Bruci la città

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.2 di Alessandra Trevisan

Come se, ogni giorno
fosse uguale al giorno prima
fosse come il giorno prima.
Come se, Subsonica

Nel 2004 Giuseppe Culicchia pubblica per Garzanti un romanzo dal titolo Il paese delle meraviglie, nel quale ritrae i conflitti giovanili dei nati nel baby boom, tra ideali che si stanno formando, paure, violenza e punk music: protagonisti i quattordicenni Attila e Zazzi, due liceali alla scoperta della vita negli ‘anni di piombo’; tutt’altro che meraviglioso, il loro mondo è piuttosto malinconico e si sgretola con facilità. Culicchia scatta la polaroid d’un Paese che sta mutando e, in una sorta d’inversione, scrive il prequel del suo esordio, ossia ancora un romanzo di (pre-)formazione, rito iniziatico verso l’amara età adulta, corale, appassionato, irriverente, com’è il punk. E in questo solco nuovo che Walter – il protagonista di Tutti giù per terra (di cui si parla nell’articolo vol.1)-, vive e ri-vive, ma sempre ‘al singolare’ perché la solitudine è la condizione imprescindibile del presente, e porta a compiere un oltre-passaggio.
Il paese delle meraviglie consacra Culicchia al grande pubblico, e permette il transito ad un terzo volume dell’ideale trilogia ‘la meglio gioventù torinese’, ossia Brucia la città (Mondadori, 2009): il romanzo narra ‘una storia d’asfalto’, quella di Iaio, trentenne giovane dj di buona famiglia, che trascorre le sue serate tra musica, modelle e molta droga, in attesa di una nuova festa, di una ‘notte bianca’ che infiammi la città. All’università preferisce l’ozio, le notti all’interno del Quadrilatero Romano e in molti appartamenti della ‘Torino che conta’, in cui si consuma, a poco a poco, la fiamma di una vita sprecata: il desiderio di sballo è portato all’estremo ogni notte in un montaggio di flashback e ricordi di Allegra, la fidanzata scomparsa. La narrazione e la lingua di Culicchia sono ‘acide’, fatte di ripetizioni meccaniche anche nella scrittura stessa (si leggano le pagine dedicate alle bariste ‘seriali’ che lavorano nei locali del centro); la vita è bucata, e vige l’incapacità di colmare i vuoti di senso – enormi – che la aggravano. Iaio e i suoi amici Zombi e Boh vivono ‘i giorni tutti uguali’ della citazione in calce e sono personaggi di una realtà ‘spostata’ ed analoga a quella de I ragazzi dello zoo di Berlino trasportata nella postmodernità tra sesso, cocaina, alcool e pasticche; la violenza è qui assunta ad ordinarietà. Avrò comunque modo di ritornarci presto, su questo romanzo.
La Torino urbana e post-urbana di Culicchia, che respira un’ansia da prestazione nella sua nuova veste post-industriale, la si sente vibrare appoggiando i piedi sul marciapiedi: in quel grigio rilucente rimbombano i suoni di synth e le particelle elettroniche rimbalzano sull’asfalto e s’infiltrano nel corpo . È una realtà ultramoderna, descritta anche nei testi di uno dei gruppi più significativi del panorama cittadino odierno, i Subsonica. Parlare di letteratura torinese non prescinde da un’incursione nei loro testi, poiché la focalizzazione tematica è molto simile. Coerentemente tramite frammenti, ecco alcune riflessioni sull’essere giovani, il vivere la precarietà, l’immergersi nella quotidianità e nell’alterità, la veemenza e l’intransigenza, e soprattutto un modo di raccontare l’oggi in piccole folgoranti formule che s’incollano addosso a chi le ascolta.

Forse è così, io vivo fuori tempo;
è vero ciò che sento sotto pelle,
è come una costante sensazione di
mancata appartenenza
(Cose che non ho, in Subsonica, 1997)

L’aria è più pesante che mai quando un fantasma ci ruba l’ossigeno […]
Come fare a coniugare un verbo al futuro
Quando il futuro è solo appalto di tenebra
(Piombo, in L’eclissi, 2007)

Presentificare lo status di dispersione del sé, in tutte le sue forme: questo lega i Subsonica a Giuseppe Culicchia. Ma sono soprattutto due le specificità introdotte dal narratore torinese con il romanzo del 2009: la prima è l’incapacità di crescere o la mancanza del raggiungimento di un’adultità, conflitto aggiornato al Duemila e non valicabile; siamo dunque all’opposto di ciò che accade ne Il Paese delle meraviglie, in cui Attila e Zazzi maturano in fretta poiché vivono esperienze ‘formative’. La seconda invece è il ribaltamento del concetto di dolore della generazione anni ’90 quella di Walter: si ricordi il ritornello «Pain, pain, pain» di You know you’re right dei Nirvana, che si può parafrasare in «soffro dunque sono», rielaborazione contemporanea del ‘cogito ergo sum’ cartesiano. In Culicchia la sfocatura della realtà è accelerata: Iaio e gli altri non solo non diventano mai grandi ma non soffrono più perché non ‘sono più’ o sono ‘nessuno’. Il presente li ha fagocitati sino a far perdere loro il volto, uomini senza futuro perché senza identità.

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note:

*A proposito di punk, si veda il saggio di Greil Marcus Tracce di rossetto, Bologna, Odoya, 2010, che rapporta questo genere agli altri fenomeni d’avanguardia del Novecento.

*Si consulti a proposito di Bruci la città C. Taglietti, Culicchia processa Torino: vacua, perversa e drogata, in «Corriere della Sera», 30.01.09, <http://archiviostorico.corriere.it/2009/gennaio/30/Culicchia_processa_Torino_vacua_perversa_co_9_090130082.shtml&gt;. un volume del 2006 per Mondadori del giovane autore Marco Mancassola, Last Love Parade. Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni.

*Per chi vuole uno sfondo uguale e opposto a quello di Bruci la città, eccolo in Novalis di Giorgio Fontana (Marsilio, 2008).

*You know you’re alright è un singolo postumo dei nirvana, del 2002, ma scritto almeno dieci anni prima; si tratta di una canzone-testamento, quasi una chiave di volta per comprendere la filosofia di questo movimento.

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Se lo state cercando, il vol. 1 di questo focus su Culicchia è qui!