osservazione si rende oggetto di paesaggio esso stesso. Lo sguardo quindi giunge a non essere più spazialmente contenuto in sé, va altrove, diventa altro.
Paradossalmente – se pensiamo all’idea di surmodernité di Augé – quanto esposto ci restituisce invece, grande e intatta, proprio la forza del moderno. Ed è da questa che Castiglione vuole farsi aiutare per vivere frazioni, ossia divisioni di tempo e di spazio, luoghi fisici e mentali, scampoli situazionali d’incontro o di smarrimento.
La notiamo bene, la natura di questo suo sguardo dunque nuovamente moderno, anche solo ritagliando locuzioni e termini dai titoli delle sezioni del libro: “Di qua”, “Nel due”, “Sensi”, “Umore”, “Attraverso”. Si suggerisce difatti un posizionamento dell’osservatore mai in linea esatta con il bersaglio: si ferma prima, dubitante e malfermo com’è, o si appoggia a un doppio, all’altro da sé (gli altri, che tanto il poeta vorrebbe ricomprendere in sé, fino a scrivere: “siete questo acceso, tenace, quasi ingiusto / vostro essere in me”). Ma non può che fermarsi, lo sguardo, limitandosi alla soglia del sensoriale, dell’umorale, attraversandolo quindi e non cogliendolo, infine, il bersaglio.
È dunque chiarissima, in questa direzione, la scelta del Fortini di Paesaggio con serpente, che appare in esergo alla seconda poesia del libro: “Lo sguardo è là ma non vede una storia / di sé o di altri. Non sa più chi sia / l’ostinato che a notte annera carte / coi segni di una lingua non più sua / e replica il suo errore”. Tutto sta nel trovarsi “intimo straniero – familiare distante”, prosegue Castiglione nel verso finale di questa stessa poesia, dal titolo Assedio senza finestre. Come chiarissimi, d’altronde, sono questi altri versi, favoriti da un uso sapiente dell’enjambement: “Un io-altri / – ancora. Se penso a scisma penso / a una vena fondata nell’occhio / dall’occidente, da secoli.” Ripetuti passaggi, lungo il libro, tornano del resto a testimoniare la frammentarietà e l’indeterminatezza (necessariamente, un bene a favore del lettore) insite nel nostro vedere e nella ricerca dell’altro da noi: “mi sporgo da me / a quel qualcuno”, ad esempio, oppure: “Queste e altre perdite. L’occhio non è nuovo / a chiamarsi fuori”. E non c’è corresponsione che si cerchi senza il tentativo di un dialogo: in molte pagine della raccolta, l’autore ne mette in scena i contorni, ne disegna le forme e, una volta di più, i limiti: si tratta, in sostanza, del dialogo dell’io con materie vive che si vorrebbero sempre ricondurre a sé.
In tema di sguardo è impossibile poi non considerare lo stile, se ammettiamo, parafrasando Proust, che lo stile per lo scrittore non è questione di tecnica, ma di visione. È in fondo una prova di esistenza dello sguardo stesso, lo stile: ecco, Castiglione dimostra di conoscerne la posta in gioco e soprattutto dimostra di sapere, a questo proposito, da dove vuole venire. I suoi sono amori poetici dichiarati: Fortini, certo – anche perché Castiglione, da studioso, muove passi importanti nell’ambito della critica – ma si pensi allo Stevens per esempio di Metaphors of a Magnifico; poi c’è senz’altro il dialogare di Sereni e senz’altro il “cumulo d’immagini infrante” di Eliot.
Tornando a verificare alcuni aspetti stilistici, già si è accennato all’enjambement. Da notare poi l’uso dell’allitterazione, come si evidenzia in questo passaggio: “piene gutturali, ululi, urli a guglia, / grado a grado defluiscono / in mugugni…” o la capacità di improntare un ritmo ben definito, come in quest’altro momento: “passato e futuro, lontano. Son tre anni, / in fila all’incirca: iniziati su una fila / di sedie, e in mano a ciascuno un responso”. E ancora l’uso, spesso, di un lessico “povero”, ma teso sempre a scolpirsi in poesia, a farsi respiro che sia ogni volta personale, originale. Perché ogni occasione di poesia dev’essere istruita dall’esperienza e ogni esperienza è prima un’interrogazione dell’esserci e poi, forse, scrittura.
Evidente, da tutto quanto si è detto, come misura e riserbo siano cari all’autore: da Sereni, in particolare, Castiglione trae anche e soprattutto questo.
Lo manifesta, in chiusura, la meraviglia di questi versi: “Ti si vorrebbe radice, terra musicata, / verbo coniugato alla terra / e invece / ti svesti in un dissidio inerte, / poesia; e io troppo presto / sono dalla parte loro, da una parte comunque”.

Cristiano Poletti

Marinella Grosa – Cinque poesie da “Lieto fine”

Il lieto fine delle fiabe

Tu che cavilli intorno a deliziosi

biscotti al cioccolato

e temi che siano bocconi avvelenati.

Non hai forse rielaborato

le amarezze del passato

le paure dell’orco e della strega cattiva?

Ora comprendi la funzione

dell’amaro cordiale

e dei molti caffè con dehors

disseminati lungo il viale.

Abbiamo bisogno di una parola gentile

di un digestivo delicato

e di un futuro buono da corteggiare.

Incapaci di rinunciare – come siamo –

al lieto fine delle fiabe.

*

Serata d’estate in città

La tivù dei vicini

sempre accesa

la mia vita contesa

dalla voglia di spento.

