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‘senza governo’ di Roberta Sireno

Roberta Sireno, senza governo, Raffaelli editore, 2016, pp. 62, euro 12

Quando un poeta eccede i confini del definibile è sempre una sfida, per chi fa critica, cercare di restare all’interno dei limiti di ciò che si può dire, circoscrivere e restituire al lettore un’interpretazione di quanto legge. E quella attorno alla poesia e alla poetica di Roberta Sireno è una scommessa che vale la pena di essere giocata per diverse ragioni. Alcuni dei movimenti che portano alla scoperta della sua poesia muovono al mio orecchio da lontano, dall’interno dell’esperienza con il Teatro Valdoca al Forte Marghera di Mestre per l’associazione Live Arts Cultures¹ nel 2015: durante il seminario di quell’anno, sempre sotto la conduzione di Cesare Ronconi, ci fu per me la conoscenza dei versi di Sireno, di cui il regista si servì per la restituzione pubblica del lavoro con oltre venti tra attori, performer e musicisti. Questo “circuito” significante ha costruito non solo l’esito di un lavoro che prosegue − allora erano i Comizi d’amore − ma anche l’esperienza dell’ascolto della parola poetica nel suo “utilizzo” dal vivo, da parte di una voce che (s)piega la poesia facendola diventare strumento per il teatro, cosa che con la Valdoca avviene da sempre grazie ai versi di Mariangela Gualtieri. Non è di poco conto riuscire a concedersi la possibilità di esperire i testi di Sireno in presa diretta, testi che nascono certamente per la lettura ad alta voce; e nascendo all’interno della dimensione vocale, con un appello al lettore e all’ascoltatore, affinché vi sia un accesso al significato mediato dall’intenzione all’ascolto, si fanno dal mio punto di vista ‘parola-corpo’. Alcuni dei testi che, nel 2015, costituivano il tessuto dell’esito di Comizi d’amore oggi rientrano in senza governo, per lo più nella prima sezione che appare di accesso al corpo, sia al corpus poetico sia al corpo della parola nella sua interezza e integrità.

Parlare di integrità nella poesia contemporanea apre a una precisa responsabilità: quella di nuovo del critico che non intende abdicare al troppo spesso reiterato appiattimento lirico su cui si fonda molta poesia di oggi; critico che è anche messo di fronte al bisogno di leggere questa poesia dall’alto, da una prospettiva che guardi all’insieme senza immaginare una scomposizione. Non è questo un giudizio di valore circa il linguaggio lirico puro che spesso trova nel nostro blog uno spazio di condivisione; va appoggiata, d’altro canto, e anche evidenziata e sostenuta la scelta integrale di Sireno di muoversi dentro altri territori, impervi e «aspri», come li definisce Lorella Barlaam. E proprio dentro l’«asprezza» di una parola che procede in questo caso «dal particolare all’universale» attraverso una sorta di ‘regressione’ tematica, stilistica e che riguarda anche la sintassi poetica, c’è il mondo della poeta che raccoglie, ‘disarma’ la parola dal superfluo e accoglie l’indicibile restando nella dimensione di un’oralità scomposta eppure vigorosa. (altro…)

Intervista a Cesare Ronconi e ‘Semplice e immenso’ a Mestre

foto di Maurizio Bertoni

Intervista a Cesare Ronconi
di © Chiara Tripaldi
Semplice e immenso – esito del seminario di Teatro Valdoca a Forte Marghera, Mestre (VE), domenica 16 luglio alle ore 20.00

Il workshop in corso in questi giorni a C32, Mappe per l’Invisibile, continua il lavoro iniziato con Comizi D’Amore, che si è svolto nel luglio del 2016. Nel mezzo, c’è stata una residenza di tre mesi fra i boschi della Romagna, dove i 15 attori e performer selezionati hanno vissuto condividendo l’abitudine quotidiana e la ricerca poetica. Qual è stato il risultato di questa commistione? Lei pensa che parola e azione siano inscindibili, che l’una viva grazie all’altra?

Negli ultimi due anni abbiamo ripreso una delle modalità di lavoro congeniali alla Compagnia, la produzione di uno spettacolo – Giuramenti, attraverso una serie di laboratori selettivi ed esiti performativi aperti al pubblico. Fino ai tre mesi di lavoro e vita in comune, da gennaio a marzo di quest’anno, a L’arboreto – Teatro dimora di Mondaino. Teatro e bosco sono stati i due luoghi che abbiamo abitato ogni giorno, l’avventura comune. Il bosco ci ha lavorato in profondità facendo di noi una comunità teatrale animale. In teatro la danza, il canto, i versi che Mariangela ha scritto e dato in consegna a ognuno degli attori ci hanno lavorato, anche. La parola, che per il nostro teatro è sempre parola di poesia, e l’azione sono più che inscindibili: la parola verticale della poesia va tenuta alta e leggera dal movimento, dal canto, dall’andamento ritmico dell’insieme dei corpi in scena, per un teatro al presente, “semplice e immenso”. Di cui il pubblico è chiamato a fare esperienza, prendendo parte ad un rito capace di attivare i simboli di cui si serve.

In Giuramenti l’aspetto performativo del movimento e della parola sono centrali, ma in Mappe per l’Invisibile lei, Mariangela Gualtieri, Lucia Palladino ed Elena Griggio avete chiamato a raccolta anche musicisti e sound designer. Qual è la differenza di approccio al verso poetico di un artista del suono rispetto a un artista “fisico”?

La poesia è musica, la musica non è così lontana dal verso poetico: è un allargamento. Nel nostro teatro non c’è separazione tra le arti: si approfondisce una ritmica, una melodia generale che riguarda tutto il lavoro. Verso un grande concerto in cui il gesto, l’aspetto visivo, la parola, tutto fa armonia – e disarmonia, anche, ugualmente importante. (altro…)