Cagliari

Francesco Ottonello, inediti

C’è un elevato tasso ironico nella poesia di Francesco Ottonello, un’ironia profonda, unitamente a un grado alto e doloroso di percettività, e a una per nulla celata oralità, altrettanto profonda e direi costitutiva del suo verso.
In particolare nelle prime due poesie qui presentate. La prima reca un titolo strano e difficile, soprattutto giocoso: Le domandi più facile. Uno direbbe che l’autore si è sbagliato, che intendeva forse scrivere: “le domande più facili”. Invece no, è un effetto volutamente “distraente”. Poi, nella medesima direzione, si noti l’assenza o quasi di punteggiatura: nella prima poesia solo quattro punti interrogativi, corrispondenti a quattro domande-cardine del testo, mentre nella seconda, intitolata Servizio di pulizia, vediamo comparire soltanto il punto in chiusura di stanza, per ciascuna delle tre stanze.
È un voler lasciar fare al respiro, essenzialmente. La lettura del testo avviene infatti seguendo il respiro non privo di affanno con cui l’autore l’ha costruito. Ed è singolare che anche in questo secondo testo Ottonello giochi con le parole, che sappia legare così bene il vorticare confuso della sua “poesia-movimento”, così la definirei, a un’idea di poesia come gioco.
Ad esempio, il termine “rivertente” è un neologismo (seppure anche qui sembra si tratti di un errore di scrittura): il prefisso “ri” iterativo si unisce al significato etimologico del latino “vertere”, cioè “volgere”, e quindi “rivoluzionario”. Di qui, entrando inoltre in collisione linguistica con formulazioni di carattere commerciale, nella mente dell’autore si produce l’idea di una pulizia universale, tanto desiderata quanto necessaria, che possa e debba riguardare l’esistenza tutta, che possa togliere di mezzo l’agonia e la noia.
La terza poesia, invece, è un’estrapolazione da un quadro poematico, più ampio, di cui qui si dà solamente un brano, strappato appunto da un testo più lungo e complesso. Siamo su un treno diretto a Poznań, dove «…il cielo / come me non ha memoria del nome», e ognuno  di fronte a sé ha il compito di sempre: la costruzione di una propria grammatica (Cristiano Poletti)

F.O. 4.4.2017


Le domandi più facile

Le risposte più difficili sottostanno
«chi sei» «che hai» quante volte
ho dovuto tacere quante volte spremere
senza imbrogliare mai questo groviglio
nel cranio e nulla nulla ma «come stai»
«che fai» «forse che – dai – a cosa stai
pensando» ora? Non so pensare…
non posso cedere a non pensare
e in tutto ciò i secondi sbiancano
e esangue si fa anche il nome
e il cuore «è rosso» è fornace
di primo sangue intravisto?

Le finestre – aperte chiuse – a cosa serviranno?
Eppure mi han detto «non si parla degli assenti»
e avrei dovuto ascoltare dare «risposte» «non
attendere» ma ormai è tardi a dir cos’era…
«ancora-presto-ancora-presto» riverbera?

:

Servizio di pulizia

Volevo essere pulito garantito
quindi ho comprato uno “sgrassatore
universale” al limone verde
due volte concentrato mi sono
sulla testa ma ho inciampato sulla pianta
del piede prima del risciacquo
e ho sbattuto la testa
che era secca e il mio unico piatto
che volevo estinguere mangiando.

Così è passata l’agonia – perché
ho dimenticato… poi è tornata… noia
scontata “formula originale”.

Non sapevo più dove comprare
qualsivoglia prodotto rivertente
e così tra le mani resta solo un pc.

:

Riconoscenze

Il treno per Poznań,[1]  e non ha senso
parlare, non ha senso guardare
sangue di giovane polak[2] riempire,
far rosse le guance. Il vagone è fermo,
o si muove . C’è un uomo che guarda
o finge un film, separato in uno schermo,
donne senza aggettivo che rubano il ciuccio
a bimbi senza lamento e il cielo
come me non ha memoria del nome.

Ma l’offerta del 25% scadeva domani!
«Prenota prima che finisca»; «è partita
l’offerta» e quando nevica la vita
o piove e ci vendono gli ombrelli
all’angolo alcuni africani e la luce perde
amore e tu non vedi «scrivi» non puoi più
comprendere le offerte e le persone
non sai se le persone ci sono, sono
o solo tu grato d’essere
o no… le offerte… così
cedono, scadono, le offerte cadono,
ma tak tak[3] un biondo ragazzino
dice  – a me? mi riconosce? – e alla vita
strappa forse un sorriso, se è un sorriso,
il mio, e s’io sorrido il suo
e la città.

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[1] Poznań: “città conosciuta” o “città riconosciuta”, dal verbo polacco poznać, significante “conoscere” o “riconoscere”.
[2] Polak: “del campo”, connesso con lo slavo pole (“campo”, “pianura”). Termine in lingua polacca per indicare “polacco” come persona (nominativo singolare maschile).
[3]Tak tak”: “sì sì”, in lingua polacca.

