Brasile

Mario Quintana, Poesie tradotte da Emilio Capaccio

Mário Quintana (Alegrete, 30 luglio 1906 – Porto Alegre, 5 maggio 1994) è stato un poeta, scrittore, giornalista, traduttore; uno tra i più amati artisti brasiliani. Soprannominato “il poeta delle cose semplici” per la capacità di fare della sua poesia una continua confessione autobiografica, traendo ispirazione dalle piccole cose quotidiane, pubblica i suoi primi versi, su una rivista di Porto Alegre, già all’età di tredici anni. Tra le sue raccolte più significative si ricordano: O Aprendiz de Feiticeiro (1950), Espelho Mágico (1951), Caderno H (1973), Apontamentos de História Sobrenatural (1976), A Vaca e o Hipogrifo (1977), Esconderijos do Tempo (1980), Baú de Espantos ((1986), Preparativos de Viagem (1987), A Cor do Invisível (1989), Velório sem Defunto (1990).

Come traduttore si devono a lui le pubblicazioni in lingua portoghese di oltre centotrenta opere, tra le quali: Parole e Sangue di Giovanni Papini, Alla ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Lord Jim di Joseph Conrad.

Traduzioni di Emilio Capaccio

 

NO SILÊNCIO TERRÍVEL DO COSMOS

No silêncio terrível do Cosmos
Hà de ficar uma última lâmpada acesa
Mas tão baça
Tão pobre
Que eu procurarei, às cegas, por entre os papéis revoltos,
Pelo fundo dos armários,
Pelo assoalho, onde estarão fugindo imundas ratazanas,
O pequeno crucifixo de prata
— O pequenino, o milagroso crucifixo de prata que tu me deste um dia
Preso a uma fita preta.
E por ele os meus lábios convulsos chorarão
Viciosos do divino contato da prata fria …
Da prata clara, silenciosa, divinamente fria — morta!
E então a derradeira luz se apagarà de todo …

(O Aprendiz de Feiticeiro, 1950)

NEL SILENZIO TERRIBILE DEL COSMO

Nel silenzio terribile del Cosmo
Deve restare un’ultima lampada accesa.
Ma così tenue,
Così povera
Che cercherò, alla cieca, fra le carte sparse,
Sul fondo degli armadi,
Per la soffitta, dove staranno fuggendo immonde pantegane,
Il piccolo crocifisso d’argento
— Il piccolissimo, il miracoloso crocifisso d’argento
Che mi hai dato un giorno
Attaccato a un nastrino nero.
E per lui le mie labbra convulse piangeranno
Viziate dal divino contatto dell’argento freddo …
Dell’argento chiaro, silenzioso, divinamente freddo — morto!
E allora l’ultima luce si spegnerà del tutto …

 

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Questo Natale #10: Anna Toscano, Il Natale di Garcia

MIlano, Villa Litta, foto gm

MIlano, Villa Litta, foto gm

Il Natale di Garcia

“Maestro Garcia, il volume! Abbassa il volume Maestro Garcia!”.
Vaccacapra sempre la stessa storia in questa topaia, il prossimo mese me ne vado.
“Maestro Garcia abbassa! Basta con questa televisione!”.
“Devo distrarmi per tutti i pianeti, lasciatemi in pace! È Natale anche per me!!!”
“Rispondi Maestro, apri questa porta”.
“Andate via, non osate entrare”.
“Maestro buttiamo giù la porta, Maestro rispondi”.
“Via via via andatene via”.
“Maestro, Maestro, madre santissima parlami Maestro, mi vedi? Mi senti? Misericordia chiamate un dottore”.
“Ma che dottore e dottore, per tutti i pianeti ti vedo e ti sento anche troppo, adesso chi la paga la porta?”.
“Un medico subito, Faria chiama l’ambulanza”.
“Ma sei sorda Aparecida, non chiamare nessuno”.
“Faria subito! non parla, guarda ha tutta questa bava, muove un po’ gli occhi, santa madre santissima”.

