Bruno Lauzi

Significato e bellezza della canzone leggera – di Stefano Brugnolo (terza e ultima parte)

moretti

Forse nessuno meglio di Nanni Moretti ha compreso questa speciale natura ingenuamente, pre-politicamente, infantilmente utopica della canzone leggera. Quasi sempre nei suoi film ad un certo punto ‘esplodono’ delle canzoni, e queste inopinate esplosioni corrispondono a dei momenti ‘paradisiaci’ di improvvisa intesa tra individui che fino ad allora erano chiusi nelle loro solitudini. È come se d’improvviso dentro il film s’aprisse un’altra scena, una scena sognata più che vissuta.
Accade per esempio in La messa è finita. Il protagonista ha appena finito la sua predica, che è anche una cerimonia di addio, e la constatazione di un fallimento («qui non ci posso più stare e per voi non posso fare nulla»), gira le spalle ai fedeli, ed ecco che all’improvviso parte la musica della canzone di Bruno Lauzi, Ritornerai, e i fedeli, che fino ad allora erano rimasti composti e impettiti, lasciano i banchi e si mettono a ballare come se fossero ad una sagra di paese, davanti agli occhi incantati del protagonista.
Moretti ha adoperato spesso nei suoi film questo ‘trucco’: fare improvvisamente ‘accadere’ una canzone nel bel mezzo di un contesto di vita quotidiano. Succede allora che la canzone dispieghi tutta la sua latente forza evocativa e struggente, di cui siamo normalmente poco consapevoli, essendo che solitamente le canzoni stanno sullo sfondo delle nostre vite quotidiane, e quasi si confondono con il rumore indistinto del mondo. In altre parole così facendo Moretti riscatta le canzoni dal loro destino di merci, poco distinguibili da tante altre, e per la prima volta ce le fa ascoltare davvero. È come se restituisse quell’aura che i troppi ascolti hanno fatto perdere alle canzoni.
Insomma, pare quasi che la canzone ‘accada’. Come in effetti qualche volta capita anche nelle nostre vite, allorché d’improvviso, magari in un bar o in un supermercato, ci raggiunge una vecchia melodia e per un istante, pur nel mezzo di un mondo che continua a girare e dentro cui continuiamo a muoverci, ci sentissimo ‘da un’altra parte’. Ecco, così avviene nel film di Moretti. La canzone di Lauzi arriva in un momento di sconforto, recando nel suo becco il sogno ancora verde di un’altra possibilità, di una nostalgia di passato che è anche nostalgia di futuro. Si può ben adoperare qui la parola epifania. E il ritornello della canzone – “ritornerai” –si presta a questa epifania. Esso parla di una donna perduta che si immagina ritorni: «e non potrai lasciarmi più.» Si tratta di un desiderio e anzi di una fantasticheria infantile che l’amata ritorni e ci stia per sempre accanto. Ma questa insistenza sul ritorno, così ben sottolineata dalla voce roca e appassionata di Lauzi, la voce di qualcuno che vuole disperatamente credere a qualcosa di improbabile o impossibile, si apre qui a significare altro e di più. Come è tipico delle belle canzoni leggere. Cosa dice infatti quel ritornerai nel contesto del film? Dice di qualcosa di struggente, a mezzo tra il regressivo e l’utopico. Dice del desiderio che il tempo passato ritorni, che le persone amate e perdute o morte ritornino, che ritorni qualcosa che non è mai stato davvero, ma che si è solo sognato, e cioè la possibilità di una comunità, di una riconciliazione tra il soggetto e il mondo.
E direi inoltre che scegliendo questa canzone, questo ritornello così insistito, ritornerai, Moretti ci comunica qualcosa di importante: che la canzone sempre ritorna. Che la canzone è sempre un messaggero del passato, che ci racconta di eventi e sensazioni del passato, che avevamo lasciato in sospeso, dimenticati a mezzo, e che adesso chiedono di essere ricordate, svolte, riportate a noi. Perché non dirlo? La canzone leggera è una sorta di versione industriale e di massa della madeleine proustiana. Questa è la sua funzione. Farci ricordare di noi, riconnetterci al nostro passato, in primis individuale e poi anche collettivo, d’epoca.
Ma ritorniamo alla nostra scena. Qual è il punto? Che questo struggente, infantile e perfino imbarazzante bisogno di “ritorno”, che questa evocazione di “un altro mondo”, può essere espresso solo sotto la copertura di una canzonetta. È impensabile che Moretti avrebbe potuto evocare questo tipo di sentimento facendo risuonare per esempio una musica sinfonica, o una potente massa corale. Sarebbe risultato falso. Insomma, è solo facendo risuonare della ‘musichetta’ che si può evocare il sublime, un sublime all’altezza dei nostri tempi. E in questo modo Moretti suggerisce qualcosa che riguarda forse il rapporto che tutti noi intratteniamo con i pop songs. Vale infatti forse per molti di noi quello che vale per Moretti: è attraverso un rapporto ironico-struggente con le canzoni leggere che possiamo immaginarci ancora un po’ di paradiso, e sia pure, per dirla con l’Ernst Bloch che ritrovava barlumi di utopia anche nella più infima delle pubblicità, “un paradiso a prezzo scontato”. Quel “paradiso a prezzo scontato”, e non perciò meno memorabile, che in fondo ritroviamo anche in quell’indimenticabile ritornello dei Beatles, che fa: «Let me take you down/ ‘Cause I’m going to Strawberry Fields/ Nothing is real/ And nothing to get hung about/ Strawberry Fields forever/ Strawberry Fields forever/ Strawberry Fields forever.»
Si dirà che i consumatori medi di canzoni sono meno ironici di Moretti, che sono dei fans, e cioè dei fanatici che per esempio urlano istericamente ai concerti. A me pare che però i fenomeni di fanatismo siano appariscenti ma inessenziali, e che il consumo medio della canzone sia quello che va al di là delle mode e infatuazioni del momento. E qui ci torna buona la distinzione posta inizialmente da Simon Frith e che Peppino Ortoleva a suo modo riprende: «è parte integrante della canzone non prendersi mai troppo sul serio, accettare volentieri l’irritazione prodotta dalla sua frivolezza, dalla sua appiccicosa persistenza nella mente: sono solo canzonette, it’s only rock’n’roll. Tanto pe’ ccantà.» Diversamente dalla canzone impegnata o lirico-confessionale, o dell’happening rock, insomma,la canzone leggera non si dà come ‘autentica’, essa si dà come gioco, a partire dal fatto che l’io che canta non coincide con l’io biografico, essendo un io che si presta a moltissime metamorfosi, un io che gioca con la materia dei sentimenti senza voler illudere nessuno che li prova davvero.
Vale da questo punto di vista come un vero e proprio saggio la reinterpretazione più che mai ironico-struggente che Jannacci dà della vecchia canzone di Bixio Vivere. Quello che mette in scena Jannacci è proprio il rapporto ambivalente che tutti noi intratteniamo con la canzone leggera. Jannacci la storpia, la sbaglia, la stona, e tuttavia c’è comunque pathos in quel suo sbracato-disperato «vivere sensa malinconia, sensa rimpianti, sensa conoscer mai più cos’è l’amore.»
Possiamo anche dirlo con le categorie di Schiller: ingenuo versus sentimentale. Quando ascoltiamo canzoni siamo per lo più in una zona intermedia tra la ricezione ingenua (che sarebbe quella entusiasta del fan che ascolta qui e ora) e una sentimentale (che sarebbe quella di chi ri-ascolta); e in definitiva tendiamo un poco tutti a fruizioni sentimentali, per le ragioni su cui si è soffermato Jameson, e cioè che in definitiva non esiste una “prima volta”. Ma per fare capire meglio come funziona il meccanismo ingenuo/ sentimentale, semiserio/semischerzoso dell’identificazione nella canzone leggera, voglio fare un esempio diversissimo, ma forse illuminante: il gioco del calcio.
Anche qui, al di là dei fenomeni di isterismo di massa, appariscenti ma anche evanescenti, molti di noi amano il calcio proprio in quel modo ironico-serio a cui ho sopra accennato. Nel senso che pur appassionandoci e identificandoci manteniamo necessariamente un qualche livello di distacco. Insomma da qualche parte sappiamo che si tratta pur sempre di una finzione, sappiamo che si tratta di un’industria. E tuttavia resta vero che ci immergiamo in quel gioco, e che siamo infantilmente e sentimentalmente coinvolti nelle partite a cui assistiamo. È vero insomma che quel gioco ci illude di essere partecipi di un rito collettivo autentico, di una comunità, di un popolo. Sappiamo che si tratta più che mai di un business, sappiamo che i calciatori sono merce, e che quel gioco assomiglia sempre di meno a quello che giocavamo liberamente da bambini negli oratori o per strade e piazze, eppure a qualche livello ‘ci crediamo’, crediamo in quella che Foster Wallace, parlando del tennis, ma alludendo anche al calcio, ha chiamato “bellezza e grazia” dello sport. Così come delle canzoni diciamo ‘in fondo sono solo canzoni’, anche del calcio diciamo ‘in fondo è solo uno sport”. Eppure, sempre per citare Foster Wallace, davanti ai grandi campioni e alle loro giocate ci capita di soddisfare un «nostro disperato bisogno», quello di «riconciliarci con il nostro corpo» per qualche istante, essi infatti «catalizzano la nostra consapevolezza di quanto sia meraviglioso toccare e percepire, muoversi nello spazio, interagire con la materia» (Federer come esperienza mistica, p. 47). Come nel caso della canzone leggera siamo dunque pur sempre dalle parti di un “paradiso a prezzo scontato”, e non per questo meno importante per le nostre vite.

