Breece D’J Pancake

Una frase lunga un libro #62: Breece D’J Pancake, Trilobiti

trilobiti

Una frase lunga un libro #62: Breece D’J Pancake, Trilobiti, minimium fax, 2016; trad. it. di Cristiana Mennella; € 16,00, ebook € 7,99

*

La luce del giorno accende di verde le montagne, cambia i colori della nebbia, tinge d’amaranto le strade di mattoni a Rock Camp. I lampioni si spengono e scatta il semaforo in fondo a Front Street: ma non ferma nessuno, non avvisa nessuno, non mette fretta a nessuno.

Ci sono libri che vanno e vengono, che nascono e che mai moriranno. Classici fin dal principio, dove la parola classico significa pure modello, o capolavoro, o empatia, o linguaggio. Dove per classico si intende che – fin da subito – un libro, questo libro, è stato indicato come tale, amato come tale, consigliato come tale. Si intende che fin da subito il suo autore, morto suicida a ventisei anni, è stato rimpianto, perché ha fatto subito pensare a quanto di meraviglioso e di incredibile avrebbe potuto ancora scrivere. Nella nota che introduce questa nuova edizione del libro, Joyce Carol Oates scrive: “[…] La notizia drammatica è che quest’esile raccolta è tutto ciò che potremo mai leggere di Breece D’J Pancake, poiché si è tolto la vita nel 1979, quando non aveva ancora compiuto ventisette anni.” Molte altre cose bellissime scrive Oates nella sua nota, così come è bella la prefazione di John Casey, l’uomo che lo conobbe, lo lesse “mi chiese di dare un’occhiata ad alcuni suoi racconti”… “Mi chiese di leggerne altri, e per fortuna dissi di sì. La serie successiva era eccezionale”. La serie successiva è eccezionale, ed è qui per noi, in questa nuova splendida traduzione di Cristiana Mennella. Ho letto Trilobiti diverse volte, a distanza di tempo, dopo la prima lettura (uscì in Italia per ISBN, tradotto da I. Tassi) che mi folgorò, ci sono sempre ritornato. Ho letto i racconti in ordine inverso, poi sparso, poi uno ogni tanto, poi singole pagine, fino ad arrivare a questa nuova edizione, che ho letto da cima a fondo come se fosse un libro mai letto, ed è così, in realtà, perché questi racconti, la prosa di Pancake, vi stupiranno tutte le volte come fosse la prima. Tra il tempo e la prosa, vince la prosa.

 pancake

I racconti di Trilobiti sono dodici, la forma è quella della storia breve, è questo il passo di Pancake, quello di chi sa mostrare tutto con poco e che sa accelerare quando è il momento. Le storie sono tutte ambientate in Virginia, in cittadine desolate, Charleston è già troppo lontana, l’Ohio è un’idea pensata in lontananza, Chicago un miraggio. Fattorie e campagna, agricoltori e minatori, battute di caccia e risse. Uomini di poche parole, con sogni infranti o mai avuti. I protagonisti di Pancake hanno rinunciato alla speranza, sono anime desolate, ferite e molte di queste ferite sono dovute all’inerzia, all’incapacità di cambiare la propria vita, e di non perdonare chi ci prova, chi qualche volta ci riesce. Il territorio è importantissimo nelle storie di Pancake, dicevo delle miniere, delle coltivazioni, ma lo è principalmente per il fatto che è lo specchio dei protagonisti. La nebbia, la pioggia, il sole, la collina, i minerali, le pietre, il freddo, la neve, per Pancake non rappresentano dei fenomeni naturali, ma sono parte fondamentale di ogni racconto. La pietra e l’uomo vivono e si consumano insieme, e entrambi sono condannati a restare. Natura e personaggi seguono e assecondano il corso delle cose, e il corso delle cose è fatto di durezza, di pochi abbracci, di tanta solitudine, di amori soltanto sfiorati, di donne abbandonate e che abbandonano, di vecchi che guardano ai figli come una delusione, di figli che non sanno immaginare un riscatto.