Le donne e gli astri la mia rovina, questa capra non ha mai capito nulla sa solo andare avanti e indietro con quel suo culo secco per le strade, e poi piange che tira su pochi soldi, con quel culo secco dove vuole andare. Quale forza misteriosa me l’ha messa nella stessa pensione, ogni mattina a piangere e a chiedermi le carte.
“Maestro Garcia, maestro Garcia ti prego rispondi, dimmi qualcosa”.
Dimmi qualcosa, dimmi qualcosa, tutte con le stesse due parole in bocca: dimmi qualcosa. Sono passati ormai vent’anni da quando, in un dicembre caldissimo, andai a sedermi all’ombra di un albero in praça da República: ero lì seduto su un masso che recinta un laghetto artificiale, sudavo e maledicevo tutti quelli che mi avevano detto no nei negozi. Ero uno dei tanti giovani che veniva dalla costa e cercava fortuna nella metropoli, giornate di sorrisi stirati e mani che indicavano l’uscita. Molti di noi si infilavano nei bordelli a basso costo, alcuni si avventuravano per due soldi nei viaggi procurati dal crack, tutti dormivamo lungo la strada. Io cercavo di non rovinare troppo gli unici pantaloni con una giacca che mai avessi posseduto, me li avevano regalati i miei fratelli, con una colletta in paese, per sposare Doralice.

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Una frase lunga un libro #29: Joao Guimarães Rosa, Tutameia. Terze storie

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Una frase lunga un libro #29: Joao Guimarães Rosa, Tutameia. Terze storie, Del Vecchio editore, 2015; traduzione di Virginia Caporali e Roberto Francavilla; p. 296, € 16,00, ebook 8,99

Si parlava di una tenerezza perfetta, che ancora neppure esisteva: l’affetto senza sfiducia. Mentre lui, il tempo, come sempre, fingeva di passare. Le vecchiette pattuivano l’allegria di penare e persino in anticipo morire – purché nel sertão una volta almeno avessero la meglio la grazia e l’incanto.

Joao Guimarães Rosa è il più grande scrittore brasiliano, ma possiamo tranquillamente allargare il perimetro ed estendere la sua supremazia letteraria ad altre nazioni. È il più difficile da seguire, per comprenderlo devi adeguarti al suo passo, che è l’incedere di una lingua che non esiste eccetto che nei suoi libri: ecco, Guimarães Rosa è l’inventore di una lingua, inimitabile e indimenticabile. Sono una serie di racconti brevi quelli raccolti in Tutameia, lo sfondo è di nuovo il sertão, ma il filo che lega queste storie non è solo territoriale. Per prima cosa la musica e il ritmo. La prosa dello scrittore brasiliano sembra davvero suonare, le parole cominciano a danzare davanti agli occhi del lettore, a scomporsi e a ricomporsi dentro nuovi significati, l’unico modo per stare al passo e mettersi a seguire il ritmo, considerare di dover tornare indietro quando il primo significato di una frase ci sfugge, consapevoli di farlo senza fatica perché dinanzi a noi si sta componendo un mosaico più grande in cui ogni paragrafo è più forte del senso che vorremo dargli.

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Lettere aperte al fronte sudamericano (inediti)

Milano 2013 - foto gm

#1

Leggo Stella Distante, di Bolaño sì,
la copertina è blu come le lenzuola
dormo di traverso, tocco con la testa
il tuo cuscino, tengo i piedi da me.
Non è un libro romantico, poetico
piuttosto come le vetrate infrante
della fabbrica di fronte o i murales
chiudo le imposte, tu cosa guardi?
Quale notte scende a Sampa
quale buio oltre le finestre.

#4

La ragazzina cinese piange appoggiata
al muro della Bank of China, di spalle
un ragazzo la guarda poi una carezza:
di perduto amore o di mancato credito
mi domando, io che non avevo visto
lacrime orientali fino a stamattina
mi stringe il cuore al pensiero
di cose che non so, di questa gente
che avrà speranze, segnata sorte,
qualcuno dall’altra parte del mondo.