Concludendo vorrei però provare a storicizzare un po’ questo presunta carica utopica delle canzoni, proprio a partire dai Beatles. Che però qui intendo come emblematici di quella che per me è la canzone leggera moderna par excellence, e cioè la canzone leggera degli anni ’60. Una sorta di paradigma da cui non mi pare si sia ancora usciti. Ebbene, quel che quelle canzoni veicolano in senso lato ma tuttavia pregnante è, a voler semplificare, il senso del cambiamento e della possibilità. Prima ho parlato di ampie classi di significato evocate dalle canzoni, adesso direi che nel loro insieme le canzoni dei Sixties evocano proprio questa sorta di iperclasse. Una canzone come Michelle, così come viene concretamente cantata e suonata da quei ragazzi di Liverpool, e ben al di là del suo testo, veicola proprio questa sensazione. Veicola cioè il senso di una chance nuova e storicamente inaudita di vivere e godere la vita qui e ora; il senso di una emancipazione da antichi sensi di colpa; di uno sperimentalismo e di un edonismo di massa; di un nuovo inizio insomma per tutti. È come se in quelle canzoni percepissimo ancora il senso di un sollievo, di un enorme risparmio di spesa psichica, del’emancipazione collettiva da inibizioni secolari. Non è un caso che Philip Larkin nella sua poesia Annus Mirabilis ricordando quel nuovo inizio lo abbia messo proprio sotto il segno dei Beatles:

Sexual intercourse began
In nineteen sixty-three
(which was rather late for me) –
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles’ first LP.

Up to then there’d only been
A sort of bargaining,
A wrangle for a ring,
A shame that started at sixteen
And spread to everything.

Then all at once the quarrel sank:
Everyone felt the same,
And every life became
A brilliant breaking of the bank,
A quite unlosable game.

So life was never better than
In nineteen sixty-three
(Though just too late for me) –
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles’ first LP.

[I rapporti sessuali ebbero inizio/ nel millenovecentosessantatre/ (piuttosto tardi per me) – / Tra la fine della censura di Chatterley / e il primo LP dei Beatles./ Fino ad allora c’era stato soltanto/ una sorta di patto,/ una baruffa per l’anello,/un senso di vergogna che cominciava a sedici anni/ e si diffondeva su ogni cosa./ Poi il diverbio di colpo svanì:/ tutti ci sentivamo uguali/ e ogni esistenza divenne/ un favoloso en plein;/ un gioco in cui non si può perdere./ Così la vita non fu mai migliore come/ nel millenovecentosessantatre/ (sebbene un po’ troppo tardi per me) – / Tra la fine della censura di Chatterley/ e il primo LP dei Beatles. (traduzione di Luisa Pontrandolfo, Alte Finestre, ETS, 1990)]

Dopo molti anni, dopo tanti rincari edonistici siamo portati a dubitare che si trattasse davvero di un nuovo inizio. I filosofi francofortesi lo dissero subito, anche e soprattutto in relazione alle canzoni leggere, a quelli che Adorno chiamava con fastidio “i ballabili”. E direi che nessun apoftegma può dire meglio la diffidenza che possono ispirare le canzoni di questo passo tratto dai Minima moralia: «Conviene diffidare di tutto ciò che è leggero e spensierato, di tutto ciò che si lascia andare e implica indulgenza verso la strapotenza dell’esistente.» E in effetti, proprio questo veicolavano le canzoni dei Sixties: indulgenza, condiscendenza verso i piaceri leggeri dell’esistere fine a se stesso. Noi sappiamo che quella spinta edonistica si sarebbe poi risolta in facile consumismo, che quelle canzoni erano l’avanguardia di una mutazione antropologica dagli aspetti anche inquietanti. Eppure, se riascoltiamo molte di quelle canzoni, e direi proprio e soprattutto quelle più disimpegnate, non possiamo non sentire che «life was never better than/ In sixties.» Parafrasando una ben nota affermazione di Talleyrand de Chardin potremmo anzi dire che «Chi non ha vissuto durante gli anni ’60 non sa cos’è la dolcezza della vita.» Lo sappiamo bene: né il Settecento né i Sessanta furono davvero ‘belle epoche’, e quando lo furono non lo furono per tutti, eppure è certo che allorché ascoltiamo canzoni come Michelle – «I love you, I love you, I love you/ That’s all I want to say» – a questo pensiamo, alle nuove e possibili dolcezze della vita a cui esse alludono come a qualcosa alla portata di tutti.

