calcio

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner (rec. di R. Calvanese)

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, ed. Alegre, 2018

Il re è nudo, ma in Tv vederlo costa sempre di più. Si possono ammirare i particolari, lo sponsor, i replay. Il re è nudo ma nessuno se ne accorge, o forse nessuno vuole rendersene conto. Come ritardare la sveglia al mattino all’infinito. Non svegliateci da questo sogno, non destateci da questo sonno come fosse una pre-morte della ragione. Nessuno vuol prendersi la briga di mettere insieme i punti, vogliamo continuare a fissare i primi piani lasciando il contesto sullo sfondo.
Il libro di Luca Pisapia, uscito per la collana de Il quinto Tipo di Alegre Edizioni, fa proprio questo, squarcia il velo di innocenza che tutti ostinatamente vogliamo avere davanti agli occhi. Quel velo inversamente proporzionale alla dietrologia che chiunque abbia guardato anche una sola partita di pallone nella propria vita ha agitato come un’arma spuntata. Io so ma non ho le prove, i tifosi sanno ma non hanno le prove, però poi ogni domenica puntuali allo stadio, oppure a settembre ad abbonarsi alle pay tv.
Non è la fuga dal campo di calcio quella che indica Luca Pisapia, come si potrebbe istintivamente pensare, non è la negazione del tempo che passa, il rifiuto delle cose che cambiano. Non è quella la chiave di un libro che scompone e ricompone il mondo del pallone pezzo per pezzo tramite storie vere e personaggi realistici sempre funzionali alla narrazione. Piuttosto indica le crepe di un sistema che si può combattere proprio insinuandosi nelle sue contraddizioni, provando a evidenziarne le incongruenze, godendo del suo incepparsi.
Ma tutto questo non basta, Uccidi Paul Breitner mette in evidenza come il calcio sia nato già moderno, questo è il vero perno su cui agire per sfatare l’eterno mito dei bei tempi, il culto degli anni d’oro, in una società sempre più innamorata della nostalgia e che rifugge invece la memoria. Lo sport in generale, ed il calcio in particolare, è stato da sempre veicolo del consenso, strumento per esercitare controllo e potere sulle classi meno abbienti. Il calcio come cartina al tornasole della lotta di classe, che a nominarla in questi anni magari qualcuno potrebbe considerarla una categoria desueta, e invece è ancora capace di spiegare il funzionamento della nostra società. Gli eventi sportivi in Brasile partiti con la Confederations Cup ed arrivati ai i mondiali, i Campionati vinti dall’Argentina al servizio del dittatore Videla, la gloriosa nazionale italiana due volte campione del mondo guidata dal balilla Giuseppe Meazza fino ad arrivare ai mondiali negli Stati Uniti del ‘94, sono solo alcuni degli esempi che mette in fila il libro di Luca Pisapia. (altro…)

I poeti della domenica #198: Umberto Saba, Tre momenti

Immagine mostra. Umberto Saba. La poesia di una vita

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I poeti della domenica #196: Umberto Saba, Tre momenti (da Cinque poesie sul gioco del calcio in Parole, Carabba, 1934

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Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune.
Poi, quello che nasce poi,
che all’altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come sentinella.
Il pericolo lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessuna offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.

*
© Umberto Saba

Breve storia di una scatola da scarpe

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Breve storia di una scatola da scarpe

di Gianni Montieri

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Ora vi racconto la storia di una scatola da scarpe, ma prima un accenno al suo contenuto, o meglio al contenuto che per qualche tempo, da qualche parte, sostituì il suo contenuto originale, che ho ragione di credere fossero delle scarpe. Per qualche tempo la nostra scatola da scarpe contenne la Coppa Rimet, quella che fu la Coppa del Mondo di calcio fino al 1970, quando venne assegnata definitivamente al Brasile, dopo la terza vittoria. La storia della Coppa Rimet comincia nel 1928 e prende il nome del Presidente Fifa di allora: Jules Rimet, fu lui a ordinare a un orafo parigino, uscito dalla scuola Cartier, di realizzare la coppa. L’orafo si chiamava Lafleur. Il trofeo raffigurava una statua alata che reggeva una coppa, peso 3800 grammi di cui 1800 in argento placcato d’oro, la sua altezza era di 30 centimetri, perfetta per una scatola da scarpe, ma volendo anche per essere impugnata per commettere un omicidio, ma limitiamoci alla scatola, restiamo nel reale, lasciamo gli omicidi alla fantasia. La coppa fece il suo debutto nei mondiali del 1930, a Montevideo in Uruguay, e da lì cominciò il suo viaggio fatto di molte partite, di vittorie e sconfitte, di fughe e tranelli, di rastrellamenti, di furti mancati e riusciti. Per fare la storia del calcio, la coppa Rimet dovette incrociare per forza di cose tutto il resto della storia. Così vanno le cose, così fanno le coppe.