Il modo in cui Pancake racconta non ha eguali, perché la durezza di queste storie, di questa gente con cui forse non legheremmo (ma chissà), ci commuove, ci porta esattamente al centro del vuoto che i personaggi vivono. Quel vuoto che è come un vortice che trascina ogni cosa e a quel punto, qualunque cosa desideri un uomo è destinata a rimanere dentro quel vuoto, a farsi da eco o sponda, a rimbalzare dentro la testa, a finire sul fondo di un bicchiere di whisky, a esaurirsi dentro la stessa mano che fa a pugni e che accarezza un cane. La prosa è luminosa, le storie sono pervase da una luce cupa, l’ombra è quella del futuro che mai accadrà. Il futuro è soltanto il ripetersi eterno del presente, e il presente fa abbastanza schifo.

pancake2

Pancake non ha bisogno di molti aggettivi, non spreca dettagli, ma ci mostra tutto, vediamo con chiarezza ogni personaggio: la sua roulotte, la sua Impala, il suo furgone, le sue mani rovinate dal freddo o dal lavoro in miniera. Proveremo quell’emozione che ogni buon racconto genera, quella che ti fa sentire sia sperduto sia a casa; ci riescono in pochissimi, e per poche volte. Pancake ci è riuscito dodici volte, e in ognuna di queste, forse, ci ha anche detto perché potessero bastare.

*

© Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

I libri che abbiamo preferito nel 2014 (non è una classifica)

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2014. Quella che segue conterrà libri letti nel 2014 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2015 (gm)

parigi - foto gm

parigi – foto gm

***

Giovanna Amato

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, C. E. Gadda, ed. Garzanti 2000 – Fosse anche solo la pagina sugli alluci. La pagina sugli alluci, diamine. Fa miracolo a sé.

Ovunque, proteggici, E. Ruotolo, Nottetempo 2014 – “La narrazione, al giorno d’oggi, quanto mordente ha perso, non ci sono più quei libri che ti fanno saltare sulla sedia a ogni pagina, non trovi cara?”, “No.”

Novantatré, V. Hugo, ed. Mondadori 1993, trad. F. Saba Sardi – Nella terna di capolavori di quel capolavoro di uomo che era Victor Hugo.

Almanacco del giorno prima, C. Valerio, Einaudi 2014 – Di Elena Invitti ci si innamora, punto. Tanto per complicarmi le cose, obbedisco in pieno. E con orgoglio: lei è più vera del vero.

Solaris, S. Lem, ed. Sellerio 2014, trad. V. Verdiani – (se del perché non sono venuti a capo a bordo, non vedo come potrei farlo io qui.)

(altro…)

