Bruno Galluccio

Maria Borio, L’altro limite

Maria Borio, L’altro limite, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 76, € 13,00

La poesia di Mario Borio, dell’ultima raccolta edita da Lietocolle di cui ci occupiamo oggi, è una poesia che resta dentro la dimensione della densità, ossia della pregnanza di significati, in grado anche di addensare o ‘rendere fitta’ la trama che lega tra loro gli stessi. Programmaticamente l’autrice stabilisce una struttura non flessibile, anzi: ne riconosciamo l’impalcatura e, in seguito, la forma finita mano a mano che leggiamo; tentiamo, da lettori, di entrare in questa casa-poesia, di osservarne le fondamenta, lo scheletro e solo infine vediamo la casa stessa. L’invito è della poeta (p. 18):

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,
statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini
nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete
io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.

L’addensamento procede proprio tra parola, corpo e luogo; e prosegue così:

L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello
e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera
guardate una parola come un piede di bambino
appoggiato alla mano della madre, quella mano
alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada
e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede
che non vedete, anche nelle immagini
disordinate nell’etere sempre vi seguo,
un aereo silenzioso che rientra nell’hangar
o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,
la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.
Con i pensieri come unghie lego vite
disunite a schermo.

«L’altro limite» non è «solo l’immagine» suggerita dal tu ma sarebbe anche l’immagine dell’immagine dell’altro. La persuasione (del tu) di avere controllo sulle proiezioni che si hanno dell’altro; la necessità (dell’io) di un rovesciamento, di una cancellazione per ‘fare’ dello scrivere il nuovo centro focale da cui osservare la nascita della poesia. Questa nascita avviene, secondo la poeta, nel corpo; non nella forma-corpo ma nel corpo come (sempre) impalcatura da cui tutto nasce.
Diversa la sintassi, diverso è anche l’esito poetico per autori che utilizzano non la metafora della casa-spazio quanto lo spazio della casa come luogo poetico, con le appendici che diventano integralmente struttura; urbanesimo, paesaggio naturale e città, radunati insieme diventano testo. Questo è segno che alcune voci contemporanee si leggono e si influenzano a vicenda. Parlo, in relazione a Borio − come mi è già capitato di affermare per gli stessi che vado a citare − della poesia di Davide Valecchi, di Simone di Biasio e soprattutto di Carmen Gallo. In quest’ultima mi pare che il procedere (e la misura) siano diverse dalla forma del verso lunga che notiamo in Borio, ma che tematicamente vi siano forti affinità, a segnalare una congiunzione. (altro…)

Utopia fuggiasca, Federica Giordano (di Enzo Rega)

varini-681x1030

 

Iniziando a parlare del libro di Federica Giordano, Utopia fuggiasca, Marco Saya Edizioni, 2016, è il caso di cominciare dal titolo e dalla copertina. Dunque, il titolo: Utopia fuggiasca. È solo la terza e ultima sezione del libro a intitolarsi Utopie. Ma se poi il libro tutto riceve questo titolo, vuol dire che per l’autrice la questione è cruciale, nel suo libro, nella sua poesia, nella sua vita. Possiamo dire che la letteratura, e la poesia in primis, è sempre “utopia”, e che l’utopia, come qualcosa che non si raggiunge e non si realizza mai pienamente, è sempre fuggiasca, fuggente, sfuggente. Chi scrive (ma anche chi legge, e attraverso ciò che legge) si protende tra il qui e ora e l’altrove, tra i reperti – sia detto in senso psicologico-psicoanalitico – della propria quotidianità, che cerca di comprendere, e un mondo altro, inteso sia in senso esistenziale che in senso altamente politico, che tenta di prefigurare. Una possibilità altra, un mondo migliore. Utopia, è vero, già nel titolo della celebre opera di Tommaso Moro, è costruzione dal greco ou, cioè non, e topos, luogo: quindi il non-luogo che non esiste. Ma in inglese si gioca con l’omofonia, costruendo il termine con eu, buono, e topos, luogo: in inglese si pronunciano allo stesso modo, ottenendo una polisemanticità che sta quindi a significare: un luogo buono che non c’è; che non c’è ancora, possiamo aggiungere, ma al quale i nostri sforzi potrebbero farci approssimare. Il poeta, e quindi Federica Giordano, e quindi questo libro, stanno tra il qui e l’altrove: tensione tra concreto/astratto che, come nota Bruno Galluccio nella sua prefazione, è ben rappresentato dall’illustrazione di copertina di Riccardo Varini: radici in basso e, dopo una sospensione che in linguaggio matematico oltre che in quello letterario potrebbe essere rappresentato dai puntini, i rami che si protendono verso l’alto, verso un sole, la cui luce è indispensabile per la vita, un sole che non verrà mai raggiunto: ma senza questa tensione/tentativo non ci si muoverebbe, non si crescerebbe.