I successivi mondiali furono quelli del 1934 e del 1938, quelli delle vittorie dell’Italia di Vittorio Pozzo, dell’Italia – ahinoi – fascista, dell’Italia prima della guerra. La squadra vincitrice della coppa la custodiva per i successivi quattro anni quando sarebbe stata consegnata al nuovo vincitore, ma se scoppia una guerra i mondiali sono l’ultima cosa di cui ti preoccupi. Se scoppia una guerra ti toccherà custodire la coppa un po’ di più. Quello che sappiamo è che fu prelevata in gran segreto dalla banca in cui era custodita e consegnata a Ottorino Barassi, che all’epoca era il vicepresidente Fifa e il segretario della Federcalcio italiana. Barassi era napoletano ma solo di nascita, era un dirigente di quel tempo con tutte le responsabilità e conseguenze per caso; di certo era un uomo di cui ci si poteva fidare. Barassi porta la coppa Rimet in casa sua, a Piazza Adriana e pensa, io me lo immagino mentre pensa: “Dove la metto la coppa?”, pensa perché sa che i tedeschi prima o poi verranno a cercarla e qui entra in gioco la nostra scatola da scarpe.

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Francesco Mistrulli, Ho rapito Alfredo di Stéfano

Di Stefano, photo by AP Photo/File

Di Stefano, photo by AP Photo/File

Caracas. Sabato 24 Agosto 1963. Pomeriggio.

Abbiamo pianificato ogni cosa. Ogni dettaglio. Anche il più piccolo, il più insignificante. D’altronde quello che stiamo per fare non è uno scherzo. In più, anzi in meno, abbiamo davvero pochissimo tempo, quindi tutto deve funzionare alla perfezione. Un orologio. Stiamo riesaminando per l’ennesima volta il piano a casa mia, nella zona di Cumbres de Curumo. È diventata, casa mia, come un teatro di posa. Solo un po’ più piccola. Non ricordo più nemmeno quante volte l’abbiamo messo in scena il piano. Non vogliamo fare del male a nessuno però io e i miei compagni. Questo ci è chiaro sin dall’inizio. Il nostro obiettivo è molto semplice: un’azione dimostrativa attraverso la quale protestare contro il presidente Venezuelano Rómulo Betancourt, galoppino degli Stati Uniti d’America, oppressore del popolo, e già che ci siamo condannare la barbara esecuzione di Julián Grimau, membro del partito comunista spagnolo fucilato dai franchisti nell’Aprile precedente. Infatti con gran fantasia abbiamo deciso di battezzare la nostra operazione come “operazione Julián Grimau”. Il Real Madrid gioca a Caracas. Anzi, scusate, il grande Real Madrid. È in Venezuela per disputare la “Pequeña Copa del Mundo” contro i Portoghesi del Porto e i Brasiliani del Sao Paulo. È dal millenovecentocinquantadue che si gioca questo torneo ad inviti a Caracas. Fra le fila dei “Blancos”, tanto amati da Francisco Franco gioca anche lui, il più forte e famoso giocatore del mondo, Alfredo Di Stéfano, già vincitore di cinque Coppe dei Campioni e due volte Pallone d’Oro! A proposito la mente di tutto sono io, Paúl del Río, guerrigliero cubano trapiantato in Venezuela. Nome di battaglia: Máximo

Canales, Caracas. Sabato 24 Agosto 1963. Sera.

