Cacciaguida

Il Paradiso di Dante: un indicibile futuro senza fine

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Passando da un regno ultraterreno all’altro, lungo il poema dantesco cambiano anche i colori: fosco e sanguigno l’Inferno; sfumato nei chiaroscuri il Purgatorio, quasi un’anticipazione di atmosfere simboliste e tardo-ottocentesche; luminoso il Paradiso, da non vederci più. Commentando la seconda cantica (per chi vuole, qui) avevo cercato di mostrare come l’impossibilità di vedere può essere considerata figura antonomastica della condizione purgatoriale: i penitenti per invidia, peccato assente all’Inferno, hanno gli occhi cuciti con filo di ferro, e non vedranno fino alla fine del castigo; così le altre anime del Purgatorio devono aspettare il perdono per poter finalmente vedere Dio (proponevo poi che questa immagine addirittura si allargasse fino a riguardare la nostra stessa vita terrena, transitoria e invidiosa, e almeno in questo scusabile e guaribile). Ma nella cantica avvengono anche offuscamenti e tracolli della visione che riguardano l’esperienza dello stesso Dante pellegrino, ogniqualvolta si ritrova a tu per tu con angeli e altri intermediari celesti: questi momenti sono i veri preludi al terzo libro paradisiaco.
Lo scacco dei sensi sarà infatti condizione dell’estasi finale, meta del tragitto e limite estremo del poema. Avvicinandosi a Dio, all’”heart of lightness”, il problema del vedere finisce però per coinvolgere direttamente il problema del dire: il racconto si fa quindi sempre più difficile, in attesa di diventare impossibile. Franco Moretti, nel suo Atlante del romanzo europeo (Einaudi, Torino, 1997), notava come nella situazione narrativa della frontiera ignota la figuralità cresce, perché ciò che sta davanti non può essere descritto alla lettera. In particolare, “solo le metafore sono in grado di riuscire nell’impresa. Solo le metafore, cioè, sono capaci di esprimere l’ignoto che ci sta di fronte, e insieme di contenerlo” (p. 50). Dunque l’infittirsi e il dispiegarsi dell’elocutio come reazione della lingua a “un campo referenziale che non è direttamente accessibile” (Paul Ricoeur, La metafora viva, citato da Moretti a p. 49), segnalato dal confine sconosciuto: e per un cristiano la soglia di Dio non è forse il confine dei confini? Tuttavia il discorso di Moretti non può funzionare nel nostro caso, se è vero che la Divina Commedia si addensa metaforicamente fin dal suo secondo verso, con quella “selva oscura” che è selva alla lettera ma anche, al tempo stesso, immagine simbolica di tenebre dell’animo non meglio dicibili. Vale però se constatiamo la crescita della figuralità non dal punto di vista della metafora, ma di un’altra figura retorica, la preterizione, che afferma di voler tacere qualcosa di cui in realtà si parla (svolgendo qui una funzione di “accerchiamento dell’ignoto” analoga a quella delle metafore di confine). (altro…)

Tornare Feriti Altrove: Ungaretti e l’esilio

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Quando mi capita di spiegare agli alunni un concetto apparentemente banale, cito spesso quello che diceva S. Agostino a proposito del Tempo: se ci penso per me è chiaro, ma se devo spiegarlo ecco che non lo è più. Ho provato qualcosa del genere parlando dell’esilio, non tanto l’esilio in senso stretto, geografico e politico, quanto quella forma di esilio psicologico e sentimentale che è tanto chiara se ci penso, ma appunto lo diventa meno se devo spiegarla agli altri. Va da sé che la seconda accezione si lega spesso alla prima, ma di fatto ne è indipendente, soprattutto in certa letteratura ottocentesca e novecentesca che ha visto proprio nell’esilio la metafora di una condizione assoluta. Ho provato a ritagliare questo tema in Ungaretti, avendolo intravisto nella sua prima raccolta, L’Allegria. Per farlo ho anche usato in maniera contrappuntistica alcune rappresentazioni dell’esilio rintracciate in altri autori.
Se riprendiamo Dante, il suo famoso esilio da Firenze ha ovviamente ancora i connotati della lotta politica. All’interno della profezia di Cacciaguida ne troviamo quasi una definizione: “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (Paradiso XVII). L’esilio è dunque per Dante la condizione di chi ha scoperto quanto sia salato e cattivo il pane degli altri, e quanto risultino faticose da percorrere le scale che non ci appartengono: sul retro di quest’affermazione, leggiamo naturalmente com’è invece dolce il pane di casa propria e comode le scale. Un autore nato per così dire sotto il segno dell’esilio è Foscolo, che dopo i primi anni a Zante partirà per non farvi più ritorno, senza dunque più toccare le “sacre sponde” (sulla nascita del mito privato foscoliano, e sulla convergenza di questo con i valori estetici del neoclassicismo, ho già scritto qui). Se andiamo a Baudelaire, ecco che l’esilio si fa invece del tutto psicologico ed esistenziale: il poeta-albatro, “esiliato al suolo in mezzo agli scherni”, è ancora parigino tra i parigini, ma irrimediabilmente isolato e altrove nella nuova società borghese.
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