#6

Il silenzio profondo dei cortili
di Milano, la quiete azzurra
nei dopopranzo dove nessuno
scuote una tovaglia, batte
un cuscino. L’ordine curato
delle piante, a volte, esotiche.
Brera, Navigli, Porta Romana
visitare i giardini nascosti
nel centro di Milano, la domenica
con la gente altrove, al lago.
Sparire invece nei portoni
dove tutto vive ogni giorno
nel rumore di piatti, forchette
in bidoni da riciclo colmi
di cartoni da pizza e sciocchezze
nel Sudamerica di Affori.

#11

La geografia dell’appartamento
il fazzoletto dei quattro punti
camera, libreria, frigo, porta
cambia a ogni tuo ritorno, così:
porta, divano, baci, letto.

#12

Quella cosa della piccolezza scritta
da Foster Wallace, particelle piccole
di un infinito che non ci compete
né ci apparterrà. Pulviscolo anch’io,
molecola che gira vorticosamente
su se stessa cercando un appoggio
un motivo, i tuoi due occhi.

#20

Torno al cane per un attimo
ha preso a leccarmi sui polsi
ieri, un ginocchio, la faccia,
non l’aveva mai fatto, io dico
che avverte la mancanza tua
e si attacca come può, dove
sente la stessa nostalgia, dove
scorre la vena dentro al polso.

#21

Dicono di come la luna in Sudamerica
sia più bassa, pare la si possa toccare
e qualche volta devo averla vista
ieri sera a Affori rimaneva sotto
l’altezza dei palazzi in costruzione
appena sopra l’esatto schieramento
dei lampioni, era mezza e gialla
memoria di vecchi spot pubblicitari
stava lì, cosa a cui manca un pezzo.

#23

I cereali rovesciati nella tazza
si addensano sul fondo, base
della cena, sul tavolo Millimetri
di De Angelis che mi sgomenta
è l’incomprensibile e la bellezza
apre un cosmo in cui c’entrano
le lenzuola che ritiro dal balcone
il suono della ringhiera, l’attesa.

#27

L’assenza reiterata del respiro
di Milano, dove si è assopita,
nascosta la città, penso a Lotto,
a Greco, a Bignami nuovo capolinea,
o sono io che lo trattengo mentre
mi dico che Lilla è  colore di fiore
piantato tra una fermata e l’altra
steso sopra il ferro dei binari.

#32

Creo scompiglio, sposto le cose
a caso, il mio insopportabile
ordine dei fattori domestico
dettato soltanto dalla pigrizia
ecco le tue scarpe, le prendo
le dispongo come soldatini
sul parquet, mi accerchiano
mi siedo a gambe incrociate
le guardo, rido, mi arrendo.

#44

Capiterà, è possibile, di parlare
della deriva di questo paese
il ridicolo che ricopre la bellezza,
la decenza venuta a mancare
i principi (che bella parola questa)
della Costituzione, diremo di Enrico
Berlinguer, del suo viso asciutto,
di che cosa direbbe, penseremo
ai versi di Pasolini o  di Raboni,
alla loro dignità, a tutto questo
non essere all’altezza, al vivere
in pena poco più che rasoterra.

#47

Chi fissa un punto con lo sguardo
– come quest’uomo forse arabo
seduto sulla collina di Villa Litta –
guarda più lontano di quel che vede
stando a gambe incrociate guarderà
molto più in là dello spazio che cade
dietro il muro, oltre la Bovisa, oltre
il cerchio della novanta/novantuno
fissa un punto che dev’essere casa.

#48

Gesti che mi capita di fare, spostare
le tue creme, fargli fare avanti e indietro
sulla mensola del bagno, in accappatoio
guardarmi allo specchio, fare tutto
un po’ più in fretta come se oltre
la porta ci fossi tu in attesa, la tazza
col tè in una mano, un bacio nell’altra.

#53

Se moriamo il nome è sulle braccia
l’hanno scritto insieme al numero
di telefono, elicotteri fanno fuoco
sulla folla. Oggi non è domenica
per nessuno, è un lunedì lanciato
in loop all’infinito, come una paura
un temporale che dura una vita
e grandina sulla pelle della gente.