La camera è in fondo al corridoio. Procediamo decisi sulla moquette rossa che ovatta i nostri passi. Dobbiamo aspettare il segnale dietro la porta. Questo è il piano. Si sente squillare il telefono. “Pronto? Pronto? Prontooooo! Ma che scherzi sono questi, cabrones!” Ecco il segnale. Io e il compagno complice siamo dietro la porta numero due uno nove dell’hotel Potomac tra l’Avenida Vollmer e l’Avenida Caracas a San Bernardino. Siamo entrati senza problemi nell’hotel che ospita il Real Madrid. Indossiamo delle divise da militari. Non è stato semplice procurarle ma ci siamo riusciti. Come da copione, con le divise nessuno ha fatto domande. Busso alla porta. Proprio poco sotto il numero due uno nove. Dopo qualche istante, ma a me è sembrato un’eternità, apre lui, l’immenso Alfredo Di Stéfano, la “Saeta Rubia”. Stringe ancora fra le mani la cornetta del telefono. Sembra spiazzato nel trovare due militari davanti alla porta della sua camera. Ci guarda perplesso, ma con cortesia ci chiede come può aiutarci. Avrà pensato che siamo lì come questuanti per avere delle foto autografe. Sono emozionato. Per poco non mi cedono le gambe. Da una parte mi trovo al cospetto del migliore giocatore al mondo. Dall’altra c’è l’adrenalina sparata in circolo dall’esecuzione del nostro piano machiavellico. “Polizia!” intimo con voce impostata, mentre in sincronia io e il compagno complice salutiamo militarmente sbattendo i tacchi degli stivali e portando la mano di taglio all’altezza delle tempie. “Lo vedo.” Risponde tranquillo lui. “Cosa posso fare per voi?” Nel borsello di pelle nera ho dei fogli. Sopra ci sono intestazioni e timbri della polizia. Falsificati. Prendo il foglio e lo apro facendo in modo che lui possa vederle le intestazioni e i timbri. Chiedo, con voce ferma e decisa: “È lei il signor Alfredo Stéfano Di Stéfano Laulhé, nato a Buenos Aires in Argentina il quattro Luglio del millenovecentoventisei, professione calciatore?” L’ho letto tutto d’un colpo, come una filastrocca. Ma tanto l’avrei potuto recitare anche a memoria. Lui ci guarda ancora più stupito. Sposta lo sguardo prima su di me, poi sul mio compagno, sperando di ricevere un qualche segno. “State scherzando vero? Certo che sono io?” “Bene” dico “allora ci segua in caserma!” “Ma cosa state farneticando scusate! Non capisco?” “Non c’è nulla da capire signor Di Stéfano. Deve seguirci per dei semplici accertamenti. Nulla che non si possa risolvere nel giro di pochi minuti. Ma abbiamo bisogno che ci segua in caserma.” “Ma scusate, ditemi almeno di cosa si tratta?” “Il suo nome è venuto fuori in un caso di droga su cui stiamo indagando.” “Ma come è possibile! Ci sarà certo un errore. Un’omonimia!” Sento dalla sua voce che si sta innervosendo. Non possiamo permetterci che inizi ad urlare. Non possiamo perdere tempo perché di tempo non ce n’è. Guardo il compagno complice, gli faccio un cenno col capo e estraiamo le pistole dalle fondine in cuoio. Le pistole sono state la cosa più semplice da procurare in tutta questa vicenda. Alla vista delle armi, indietreggia scosso di qualche passo. “Signor Di Stéfano” dico “non ci costringa ad usare le maniere forti. Non vorremmo doverla portar fuori dall’hotel in manette!” La vista delle pistole… L’idea di essere ammanettato… Avrà pensato che i fotografi e i reporter sarebbero andati a nozze nel vederlo portare via come un delinquente comune. È diventato bianco. Un cencio. Blanco come la maglietta del Real Madrid. Lo abbiamo in pugno, penso. Ne sono certo quando con un filo di voce mi dice: “Posso avvisare qualcuno?” “No!” rispondo secco “Prenda quello di cui ha bisogno e andiamo!” Ci ho preso quasi gusto a fare lo sbirro. Prende la giacca. Chiude la porta. Ci guarda. Si sente che ha paura ma non vuole darlo a vedere. Ci incamminiamo. Di Stéfano in mezzo a noi. Calmo e tranquillo come se nulla fosse. L’hotel è un andirivieni di gente. Fattorini. Clienti. Addetti di ogni genere. Nessuno ci presta attenzione. Mi chiedo come coño sia possibile. Siamo con il calciatore più famoso al mondo! Meglio così. Finalmente siamo fuori. Tiro un profondo sospiro di sollievo. Avrei bisogno di un po’ d’aria fresca invece inspiro aria calda e appiccicaticcia. Devo rimanere concentrato. Ci siamo quasi. Camminiamo senza destare sospetti, con passi lenti e decisi. Ecco l’automobile che ci aspetta. Il compagno complice fa il giro e entra dal lato opposto. Io apro la portiera a Di Stéfano e lo faccio entrare in modo che sia seduto nel mezzo. Non vorrei tentasse colpi di testa quando gli dirò cosa sta succedendo. L’autovettura parte. Senza fretta. Il più è fatto. “Signor Di Stéfano” dico togliendomi il berretto e passandomi una mano sui capelli madidi di sudore “siamo membri delle FALN, le Forze Armate di Liberazione Nazionale, rivoluzionari filo-castristi Venezuelani il cui obiettivo è rovesciare la presidenza di Romulo Betancourt, rieletto presidente nel millenovecentocinquantanove a seguito della deposizione dell’ex dittatore Marcos Perez Jimenez, elezione che le FALN contestano apertamente per brogli. Lei è nostro ostaggio. Non faccia gesti stupidi e non le sarà torto un solo capello”. È senza parole. Infatti resta muto per tutto il tragitto. Non si aspettava una cosa del genere. Non mi aspettavo fosse così facile. Arriviamo nel covo che abbiamo scelto per la prigionia del nostro illustre ostaggio in meno di venti minuti. Ovviamente il covo è casa mia.

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Pasquale Vitagliano, 11 Apostoli

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Pasquale Vitagliano, 11 Apostoli (poesie sul calcio), Zona, 2016, € 8,00

 

 

Al processo lo dicevano
che la palla è tonda
che ogni partita è a sé
che il campo è neutro.

Allora l’arbitro era nero,
nera la notte di Hegel,
nessun altro colore se non
le casacche in campo.

Adesso che anche tu
fai la partita e te la giochi
la palla sembra pilotata.

Così appaiono guidati
i palloni sempre meno tondi
da un qualche dio intercettabile.

 

Non penso che il calcio
Sia dare un calcio ad un pallone
Per poi inseguirlo a frotte.

Penso che senza Marx
Non ci sarebbe stato Sacchi
E il gioco a zona.

Ma che grazie a Weber
Il gioco ad uomo resta insuperabile
Anche se non c’è più lo stopper.

Penso che Beckenbauer
Libero e tedesco sia un ossimoro
Come un argentino che balli la samba.

Ed infatti tra Maradona e Pelé
Scegliere è come dimostrare
L’esistenza di Dio per argomentazione.