Una lunga premessa che però credo serva a cogliere il senso della poesia, e l’intentio, di Federica Giordano. Ecco, semplificando, la prima sezione, Luoghi bianchi, è il qui, il concreto, il reperto anche spesso geograficamente localizzato, una geografia non solo orizzontale, ma anche verticale che va in profondità per gli echi che suscita. Luoghi: appunto, per dirla in greco, topoi. Sono luoghi bianchi, forse perché puri, incontaminati. Infatti, nel testo d’apertura, che dà il titolo alla sezione, leggiamo: “Pochi i luoghi dove non nidifica il ribrezzo: / gli occhi del cavallo – ossi di nespola / il pianoforte e la scordatura avorio, / il sorriso alla sconosciuta. / Il volo del nibbio sulle case, la giornata lenta di Morano”. Dove “luogo” non indica solo il “posto”, uno spazio fisico, ma anche un luogo della mente, nel senso che può avere l’espressione che troviamo a volte in coda a qualche volume e che recita “indice dei luoghi”: ovvero i temi, le tematiche trattate. Ed ecco altri luoghi, concreti e astratti allo stesso tempo, come Ercolano, Pompei, Il teatro di Miseno, Cuma che, pur visitabili qui e ora, si ripresentano nell’eterno ritorno del mito, come diceva René Girard. Anche luoghi più prossimi nel tempo, come il Petraio a Napoli, che potremmo consumare nella distratta quotidianità attuale, si trasfigurano nella luce del mito e della storia: “Luce gialla sul Petraio, / Gatto-Anubi impietrito sulle scale. // Giù dal porto brulica una confusione turca. // Il Mediterraneo intrappolato nei suoi occhi, / una scossa talentuosa e criminale”. Il toponimo “Petraio”, rafforzato dall’assonanza creata con l’aggettivo “impietrito”, ci richiama più cose: da un lato, la concretezza materiale del riferimento e il radicamento alla terra, dall’altro le pietre, intrise di storia e mito, delle stesse città di Ercolano e Pompei. Per quest’ultima, per fare un esempio, leggiamo: Quella pietra longilinea / è risveglio di madre antica”, in cui troviamo il tutto conciliato nell’immagine della madre-terra come origine. La chiusa di Ercolano parla di una “corolla avvelenata / che ha nome memoria”. Questo sentimento originario è racchiuso anche nei versi dedicati a una regione italiana interna, ma nello stesso tempo con affaccio sul mare: “La Basilicata è tutta un timore di mandria che perturba il silenzio. / Primitivo e perentorio il canto corale delle pietre”; una Basilicata bucolica e mitologica insieme che ci ricorda Leonardo Sinisgalli. Sulle ciglia fatte navigli, siamo portati all’altro capo del mediterraneo, a Istanbul, nell’incontro di Europa e Bosforo con versi che hanno cadenza ieratica accentuata dalla spaziatura che tra verso e verso interpola uno spazio bianco e un respiro trattenuto: “Con gli occhi neri e scavatori / guardasti tutto ciò che dentro di me era Europa, / per te è stato niente, una delle onde del Bosforo, / le tue ciglia lunghe navigli”.

