Calabria

Daniel Cundari, nell’incendio e oltre

Daniel Cundari, nell’incendio e oltre, Luigi Pellegrino Editore 2016

Nota di Ombretta Ciurnelli

La raccolta nell’incendio e oltre, edita da Luigi Pellegrino Editore (Cosenza, 2016), è una nuova e convincente prova della vocazione poetica di Daniel Cundari, scrittore dalla personalità forte e vitale.
Nato a Rogliano (CS), Cundari ha vissuto a lungo per le strade del mondo (a Granada, a Shangai, in Germania), maturando ovunque ricche esperienze culturali in una dimensione translingue che lo ha portato a comporre versi, oltre che nel dialetto della sua terra d’origine, anche in lingua italiana e in spagnolo, affiancando alla scrittura anche la traduzione: dall’italiano allo spagnolo di tutte le poesie di Gesualdo Bufalino e in dialetto calabrese di molti poeti, tra cui Kavafis, Alberti e Mandel’štam.
Dalle vie del mondo è poi tornato ai suoi luoghi natii e nello ‘spaesamento’ si è innestato il profondo legame con la terra d’origine di cui nella sua poesia sa cogliere bellezze e incantamenti, andando ben oltre le contraddizioni proprie di tanti paesi che faticano a recuperare i passi sul tempo. In un’intervista egli nota come la letteratura in Calabria sia «politica, teatro, sangue, impegno civile, passione» che «si scontra ogni giorno con il mito e la religione, poiché è animata dall’irrazionale e dalla magia popolare». In particolare Cuti, il quartiere di Rogliano in cui è nato, è la sintesi di ciò che rappresenta per lui la poesia ed è la città ideale del suo dialetto, il luogo in cui «vestire i panni del Don Chisciotte, […] l’eroe dell’inutile e del gratuito» (Marco Paone intervista Daniel Cundari in umbriapoesia.it): ’u paese meu signo eu. / ’Na jestìma de amure (il mio paese sono io. / Una bestemmia d’amore). Attraverso vivi fotogrammi – a volte solo lampi di vita o di paesaggio in cui si mescolano presente e memorie -, Cundari così canta la propria terra, con profondo trasporto e sincera passione: ’ntra ’sta terra de ałìve e musche, / ’e ’mprùnte ’ncecáte, i puni vacânti / ’ scarpe sbunnâte ’ppe zumpare di’ murétti, / ’a préscia de chine arròbba ciràse […] tu’, tuni me rimâni, / ’ a fréve du criscimunno, a cammìsa, / ’ a mâ ’ mbutracäte de farïna, ’ a nive, / ’ a maścatura du catòju (in questa terra di ulivi e mosche, / i passi ciechi, i pugni vuoti, / le scarpe consumate per scavalcare i muri, / la fretta di chi ruba le ciliegie […] tu, tu mi resti, / la febbre della crescita, la camicia, / le mani piene di farina, la neve, / la serratura del magazzino).
Ma il cuore pulsante della raccolta è nel canto d’amore che sgorga con un’intensità tale da far smarrire il senso della ricerca delle ragioni stesse del suo essere: ’a vita ccu tie è vita, pecchi me trovu sulu si me perdu / ’ntra l’occhi toi. / Pecchi sini (la vita con te è vivere, / perché mi ritrovo solo se mi smarrisco / nei tuoi occhi. / Perché sì). Cundari si concede ai paradossi dell’amore nell’esultanza carnale delle carezze, nell’ebbrezza dei baci e, insieme, nei contrasti: tuni sì puru / doglia, cìnnara, śuma, / cultélli arruzzàti /sustu, macélli, riina, neglia. / Si / all’antrasàta carcaríj / ’u cièu łinchiia ‘’lu mâre (tu sei anche / dolore, cenere, schiuma, / coltelli arrugginiti / paura, confusione, sabbia, nebbia. / Se / all’improvviso accenni un sorriso / il cielo riempie il mare). (altro…)

Salvatore Migliaccio – Verso le Calabrie

@giacomo-casabianca-luglio-2011

@giacomo-casabianca-luglio-2011

Verso le Calabrie.

 

“Fatti e personaggi citati sono reali”

 

Viaggio al termine della notte, viaggio all’inferno, viaggio senza destinazione, potrei continuare con altre definizioni relative al viaggio che stiamo per intraprendere, ed è fondamentale sapere sin dall’inizio: il lento spostamento che state per compiere vi potrà irritare il fegato ed insieme farvi spalancare la bocca dalle risate. Due rapidi consigli, reggetevi forte agli appositi sostegni e non parlate al conducente, che forse neanche esiste!

Scendo dal treno regionale giunto da Roma in perfetto orario a Napoli Centrale, e come una immensa calamita il caos organizzato di Piazza Garibaldi mi attira a sé. Le suole della mie scarpe più e più volte hanno conosciuto questi marciapiedi, ma il mio stupore, nell’assistere a scene surreali che qui trovano il loro palcoscenico naturale, è simile alla prima volta in cui vi ho messo piede. Su tale palcoscenico, uomini, donne e bambini di mondi lontani e vicini, si riuniscono e combattono per la vita, seguendo regole fluide che essi stessi creano la mattina e disfano al tramonto.

I raggi di Agosto, perpendicolari alla mia testa, trasformano la piazza e tutto ciò che in essa si muove in una mare dei tropici, con venti caldi, attraversarlo costerà un piccolo sacrificio, che farà si  appiccicare il sudore ai nostri vestiti, ma la soddisfazione avrà il giusto peso. Sto per mangiare la migliore sfogliatella di Napoli, segnatevi questo nome, A t t a n a s i o, potete sceglierla riccia o frolla, io vado pazzo per la frolla calda, appena uscita dal forno.

L’interno del locale è molto semplice, per come è fatto emana un senso di freschezza ed igiene, concetto lontano dal poter essere applicato nei vicoli circostanti. Prevale il bianco delle mattonelle che rivestono le pareti, il marmo chiaro posto sui banconi, e poi ci sono i forni, uno spento, posto dietro alla cassa, dove sono sistemati in alcune teglie i capolavori da gustare, ma è meglio mangiarla fuori, nel vicolo.

Il concetto di vicolo corrisponde al concetto di mercato, di scambio tra merci di qualsiasi genere; nei fiumi di strade che sfociano nel mare della piazza proliferano negozi dove si vende di tutto: orologi di ogni tipo, marca, colore, prezzo, pile di cd vergini da masterizzare, cd falsi già masterizzati, telefonini, macellerie, kebab, tv al plasma, griglie per piccole e per grandi braciate, lettori dvd, lettori mp3 con tecnologia cinese ed occidentale, sveglie, cacciaviti, trapani, cianfrusaglie del Nord Africa, cinture, cappelli, magliette con scritte in napoletano.

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