Penso che il calcio italiano
Come a Caporetto confermi che
Gi italiani sono migliori dei loro generali.

Che l’Inghilterra non esiste in geopolitica
Che la Francia migliore è senza francesi
Che Russia o Unione Sovietica il gioco è sempre quello.

Penso che il calcio sia la prova
Che siamo tutti uguali altrimenti
Con i neri non ci sarebbe partita.

Che come ogni opera d’arte
Il calcio parla dei nostri corpi, anzi
Nutrito, dopato, tatuato è il corpo che parla a noi.

Penso che esista un calcio postumo
Perché in vita non ha vinto nulla,
Quello olandese troppo bello per essere vincente.

E penso che il calcio più bello
Sia quello che non si vede in natura
Come il cerchio esiste, ma non c’è.

 

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Francesco Mistrulli, Caszély

 

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Sono stato un calciatore e questo mi ha dato dei privilegi è vero, non lo nego. Ma essere stato un calciatore mi ha dato anche delle grandi responsabilità. Ad ogni modo prima di ogni cosa sono un essere umano. E un essere umano non può stare fermo a guardare gli altri soffrire. Come la maggior parte dei calciatori del mio tempo, non avevo certo nobili natali, anzi. Mio papà era di origini ungheresi, faceva Caszély di cognome, ed io sono l’ultimo dei tre fratelli Caszély, Carlos. Il nome lo ha scelto mia madre Olga. Vivevamo in un quartiere popolare. E dove mai potevamo vivere? A San Eugenio a Santiago del Cile. In quel barrio c’era la scuola. Ci andavo perché non volevo essere ignorante, perché l’ignoranza è l’arma più forte di tutti i potenti, e perché faceva piacere ai miei. Subito dopo la scuola però scappavo perché c’erano le partite improvvisate con gli amici. Mi è sempre piaciuto avere come obiettivo quello di finalizzare gli sforzi dei compagni, mi è sempre piaciuto fare goal. Questo particolare talento mi scorreva nelle vene. Non so come spiegarlo altrimenti. Non ero né alto né magro, ma ero rapidissimo come pochi, di gambe e di testa. Evidentemente qualcuno al Colo-Colo deve essersene accorto, perché mi vollero con loro, e con “El Popular” ho vinto tanto nella mia carriera. Hanno iniziato a chiamarmi “El Rey del Metro Cuadrado”. Se la palla arrivava in area, nel mio metro quadrato, non c’era scampo. Ho sempre coniugato gli studi e la passione per il calcio, le cose d’altronde non si escludevano. Bastava solo un poco di buona volontà. E a me di certo non mancava. Al liceo poi mi sono accorto che oltre al calcio c’era qualcos’altro che iniziava ad intrigarmi. Iniziavo a sentire sotto la pelle l’amore per la politica, quella vera! E così ho iniziato la militanza attiva nei gruppi della sinistra cilena.

Arriviamo così al millenovecentosettantatre, anno che vede il Cile impegnato nelle elezioni parlamentari, elezioni che sanciranno la vittoria democratica di Salvador Allende e di Unidad Popular. Io, nel mio piccolo, a quella vittoria elettorale ho contribuito visto che durante la campagna elettorale sono stato molto attivo. In quei giorni non mi bastavano ventiquattro ore: studiavo, mi allenavo, giocavo e facevo politica. Con il Presidente Allende ho avuto una meravigliosa amicizia, schietta e sincera, come dovrebbe essere un amicizia tra due esseri umani. Durante la finale di Copa Libertadores contro l’Independiente il Presidente ci ricevette tutti al consolato cileno di Buenos Aires e mi chiese di farsi scattare una fotografia. Abbracciato a me, Carlos Caszély, cileno figlio di padre ungherese. Lo capite? Capite la forza dirompente di quel gesto di schietta amicizia? Il Presidente della speranza e l’attaccante del popolo, lui che doveva risollevare un paese e io che dovevo fare goal per un paese. Due obiettivi diversi per un’unica causa. Io poi per “La Roja” di reti ne ho segnate ben ventinove. Purtroppo quella Libertadores rimase in Argentina, ma non fu facile per loro, li portammo alla terza partita sul campo neutro di Montevideo, e perdemmo degnamente dopo i tempi supplementari. E purtroppo il Presidente Allende, il Presidente dell’esperimento socialista, l’undici settembre di quel maledetto stramaledettissimo millenovecentosettantatre venne assassinato durante il golpe di Augusto Pinochet. Il Generale Augusto Pinochet. Tutto pagato e orchestrato dagli Americani e dalla loro stramaledetta paura che i comunisti mangiassero i bambini.