Stavo a stento

nella stanza chiusa.

Il ventilatore stanco

di voltare a tempo

s’accasciò privo di vento.

Era il malcontento

d’una estate afosa.

*

Il corpo felice

Il corpo infelice

recide

snatura

paventa

si stanca

arranca.

Il corpo infelice assenta.

 

Il corpo felice si dice.

Sorride

si sente

comprende.

Il corpo felice raggiunge.

Agisce il corpo felice

fiorisce conosce supplisce.

Il corpo felice coincide.

*

Sono una collezionista nata

Sono una collezionista nata.

Tra tanta durezza

ho raccolto i miei sentimenti

in scatoline a forma di cuore

che tengo ordinate

nella teca dai vetri colorati.

E colleziono frasi:

“chiamami quando vuoi”

“hai tempo per un caffè”.

*

Come si teme il vento

Tu che hai compiuto rituali

per propiziare il cambiamento

adesso lo temi

come si teme il vento

che dall’oggi al domani

spazza via le foglie secche

e spezza i rami.

 

 

Marinella Grosa ha pubblicato due raccolte di versi, Geometrie dell’Attesa (Campanotto, 1996) e Lieto fine (Campanotto, 2010). Nel 1995 ha curato la prima traduzione dall’inglese delle poesie di Rodolfo Valentino (ed. Petrini Libreria, Torino).  Oltre che di poesia, si occupa di astrologia psicologica e floriterapia.


Per ogni frazione | Davide Castiglione

 

Per ogni frazione (Campanotto editore), Davide Castiglione

Per ogni frazione di Davide Castiglione

 

postfazione di Luca Stefanelli

 

Al di qua del bene e del male, Di qua dallo slancio è la prima sezione di Per ogni frazione (Campanotto Editore 2010), il primo lavoro poetico di Davide Castiglione. La prima poesia merita l’incipit di questa mia recensione:

¿Chi, arrivato da aperture e retrovie
in mancanza perché intero, fatto suo
il lavorio della carezza
e dell’incidere – del rivolo –
forzerà il buio
e i cinque giri di chiave a precederlo
per un conoscersi senza giri
senza scorciatoie – chi
a fare, a non aspettare,
a sconfortare l’attesa?


Sbaglieremmo dicendo che quella di Davide è una poesia mentale.
Già da questi primi versi possiamo scrutare un sentimento di umanità reale, fisico, che indaga il lavorio della carezza, che ingrandisce al microscopio ogni moto dell’animo, scoprendone le geometrie.
Un carezza, quella di Davide che dialoga con le parole di J.Cortàzar che aprono la raccolta: nello slancio verso l’Altro «alla mano tesa doveva corrispondere un’altra mano da fuori, dall’altro».
C’è il tentativo di partire dalla circospezione delle emozioni – del più intimo microcosmo – per arrivare a uno slancio: una tensione metafisica dai luoghi reali e umorali dei sentimenti ai non-luoghi delle geometrie e delle geografie, dove tutto si corrisponde. Micro e macro in una danza:

Che questa geografia rimanga uguale ripresa dall’alto,
moltiplicata al più: questo ho sperato per reggere il pensiero
questo ho sperato soppresso dal pensiero.

 

Ci sono luoghi, ci sono centri dove la calce esige i corpi (da Centri), dove ha un senso netto anche il giro, tanto da accorrere / a nessun pro i ricordi; vanta un riproporsi di eventi / (ed edifici) come da anniversario ravvicinato (da Sensi della piazza, IV).
E ci sono non-luoghi dove per ogni frazione, nell’esserci / con forza e senza l’espediente / di dire noi, in due / disanimare la dipendenza dal due (da Archeologie).
C’è anche come una cristiana coincidenza tra lo slancio metafisico e lo slancio verso l’altro, e da questa unione nasce il meccanismo propulsore di tutta la poetica.
A sfavore della musicalità, un po’ disorganica e poco disinvolta, ci guadagna l’intuito del grande orologiaio che fissa il suo occhio attento sugli ordigni del senso.
La ricerca di Davide è tutta tesa a scardinare il rivolo, forzare il buio, superare le scorciatoie che ci allontanano dall’Altro. E così lo stile attraverso rime imperfette e interne, consonanze e assonanze, escogita un’armonia invisibile. La costruzione del verso che cerca il ritmo del carillon e, come una meridiana, vuole essere esatta e universale.
Davide cerca (e in parte a mio parere riesce benissimo) di svelare le maschere che rendono la vita fissa fissa ibernata im- / pedita (da Centri). Oppure trova nelle scene di vita ordinaria il male che inibisce le emozioni, che agisce al di qua dallo slancio:

 

Sensi della piazza, II

Ridono puntualmente le facce accanto agli scooter,
gergo-gel-giubbotti (a imbottirsi ci si sente)
se le danno per uno sguardo di troppo e pace.
Certi immutabili in uno scontento (da poco? da molto?)
guardati per sbaglio, per distrazione qualche secondo,
fanno il corso, il loro corso, imbucano bar o banche.
Le cose mute in sincronia, il lineare della superficie
sono anche per chi passa defilato: è corpo in transito
al rosso di un semaforo, il suo rovello di mesi o anni
ornamento di un viso, la lastra prima dei suoi geroglifici.

Davide Castiglione è nato ad Alessandria il 19/11/1985. Si laurea in Lingue con una tesi su V.Sereni traduttore di W.C.Williams. Si interessa di di poesia, traduzione, critica letteraria e letterature comparate.
Per ogni frazione
è la sua prima raccolta.