Un’utopia che dunque guarda anche al passato, un passato che, rivissuto nella memoria storica, diventa acronico non luogo, un non luogo senza tempo, e perciò eterno, e perciò futuro. È il modo con il quale viene reinterpretata la figura di Ifigenia, sacrificata per propiziarsi la conquista di Troia. Nella seconda sezione, infatti, intitolata appunto Ifigenia siamo noi, la giovane greca incarna tutte le donne, madri sorelle mogli figlie, che lottano per la libertà in qualunque tempo della storia e in qualunque luogo della terra. Con il loro sacrificio, come scriveva Giuseppe Vetromile, introducendo l’antologia a più voci femminili Ifigenia siamo noi (Scuderi editrice, Avellino 2014), in cui originariamente è comparso questo gruppo di poesie di Federica, sono le donne che con il loro ‘sacrificio’ (il sottotitolo di questa sezione è infatti “poesie-sacrificio”) trasformano la civiltà e la storia: un’utopia fuggiasca che si va realizzando spostando continuamente avanti il proprio traguardo. E scrive Federica: “Scegli Ifigenia, / scegli in questo tempo di non morire. / Scegli e conserva il neo sul viso, / scavalca la vicenda”, dove proprio lo scavalcare la vicenda c’indica la progressione del progetto utopico, espressione che chiude anche il testo della pagina precedente. E nel testo che chiude la sezione viene seguito il ciclo di vita di una bambina che diventa donna e poi vecchia nel senso anche di una ciclicità vitale ritornante. Il “pugno chiuso” dell’età che s’incontrano e intrecciano compare anche dopo.

La vita nuova, la vita che si rinnova, ritorna infatti anche nell’ultima sezione Utopie. Così l’autrice registra e ascolta la vita che cresce nel suo grembo: “La bimba si muove inascoltata / nel mondo dei suoni d’acqua. // Non misura la terra / e il suo tempo enorme. // Lei pensa che il suo calcio /giunga fino a te / ed è vero”. Questa nuova vita imprigiona, come in un attimo di eterna sospensione “il tempo nel pugno”. E infatti la madre invita la bambina a restare “ancora per un po’ / dentro il suo giocattolo”, in un tempo prima del tempo, denso di tutte le possibilità future: il grembo materno come non luogo, come utopia. La gravidanza diventa dunque una danza (pro)creazione: per la procreazione appunto come creazione di nuove vite per poi “costruire case, costruire destini, / costruire sulla carogna del caso”.

In questa raccolta la poesia di Federica giunge a una nuova maturità, una poesia a levare, a ripulire, per lasciare ciò che è necessario. Ecco dunque testi molto brevi, pur affianco a composizioni più lunghe, in una varietà di toni tenuti insieme da una voce unitaria e riconoscibile. Opportunamente osserva Galluccio nella prefazione: “è poesia restia ad abbellimenti superflui, si muove sul filo di una tagliente essenzialità per un’esigenza etica di responsabilità della parola poetica e di ascolto del respiro profondo e ciclico della vita; vi prevale calma e lentezza, la concretezza e la nettezza delle immagini, e gli elementi ritmico-sonori costituiscono parte non secondaria nella costruzione dell’armonia compositiva delle immagini e il senso della costruzione in uno spazio-volume”. Nel rapporto parola-silenzio Galluccio opportunamente individua l’influenza di un Paul Celan. Ma nell’utopia retroattiva, che cioè guarda al passato, e al viaggio come ritorno, vi si può ritrovare, intenzionale o meno, l’impronta di un Hӧlderlin. Già nella prima sezione leggiamo di un ritorno, in versi non a caso più distesi del solito, come a raccogliere e riabbracciare quanto lasciato, e con l’interpolazione di un termine dialettale napoletano con forte valore connotativo: “Durante la mia assenza resta immutato il lavorio provinciale. / Sotto le nocelle tutto prosegue, ignorante e in sordina. / Si distinguono gli odori dei fiori, le ormai abituali allergie / e costruzioni mostruose che non finiscono, non fanno presa / tra questi contadini che aspettano la festa. / Nella testa torna un’infanzia intera e non capisco quale parte di / me sia bugiarda”. Un ritorno che, circolarmente unisce la terra dei “ragazzi di Germania” (un testo quasi in chiusura), la nuova patria culturale della germanista Giordano, con la terra dell’infanzia di Federica. Anche questa una, tutta personale, “utopia” in un non luogo che tutti i luoghi raccolga. E dove “festa” e “testa” rimano insieme.