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@Gianni Montieri – inediti estate 2013

Tre storie di calcio dal Brasile

san paolo - foto gm

 

 

Nota: i tre brani qui raccolti sono stati scritti e pubblicati quasi “in presa diretta” dal Brasile, su blog  Allultimostadio (gm)

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#1

La linea 3 della metropolitana di San Paolo

La linea tre della metropolitana di San Paolo, la Rossa, la Vermelha, nei ventidue chilometri che vanno da un capolinea all’altro, oltre a trasportare milioni di persone l’anno, racconta un pezzo di storia del calcio, e quaggiù, nell’inverno brasiliano, non potrebbe essere diversamente. La linea va da Palmeiras-Barra Funda a Corinthias- Itaquera. Il Palmeiras è primo nella serie B del campionato brasiliano di quest’anno. Il Corinthias sta tra il quinto e il sesto posto del Brasileirao dei vip, la serie A. Immaginiamo che chi parta dal capolinea Palmeiras parta dalla serie B, e chi si muova da Corinthias vada al lavoro partendo dalla serie A. Fingiamo che chi venga da Palmeiras debba fare più fatica rispetto a chi arrivi da Corinthias. Che debba risalire verso il centro come si risale da un campionato di seconda categoria. La metropolitana sarà più piena, il lavoro pagato peggio, la pausa pranzo più corta, ci saranno più fermate. Seguendo la nostra immaginazione, perché di immaginazione si tratta, pensiamo che chi venga da Corinthias abbia meno fermate, un lavoro migliore, una segretaria figa, più soldi, roba da serie A. Adesso fermiamo per un attimo la fantasia, anche se ci troviamo nel regno della fantasia, meglio ancora se diciamo nel regno della fantasia applicata al calcio. La realtà ci dice che chi provenga dal capolinea di Palmeiras faccia meno fermate per arrivare in centro rispetto a chi si muova dall’altro capolinea e forse sta meglio economicamente, forse. Allora dovrebbe essere la squadra antipatica. Squadra ricca, restatene in B. Tra l’altro il Palmeiras è tra le due la squadra più titolata.  Corinthias hai vinto (un po’) di meno, stai nel capolinea più lontano dal centro e goditi la A. Tutto risolto, eccetto un paio di obiezioni. Obiezioni che hanno molto poco di razionale, un po’ di romanticismo e l’animo del tifoso che salta fuori. Quando ero ragazzino i canali privati trasmettevano connettendosi alla Globo, le partite del campionato sudamericano, tra le squadre che ricordo c’è il Palmeiras, mi piaceva la maglietta verde, tutto qui. Sembra che il capolinea della metro verso il quale ci si debba dirigere sia Barra Funda dunque. La squadra del Palmeiras inoltre, fu fondata da italiani, e all’inizio ci potevano giocare solo italiani come non tifarli. Ma non è ancora finita. La grande rivalità tra le due squadre, o tra i due capolinea, ebbe origine proprio a causa degli italiani, a causa di un tradimento. Il Corinthias nacque come squadra di operai, per contrastare le altre squadre di San Paolo, squadre benestanti, fu fondata da italiani, portoghesi e spagnoli, nel 1910. Quattro anni dopo fu la volta del Palmeiras, dove potevano giocare solo italiani. Qui il tradimento: gli italiani della squadra degli operai passarono al Palmeiras. I soliti venduti.  A questo punto la simpatia per la classe operaia e la voglia di riparare a un torto, mi spingerebbe a prendere la metropolitana nell’altra direzione e tifare Corinthias. Ma nel calcio, anche sotto l’Equatore, tutto è irrazionale: non posso tifare per quegli stronzi del Palmeiras, non posso tifare il Corinthias perché ci gioca Pato (per carità), ma questi sono ancora motivi secondari: non posso tifare nessuna delle due perché a San Paolo io tengo il Santos che ci giocava Pelè. Quindi scendo dalla metropolitana.

