Cambiare di Stato morire di natura

La pienezza della poesia: Narda Fattori, Cambiare di stato, morire di natura

Fattor30

 

 

La pienezza della poesia: Narda Fattori, Cambiare di stato, morire di natura (CFR edizioni 2014)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

 

L’incontro con la poesia di Narda Fattori è sempre un incontro con la pienezza dell’espressione. Questa affermazione iniziale vale anche per la sua raccolta più recente,  Cambiare di stato, morire di natura: non è casuale che Bruno Bartoletti sottolinei proprio tale qualità nella prefazione. Per pienezza intendo una capacità non comune di abbracciare più ambiti, di metterli in comunicazione e di farli dialogare tra loro con ricchezza di toni e di immagini e con il ricorso a canali espressivi che appaiono così ben congegnati per dare potenza e profondità alla parola da suscitare continuo stupore per un vero e proprio talento «di natura». Non solo: il talento innato è stato coltivato, con l’amore e la costanza degli «avi contadini», è stato nutrito di letture, ampie e ben radicate, oltre che di un ascolto alle voci della terra, tutte, non solo quelle umane. Lucetta Frisa e Marco Ercolani hanno giustamente scritto in una lettera a Narda Fattori di «canto della Terra»: al canto della Terra mahleriano si intreccia, in più, e per tutta l’opera, la melodia, dal semplice al complesso, del ‘cantico dei viventi’, cantico di lode e di dolore, cantico del commiato e del ricongiungersi, cantico dello sdegno e dell’amore, cantico della sosta e del transito, cantico della roccia che resta e del fiume che scorre. È un cantico che non disdegna, anzi, sembra a tratti prediligere i suoni aspri, il suffisso –aglia («sparpaglia», «abbaglia», «sterpaglia», «mitraglia») di montaliana memoria, che non teme lo scontro e l’attrito; è lo stesso cantico che si rivolge, tuttavia, in tono amorevole e con l’affetto che si tributa a i propri lari, al mondo del mito.  Cantico di vita e di morte insieme, dalla «entrata in scena» tra fitte di puerpera alla scelta – spartiacque, bilico e bivio a proprio rischio- tra «dramma» e «avanspettacolo». Su tutto questo veglia e vigilia il pensiero «erratico  errabondo mai estatico», come l’io poetico dichiara in un endecasillabo che si impone per densità espressiva. (Anna Maria Curci)

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