Enzo Rega

Premio nazionale di poesia AOROS

castello

PREMIO NAZIONALE DI POESIA

AOROS – VALERIO CASTIELLO 2017

  1. È indetta la prima edizione del premio di poesia nazionale Aoros – Valerio Castiello. Il premio, organizzato dall’associazione Aoros – Valerionelcuore, intende valorizzare la ricerca letteraria, con particolare attenzione all’originalità della sperimentazione poetica e con l’intento di promuovere le nuove voci del panorama poetico italiano.

  1. Per l’edizione 2017 il premio si articola in due sezioni:
  2. A) Poesia edita – alla prima sezione si concorre con opere di poesia pubblicate in Italia dal 1° gennaio 2015. Le opere vanno spedite in 6 (sei) copie all’indirizzo postale della segreteria del premio, unitamente alla scheda di partecipazione compilata dall’autore e alla copia della ricevuta di versamento della quota di iscrizione. È gradito, ma non obbligatorio, l’invio di una copia in formato PDF all’indirizzo email della segreteria.
  3. B) Poesia inedita – alla seconda sezione del premio si concorre con una raccolta poetica inedita non inferiore ai 750 versi complessivi, ad opera di un poeta o una poetessa che alla data del 30 aprile 2017 non abbia ancora compiuto 35 anni. L’invio va effettuato in formato PDF a mezzo email all’indirizzo della segreteria del premio, unitamente alla scheda di partecipazione (sul modello di quella allegata in fondo al presente bando) debitamente compilata e alla scansione della ricevuta del versamento della quota di iscrizione.

  1. Il termine di consegna è fissato per il 30 aprile 2017 (non fa fede il timbro postale). Le opere inviate non saranno restituite. È possibile partecipare unitamente ad entrambe le sezioni del premio. Ai fini della partecipazione è richiesta l’iscrizione all’associazione del costo di € 25,00 – da versare su conto corrente postale 001033451558 oppure tramite bonifico bancario su Iban IT33L0760115000001033451558 intestato ad Associazione Aoros ValerioNelCuore, indicando nella causale “Contributo quota associativa”. La quota resta immutata anche in caso di partecipazione a entrambe le sezioni del premio.

  1. La giuria è composta da: Sara Bilotti (scrittrice), Maria Teresa Caporaso (presidentessa dell’associazione Aoros, Segretaria), Cinzia Caputo (poetessa), Bruno Galluccio (poeta), Ketti Martino (poetessa), Angelo Petrella (scrittore e poeta, Presidente).

La giuria decreterà entro il 15 maggio 2017 una rosa di tre finalisti per ciascuna sezione. Il vincitore assoluto verrà reso noto entro il 1° giugno e premiato in una manifestazione che si terrà nello stesso mese a Napoli (data e luogo da stabilirsi). Ogni informazioni verrà comunicata sulla pagina facebook del premio.

Premi

Poesia edita. Al vincitore verrà assegnato un premio di € 1500,00

Poesia inedita. Al vincitore verrà assegnato un premio di € 500,00 oppure, a sua scelta, la pubblicazione nella collana Liquid delle edizioni Ad est dell’equatore.