Potremmo fare molti casi ma prendiamone uno emblematico tra i tanti: Insieme a te non ci sto più (non a caso molto amata e citata proprio e ancora da Moretti). Naturalmente, ancora una volta, bisognerebbe ascoltare la voce di Caterina Caselli che canta quelle parole per farsi un’idea del valore e della forza della canzone. Qui naturalmente possiamo solo citare alcuni brani: «Insieme a te non ci sto più,/ guardo le nuvole lassù…/ e quando andrò-ò-ò…/ devi sorridermi se puoi,/ non sarà facile ma sai/ si muore un po’ per poter vivere…/ Arrivederci amore ciao,/ le nubi sono già più in là…ecc.»
Il testo è di un buon paroliere, e cioè di Pallavicini, e tuttavia a leggerle così non possono produrre nessun effetto particolare, non sono né meglio né peggio di tanti altri testi di canzoni. A concepirli solo come versi sono anch’essi versi di seconda mano. E anche la musica presa in sé non è nulla di originale. L’effetto naturalmente e ancora una volta deriva solo dall’ascolto della canzone. Una ragazza dice al suo ragazzo che ha deciso di lasciarlo e lo saluta con malinconia ma anche determinazione. Detta così però uno non si fa un’idea vera dell’effetto della canzone. Ciò che essa comunica va ben oltre. Ci dice appunto della possibilità di sopravvivere alla separazione, di ricominciare dopo una fine, di liberarsi dal passato e di sperimentare, di reinventarsi un futuro, di resistere ai sensi di colpa, di avere fiducia nella vita, eccetera. Come si vede, sono classi di significato molto ampie che alludono a situazioni esistenziali e psichiche fondamentali nella vita di tutti, e non certo solo a specifiche situazioni amorose. Ma si tratta anche e comunque di significati storicamente connotati, e questo aggiunge fascino alla canzone. Sentiamo infatti che Caterina Caselli con la sua voce agra dà voce a quel senso del cambiamento e della possibilità che caratterizza tanta musica degli anni ’60. Si prenda quel verso che dice «chi se ne va che male fa» e lo si riascolti così come è cantato da Caterina Caselli, con la sua voce di allora, ebbene, come non sentire che qui si allude al diritto di andare, di lasciare, di abbandonare la persona fino ad allora amata, di farsi una vita propria? Al diritto di distaccarsi dal passato, qualunque esso sia? E come non sentire che la rivendicazione di questo diritto, benché universalmente valida, era tanto più forte perché a farsene portavoce era la voce di una giovane donna? E tuttavia e anche: come non sentire anche tutto il dolore che quella separazione da una persona che è stata comunque amata porta con sé? La voce di Caterina Caselli, è una voce dolente, dispiaciuta, anche straziata ma ormai decisa, coraggiosa, la voce di qualcuno che non ritorna sui suoi passi. «Si muore un po’ per poter vivere» sarà anche un verso facile, banale, scontato, eppure cantato da lei in quel modo ha una sua forza struggente e memorabile.

Vorrei però insistere su di un punto. Su questa capacità delle canzoni leggere di fare cortocircuito con la vita quotidiana. Lo dico con le parole di Ben Anderson tratte da Recorded Music, Listening Practices and the Immanence of utopia, dove, rifacendosi a Ernst Bloch, scrive che la pratica dell’ascolto di musica leggera «mette in scena la presenza di something else, di something better, il sentimento del non-ancora, che interseca improvvisamente la quotidianità più familiare.» Tale pratica costituisce «un innalzamento e una intensificazione momentanei del nostro senso vitale», senza che tale ricezione preveda che «il mondo sia paused», messo in pausa (come accade con gli ascolti per esempio della cosiddetta musica classica), poiché anzi essa avviene nel bel mezzo della everyday life, la illumina solo per un istante, senza però distinguersi troppo da essa (è proprio questa caratteristica, il nesso tra canzoni e everyday life, che le distingue dalle arie d’opera di cui pure spesso fanno ormai le veci). La mia ipotesi è che le canzoni leggere siano capaci di illuminare le nostre vite perché più di altri testi si dispongono a evocare classi di significato molto larghe a partire da situazioni e esperienze specifiche e anche minime. Valga appunto il caso della canzone di Pallavicini e Caselli, dove parlando del congedo da un amore si sta poi parlando di tanti altri possibili congedi dal passato. Quel che dunque riesce alla canzone leggera è di far cortocircuitare il banale, il quotidiano, il contingente con il generale o se si preferisce con l’esemplare, il proverbiale. Gli esempi potrebbero essere tantissimi; eccone alcuni alla rinfusa: «Una rotonda sul mare, il nostro disco che suona/ vedo gli amici ballare, ma tu non sei qui con me»; «Questo ragazzo della via Gluck,/ si divertiva a giocare con me,/ ma un giorno disse, vado in città,/ e lo diceva mentre piangeva»; «Luci a San Siro di quella sera/ che c’è di strano siamo stati tutti là»; «Marco è dentro a un bar/ non sa cosa farà/ poi c’è qualcuno che trova una moto/ si può andare in città»; «Sara, svegliati è primavera./ Sara, sono le sette e tu devi andare a scuola,/ Sara, prendi tutti i libri e accendi il motorino», ecc.. Ma appunto non si finirebbe mai.
Mi vorrei soffermare solo un poco su Paolo Conte che in questo è stato un maestro del genere, e che lo è anche perché c’è in lui una coscienza metalinguistica di cosa sia una canzone. Si pensi soltanto alla sua Ricostruzione del Mocambo: «Dopo le mie vicissitudini/ oggi ho ripreso con il mio bar/ dopo un periodo di solitudine/ il Mocambo ecco qui tutto in fior/ Ora convivo con un’austriaca,/ abbiamo comperato un tinello marron/ ma la sera tra noi non c’è quasi dialogo/ io parlo male il tedesco, scusa, pardon», ecc.. Come si vede c’è molta quotidianità, il bar Mocambo, il tinello marrone, la convivente austriaca, il curatore silenzioso, il caffè, ecc., eppure tutto questo materiale nella canzone si eleva a significare immediatamente un senso di imbarazzo, di silenzio, di estraneità, di solitudine. Lo stesso bar Mocambo è sì quel certo locale ma è anche e immediatamente tutti i bar del mondo elevati per così dire a luoghi dell’anima. Certo, si dirà che questo va e vieni tra particolare e contingenza da una parte e generalità o universalità dall’altra è tipico di tutta la grande arte moderna, che lavora proprio, come diceva Baudelaire, a trarre l’eterno dall’effimero. È vero sì, solo che le combinazioni di contingente e generale che si danno per esempio nella grande lirica moderna sono ben altrimenti sottili e misteriose. Hanno a che fare con epifanie o illuminazioni di tipo quasi esoterico, per pochi. La canzone è capace di realizzare questi cortocircuiti tra particolare e generale in modo immediato, ‘facile’, è capace di metterle subito alla portata di tutti. Quel che voglio dire è che ascoltando siamo tutti e immediatamente il ragazzo della via Gluck, siamo stati tutti a San Siro a fare all’amore nelle Seicento, siamo stati tutti in una qualche balera o festa a vedere gli amici ballare mentre lei non era più con noi, e sappiamo o sentiamo immediatamente cosa ‘questo’ significa. Mentre è meno scontato cogliere i nessi tra le occasioni esistenziali a cui si riferisce Montale e i significati a cui il poeta in questo modo allude.
Ma per spiegarmi cito ancora Conte che è tornato più volte sul proprietario del Mocambo; ecco per esempio una canzone intitolata Sono qui con te sempre più solo: «Sono qui con te sempre più solo/ sento crescere tutta l’estraneità/ di due messi li in un brutto tinello marron/ Non parlo no, scusa pardon/ Quando parli tu è per giudicar/ e la mia disgrazia per rinfacciar/ siccome so già le banalità che ami tu/ mi chiudo in me sempre di più/ io sono quello che aveva il Mocambo, un piccolo bar/ sempre stato ignorante ma sono un bell’uomo e poi/ so anche trattare sono sempre elegante/ e tu che hai studiato/ disprezzi il mio mondo e anche me/ e mi guardi adesso con la fredda ironia/ mentre mi sto ingegnando e tento una via/ e amara sei sempre di più…» Siamo ancora dalle parti di una contingenza assolutamente quotidiana e insignificante ma che s’innalza subito a significare qualcos’altro. Ed è lo stesso Conte che una volta presentando il brano ha valorizzato questa paradossale congiunzione di particolare e generale: «la canzone è dedicata ad una categoria anzi ad una razza di uomini i quali quasi automaticamente sono descritti anzi qualificati da due fatti, tutt’e due importanti. Il primo è quello di essere proprietari o anche gestori di un bar che si chiama Mocambo, e il secondo, altrettanto importante, è di aver sposato una donna che ha studiato, così che nelle loro storie capita sempre un terzo personaggio, in genere umanissimo, che è il curatore fallimentare.» È difficile dire in modo più buffo ma contemporaneamente vero di questo la combinazione del più trito contingente con il generale. Se vogliamo il generale in questo caso sarebbe la mocambità, proprio come il generale che si può estrarre dalla vicenda di Madame Bovary è il bovarismo. E di cosa ci sta parlando Conte parlandoci del proprietario del Mocambo? Diciamo all’ingrosso di certi uomini di bella presenza e di belle maniere ma anche ingenui e un po’ disarmati davanti a donne che ne sanno più di loro, e in fondo della loro inadeguatezza davanti alla vita, che li vota ad essere impacciati, alla solitudine e all’incomprensione. Ma è importante che lui sia il proprietario del Mocambo, che se ne stia lì con una donna austriaca, in quel brutto tinello marron, e che l’unico tentativo di comunicazione poi fallito lo intraprenda con il suo curatore fallimentare, bevendo insieme a quello un caffè niente male. Ecco, è proprio questa capacità di raccogliere su pezzetti di quotidianità e di dare loro una veste universale, immediatamente accessibile a tutti, che secondo me caratterizza tutto il genere della canzone moderna. E la voce dalla pasta inconfondibile, personalissima, quotidiana, e comunque mai perfetta dell’interprete riesce a veicolarci tanto più e tanto meglio questo senso di una contingenza riscattata, resa appunto perciò tanto più umana, tanto più simile alla nostra.
Basta pochissimo alla canzone per coinvolgerci in destini comuni, per farceli sentire simili al nostro. È per questo che i due versi banali cantati da Caterina Caselli nel mentre si congeda dal suo ragazzo «Arrivederci amore ciao/ le nubi sono già più in là…» possono farsi incontro a chiunque senta che una rottura drammatica con il passato s’è consumata e però nuove possibilità di futuro s’intravvedono… Forse solo la fotografia ha questo potere di estrarre l’universale dall’effimero, ma appunto la fotografia non la puoi citare, portare sempre con te, canticchiare, condividere con gli altri.