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Mangia il gatto, mangia il gatto 

La Leggenda
Si racconta che i tifosi che andavano allo stadio, qui a San Paolo, ma anche in altri posti del Brasile, trovassero lungo il percorso bancarelle dove si vendevano spiedini di carne, che compravano esortati dalle grida dei venditori «Mangia il gatto, mangia il gatto». Le bancarelle ci sono ancora. La leggenda dice che fino a non molti anni fa gli spiedini fossero (orrore) (manco fossimo a Vicenza) di carne di gatto. Naturalmente si tratta di leggenda ma i brasiliani non escludono che nasconda qualche verità. Un amico di San Paolo, da uomo pratico, mi dice che se anche fosse vero, ormai si vende sempre carne di manzo o pollo di terza o quarta scelta molto più facile da procurarsi e, soprattutto, più economica. In ogni caso i venditori ancora oggi, vuoi per tradizione vuoi per gioco, usano un fischietto che imita il miagolio del gatto e qualcuno ancora grida «Mangia il gatto, mangia il gatto». Ma questa è leggenda, è coreografia.

La storia

Ci sono strade che a San Paolo ti consigliano di non percorrere a piedi, di non tirare fuori macchine fotografiche e cellulari. Una di queste è Avenida Dq de Caxias che ho percorso a piedi andando fino a Praҫa Da Luz, dove ci sono una bellissima stazione dei treni e lo splendido Museo della lingua portoghese, ecco cosa ho visto. Appena dopo Praҫa Princesa Isabel c’è uno sterrato e uno sterrato che si rispetti in Brasile non può non avere due porte da calcio. Pali di ferro arrugginito. Dall’altra parte della strada case occupate, Favelas verticali, povertà. Anche lo sterrato, semicoperto da rifiuti, è venuto fuori da un qualche palazzone abbattuto. Ragazzini fatti di crack che dormono per strada. Sullo sterrato alcuni di questi stanno giocando a calcio, con un pallone che sembra quasi nuovo. Chissà come ci sarà rotolato lì in mezzo. Saranno una decina a giocare, una specie di calcetto senza regole e senza dio. Li guardo, sono tutti scalzi, sporchi, alcuni quasi sicuramente fatti. Compreso uno che sembra il più giovane. Se la cavano tutti ma il ragazzino mezzo fatto gioca come un dio. Non corre, vola, sembra un miracolo. Dovrebbero fermare il traffico della tarda mattinata per concedere agli automobilisti dieci minuti di questo show. Un ubriaco sdraiato per terra esorta gli altri e ripete, indicando il ragazzino, «Coma o gato, coma o gato, coma o gato», poi sghignazza. Lo sa lui e lo so io, la palla dal piede di quel ragazzino denutrito e malandato non può levargliela nessuno. Ha dei cambi di passo, una facilità di dribbling, tunnel, tiro di destro e di sinistro, che mi è capitato di vedere raramente. Gesù, che meraviglia. Gli altri sbandati, che pure se la cavano vanno fuori di testa, non riescono nemmeno a vederlo. Il gatto con la palla vola. Mi viene in mente Garrincha che era così veloce da lasciar indietro il pallone, e quando veniva scalciato dal difensore, tornava indietro, lo raccoglieva e lo mostrava. Sfotteva, poteva permetterselo. Quel ragazzino lì mi fa venire in mente quel fuoriclasse storto, certi racconti di mio padre su quel Brasile inarrestabile. Poco prima che io vada via dribbla i primi tre avversari, tunnel al quarto, dribbling sul portiere ubriaco e niente tiro, il ragazzino torna indietro e ricomincia daccapo. Li scarta tutti di nuovo, roba da lasciarti a bocca aperta.