Al secondo e terzo classificato di ciascuna sezione verrà offerta in premio un’opera visiva dell’artista X-Max.

Segreteria Premio Aoros – Valerio Castiello 2017

via Petrarca 93 (pal. 15) 80122 – Napoli

http://www.facebook.com/premioaoros

premioaoros@gmail.com

La poesia al tempo del vino e delle rose

10363130_1676909782549494_7511350881587485816_n

“La poesia al tempo del vino e delle rose”

al Caffè Letterario

Piazza Dante 44/45 – Napoli
ore 17,30

Rassegna a cura di Bruno Galluccio
co-organizzatrice Rosanna Bazzano

Rassegna inaugurata il 10 febbraio con un reading di Ariele D’Ambrosio, Bernardo De Luca, Costanzo Ioni, Wanda Marasco, Ketty Martino; proseguita il 24 febbraio con l’incontro con Monia Gaita.

Questi i prossimi appuntamenti:

9 marzo: Marco Aragno presenta il suo Terra di mezzo (Raffaelli), a colloquio con lui Carmen Gallo

Raffaele Rizzo presenta Il labirinto aperto (Ad est dell’equatore), a colloquio con lui Vincenzo Villarosa

.

16 marzo: Donatella Bisutti

23 marzo: Francesco Filia presenta La zona rossa (Il Laboratorio), a colloquio con lui Viola Amarelli
– letture introduttive di altri due poeti

8 aprile: Marisa Papa e Daniele Piccini

20 aprile: Giovanna Marmo e Carmen Gallo

4 maggio: Carlangelo Mauro e Alberto Di Palma

18 maggio: Mario De Santis

20 maggio: Cinzia Demi

1 giugno: Claudio Damiani e Antonietta Gnerre

15 giugno: Monica Martinelli

In date ancora da definirsi interverranno Antonella Anedda e Morten Søndergaard.

Il giorno 21 marzo si svolgerà un Poetry Slam.

In alcuni appuntamenti alla presentazione del libro si aggiungeranno letture di altri due poeti.

Il programma potrà subire alcune modifiche in itinere.

https://www.facebook.com/iltempodelvinoedellerose/

Bruno Galluccio: La misura dello zero (saggio di Mario De Santis)

la misura dello zero

Bruno Galluccio: La misura dello zero (saggio di Mario De Santis)

Le nuove scoperte della scienza stanno cambiando in modo radicale le categorie e le forme di percezione di ciò che reputiamo vero mutando anche postulati che abbiamo interiorizzato quasi in modo da sentirli come “naturali”, tra questi lo spazio e il tempo, la forma della coscienza, la natura dei sentimenti, legata a dinamiche neuronali, la materia e la sua consistenza di particelle infinitesimali che fanno quasi parlare di invisibilità.
Per molti motivi, tradizionalismo o semplice pigrizia o per non produrre testi troppo impegnativi per i lettori, puntando a un pubblico largo e medio, è raro trovare autori capaci di tradurre in riflessione letteraria, in forma e linguaggio, il senso di queste conquiste, le mutazioni di parametri di interpretazione e visione della realtà che introducono – la letteratura non dovrebbe essere proprio questo? Forma capace di essere domanda sul mondo.
Tra le eccezioni, c’è la poesia dove si continua a pensare in termini di ricerca anche dentro la sfera della lirica. E nella poesia contemporanea italiana brilla il lavoro di Bruno Galluccio che già nel precedente Verticali e in modo ancora più compiuto in questo La misura dello zero sempre per Einaudi, lo ha fatto con risultati notevoli, anche mettendo a frutto la sua formazione personale e individuale, di poeta con  quella dello scienziato, quale è. Sperimentazione in questo caso vuol dire rivedere i presupposti della forma della lirica, procedere verso un adeguamento attraverso la lingua della poesia a dire il mutato posizionamento di conoscenza del mondo e di forma della coscienza.
Bruno Galluccio è un fisico di formazione; come tale ha a lungo lavorato in questo campo, sa bene che solo la formula matematica dà conto compiuto ed esatto della materia, della sua misura. Impossibile “tradurre”. Ma, come è accaduto con la fisica ad inizio del ’900, o con l’innovazione gnoseologica portata dal lavoro di filosofi all’interno del linguaggio (Freud, De Saussure, Wittgenstein, ecc.) la poesia può guardare  a quelle esperienze di conoscenza come un rispecchiamento binario da cui trarre idee del mondo.
Del resto la  fisica molecolare oggi è capace di stravolgere i nostri parametri in modo radicale: è realistica quando scardina la “realtà”, quella che abbiamo (crediamo di avere) sotto in ostri occhi, con conclusioni, scoperte o ipotesi che prima sembravano appartenere al territorio dell’irreale. Siamo abituati dai paradossi logici e linguistici, dell’arte e della letteratura  (“ceci n’est pas une pipe”) ma stavolta non è il surrealismo, Magritte o Duchamp, o la filosofia, ma è di fatto la scienza a ridare dunque respiro alla poesia.
(altro…)