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Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #3, Giuseppe Ticozzelli

foto da alessandriacalcio.it

Giuseppe Ticozzelli

Giuseppe Ticozzelli

(maglia nera)

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La mattina del 18 gennaio 1920 Giuseppe Ticozzelli uscì dalla casa di Castelnovetto, provincia di Pavia, dove era nato il 30 aprile 1894.
Si aggiustò il tascapane, con dentro i panini e l’immancabile gazzosa, e salì in bicicletta. Essendo alto 187 centimetri per 95 chilogrammi di peso, il velocipede tendeva a scomparire sotto la sua mole. Se Hanna e Barbera, a quel tempo, non fossero girati intorno ai dieci anni, sarebbe stato soprannominato Napo Orso Capo, per l’illusione che dava di pedalare l’aria.
D’altra parte, l’altezza media degli italiani era di 165 centimetri e il livello di personalizzazione delle biciclette era ancora in fase di annidamento. Il suo pedalare per le campagne della Lomellina non aveva nulla a che fare con lo spostamento (tropismo, direbbe il Maestro Palazzolo1): era narrazione dello spazio, dinamismo della luce, spezzata e ricomposta dal fruscio di quel corpo immenso.
Per i futuristi, vederlo passare era come entrare in un bordello di lusso. Puro godimento. Boccioni era già caduto, a Chievo nel 1916, ma aveva fatto in tempo a dipingere Dinamismo di un ciclista e Dinamismo di un giocatore di calcio. Praticamente aveva dipinto lui, Ticozzelli.
Perché quel 18 gennaio 1920 il Tico pedalava verso Milano, 56 chilometri, per andare al Velodromo di Corso Sempione dove era in programma l’amichevole Italia-Francia. Il Responsabile Tecnico Resegotti l’aveva convocato. Doveva far coppia con Renzo De Vecchi del Milan nella difesa azzurra.

Dopo Vigevano varcò il Ticino e, d’istinto, volse il guardo, perché oltre a essere da sei anni uno dei giocatori più rappresentativi dell’Alessandria, si era diplomato geometra e ragioniere. Alle porte di Abbiategrasso si fermò all’Osteria La Pendola. Gazzosa e panini finiti. La bicicletta riapparve e fu appoggiata a un muro. Un avventore riconobbe il colosso.
«Inda vet, Tico? Te pers la roda ed Baslott?».
Baslott era un amico di Ticozzelli, che lo accompagnava nei suoi allenamenti in bicicletta. Con alterne fortune, bisogna dire, visto che Baslott di cognome faceva Rossignoli e aveva già mietuto successi al Giro d’Italia.
«No», rispose Ticozzelli «vò a mangià galett e lumag.»
Ma quello era il menù del pomeriggio. Per il momento Ticozzelli ordinò pannerone con il miele e un piatto di luganega. Fece il pieno di gazzosa, e ripartì. Quando si fermò davanti alla porta di ingresso, al Velodromo c’erano 14.000 spettatori e un cartello che comunicava il mancato arrivo della nazionale francese a causa del quale la partita internazionale veniva sostituita con una gara contro un’improvvisata rappresentativa milanese.
La bestemmia di Ticozzelli fu strozzata da due eventi simultanei: un gigante gassoso con nucleo di luganega che gli attraversò l’esofago chiedendo il suo spazio per esprimersi e il centravanti Brezzi (quel giorno avrebbe segnato tre gol) che, correndogli incontro, diceva che galletti e lumache erano arrivati, solo avevano magliette uguali alle nostre, ma era questione di trovarne delle altre.
Finì 9 a 4 per l’Italia. Ticozzelli dovette fermarsi a Milano. La Federazione, per festeggiare, aveva organizzato una cena in un ristorante di lusso. Menù fisso: lumache alla parigina. Tico provò un forte imbarazzo, sia fisico che emotivo, ma aveva già combattuto una guerra mondiale e non arretrò di un passo. Baslott era più vecchio di dodici anni. Ticozzelli lo vide la prima volta nel 1907, quando andò a Pavia per il passaggio della Milano-Sanremo. Baslott era in fuga, sotto una tempesta d’acqua. All’altezza della Porta di Borgoratto, Tico vide una donna che correva incontro al corridore e gli porgeva un ombrello. Baslott rallentò, aprì l’ombrello, e ripartì di gran lena, con quel suo stile scimmiesco, goffo ma efficace, reso ancor più dissestato dal parapioggia nero che, tra coefficiente di viscosità dell’attrito e rimbalzi dell’acciottolato umido e fangoso, si sentiva inutile e perso, ma presente in quell’attimo di marzo.

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Simone Ghelli, Sensible Soccer

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Simone Ghelli, Sensible Soccer

Quando cominciai a entrare nel giro degli help desk, alcuni anni fa, la mia postazione di lavoro constava soltanto di una scrivania con il telefono e un computer fisso, dove tra una chiamata e l’altra passavo il tempo a cercare di vincere il campionato di Sensible Soccer con un simulatore che avevo scaricato da internet – quello di cui vi sto parlando era stato in assoluto il mio gioco preferito durante l’adolescenza, all’inizio degli anni Novanta, quando andavo apposta a casa del mio amico Claudio, che aveva sostituito il vecchio Commodore 64 con l’Amiga 500, per giocare il vero campionato di serie A (per noi il vero campionato consisteva nel passare un’intera giornata preliminare, se non di più, ad aggiornare la rosa delle squadre, cambiando nome e cognome dei giocatori, così come comparivano nell’album di figurine Panini della stagione in corso).