Non credo che quel ragazzino avrà vita lunga, facile che muoia lungo il marciapiede fatto di crack. Oppure si salverà e un giorno ce lo ritroveremo ai mondiali mentre fa impazzire i nostri terzini. Quello che ho capito andando via è che il calcio è una cosa piccola, uno sport che può sembrare stupido ma che certe volte somiglia a una speranza. Lo splendore del gioco del calcio di Galeano passa da qui da Avenida Dq de Caixas, la miseria di cui parlava oggi sarebbe più vicina a una tessera Premium, a uno spogliatoio di lusso, a uno stronzo firmato Nike.

***

Confesso che non ho tifato abbastanza

Alla fine giunge il momento di recarsi al Tempio. Un pomeriggio di settembre vado allo Estádio Municipal Paulo Machado de Carvalho, meglio noto come Pacaembu. Al’interno dell’impianto c’è il motivo del mio pellegrinaggio il Museu do Futebol. Pago il biglietto e entro. Ovviamente un tizio all’ingresso mi dice che non è possibile fare fotografie (una fissa tutta paulista). Sono da solo e un po’ emozionato. L’ingresso molto ampio ha le pareti ricoperte di gagliardetti, scudetti, foto. Prendo la scala mobile, Pelé in giacca e cravatta, a grandezza naturale, da uno schermo, ripete ininterrottamente, in tre lingue: «Benvenuti al Museo del Futebol». La prima parte della navata è fatta di riproduzioni tridimensionali di Pelé, Falcao, Socrates, Zico, Jair, Garrincha e altri. Luci bassissime, cori da stadio in sottofondo. Proseguo e arrivo ai confessionali. Puoi scegliere il tuo confessore tra una trentina di registi, giornalisti, attori, cronisti. Ognuno di questi ti racconta il gol che non può dimenticare. Il più bello, il più triste, l’incredibile, il più strano. Ne faccio passare diversi, becco un calciatore sconosciuto che negli anni settanta scartò tutta la squadra avversaria prima di segnare. Un gol di Socrates ai tempi del Corinthias, uno di Pelé, uno di Jairzinho ai mondiali del settanta. Arriva il turno di un giornalista sessantenne che racconta il gol più triste della sua vita. Caso vuole che il più triste per lui sia uno dei più felici per me. Il terzo gol di Paolo Rossi al Brasile ai mondiali dell’ottantadue. Racconta la partita, parla di quel Brasile, sottolinea come quella squadra fosse una delle più forti nazionali di tutti tempi (e come dargli torto). Forte come quella del ’58, come quella del ’70. Dice che su quel maledetto calcio d’angolo tutto sembrava finito quando Socrates respinse di testa fuori area, ma fuori area c’era Tardelli, il seguito lo conosciamo. Il giornalista aggiunge che ogni volta che pensa a quel gol gli viene da piangere e, in effetti, piange. Io penso a quanto bene abbiamo voluto bene a Paolo Rossi e poi che vorrei abbracciare quell’uomo che soffre ancora dopo tanti anni. E abbracciandolo sussurrargli in un orecchio: «Guarda che il quarto gol di Antognoni era regolare, coraggio.». Passo a un’altra stanza piena di foto storiche, la sacrestia degli scrittori, ognuno ha scritto almeno una frase sul calcio. Mi fermo davanti a una tenda, un timer indica che devo aspettare un paio di minuti prima di entrare. Aspetto e poi entro. Sono nella Cappella del dolore. In fondo a un corridoio spoglio c’è un maxischermo, dove viene proiettata continuamente una sintesi di un paio di minuti della grande tragedia collettiva brasiliana: la finale del Mondiale del 1950 (anzi l’ultima partita, visto che quello fu l’unico mondiale con un girone finale, al Brasile bastava un pareggio). Stadio Maracanà, la sfida è tra Brasile e Uruguay. La voce che commenta assegna la coppa al Brasile dopo il vantaggio siglato da Friaça, dice che è ancora del Brasile dopo il pareggio del grandissimo Schiaffino e si spezza in gola dopo il raddoppio di Ghiggia. L’inquadratura passa sul pubblico, piangono in duecentomila. I giornali dal mattino avevano scritto di un mondiale già vinto, ma scrivere prima è sempre un errore. Esco dalla cappella. Entro nella navata più grande, ovunque schermi che proiettano la storia dei mondiali. Gol, successi e sconfitte. Qui ci sono tutti. Pelé, Maradona, Platinì, Zidane, Ronaldo, Baggio, Romario. Meraviglia. Faccio in tempo a domandarmi ancora una volta quanto più in alto di Burnich saltò Pelè quella volta lì, a commuovermi un paio di volte, a darmi del pirla. Proseguo: bigliardini, foto, gigantografie, ma ho fretta, è tempo di arrivare all’altare. Mentre mi avvicino penso di aver tifato troppo poco, avrei dovuto essere meno sportivo, soffrire di più. Alzo la testa e mi accorgo che questa confessione arriva dritta a una gigantografia di Garrincha, il mio San Gennaro di settembre. Gli altari sono due, uno di Pelé e uno di Garrincha, diamo inizio alla funzione. Una carrellata di stratosferici gol in bianco e nero. Ah, il calcio. Scendo al piano terra, prima dell’uscita c’è una cosa per maniaci. Puoi calciare un rigore a un portiere elettronico, ti calcolano la velocità del tiro e ti scrivono GOL su un led. Essendo una cosa per maniaci la faccio e segno, alla destra del portiere, 92 km orari senza rincorsa, niente male. Mi avvio all’uscita e incontro la gente in coda per la partita, stasera gioca il Palmeiras. La Messa è finita, si gioca, si torna seri.