La misura dello zero. Bruno Galluccio

la misura dello zero

La poesia di Bruno Galluccio è una ricerca linguistica e concettuale che coniuga l’episteme scientifica con il dettato poetico. Anche nel suo secondo libro, Misura dello zero − Einaudi, 2015, € 12,50, pp. 138 − di cui riportiamo alcuni estratti, come nel libro d’esordio Verticali, vi è l’intuizione che il vedere scientifico e il vedere poetico hanno un’origine comune. Entrambi nascono da un confronto essenziale con l’enigma dell’universo e se nella storia dell’uomo questi due saperi si sono divaricati, nell’epoca attuale, in cui i paradigmi scientifici si sono fatti estremamente problematici e la parola poetica è alla continua ricerca della sua origine, della fonte che l’alimenta e che la distingue dal dettato ordinario, essi sembrano tornare a confrontarsi in maniera inaspettata e inquietante. Assecondando quest’intuizione di fondo, Galluccio mostra, attraverso un dettato che tende all’essenzialità, come le due forme di produzione umana delle scienze, in particolare quella della fisica matematica, e della poesia possano rincontrarsi e dialogare tra loro in un serrato corpo a corpo che li alimenta vicendevolmente. Il discorso di Galluccio si sviluppa in maniera articolata, diramandosi in un intricato e suggestivo reticolo di rimandi, citazioni scientifiche, poetiche e biografiche (si veda, ad esempio, la sezione Matematici). Cerca di restituire una mappa dell’esistenza che si inscriva in un ordine, che sembra sottrarsi, nascondersi alla comprensione umana, ma di cui si avverte l’esistenza attraverso segni, simboli, numeri, teoremi che l’autore cerca di decifrare nominandoli, facendoli accedere all’essenzialità della parola. Parola che è sempre in bilico tra dettato lirico e vertiginoso e discorsività del dettato scientifico, tra brevità del verso e il suo dilatarsi piano e argomentativo, quasi che tra i versi si nascondano frammenti di prosa scientifica, tradizione nobile della letteratura italiana, basti pensare a Galilei su tutti. Quindi la raccolta Misura dello zero si presenta come un atto di ricerca sulle possibilità del dire, esplorandole nell’intersezione tra diversi registri linguistici, cercando, come il titolo del libro stesso suggerisce, una misura che dia un senso e un equilibrio al dire ma anche allo stare dell’uomo. Il paradosso è che questo equilibrio, che è al tempo stesso un limite anche matematico, può essere dato solo dallo zero, che proprio per essere niente o nullo, può dare il criterio della misura e del valore di ogni verso, di ogni parola, di ogni cosa. La poesia deve tendere quindi al grado zero che possa mostrare la misura dell’essere, del cosmo, il suo ordine, misurabile forse, ma comunque indicibile e segreto.