Con il trascorrere dei mesi e il ripetersi delle telefonate, lì nella mia postazione, divenni sempre più intollerante alle procedure e ai dialetti, alle posture che attribuivo a una tonalità della voce o al modo in cui mi arrivava il respiro al di là della cornetta – non avevamo ancora le cuffie col microfono: quelle sarebbero arrivate dopo, in altri anni e altri contact center. Ben presto non sopportai più le pretese, le implorazioni, quelli che parlavano masticando, che ansimavano tra una parola e l’altra, che usavano il dialetto come se fossi stato un loro vicino di casa. Più di tutti non sopportavo quelli che dovevano informarmi del loro grado, del loro ruolo, delle loro idee sulla politica, l’economia e la vita in generale e poi degli stranieri, che indicavano come l’origine di qualsiasi problema.

In breve non sopportai insomma più niente se non Sensible Soccer, se non le sagome schiacciate dei giocatori che tagliavano il campo con lunghi lanci e che si prodigavano in eccezionali scivolate con cui atterravo gli avversari perché non sapevo come altro fermarli. In breve la mia testa fu totalmente occupata dall’assillo di dover imparare a costruire le mie azioni con corti passaggi in avanti, concentrata sulle contrazioni delle dita che dovevano dare un tocco leggero al tasto (perché non giocavo certo col mouse o con un joystick come all’età di quindici anni, ma con le frecce direzionali e i tasti con cui cambiavo anche il giocatore che comandavo).

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Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo (di Martino Baldi)

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Vladimir Dimitrijević, La vita è un pallone rotondo, Adelphi, 2000 e successive edizioni, traduzione di Marco Bevilacqua, € 12,00

 

Il calcio non è aristocrazia, è nobiltà. Vi è in esso un’uguaglianza che non esiterei a definire cristiana. Mi spiego: non esiste un modello di giocatore ideale. Tutti i calciatori eccezionali trasformano un palese difetto in una qualità sublime.

Il nome di Vladimir Dimitrijević ai più dirà poco o niente, eppure a lui dobbiamo la diffusione di uno dei più grandi capolavori della letteratura universale sicuramente del ventesimo secolo e forse di tutti i tempi: Vita e destino, il grandissimo romanzo storico di Vasilij Grossman, compiuto nel 1960 ma censurato perché ritenuto “antisovietico” e sequestrato dal KGB (che distrusse perfino i nastri della macchina da scrivere dello scrittore e censurò perfino il necrologio dello scrittore togliendo ogni riferimento al romanzo). La avventurosa storia di come il libro sia sopravvissuto merita di essere letta a parte (qui alcune informazioni), ma a noi basta sapere che la prima edizione mondiale di Vita e destino vide la luce nel 1980, sedici anni dopo la morte dell’autore, grazie a una piccola casa editrice indipendente svizzera, L’Âge d’Homme, fondata (nel 1966) e diretta proprio da Dimitrijević, esule serbo rifugiato in Svizzera, dove prima di darsi all’editoria si manteneva lavorando al nero in una fabbrica di orologi ed era riuscito a conquistare il permesso di soggiorno grazie all’ingaggio in una squadra di calcio.

Proprio il calcio, insieme al doloroso amore per le proprie origini e alla letteratura, è stata una delle pietre miliari di Dimitrijević, che è scomparso in un incidente stradale nel 2011. Tutte e tre queste passioni si ritrovano e si intrecciano nel mirabile volumetto La vita è un pallone rotondo, che da oltre quindici anni non cessa di conquistare lettori di quella piccola nicchia internazionale di calciofili romantici sempre in attesa di qualcuno che sappia dare corpo e parola alla loro passione. Ma il libro di Dimitrijević non è certo un libro da consigliare esclusivamente a chi ama il calcio, e non certamente a chi ama il calcio dei giorni nostri senza vederne in filigrana, con una certa malinconia, la sua storia e il suo significato così nella vecchia Europa del ventesimo secolo come nella propria infanzia. Il calcio è l’ordito su cui si incrociano vicende biografiche dell’autore, dall’infanzia fino agli anni dell’esilio, riflessioni sulla natura umana e sulla Storia, le drammatiche vicende del totalitarismo novecentesco (viste sempre in una soggettiva stretta, senza grandangolo, che le rende ancora più crude) e altro ancora, soprattutto la grande passione di Dimitrijević per la letteratura.

Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è una correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola o un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono in letteratura così come nel calcio. In realtà, non è il cervello a dare i segnali, ma un centro situato tra quelle due parti fondamentali del nostro corpo che sono da un lato gli organi, gli organi emotivi del desiderio, e dall’altro la testa, che regola questa strategia per evitare che si trasformi in pulsione di caos e distruzione. E la cosa che si trova a metà strada fra la nostra animalità e la nostra intelligenza tutta cerebrale è il cuore dell’uomo: è lui che dà al gioco, e anche alla letteratura, questa pienezza. Il cuore, questo grande escluso del materialismo economico che ci circonda!