Vorrei proprio concludere sottolineando appunto la natura sociale della canzone, la sua capacità di metterci in contatto con noi stessi ma anche con gli altri, e cioè con “lo stormo delle anime” che hanno cantato e canteranno con passione questa o quella canzone leggera. In una parola la canzone induce nella vita dolente e ammaccata di tutti un piccolo momento di festa, un momento di “paradiso comperato a poco prezzo”, mezzo regressivo e mezzo utopico, un po’ autentico un po’ mercificato. Ha scritto una volta Francesco Orlando in Per una teoria freudiana della letteratura: «Nel lungo poema tramandato come classico per millenni, o in una frase pronunciata una volta in privato e che nessuno registra ringraziamo lo stesso tipo di discorso: quello che reca istituzionalmente con sé non soltanto una illuminazione di verità ma anche un barlume di festa.» Ecco, non si può dire meglio di così: quando ci commuoviamo ascoltando o ricordandoci di una bella canzone questo accade: ringraziamo un discorso che ci sottrae per un istante al flusso inarrestabile e informe del tempo, che ci rende un poco più vicini a noi stessi e agli altri, che, anche e soprattutto quando ci commuove e ci fa piangere, ci regala un barlume di festa.

[Prima e seconda parte l’11 e il 12 marzo]

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Significato e bellezza della canzone leggera – di Stefano Brugnolo (prima parte)

brugnolo

Vorrei provare a dire qualcosa sulle canzoni leggere e sull’importanza che esse hanno nelle nostre vite. Mi pare infatti che ci sia perfino qualcosa di misterioso nell’effetto che certe canzoni hanno su di noi. Mi pare inoltre che il rapporto che molti hanno con le canzoni sia poco consapevole: ne consumiamo molte, ne memorizziamo tante, eppure poi ne discutiamo poco in termini seri, problematici. Dico canzoni e mi riferisco a una sorta di canzone ideal-tipica, e cioè a quella che chiamerò, con qualche approssimazione, la canzone leggera, la canzonetta per così dire. Mi astengo dal provare a dare una definizione di questo strano genere musicale, perché nemmeno io ho chiarissime le idee a questo proposito. Mi preme però dire che, almeno in via di principio, la distinguo dalla canzone cosiddetta d’autore, quale è venuta delineandosi a partire dagli anni ’60, sia essa politicamente impegnata o di tipo lirico-autobiografico. Per fare capire cosa intendo riprendo alcune idee di Simon Frith che in Rock and the Politics of Memory distingue tra due modi fondamentali di praticare la canzone, quello pop e quello rock:

C’erano sempre stati cantanti che scrivevano i loro propri pezzi ma non perciò essi erano stati considerati in modo distinto dagli altri. Nessuno aveva mai pensato che la ‘Diana’ di Paul Anka, per esempio, esprimeva la sua propria esperienza se non in termini di cliché così generali che essi potevano valere per chiunque (è questa la qualità essenziale della musica pop). Ciò che Bob Dylan e i suoi successori portarono nel pop, allora, fu la dimensione di autenticità. Quei cantanti sono stati contrapposti ai cantanti pop perché essi scrivevano e cantavano del ‘mondo reale’ – il mondo reale della politica, il mondo reale dei sentimenti personali – e fu questa convenzione di realtà che i cantautori portarono [dal folk] al rock. Le ramificazioni furono immediate. Il modo confessionale dei cantautori, il fascino della loro presunta ‘trasparenza’, introdusse una sorta di moralismo nel rock – imitare una emozione […] divenne un crimine estetico; i musicisti furono giudicati per la loro apertura, la loro onestà, la loro sensibilità. (pp. 66-67)