 

© Francesco Filia

 

(Da Misura dello zero)

*

fu scoccata al big bang la freccia del tempo
e segna ancora oggi la nostra direzione
e pure fu lanciata la freccia dell’entropia
per cui la tazza che si infrange non si ricompone
la polvere non ritorna spontaneamente al muro
perfino quando con la teoria tentiamo
di mettere ordine nell’idea dell’universo
ne accresciamo il disordine totale

e quelle due frecce allora scagliate
misteriosamente hanno la stessa direzione

ma noi ci sentiamo a volte perduti
in questo vincolo primario
e proviamo una strana nostalgia
di un ambiente pienamente euclideo

l’insofferenza di non potere muoverci
avanti e indietro come per gli spazi
quella baia di possibilità perdute

*

contro gli eccessi dei luoghi aperti
che portano strade di troppe cifre
si leva l’invenzione dello zero
sul vuoto finestra quasi ellittica
occasione del niente
quantità e pura meraviglia
si pone fermo ad impedire
ogni tentativo di moltiplicazione
varco di sbarramento ai naturali
simbolo da eresia
pone un numero al vuoto
una misura

*

Pitagora

Il respiro della notte è onorato
ora va ad attenuarsi lo splendore degli astri.
Pitagora dorme.

Il paesaggio lo assiste
lo accompagna nello scendere cauto su rocce
in vista del mare.
Il sonno ci viene dagli alberi
il respiro dalla luce
che attraversa una lieve fenditura
e alta si espande.
Tutto è numero egli dice
anche qui nella incomprensibile notte.

È vero: ieri c’è stato uno scatto
di superbia che ha offuscato le fronti.
Ma noi di certo veneriamo gli dei immortali
serbiamo i giuramenti onoriamo gli eroi
come egli ci insegna.
E di solito ci siamo ritirati con modestia
abbiamo cercato di non agire senza ragione
e ben sappiamo come il nostro destino sia la morte.
Il mondo ci confonde
ma noi confidiamo.
Ci asteniamo da cibo animale da fave
rinunciamo a voluttà di cibo e lussuria
e per quanto possibile in pace soffriamo.
Pitagora dorme.
I sogni gli giungono dagli avi.
Ora il cielo è senza disastri
chi è arrivato sa di poter scegliere.

C’è il quadrato costruito sull’ipotenusa
e ci sono i quadrati costruiti sui cateti.
Generare collegamenti è la natura umana piú alta.
Dimostrare è possedere
una parte di mondo dopo averla osservata
condividere una regione del linguaggio.
Frase genera frase e il buio si dirada.

Non portiamo fuori la notte
perché di cose pitagoriche sappiamo
non si debba senza lume conversare.
Tutto è serbato nelle nostre menti
e nei lineamenti tranquilli dei volti.

Tutto è numero – dice.
E ci dispone le proporzioni armoniche
dei suoni e degli astri.
Si pone dietro un telo
perché tutto sia nell’appartenenza
come un viaggio di abbandono
o come i nostri inverni ci cercano
il nostro muoverci negli spazi stellari.
E noi gli crediamo.
Che torneremo a dormire e a guardarci dormire
a far scorrere tra le nostre dita
questa stessa sabbia in un ciclo futuro

*

quando sei lontano segni tutte le ore
qui i soffitti si inarcano
per timore della luce
qui hai portato la tua lingua sdentata
abiti la casa che hai dimenticato
un passo piú in là e trovi il vuoto
i frantumi che si radunano
passi di meno all’indietro
e quando ti volti
aria
c’è un racconto che appariva veloce
i giorni lasciati liberi dalle nebulose
dopo la notte intenta
lo portava la madre
il richiamo scivolava nel verde
cosí forte che il sentiero poteva distrarsi
nella sua concretezza di argine
lo faceva fiorire
di dettagli credibili
più tardi gli sconfinamenti dei libri
la ragione che vede la sua casa
e nella stanza piú piccola
il vuoto