 A fare grande questo piccolo libro sono soprattutto la mente e la penna acuminata dell’autore, capaci di estrarre illuminanti riflessioni, tratteggiare con sintetica grazia profili tanto di individui dimenticati e marginali come dei più grandi campioni di tutti i tempi e, soprattutto, far detonare in metafore potentemente poetiche il legame tra l’uomo e ogni cosa che gli riservi il destino, in questo caso soprattutto il legame tra il calcio e la vita. Si pensi per esempio alla bellissima immagine delle radiocronache del campionato jugoslavo ascoltate in esilio in una pagina che racconta dal basso, a partire da qualcosa che può apparire come un’inezia, il clima di una intera epoca storica.

Da quando avevo lasciato la Jugoslavia, l’idea che nel mio paese si continuasse a giocare a calcio destava in me lo stesso dolore di quando consideravo che la vita laggiù proseguiva senza di me. Tentavo di leggere gli scarni resoconti sui giornali, quand’era possibile ascoltavo le trasmissioni di Radio Belgrado, e tutto sembrava lontano, atrofizzato dalla solitudine. […] L’orecchio, che è l’organo dell’immaginazione per eccellenza, vede e intuisce cose che gli occhi non possono percepire. Quelle partite, anche ridotte all’osso, si sono impresse nella mia memoria. In seguito ho visto dei filmati con le fasi salienti di quelle partite e ho potuto constatare quanto fosse difficile far coincidere la mia immaginazione con quelle immagini. L’esilio conferisce alle notizie che si ricevono un odore particolare. Da esiliati, ci si trova dall’altra parte dello specchio, praticamente nell’oltretomba. L’esilio è la condizione in cui ciò che si crede sia la vita non è affatto la vita. La radio è una componente dell’esilio, perché le notizie che trasmette sono remote, comportano uno sforzo di immaginazione e su tingono di una tristezza infinita.

 Pagina dopo pagina ci troviamo in mano, quasi senza accorgercene se non progressivamente, un piccolo trattato di morale della vita quotidiana e sociale, fatta di modestia, amore per gli umili, rispetto per il talento, ammirazione per il genio, attenzione per tutti e il libro, composto da tante prose perlopiù brevissime, si può leggere come una biografia esplosa ma anche rileggere come un breviario, restando a riflettere a lungo sulla capacità dello scrittore serbo di condensare così tanta verità in così poche parole. Un libro dunque sicuramente da consigliare a chi non si spiega perché un gioco “barbaro” fatto con i piedi, perlopiù inelegante e certamente infantile appassioni ancora oggi inspiegabilmente così tanti adulti dotati di senno e cultura.

L’uomo di oggi non può più vivere in una società eroica; siccome ha scelto la pseudodemocrazia che lo fa vegetare in una sorta di indifferenza, va alla partita. La povera gente ottiene qualche vittoria, certo illusoria, perché un domani subirà licenziamenti e rifiuti. Forse finirà col divorziare, intenterà un processo, toccherà con mano i danni della droga in famiglia… Io sono d’accordo con l’idea di costruire stadi, campi da basket o palestre nei quartieri difficili. Ma non sono né le tenute eleganti, né i parquet, né i prati ben curati a rendere sano il corpo. È il desiderio interiore di prodigarsi, di conoscere la gioia.

La vita è un pallone rotondo è un libro che chi ama il calcio dovrebbe leggere ma soprattutto un libro che dovrebbe assolutamente leggere chi odia il calcio. E chi non lo ha mai capito. Che è un po’ come non capire una parte importante di ciò che significa essere umani.

© Martino Baldi

Le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

 

Eduardo Galeano – Un ricordo partendo da Splendori e miserie del gioco del calcio

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Eduardo Galeano: Montevideo, 3 settembre 1940 – Montevideo, 13 aprile 2015

La copertina arancione, un po’ sbiadita, sdrucita. Lo comprai su una bancarella in via Filzi, a Milano. Era parecchio usato, ma a pensarci bene quel libro aveva più senso un po’ rovinato che nuovo, aveva più senso, così come ha senso un campo di calcio massacrato dopo una partita vera. Quel libro era come le scarpette sporche di fango quando ritornavi a casa e avevi giocato, sognando chissà cosa, dentro la pioggia. Quel libro era Splendori e miserie del gioco del calcio di Eduardo Galeano. Dire che ho amato quel libro sarebbe riduttivo, non spiegherebbe il miracolo della grande letteratura applicata al calcio, dell’ampia visione delle cose mischiata al sogno. Galeano sapeva rappresentare la prospettiva che sul calcio hanno i bambini. L’allegria, la spensieratezza, la fantasia, la magia e il sogno. E poi sapeva di quello sport raccontare la malinconia, la solitudine, l’amarezza. Lo stupore che tutti accomuna e che accompagna sia la vittoria che la sconfitta. Galeano era dell’Uruguay, uno dei posti che da sempre mi attira e che non ho ancora visitato. L’Uruguay suo e di Mario Benedetti. L’Uruguay che ancora tormenta i ricordi calcistici dei brasiliani. L’Uruguay piccolo e indispensabile. Galeano è stato un grande scrittore e non solo scrittore di calcio, ma credo che la sua essenza e la sua penna magica abbiano trovato la massima espressione proprio in quel libro che trovai su una bancarella, abbandonato da chissà chi. Eduardo Galeano è morto oggi, nel giorno in cui se ne è andato pure Günter Grass, un altro grande della letteratura. Eppure a me è per Galeano che viene da piangere. (gianni montieri)

Da Splendori e miseri del gioco del calcio, trad. di Pier Paolo Marchetti. Sperling e Kupfer editori.

