Caliceti

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol. 3 di Alessandra Trevisan

When less than nothing
seems to be just enough
the queen of sugar
nails down on your back
the circle of glasses
turns your ghost into black
Queen of sugar, Motel Connection

Si potrebbe scegliere una soundtrack qualunque purché costituita in gran parte da musica elettronica ‘ossessiva’ – o da house music radical-commerciale – per parlare del terzo volume di quella ‘trilogia al contrario’ che Giuseppe Culicchia ha costruito attorno alla sua città, Torino, trilogia (da me così definita, n.d.r.) che con Brucia la città, nel 2009, ci riporta nel nostro presente frammentario e statico, in cui l’appartenenza è segnata da vuoti di senso fagocitati da altri vuoti. Dall’esordio con Tutti giù per terra son trascorsi quindici anni, un buon tempo per maturare una storia violenta come questa, di tre amici di buona famiglia molto annoiati, che trascorrono ‘nottate di niente’ tra il Quadrilatero Romano e i locali sui Murazzi. Iaio, Boh e Zombie – i nomi enfatizzano la voragine che si portano appresso nella vita – sembrano l’evoluzione dei Suini di Giuseppe Caliceti (Marsilio, 2003)* o i fratelli maggiori dei protagonisti de Gli interessi in comune di Vanni Santoni (Feltrinelli, 2008): senza una meta, alla rincorsa dell’oblio, ogni giorno. Non vale granché la ricerca tutta mentale di Allegra, la fidanzata scomparsa nel nulla, che Iaio persegue in un moto perpetuo di andate e ritorni in una città mutatissima rispetto agli anni ’90, una città il cui corpo è stato abusato; da mesi si prova ad organizzare l’evento dell’anno, una Notte Bianca molto di moda che possa tenere a bada gli animi di una crisi già in atto. Torino è una città di facciata ora, in cui convivono gli happy hour a tutti i costi, i vip onnipresenti e, come in tutte le grandi città, i quartieri degradati forse più pregni di un’umanità vera, che i protagonisti di questo romanzo non possiedono. Torino è una città-fluo, in cui è possibile cercare la propria fuga dalla realtà imbottendosi di bamba tutte le sere.

Nulla di nuovo sino a qui, si potrebbe dire: sembra la trama d’un romanzo metropolitano di quelli d’oltreoceano, sì (citatissimo è Bret Easton Ellis di cui l’autore è anche traduttore in Italia n.d.r.), o vicino forse a Il passato è una terra straniera di Carofiglio (soprattutto per l’effetto-coca) o a certi romanzi di Ammaniti. Ma qui lo stile di Culicchia è la chiave di volta per entrare in una storia degna di Irvine Welsh: le sue pagine sulle serate-tutte.uguali, che insistono sulla ripetitività delle situazioni che i tre protagonisti vivono conducono verso un appannamento drogato della realtà molto coerente, ben riuscito, che entra a piè pari nella nostra contemporaneità ansimante, iperenergetica e anti-emozionale: è il caso di p. 15, che con irriverenza attacca così.

«Le serate sono come le fighe: devi riempirle» sentenzia Zombi sulle note di quello che ha tutta l’aria di essere l’ultimo cd di Ellen Alien. E mentre lui, con ostentata noncuranza, s’infila in una tasca dei jeans l’involucro che ha appena sventolato sotto gli occhi miei e di Boh, […] soddisfatti all’idea che fra poco ci faremo. Ansiosi di farci.

Usciamo all’imbrunire.
Andiamo a divertirci noi. A fare i coglioni.
Sappiamo divertirci noi. Sappiamo tirare fuori il meglio dal buco.
Saliamo in macchina e decidiamo di smuovere il culo. A morire un po’ sulla pista. Ridiamo e ci fermiamo in un bar sulla provinciale a prendere le birre.
Questa sera è diversa e lo avvertiamo tutti.
[Rispetto in Fango, Niccolò Ammaniti, Mondadori, 1996]

Ma per i protagonisti torinesi, una sera vale l’altra appunto. Eppure la citazione di Ammaniti, tratta da Rispetto, un racconto in cui i protagonisti dopo uno sballo in discoteca compiono uno stupro che si conclude in omicidio, rimanda ad un’atmosfera piuttosto feroce e vagamente pulp, una scena che in qualche modo ritorna sull’ultra-violenza di Arancia Meccanica, lontana da – ad esempio – le scorribande romagnole di Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli.

Quello che Culicchia fa è rendere letterario uno sballo sopra le righe, estremo, e dare voce ad una noia ultra-moderna, in modo efficacissimo, inserendola in una cornice narrativa che regge bene, dove la critica sociale e soprattutto politica è parte viva del romanzo: tutti gli assessori che vi figurano infatti Mintasco, Mincenso o Marrangio che compaiono come lampi di flash tra le righe, sono le maschere d’un sistema che non regge, di un sistema esploso troppe volte, quello governato da una classe dirigente senza scrupoli morali. Questo romanzo pigia sui tasti di un cinismo amaro, e lo fa grazie alla ripetizione anche, di alcuni motivi; uno è quello appena citato, il secondo è la scritta ‘POVERINI’ che Iaio vede ovunque, soprattutto nelle zone chic della città, riferita agli extracomunitari che quella città la popolano, la vivono, in cui lavorano. Un terzo motivo, oltre alla ‘bamba’ onnipresente, è Paris Hilton, eterno ritorno della modella-donna-oggetto, così come ciascuna barista dei bar del Quadrilatero, con una frangia modaiola uscita dallo schermo televisivo (dal Grande Fratello) e un tatuaggio tribale appena sopra il sedere, una minigonna cortissima, un modo di muoversi simile in tutte le sue pose sempre.

Torino ‘allucinata e stravolta’, dai suoi panni sabaudi (meravigliosi se si legge ad esempio Una giovinezza inventata di Lalla Romano, Einaudi, 1979) trova senso soltanto nella speculazione, nell’anti-politica, nel protagonismo da rotocalchi, nella droga facile; e la città brucia, nel finale, per ricostruire dalle sue macerie o per collassare una volta per tutte.

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Per rileggere i primi due articoli, cliccate qui: vol.1 e vol.2

*meno di dieci anni fa, ne parlavo qui.