Il morto del giorno, di Gianluca Merola

10250695_4120299863385_1391218104_n

Oh, sai chi è morto?
Se vivi a sud di Roma questa domanda non ti è nuova, sei abituato a sentirla almeno due volte al giorno.
Oh, sai chi è morto?
C’è sempre qualcuno che muore, non è una novità, eppure questa domanda rimbalza da una faccia all’altra provocando sempre un certo stupore. Un po’ come il punto G che tutte le volte è come la prima. Tornando a noi: la gente muore tutti i giorni, fatevene una cazzo di ragione. Amen. Il guaio è che questo necrologio quotidiano ha preso piede sulle pagine dei Social, con tanto di corsa a chi lo annuncia per primo, il morto del giorno:
Oh, hai visto è morto Tizio.
Lo so già.
Ah.
Eh.
Tutti a titillare lo sfintere del cadavere di turno. Non ha alcuna importanza l’averlo ignorato in vita, facendo in modo che morisse in povertà, quello che conta è slinguazzarsi la salma senza vergogna. Prendete Alda Merini, per esempio: avesse venduto un libro per ogni Ciao Alda ci manchi, non solo non sarebbe finita a fare colletta per pagarsi le cure prima di morire, ma sarebbe diventata ricca, molto ricca. La domanda, dunque, è: commemorare serve a qualcosa? Non serve a nulla; di prima, la mia risposta non può che essere questa.
L’altro ieri però mi è successa una cosa: sono entrato in un bar, ho chiesto una Vecchia Romagna e la barista mi ha detto: “Ma perché, nuova no”? Ho dato due capocciate al bancone, la sua battuta era così brutta, ma così brutta, che mi ha fatto ridere.
Forse, mi dico, con la necrofilia commemorativa potrebbe essere lo stesso: forse – e dico forse – che a qualcuno gli viene il prurito di tirare fuori due spicci per comprare un libro che non lo trovi all’autogrill e che dopo ti senti che ci hai capito qualcosa in più della vita. Lo so, il mio filo di fiducia nell’umanità mi rende patetico: col tempo me ne sono fatto una ragione e allora – mosso da questa piccola speranza e ringraziando la barista che m’ha fatto ridere – arrivo al sodo.
L’8 Aprile del 1979 (trentacinque anni fa esatti), nella stessa Virginia dove era stato sgravato ventisei anni prima, lo scrittore Breece Dexter John Pancake, faceva il botto a mezzo arma da fuoco. Si suicida, a quanto pare, lasciando in eredità dodici racconti e niente altro. Quattro anni dopo, viene fuori una raccolta che li contiene tutti: Trilobiti, questo il titolo. Ci sono voluti un altro po’ di anni prima che fosse pubblicato anche in Italia: ci ha pensato Isbn Edizioni. Se vi prenderete la briga di cercare qualche notizia sul web, ne leggerete di belle grosse: Joyce Carol Oates è tentata di paragonarlo a Hemingway; Vonnegut dice “Si tratta semplicemente dello scrittore più sincero che io abbia mai letto…”; Tom Waits ne parla come del suo scrittore preferito. Capisco che sia un modo come un altro per sottolinearne la grandezza, ma lasciatemelo dire: sono un sacco di cazzate. Non perché non sia un gran bel libro, ma perché in qualche modo ne intacca la purezza. Non so come spiegare questa cosa, né mi sforzerò di farlo, ma sento che in questo modo gli stiano facendo un torto. Prendete Hemingway: ha scritto delle cose potenti come Morte nel pomeriggio, ma anche schifezze come Il vecchio e il mare. E allora? E allora D’J Pancake non ha avuto il tempo di essere mediocre, credo che il torto stia in questo. So che dovrei dire qualcosa sui suoi racconti, di che parliamo se no, ma il punto è che non ho niente granché da dire a riguardo, se non bestie leggete Trilobiti. Fino a qualche anno fa tendevo a rimuovere i finali dei libri che leggevo, adesso sono peggiorato e dimentico istantaneamente tutto quello che leggo, dopo pochi giorni. E non che l’abbia letto più tardi di un mese fa. Manco sapevo della sua esistenza fino a quando, durante una presentazione del mio libro, me ne parlò il mio editore dando per scontato che l’avessi letto e facendo un improbabile accostamento tra me e D’J. Dicevo che non ricordo di cosa parlino i racconti di Trilobiti; quello che so, invece, è che da quando l’ho finito non riesco a scollarmelo di dosso: continuo ad aprirlo a caso e a leggerne qualche pezzo. C’è qualcosa di molto potente nella sua scrittura, mi è chiaro, ma lo è a un livello che non è quello estetico. È evidente che Pancake avesse una grande capacità di restituire i luoghi e le atmosfere, ma ci sono molti scrittori che riescono a farlo allo stesso modo. Cos’è che lo rende speciale, allora? L’unica risposta che mi viene in mente è: la sua disperata sincerità. Una specie di predestinazione alla quale non avrebbe potuto sottrarsi in alcun modo; condannato a essere sincero come il protagonista di un brutto film comico americano di cui, per fortuna, non ricordo il nome.
Se non appartenete alla categoria di quelli che comprano solo i libri che hanno vinto di recente una bottiglia di liquore allo zafferano, può darsi che ve ne innamoriate; in caso contrario potreste trovare noiosi dodici racconti che hanno per protagonisti dei working class heroes poco eroici e totalmente calati nella realtà della provincia americana, fatta di Impala del ’66 da rimettere in sesto, Pontiac, fucili da caccia e sangue raggrumato sulle nocche delle dita. Pancake non farà nulla per piacervi, perché la sua scrittura non concede niente al lettore. Per la stessa ragione, non farà nulla per dispiacervi. Si limita a essere se stesso e lo fa in una maniera invidiabile.
Di sicuro, in qualità di morto sparato, D’J non vi deluderà in futuro. Mi ritorna in mente una frase di Giuseppe Pontiggia (che con Pancake c’entra come il latte nella birra): “Lo scrittore morto è immortale”. Se un giorno parlerete di Pancake a qualcuno, come adesso sto facendo io con voi, nessuno potrà dirvi va bene, ma il suo secondo il libro fa schifo.
Non è mica un vantaggio da poco, questo.

Trilobiti. I dodici racconti di un grande scrittore.
Pancake Breece D’J, 2010, Isbn Edizioni.
Euro 9,00.

© Gianluca Merola