Ecco, le canzoni che ho in mente sono appunto del tipo di Diana di Paul Anka, e non come quelle di Bob Dylan, Jim Morrison o Jimi Hendrix. Come vedremo subito la distinzione nei fatti non è così netta, ma io ho bisogno di porla perché essa chiama subito in causa il peccato originale (presunto) di ogni canzone leggera: il suo spiccato carattere di merce. Scrive sempre Frith: «mentre il consumismo pop era così sfacciato che i fans del pop non potevano mai dimenticare il loro status di consumatori; i fans del rock, per contrasto, potevano considerare il loro consumo di musica come un atto di solidarietà» (p. 66). In altre parole, i fans del pop volevano solo divertirsi ‘a buon mercato’, quelli del rock si concepivano invece come parte di una comunità dissidente e solidale (si pensi ai grandi happenings degli anni ′60), di una controcultura. Di fatto poi la canzone d’autore è diventata merce al pari della canzone pop, solo che appunto quest’ultima lo è senza alcuna cattiva coscienza, e si direbbe anzi che essa esibisca questo suo carattere di merce da consumare all’istante.
Frith ha in mente l’Inghilterra e l’America ma sia pure all’ingrosso la sua distinzione può funzionare anche per l’Italia. Insomma, per intenderci, io qui mi occuperò di canzoni alla Paoli, Lauzi, Battisti, Mina, piuttosto che alla De André, Guccini, Gaber. Ma anche questa distinzione va presa con le pinze. In realtà, ci sono casi in cui i cosiddetti cantautori, anche quelli più impegnati, hanno poi scritto canzoni che possono a tutti gli effetti essere definite leggere. Per esempio, i pezzi che compongono Storia di un impiegato o La buona novella non funzionano tanto come canzoni leggere, ma La canzone di Marinella o Amore che vieni amore che vai sì. La qualifica di cantautore dunque in sé non comporta nessuna conseguenza decisiva, non dirime la questione.
Prendendo le cose per un altro verso diciamo allora che è (soprattutto) sulla canzone per così dire canticchiabile che mi interessa ragionare. Sulla canzone ‘che portiamo con noi nella vita’. Mi interessa, ripeto, il misterioso e sottile effetto delle canzoni leggere sul nostro mondo interiore. E mi interessa l’uso e magari l’abuso che ne facciamo nella vita quotidiana.
Qui però vale subito la pena chiarire quel che non farò. Non voglio certo considerare le risonanze delle canzoni sul nostro immaginario in chiave strettamente sociologica, bensì propriamente estetica. O meglio: prenderò sì in considerazione l’impatto sociale che hanno le canzoni, ma a partire dal loro statuto estetico. Se è vero infatti che la canzone leggera è più che mai una merce, essa funziona anche come arte: ci emoziona, ci commuove, parla a noi e di noi. E così facendo contraddice e trascende, almeno in parte, la sua natura di merce, che pure contemporaneamente e sfacciatamente esibisce. Ed è anzi questa essenza bifronte o borderline della canzone leggera, questo suo essere merce e arte che mi interessa. Questo suo essere un’arte che si vende e compra, un’arte puttana insomma, ma che spesso si rivela piena di spontaneità e grazia.
Sempre per mettere le mani in avanti, dico altresì che non voglio però nemmeno fingere quel che non è, non voglio cioè assimilare le canzonette alle opere ‘grandi’. Non mi convincono infatti quelli che “cercano a tutti i costi la nobilitazione del singolo autore o cantante, troppo bravo per essere ridotto a canzonettista, oppure [quelli che cercano la nobilitazione] di un intero genere, che viene salvato per via genealogica come una volta facevano i borghesi in cerca di titoli: sembrano normali canzoni, in realtà hanno illustri ascendenze” (Ortoleva, Il secolo dei media, p. 107), ecc. Io credo che bisogna saper cogliere la bellezza delle canzoni rispettando però la loro intrinseca natura ‘leggera’. Le canzoni sono ‘piccole cose’, sono fatte per essere vendute, e dunque per piacere subito, e spesso sfiorano il cattivo gusto da quanto ci appaiono sfacciatamente sentimentali, eppure, nonostante, o forse proprio a causa di questa loro naiveté, (qualche volta) ci impressionano e commuovono.
Intendo perciò distinguermi anche da quelle prospettive così dette neostoricistiche o culturaliste che trattano le canzoni o altri prodotti pop «come puro segno delle appartenenze sociali e delle identità del suo pubblico». Come dice sempre Ortoleva «La canzone viene così degradata a semplice indizio e perde ogni senso proprio» (p. 307). Ed è proprio questo “senso proprio” ad interessarmi.
E voglio infine differenziarmi da quelle impostazioni cosiddette postmoderniste, che spesso si intrecciano con quelle culturaliste, che pregiano certi prodotti dell’industria culturale proprio in quanto e perché sono di serie B. Certo, essi lo fanno in chiave polemica e beffarda verso coloro che credono che esista una serie A, ma lo fanno con una attitudine che in definitiva varia dall’ironia al sussiego, ed è comunque sempre priva di rispetto e di amore per la dignità estetica della canzone. Sia i culturalisti che i postmodernisti sono indifferenti al giudizio di valore delle canzoni. In questo senso intendo difendere le canzoni dai loro cattivi ammiratori, e cioè da coloro che si compiacciono a omologare tutte le canzoni e tutte le espressioni dell’industria culturale, a non distinguere tra canzoni riuscite e canzoni brutte, così come si fa con i generi alti.
Io penso invece che le canzoni, alcune canzoni, veicolino, alla loro maniera, momenti di significato e bellezza, non riducibili alle logiche di classe, dil mercato e dell’ideologia. Penso che anche le canzoni leggere, come la grande arte, tendono a trascendere l’immediatezza e la doxa comune, da cui pure sono per altri versi tanto dipendenti, penso che le più notevoli tra esse tendano ad una qualche forma di universalità, anche se certo si tratta di una trascendenza ‘alla portata di tutti’, il che suona quasi come una contraddizione in termini.
E che provare a trattare questo genere povero o minore in modo serio, ‘appassionato’, sia una scommessa me lo conferma quanto ha scritto Peppino Ortoleva: «Questo punto di vista, che fa della canzone il concentrato delle caratteristiche attribuite all’insieme dei generi “commerciali” di tutti i media, e il più indifeso dei prodotti culturali (proprio a causa della sua programmatica leggerezza), condiziona da sempre qualsiasi discorso in merito: le deprecazioni degli apocalittici come la condiscendenza degli integrati. Prendere sul serio una musica che risulta per definizione “non seria” è in effetti un compito impervio» (pp. 306-307).