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Zamora

Debuttò in prima divisione a sedici anni, quando portava ancora i pantaloni corti. Per giocare nello stadio dell’Español a Barcellona, si mise una maglia inglese a collo alto e un cappello duro come un casco che doveva ripararlo dal sole e dai calci. Correva l’anno 1917, e le cariche erano ancora da cavalleria. Ricardo Zamora aveva scelto un lavoro ad alto rischio. L’unico che correva più rischi del portere era l’arbitro, allora chiamato el Nazareno, che era esposto alle vendette del pubblico negli stadi che non avevano fossato né recinto. A ogni gol si interrompeva lungamente la partita, perché la gente si riversava in campo per abbracciare o picchiare qualcuno.Con gli stessi indumenti di quella prima volta, la figura di Zamora divenne famosa nel corso degli anni. Era il terrore degli attaccanti. Se lo guardavano negli occhi erano perduti: con Zamora in porta, lo specchio si rimpiccioliva e i pali si allontanavano fino a perdersi di vista. Lo chiamavano el Divino. Per vent’anni fu il miglior portiere del mondo. Gli piaceva il cognac e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno e qualche sigaro.

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Jean Philippe Toussaint – La malinconia di Zidane

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Jean Philippe Toussaint – La malinconia di Zidane – ed. Casagrande, 2007 – trad. di Roberto Ferrucci

 

per Luigi

 

Nel raccontare questo piccolo capolavoro di Jean Philippe Toussaint mantengo una promessa. Un paio di anni fa ne parlai col mio amico Luigi Bernardi, ricordo, un paio di sere al telefono. Discutemmo dell’importanza della malinconia e del gesto che il campione compie per non compierne un altro, più grave, quello dell’addio. Gli promisi quella sera di parlare di quel libro di poche, meravigliose, pagine. Oggi, che Luigi se ne è andato contro la sua volontà, ma a testa alta, come giocava Zidane, mantengo la promessa.
Toussaint è uno dei più bravi scrittori in lingua francese ed è appassionato di calcio. Il suo è il racconto sublime, condensato in pochi istanti, della finale mondiale del 2006.

Zidane guardava il cielo di Berlino senza pensare a nulla, un cielo bianco sfumato di nuvole grigie dai riflessi azzurri, uno di quei cieli di vento immensi e mutevoli della pittura fiamminga, Zidane guardava il cielo di Berlino sopra lo stadio olimpico la sera del 9 luglio 2006, e provava con un’intensità straziante il sentimento di essere là, semplicemente là, dentro lo stadio olimpico di Berlino, in quel preciso momento del tempo, la sera della finale della Coppa del mondo di calcio.

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Il vecchio e il calcio: omaggio a Zeman

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Alla fine è successo. Qualcuno se lo aspettava, io fingevo di non pensarci. Ieri il Cagliari ha esonerato il suo allenatore, Zdenek Zeman. Pure se la matematica era impietosa (2 vittorie, 6 pareggi, 8 sconfitte) resta comunque in qualche modo un’enorme cazzata. Premessa: se pensate che tutto questo non c’entri con la poesia, non capite nulla, né di calcio né di poesia.

Da quando tifo Zeman esiste, ed è lì, taciturno e imperturbabile, con il suo 4-3-3 a ogni costo, gioco offensivo, squadra altissima, portiere costretto a giocare coi piedi come se fosse un libero, movimento continuo sulle fasce, pressing, diagonali, sovrapposizioni, inserimenti dal centrocampo, tridente d’attacco lievemente obliquo in modo che il mancino possa colpire (è con lui che Beppe Signori è diventato Beppe Signori).

Insomma, una meraviglia, un sogno, raramente applicabile alla realtà. Tanti gol fatti, una valanga presi (il Cagliari ultimamente segnava pure poco, ma non è colpa di Zeman se Ibarbo è una freccia coi piedi torti). Forse la cosa più triste è che nell’ultima partita ha snaturato il suo schema per un più prudente 4-4-2 (beccandosi comunque tre reti…), e proprio contro la Juventus, tifata da bambino, denunciata e odiata da professionista. La Juventus di Moggi e del doping, per capirci. Zeman che per fare correre in campo i giocatori come forsennati li allenava con sacchi di sabbia legati alle caviglie (e infatti a metà campionato, puntualmente, morivano).

L’ennesimo esonero, e forse è giusto così, i presidenti devono tutelarsi, i risultati contano, se una squadra non vince non vince, poi i tifosi brontolano, la gente mormora, la musica finisce, gli sponsor se ne vanno. E però Zeman resta per sempre un patrimonio del calcio e della letteratura. Per quel suo aspetto fisico da pescatore di Hemingway, magro e imbronciato, solcato dalle sigarette invece che dal sale. E per quella sua idea ostinata, utopica e velleitaria di gioco, e vallo a capire se si parla ancora di calcio. C’è una fine per tutto, e non è detto che sia sempre la retrocessione.

@Andrea Accardi