 

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© Gianni Montieri

Anna Toscano my camera journal 21

2013-09-17-22-56-26

E poi le persone. Le persone che mi hanno sempre sorriso e cercato di comprendere anche se infilavo perline storpie nella mia collanina in portoghese. Le persone che ho scavalcato lungo la strada ogni giorno, non riuscendo a trattenermi dal guardare i loro volti giovanissimi e sereni che sbucavano da coperte o sacchi. Le persone che mi hanno accolto nella mia ricerca e collaborato con me e lavorato insieme. Le persone a cui voglio bene da anni e che finalmente ho potuto riabbracciare e conoscere il loro nuovo mondo. I nuovi amici che sfornano la pasta, ti lasciano stropicciare il loro cane e ti spiegano le teorie del sette, e si ride quanto si ride. E le loro mamme con le torte del sabato pomeriggio. E le ragazze che capisci subito essere come te quando te eri come loro, e buona vita in questo nuovo paese ragazza mia. E gli accenti e le vocali nasali e verbi ausiliari allo Starbucks, tra articoli di giornale e poesie. E bassi che ridono aprendo botole di incubi bambini e tenori cantano di mille vite eterne. E tua sorella che cresce il suo gatto come fosse un pitbull e lo allena, e non osi dirle che è davvero un gatto. E l’immagine di lui che se ne è andato, ultimo pezzetto di me bambina, e che porterò sempre con me. E gli amici dall’Italia e da ovunque che messaggiano e scrivono e chiamano per un po’ di vicinanza. E poi tu mi vieni a prendere e, finalmente, mi riaccompagni a casa. Grazie.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Grazie a Anna Toscano per averci incuriositi, divertiti e commossi per tutta l’estate. (la redazione)

***

Leggi i my camera journal 20 19 e 18

Sampa (quattro inediti)

San Paolo 2013 - foto di Gianni Montieri

San Paolo 2013 – foto di Gianni Montieri

La Madonna viola ha un pugnale nel petto
più sotto una dark scatta una fotografia
il metallo della lama, degli anelli, dei piercing
tra i banchi un uomo prega al cellulare
la schiena di un Cristo, palme sulle braccia
trans in borghese fanno spesa al market
ragazzini crackati la fanno tra la spazzatura

eccoli dormire ripiegati sotto le luci di Sampa
città infinite – una dentro l’altra –
sottoterra cinque linee della metropolitana
e una più sottile di candele accese
rosario che divide la vita dalla morte.