Bene, per contribuire un poco a questo “compito impervio” proverò ad applicare alla canzone leggera alcune categorie ricavate dalla teoria della letteratura. Premettendo però subito – ecco un’altra messa di mani in avanti – che l’analisi rigorosa, di tipo per così dire strutturalista, dei testi scritti delle canzoni, quale viene tentata più o meno meritoriamente da molti, non mi paia renda loro onore. E in definitiva non rende loro onore nemmeno l’analisi degli spartiti di quelle canzoni. Per poterne apprezzare la bellezza occorre invece considerarli come dei testi meticci o ibridi. Ad interessarci insomma dovrebbe essere l’effetto totale della canzone. Prendete per esempio una canzone dei Beatles, che ne so, Michelle; ascoltatela, e godete ancora una volta della sua sempre intatta freschezza e bellezza. Adesso, separate i testi dalla musica e analizzatene separatamente i versi e le partiture musicali. Ebbene, diciamolo, per quanto riguarda i versi, si tratta di robetta: «I love you, I love you, I love you/ That’s all I want to say.» E per quanto riguarda la musica, a restarti in mano è un certo giro di accordi melodicamente gradevole, ma niente di più. Da solo, ovviamente, senza quelle parole, cantate da quella voce, accompagnata da quella musica, suonata in quel modo, ecc., non lo ricorderemmo certo. E’ unicamente se considereremo Michelle come una totalità inscindibile, fatta di testo-musica-canto, che potremo renderci conto del suo misterioso fascino. E’ di questo effetto sintetico che si dovrebbe tentare di dare conto.
Questo non vale solo per le canzoni, ma anche per altre forme artistiche performative che sintetizzano più linguaggi. Si prenda il caso di certe gag comiche. Io ho in mente la gag del Sarchiapone che fu un grande sketch di Walter Chiari. Ebbene, di esso esiste anche una versione scritta (ma sarebbe meglio dire tra-scritta) che però non rende minimamente conto della forza comica di tale gag. Solo se assisti alla gag, e sia pure in una versione registrata, ti rendi conto della sua irresistibilità. Certo, meglio ancora sarebbe vederla dal vivo, nell’istante in cui si svolge davanti a noi, dato che diversamente dalle canzoni classiche quella gag non nasceva in uno studio e per essere incisa, ma si improvvisava davanti ad un pubblico. Ma possiamo comunque apprezzarne l’impatto anche ‘in differita’. E questo vale anche per esempio per quella stupenda sequenza del film Totò, Peppino e la malafemmina in cui Totò detta una improbabilissima lettera a Peppino: «Signorina, veniamo noi con questa mia addirvi che, scusate se sono poche, ma settecentomila lire, punto e virgola, noi, noi ci fanno specie ecc.» Certo, anche il testo da solo ci farebbe sorridere, ma comunque è solo se si vede il film che si può arrivare dire che si tratta di un capolavoro assoluto di comicità.
Ebbene, questo può essere detto di tutti i testi di canzoni scorporati dalla loro esecuzione concreta e presentati in pompa magna nelle antologie scolastiche: essi ci fanno lì una ben magra figura. Sono imbarazzanti e ci imbarazzano: possibile che abbiamo amato canzoni che dicono cose tanto naif o anche insulse?
Su questo ritornerò. Diciamo ora che il prototipo di queste arti performative è in fondo la commedia dell’arte. Oggi noi abbiamo i canovacci e così possiamo renderci conto solo in parte dell’effetto che potevano fare quelle performances. Succederebbe qualcosa del genere se in un lontano futuro uno studioso avesse a disposizione solo il testo di Fiori rosa fiori di pesco o solo lo spartito. Non capirebbe certo perché questa canzone sia stata così amata e popolare.
Certo, la canzone, rispetto alla commedia dell’arte, è un’altra cosa, è un prodotto tipico dell’epoca della riproducibilità tecnica. Eppure, io credo che è solo se assumiamo questo punto di vista performativo che possiamo arrivare a dire che quella certa canzone è un capolavoro, e cioè solo se usciamo fuori da una prospettiva esclusivamente testualista. Nel caso della canzone leggera per perfomance possiamo intendere le riproduzioni su supporti audio o anche video che circolano e in cui ci siamo imbattuti tante volte. Sono queste performances, questi ascolti reiterati che ‘fanno testo’.
Scrive Jameson in Reification and Utopia in Mass Culture che la «ricezione della musica pop contemporanea» è diversa dalla ricezione della musica cosiddetta dotta. Mentre noi ci possiamo benissimo ricordare della prima volta in cui abbiamo assistito all’esecuzione di un’opera di Verdi o di una sinfonia di Beethoven, in realtà noi non ascoltiamo mai nessuna di queste canzoni ‘per la prima volta’, bensì «viviamo esposti ad esse nei più diversi tipi di situazioni» e «in queste situazioni, non avrebbe senso cercare di ritrovare un sentimento per il testo musicale ‘originale’, quanto meno per come è stato ascoltato ‘per la prima volta’.» E conclude così: «la cultura di massa ci pone davanti ad un dilemma metodologico che l’abitudine convenzionale di postulare un oggetto stabile di commento o esegesi nella forma di un testo o di un opera originaria è incapace di affrontare.» E arriva addirittura a dire che per i pop songs avrebbe luogo una sorta di «sparizione del referente testuale» (pp. 137-138). Non credo che occorra giungere a questo punto. Accontentiamoci di dire che il tipo di testualità qui in gioco è più diffusa e fluida. Diciamo che il nostro rapporto con Yesterday è fatto di tutte le volte che l’abbiamo concretamente sentita cantare e non di una nostra lettura o ascolto isolato e puro.
E’ importante dirlo perché con altre manifestazioni musicali, anch’esse riproducibili, vale l’opposto. A quanto pare per giudicare della bellezza di una sinfonia o di un quartetto d’archi è al limite sufficiente leggerne la partitura. E comunque sia i musicologi allorché analizzano queste opere si concentrano sul testo e non sulle sue esecuzioni. Con una canzone, no, in definitiva esiste solo quando la senti. La controprova è la seguente: mentre una sinfonia o una aria d’opera può essere eseguita da un numero potenzialmente infinito di esecutori, senza perdere nulla del suo valore originario o ‘assoluto’, questo non vale per la canzone, che di solito si associa soprattutto, se non esclusivamente, ad una certa voce, a ‘quella’ voce. Mina per esempio ha cantato E penso a te o La canzone di Marinella ma ciò non toglie che le due canzoni sono e restano quelle cantate da Battisti e De André. Forse, secondo certi parametri, Mina le canta ‘meglio’ di quei due, non importa, sono le esecuzioni di Battisti e De André che ‘fanno testo’ (d’altra parte non saprei immaginarmi un Battisti o un De André che cantassero una canzone come Se telefonando che invece è assolutamente di Mina e solo sua).
Ora, nessuno direbbe qualcosa del genere delle parti cantate in un’opera. Certo l’interpretazione che la Callas ha dato della Norma è ancora oggi insuperata, ma l’opera di Bellini resta cosa distinta dall’interprete. Insomma, le ‘parti’ di un’opera esistono autonomamente da chi, volta per volta, le canta. Esistono appunto ‘in assoluto’, in un certo senso fuori dal tempo e dallo spazio. Ugualmente si dica che mentre il Borghese gentiluomo di Molière esiste separatamente, autonomamente dalle migliaia di attori che l’hanno interpretato, la gag del Sarchiapone non esiste autonomamente dall’esecuzione o dalle esecuzioni che ne ha dato Walter Chiari. Questo si può dire almeno in parte anche di un’opera border line come quella di Dario Fo: il suo Mistero Buffo esiste ‘debolmente’ in quanto testo scritto, canonico, dato una volta per tutte, esiste ‘fortemente’, invece, esiste in modo pieno, totale come interpretazione dell’attore Dario Fo (non a caso le altre interpretazioni che pure si sono date risultano quasi sempre imitazioni dell’esecuzione di Dario Fo). Non sto certo dicendo che non si diano casi in cui quei testi vengono interpretati originalmente da altri, sto solo dicendo che di solito essi entrano nel nostro canone in quel modo: il Mistero buffo-di-Dario Fo, la Marinella-di-De André, la Michelle-dei-Beatles, ecc.