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Francesco Ottonello (Cagliari, 1993) è laureato in Lettere classiche con lode all’Università di Cagliari. Ha studiato recitazione presso la Scuola d’Arte Drammatica di Cagliari. Sue poesie sono state pubblicate nelle antologie di poesia curate da Elio Pecora Viaggi di Versi, Poeti Contemporanei (93), Frammenti. Vive, studia e lavora a Milano.

Il vecchio e il calcio: omaggio a Zeman

zeman

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Alla fine è successo. Qualcuno se lo aspettava, io fingevo di non pensarci. Ieri il Cagliari ha esonerato il suo allenatore, Zdenek Zeman. Pure se la matematica era impietosa (2 vittorie, 6 pareggi, 8 sconfitte) resta comunque in qualche modo un’enorme cazzata. Premessa: se pensate che tutto questo non c’entri con la poesia, non capite nulla, né di calcio né di poesia.

Da quando tifo Zeman esiste, ed è lì, taciturno e imperturbabile, con il suo 4-3-3 a ogni costo, gioco offensivo, squadra altissima, portiere costretto a giocare coi piedi come se fosse un libero, movimento continuo sulle fasce, pressing, diagonali, sovrapposizioni, inserimenti dal centrocampo, tridente d’attacco lievemente obliquo in modo che il mancino possa colpire (è con lui che Beppe Signori è diventato Beppe Signori).

Insomma, una meraviglia, un sogno, raramente applicabile alla realtà. Tanti gol fatti, una valanga presi (il Cagliari ultimamente segnava pure poco, ma non è colpa di Zeman se Ibarbo è una freccia coi piedi torti). Forse la cosa più triste è che nell’ultima partita ha snaturato il suo schema per un più prudente 4-4-2 (beccandosi comunque tre reti…), e proprio contro la Juventus, tifata da bambino, denunciata e odiata da professionista. La Juventus di Moggi e del doping, per capirci. Zeman che per fare correre in campo i giocatori come forsennati li allenava con sacchi di sabbia legati alle caviglie (e infatti a metà campionato, puntualmente, morivano).

L’ennesimo esonero, e forse è giusto così, i presidenti devono tutelarsi, i risultati contano, se una squadra non vince non vince, poi i tifosi brontolano, la gente mormora, la musica finisce, gli sponsor se ne vanno. E però Zeman resta per sempre un patrimonio del calcio e della letteratura. Per quel suo aspetto fisico da pescatore di Hemingway, magro e imbronciato, solcato dalle sigarette invece che dal sale. E per quella sua idea ostinata, utopica e velleitaria di gioco, e vallo a capire se si parla ancora di calcio. C’è una fine per tutto, e non è detto che sia sempre la retrocessione.

@Andrea Accardi

solo 1500 n. 47 Cagliari, 23 maggio 1992

Solo 1500 n. 47 – Cagliari, 23 maggio 1992

Ricordo esattamente dove mi trovassi e con chi. Stavo alla Rinascente, a Cagliari, in libera uscita. Facevo il militare, pomeriggio inutile di un anno inutile. Ero con Ivano, un ragazzo di Roma che poi (ovviamente) non ho più visto dopo quell’anno. Di Ivano ricordo due cose: faceva il tassista e tifava Lazio. Alla Rinascente ai tempi vendevano pure gli elettrodomestici e, da un televisore acceso, vedemmo le immagini dell’attentato di Capaci appena avvenuto. “Minchia Gia’ ma che hanno fatto saltà per aria Falcone?” “Minchia Iva’ minchia, Falcone no”.  Quel giorno mia sorella compiva diciotto anni. Per cui mi sentivo inutile in un pomeriggio inutile di un anno inutile. Mi sentii una merda. Perché in pochi istanti passarono nella mente migliaia di domande: “Che cazzo faccio qui? Perché non sono al compleanno di mia sorella? Perché Cagliari?  Perché Falcone?” La risposta all’ultima domanda ancora non ce l’ho. Giovanni Falcone era una specie di mito per noi ventenni di quei tempi, un simbolo. Hanno fatto saltare in aria il simbolo o l’uomo? Che importa, Falcone contava più di tutti agli occhi della gente e anche se la mafia stessa sapeva che non sarebbe stata sconfitta, bisognava eliminare chi rappresentava lo Stato dove lo Stato non c’era più. Falcone doveva morire e morì. Anche io e Ivano servivamo (al)lo Stato in quei giorni, che barzelletta. Sono passati vent’anni e una cosa la so: Giovanni Falcone lo conosco meglio adesso, e penso che fosse un uomo normale. Onesto, corretto, uno col senso del dovere, tutto qui.  Quel pomeriggio fu tremendo, la sera mangiamo una pizza in silenzio. Chissà che fine ha fatto Ivano.

Gianni Montieri