Čaikovskij

Maria Allo, Solchi (rec. di Giorgio Galli)

Maria Allo, Solchi. La parabola si compie nei risvegli. Prefazione di Anna Maria Curci, Fuori Collana, collana diretta da Fabio Michieli, L’arcolaio 2016

Un idillio devastato. La poesia di Maria Allo – sregolata e sacrale, immune dalla “bellezza” e tutta dentro un fraseggio interiore che trova sostegno nella concretezza delle immagini – ci raggiunge piena di un dolore eruttivo, con le colate laviche di un furioso dolore. Una rutilante desolazione produce immagini e le annienta nel proprio stesso vortice. Provoca scompiglio, percuote, esaspera. Dunque è perturbante, non pacificata, figlia di un’autentica necessità poetica. Si possono rileggere i componimenti di Solchi e trovarli ogni volta diversi. Si rimane respinti dalla loro ricchezza. Poesie in apparenza dimesse e poco rifinite si rivelano piene di sorprese. Una lettura profonda scorge infatti i minuscoli addentellati tra un componimento e l’altro: parole ricorrenti in poesie successive; parole e immagini che ritornano, con sottili variazioni, lungo tutta la raccolta; interi campi semantici, come quelli di “vita”, “morte”, “coraggio”, “luce”, che si ripresentano dando all’insieme ritmo e struttura. Fino ad arrivare a poesie costruite con frammenti di poesie precedenti. Capiamo allora che, più che a una silloge, ci troviamo di fronte a un poema, che ha per protagonista il paesaggio siciliano, ritratto spesso all’alba, e dove le manifestazioni buone dell’umano sono ridotte al minimo, a memorie familiari, a un “tu” onnipresente e sfuggente. L’Io lirico è tutto proiettato nel paesaggio, ma il paesaggio partecipa di un dolore irreversibile. Una furia bestiale e irrazionale, che rovina tutto e non lascia intatti né sentimenti, né cose, né persone:

Oggi amare è la crepa sui muri che screpola
la terra

Il mondo è dominato da  forze ancestrali, sanguigne, di fronte a cui la ragione e la sensibilità sono ferite. I nessi sono sconnessi, e nulla è comprensibile. Antonia Pozzi, all’approvazione delle leggi razziali, commentò: “La civiltà della parola è finita”. Maria Allo sembra voler dire la stessa cosa di fronte alla violenza generalizzata dell’umano. Le rare apparizioni dell’uomo sono perlopiù portatrici di distruzione. L’apparizione dell’umano produce “molteplici suoni dissonanti”, colate di dolore rapprese in immagini che corrono come in una fuga scomposta, in un funereo “si salvi chi può”.
È proprio in questa proliferazione che troviamo però la vitalità: nelle ferite, nei passi “aperti come chiodi”, che accomunano in un gesto mondo umano e naturale e perfino figure astratte. Il Tempo e Novembre sono personaggi, e i loro nomi iniziano con la maiuscola: l’etna, invece, è una persistenza, ed è scritto in minuscolo.
E se è vero che “un dolore ci sgretola la luce/ ovunque sulla terra”, va pur detto che la persistenza, la tenacia si affacciano come valori positivi:

da ogni crepa
si percorre ferocemente la vita

L’esserci e l’essere sono entrambi elementi della persistenza, si potrebbe dire della resistenza

Ecco cielo e terra esistono
Loro voce è la stessa evidenza

È nella persistenza che queste poesie del disamore ritrovano una forma d’amore, una volontà di custodire il mondo, pur così deturpato:

Ecco
Rimarrò a vegliare
Ora l’allodola canta
Canta a perdifiato

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