Se vogliamo, è una specie di limite perché lega il valore di un testo al suo interprete e alla sua esecuzione di quel testo, ma d’altra parte si tratta anche di un privilegio: proprio perché lega quella certa canzone ad un corpo, ad una presenza fisica, ad una certa esecuzione, alla grana di una voce irripetibile, ad un profumo d’epoca. Quel che voglio dire è che dobbiamo saper apprezzare e valutare in modo adeguato le arti legate alla presenza, al corpo dell’esecutore, all’hic et nunc della perfomance. Se le trattiamo in un altro modo, se le astraiamo dall’esecutore e dalle sue esecuzioni paradigmatiche, manchiamo l’obiettivo. Do ancora la parola a Ortoleva: «il cantante non ‘presta’ la sua voce a un personaggio, come in fondo facevano e fanno i cantanti lirici, anche i più divi; la voce si appropria delle parole e della musica, ne fa la diretta prosecuzione di una personalità», che poi a sua volta si identifica con quella certa voce “inconfondibile”, dove sempre meno l’inconfondibilità ha a che fare con una astratta perfezione o potenza, e sempre di più ha a che fare con aspetti personali, scabri, sporchi, ai limiti della sgradevolezza (si pensi alle voci di Battisti, di De André, di Conte, ma anche di Bob Dylan).
E questo resta vero anche per i testi teatrali che sono sì più che mai legati alla loro esecuzione, ma che comunque possono e in definitiva devono essere fruiti anche solo come testi scritti, non fosse altro per provare a distinguere tra interpretazioni calzanti e meno. Al di là di quel che pensano certi teorici secondo cui esistono tanti testi di Amleto quante esecuzioni se ne danno, di fatto resta vero che nessuno di noi collega ‘una volta per tutte’ Pirandello o Shakespeare ad alcuni loro grandi interpreti. Quelle esecuzioni possono anche costringerci a riconsiderare il testo da un‘altra angolatura, dandocene una versione originale, possono addirittura indurci a pensare che essi ce ne rivelino l’essenza, ma restano distinte, separate dal testo originario. Ripeto: nel caso della canzone cosiddetta leggera, invece l’esecuzione letteralmente ‘fa essere’ la canzone, che dunque si dà come un tutto inscindibile: testo-musica-voce. Si possono caso mai dare re-interpretazioni di interpretazioni o performances canoniche, ma non ha senso riferirsi a testi che precedono ogni interpretazione: la Yesterday-cantata-da-Sinatra è per esempio una re-interpretazione della Yesterday-cantata-dai-Beatles. Per ribadire ancora una volta che volere analizzare una canzone leggera alla maniera strutturalista, e cioè volerne fare una explication de texte, non può che essere un’impresa volta al fallimento. Quelle analisi ipostatizzano il testo, lo trattano come un oggetto fisso, chiuso, perfetto in sé, precedente ogni possibile voce che lo interpreti
Prendiamo per esempio certe canzoni di Battisti. Ebbene, la loro forza molto deve a quella voce esile, quasi afona, adolescenziale che era la sua, che tra l’altro profuma intensamente d’epoca, di anni ’60, per intenderci. Come già dicevo, le re-interpretazioni che dà Mina di quelle canzoni sono molto più piene e rotonde, sono a loro modo più perfette, ma sono comunque un’altra cosa, e direi quasi un’altra canzone. Vale lo stesso per la Yesterday di Sinatra rispetto alla Yesterday dei Beatles. Il musicologo Sergio Durante, ha autorevolmente scritto in un saggio intitolato Il caso Battisti (che fa eco ironica al Caso Wagner di Nietzsche): «Se esiste un tratto unificante del repertorio di Battisti (il che, in senso assoluto, non sarebbe necessario al prodotto musicale) questo è rappresentato dalla particolare ‘grana’ della voce di Battisti, il che non è poco, ma rappresenta un modo di identificazione rispetto al quale l’aspetto sintattico-compositivo è secondario.» Di altri prodotti musicali in effetti “non è necessario” dire che a caratterizzarli essenzialmente è la grana della voce degli esecutori, e anzi dirlo risulterebbe incongruo; e men che meno è necessario dire, di questi altri generi, che ci si identifica con quella voce piuttosto che con la composizione; ma della canzone leggera sì, forse si può e deve dire che la grana della voce è un carattere assolutamente necessario a definirla, un carattere decisivo per garantire l’identificazione originaria con il testo. Fino al punto limite, ma poi non tanto, che noi possiamo benissimo non comprendere il testo, o comprenderlo poco, senza per questo mancarne il senso. La fortuna planetaria di certe canzoni cantate in inglese lo dimostra. A farsi letteralmente veicolo di senso è soprattutto la voce, la voce in sé. E cioè al di là del senso esatto delle parole che quella voce canta. Altrimenti non si spiega l’effetto potente che possono avere anche su persone che non sanno la lingua.
Il caso delle canzoni di Dylan è probante: le sue canzoni sono anche e soprattutto la sua voce, e la sua voce, modulata in tanti modi, comunica, evoca, suggerisce cose anche a chi non sa l’inglese. Ma prendiamo adesso il caso della canzone Blue Valentines, scritta e canta da Tom Waits, con la sua voce ‘rovinata’. Ora, ogni volta che l’ascolto mi emoziono, e anche se di fatto non ci capisco quasi niente. Quell’impasto di voce e suono agisce profondamente su di me. Provo a dire in modo del tutto empirico cosa mi comunica. Comunica qualcosa di desolato e struggente direi, qualcosa che ha a che fare con l’amore, con i ricordi, con l’amarezza e la nostalgia per quanto si è perduto o non si è fatto o detto. Per tanto tempo ho pensato che valentines fosse il nome di una donna, Valentine, e invece no, quando sono andato a leggermi il testo, ho scoperto che sono biglietti di San Valentino, e a quanto pare sono biglietti che lei gli scrive ancora a distanza di tanto tempo «from Philadelphia/ To mark the anniversary/ Of someone that I used to be.» Devo dire che questi tre versi sono davvero belli e dunque sono pronto a riconoscere che chi li comprende va più a fondo, ma devo anche dire che chi non li comprende realizza comunque “il senso della cosa”, e che lo fa proprio e soprattutto identificandosi con la voce del cantante, quel senso che una ammiratrice di Waits intervenendo in un sito riassume così: «this song is just about running away from the memories that you’ve shared with another; its about how they haunt you with feelings of remorse and guilt and feeling like you owe something in compensation; baby just let me go.» Che non so, ma mi pare qualcosa che un ascoltatore in buona sostanza realizza anche senza capire la lettera del testo. Certo, qualcosa del genere avviene per qualsiasi esecuzione musicale (di arie d’opera, di romanze, di lieder, ecc.) e tuttavia mai come nella canzone leggera, dove appunto la componente performativa costituisce in definitiva l’essenza del genere.
Questo per ribadire ancora una volta che qualsiasi approccio di tipo strutturalista alle canzoni, che fa a pezzettini testi o partiture per cercare di afferrare il senso essenziale del brano, estrae e astrae la canzone dalla sua realtà fisica concreta, per così dire la ‘disincarna’, quando invece dovrebbe disporsi a trattarla come qualcosa di eminentemente ‘incarnato’.
