C.G. Jung

Herta Müller e la dittatura: “Il desiderio di poterlo dire”

di Anna Franceschini

muller

E il re s’inchina un po’
e a piedi viene di solito la notte
e dal tetto della fabbrica nel fiume
brillano due scarpe
alla rovescia e così presto bianche come neon
e l’una ci rompe la faccia
e l’altra ci rompe morbida le costole
e spente al mattino le scarpe di neon
il melo selvatico lunatico l’acero arrossisce
le stelle in cielo passano come popcorn
e il re s’inchina e uccide.

(Herta Müller, il re s’inchina e uccide, trad. di Fabrizio Cambi, 2011)

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Quando penso ad Herta Müller, ho in mente una stanza in assetto confusionario, una stanza al limite dell’esclusione, di passaggio, con libri e giornali senza un proprio luogo di appartenenza e forbici che tagliano e ricompongono. Una confusione ammaestrata dalle parole, dalla vivacità dei significati, dalle lingue; dove non esiste una direzione, un modo di dire o per dire qualcosa, ma infiniti e infiniti modi che consumano la vita stessa. La vita e la scrittura di Herta Müller sono un continuo avvicinarsi alla morte e risalire con dettagli e oggetti minuti, essenziali, di salvezza e precisione.
È un mondo alla rovescia, capovolto, dove le definizioni sono state rubate da un re di legno, che si muove in una scacchiera (“Era un re che si distribuiva negli altri e si sceglieva una materia sempre nuova in cui poter vivere: il re di legno nel gioco degli scacchi, il re di latta nel galletto, il re di carne nel pollo. Guardare la materia, con cui sono fatti gli oggetti, accentuava i suoi tratti inducendo la mente a vagare follemente […] Inevitabilmente dipendevo dal potere ora bonario ora malvagio del re”, Herta Müller, Il re s’inchina e uccide, 2011), o morte in un’ideologia – quella della dittatura che appiana tutti i livelli, cancella le sfumature, e cambia i significati a suo piacimento; o, ancora, inibite dalla paura, quella stessa che, tuttavia, viene presentata dalla Müller come il momento in cui la nostra esistenza si manifesta in tutta la sua vitalità. Ed è a tale riguardo che la scrittrice commenta con le parole di Cioran:

“Emil Cioran diceva che i momenti di panico ci avvicinano più di ogni altro all’esistenza. La ricerca improvvisa del senso, la febbre nervosa, i brividi dell’anima alla domanda: che valore ha la mia vita.” (Herta Müller, Il re s’inchina e uccide)

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