E qui vale la pena di anticipare su quanto dirò dopo: l’universalità di certe canzoni ha a che fare proprio con questa loro natura incarnata, soprattutto vocale. Esse incarnano un’epoca, uno stile, un mood, in un modo molto più pregnante di altri prodotti. Pur essendo opere concepite in regime di riproducibilità hanno una loro aura e questa loro aura deve molto proprio a questo: non mirano a stare fuori del tempo, sono anzi cariche di tempo, di storia, di memoria. Credo che Proust nel suo Elogio della cattiva musica intendesse qualcosa del genere quando scriveva così: «Detestate la cattiva musica, non disprezzatela. Dal momento che la si suona e la si canta ben di più, e ben più appassionatamente, di quella buona, ben di più di quella buona si è riempita a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini. Consideratela per questo degna di venerazione.» Lasciamo perdere per ora l’etichetta di ‘cattiva musica’ e prendiamola come sinonimo di musica leggera, intesa alla nostra maniera. Ecco, è come se certe canzoni echeggiassero dei sogni e delle lacrime di coloro per cui fu originariamente scritta.
Generalizzando potremmo trarre queste conclusioni: se esistono testi che tendono a rendersi autonomi e quasi autosufficienti dal loro contesto d’epoca (e si vorrebbe quasi dire che più un testo è grande è più tende a trascendere tale contesto), ne esistono altri che lo evocano immediatamente, che ne sono come impregnati. Se per esempio recito i versi dell’Infinito di Leopardi non sento più che tanto che si tratta di primo Ottocento, sono versi assoluti, fuori dal tempo, e dunque ‘sempre attuali’. E questo vale anche se intoniamo un’aria di Puccini: «Un bel dì, vedremo/ levarsi un fil di fumo sull’estremo/ confin del mare./E poi la nave appare/ E poi la nave è bianca… ecc.» Certo, si dirà, i versi di Giacosa e Illica sono molto d’epoca, è vero, ma la loro desuetudine è evidente e intenzionale, quasi obbligatoria, serviva e serve ad accentuare gli aspetti antirealistici di un genere dove i sentimenti estremi di cui sono preda i personaggi non vengono espressi con un linguaggio corrente, ma con un linguaggio ‘fuori dal tempo’, e che proprio perciò è sempre attuale. Diverso è il caso delle canzoni dove la polvere del tempo si deposita effettivamente sulle parole, la musica, la voce. Se io, per intenderci, ascolto o anche mi metto a canticchiare Parlami d’amore Mariù, o Noi siam come le lucciole non posso non sentire che profumano intensamente di anni ’30, che sono terribilmente e amabilmente demodé, che grondano delle lacrime e del sogno degli uomini e delle donne che allora le amarono. Se invece mi metto a recitare dei versi di Montale, scritti nello stesso giro d’anni, e per esempio questi: «Tu non ricordi la casa dei doganieri/ sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:/ desolata t’attende dalla sera/ in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri/ e vi sostò irrequieto», ebbene, al di là del loro valore estetico, sento molto di meno che sono thirties. E sento molto di meno le emozioni di coloro che allora li amarono e recitarono. O forse non le sento affatto. In un certo senso sono versi fuori dal tempo. Ha scritto Gadamer a proposito dei classici: «ciò che si è fissato per iscritto s’è ormai liberato definitivamente dalla contingenza delle proprie origini» (Verità e metodo, pp. 454-55). Vero, ma appunto questo vale per le opere definitivamente fissate in un testo, quali le canzoni non sono, essendo che appunto esse «non si liberano mai del tutto della loro origine.» In termini assoluti si potrebbe dire che questa minore autosufficienza testuale rende la canzone un oggetto estetico più fragile e labile, meno afferrabile, e tuttavia paradossalmente consiste proprio in questa sua volatilità una delle ragioni decisive del suo fascino, della sua amabilità. E si direbbe che questo vale in generale per tutti quei testi che sono assolutamente servi del loro tempo e che quando lo trascendono lo fanno sempre e solo ricordandoci questa loro appartenenza. Per esempio, alcuni Caroselli ci risultano a tutt’oggi piacevoli e divertenti anche quando non sappiamo più nulla o quasi delle marche che propagandavano: parte consistente del loro valore consiste proprio in questo loro intenso colore d’epoca, in questo loro essere impregnati di anni ’60, e cioè delle speranze, illusioni, credulità di quell’epoca. Hanno perso la loro carica aggressiva, legata alla volontà di propagandare quei certi prodotti, e adesso possiamo apprezzare e godere la loro ingenua ma persistente forza utopica. Perché da qualche parte era più che mai vero allora, ed è ancora vero oggi, che le lavatrici, le lavastoviglie, o i pannolini o i dentifrici hanno reso più vivibili e degne di essere vissute le nostre vite. Ed è proprio quando quei Caroselli sanno intercettare quelle ingenue utopie che ci piacciono e divertono ancora a distanza di tempo. Vederli è anche e sempre ricordarsi di ‘come eravamo’, e anche di come avremmo potuto essere, e questo vale anche per chi allora non era nato. Ma tornando al confronto tra testi memorizzabili, diciamo che si danno due tipi di memorizzazione diversa: mentre un testo poetico (e/o musicale) ‘alto’ implica almeno in linea di principio una memorizzazione molto corretta e filologica, la canzone è fatta per essere canticchiata, fischiettata, spezzettata, adattata, al limite stonata, storpiata. E per rendersene conto si prenda proprio l’esempio di come in un carosello tardo il giovanissimo fornaio Ninetto Davoli se ne andava in giro in bicicletta per una Roma deserta e antelucana cantando a squarciagola, fischiando e storpiando «Tu mi fai girar tu mi fai girar come fossi una bambola…» È una sorta di esemplificazione memorabile del tipo di ricezione e memorizzazione tipico delle canzoni leggere. E si consideri tra l’altro che Davoli si sgola per cantare una canzone il cui testo dà voce al lamento di una donna contro il suo uomo. Come a dire che le canzoni sono a disposizione di tutti, e che un maschio può identificarsi benissimo nel lamento di una donna. Se infatti è vero che la canzone si lega originariamente ad una certa inconfondibile esecuzione e voce, che si costituisce dunque come una sorta di referente testuale, è altrettanto vero che essa si dispone ad essere poi ripresa non tanto e soltanto da altri pochi interpreti autorevoli, bensì da una pluralità virtualmente infinita di esecutori, e cioè potenzialmente da ‘tutti noi’. Una canzone non richiede e anzi esclude un atteggiamento sacrale da parte di chi ‘la usa’. Altrimenti detto: la canzone cosiddetta leggera non è, o non dovrebbe essere un oggetto mentale ingombrante, non dovrebbe caratterizzarsi in senso verticale per così dire, come è tipico di espressioni che fanno il vuoto intorno a loro, che richiedono concentrazione e silenzio per essere eseguite o fruite; essa invece può e deve essere consumata nei momenti più impensati, in mezzo al rumore della vita. E io direi anzi che della sua eventuale bellezza fa parte proprio la sua portabilità e adattabilità, la sua disponibilità ad essere ‘usata e gettata’ (e qui ritorna il carattere intrinseco di merce della canzone, che però diventa un suo punto di forza allorché viene consapevolmente sfruttato, proprio per enfatizzare questi suoi tratti tutti moderni di fugacità; come se fosse proprio la canzone a dirci ‘sono solo una canzone…’).

Seconda parte il 12 marzo.