***

La notte appesa ai grattacieli
si cala con le corde sui cartoni
-le case di tutti gli altri- vedi uno
dormire in un carretto, lassù
le mille luci che non spengono
negli autobus di Avenida Paulista
la vita che fa ritorno, carosello
fatto d’occhi, fari sempre accesi.

***

Sorridere per molti giorni è possibile
anche se fuori crollano mondi
lo sapevamo, conoscevamo la sorte
dei ragazzini in largo Do Arouche

a volte si è felici lo stesso, dimenticando
per un poco il resto, senza vergogna.

***

Gli aerei segnano la rotta dei ritorni

ho sentito il tuo sonno battermi sul petto
gabbiani in coro fuori dalla stanza

come fare ordine negli armadi
come la fine di ogni vacanza
si è messo a piovere, che meraviglia.

*****************
© Gianni Montieri

Anna Toscano – my camera journal 16

16

Cara Marianna del Parà ti scrivo, ti scrivo così mi distraggo un po’. Da quando non ci sentiamo c’è una grossa novità, il nuovo panorama è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. Mi amavano mi adoravano, capisci, mi chiamavano “il padre del Brasile”, a loro ho dato tutta la mia vita, tutta la mia vita. Tu mi capisci, cara Marianna, comprendi il dolore di un futuro che ci aspetta crudele, dopo un passato così grande. Io sono qui da molto meno tempo rispetto a te, da poco più di quarant’anni, e sono molto più basso di te, poco più di cinque metri, ma io dovevo ricordare a tutti la mia vita di studioso, di politico, di filosofo, rimembrare il mio impegno per questo paese perché io fui e sono e sarò il Patriarca dell’Indipendenza del Brasile che grazie a me è avvenuta poco meno di due secoli fa. Cara Marianna, le persone uscivano dal teatro che già potevano scorgermi da lontano e mi venivano incontro pensando a quanto fosse importante la loro indipendenza, il loro essere Stato. Vedi, amica mia, com’era importante che da lontano ci fossi anch’io. Pensavo che esilio e carcere che ho visto in vita per i miei ideali fossero il peggiore panorama, ma non avevo ancora visto questo.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal 15

Anna Toscano – my camera journal 10

2013-07-31-17-23-42

Dove vivono le anime dei protagonisti delle grandi opere, le anime di quei personaggi di carta che virano sul palco tutta la loro umanità, le loro nefandezze e bassezze, i gesti eroici, gli amori impossibili, i delitti inconfessabili. Dove vivono? Di certo non con i cantanti che li hanno interpretati. E nemmeno tra pagine e scaffali. Vivono, eccome se vivono, tra i loro costumi di scena nei magazzini dei teatri che li hanno amati. Provate, provate a entrare in uno di questi depositi verso notte, scostate solo un poco la saracinesca e già sentirete uno scalpiccio di piedi nudi, risatine flebili e un Si può?. Se guardate bene potete intravvedere Floria girare su se stessa con addosso la mantiglia di Carmen, Don José con la redingote del Barone Scarpia, Carmen con la gonna di Nedda, Adalgisa che prova l’abito nuziale di Norina, Pollione che ruba i fazzoletti dal taschino di Malatesta e tutti a intonare Qual fiamma avea nel guardo. Trascorre la notte tra lanci di guanti, passaggi di cappelli, roteare di mantelle, rumor di tacchi, fino all’alba quando si alza una voce Son qua, ritornano!. Tutto torna a posto, ogni abito nel suo scomparto dentro al cellophane. A ogni identità la sua gruccia, perché siamo grucce per cappotti, siamo corpi prêt-à-porter.

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Testo e foto di Anna Toscano

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leggi il my camera journal 9 

Anna Toscano – my camera journal 7

2013-07-23-21-28-51

Ti parlo da questa umida notte, una notte delle solite. Sono sceso perché non dormo più. Il tempo di entrare in casa che già ero fuori.

Sto qui seduto a scriverti messaggi a cui non rispondi, a leggere messaggi che non mi hai mandato.

A scriverti che le notti ora sono così, sanno di fritto rancido e di detersivo a basso costo per pavimenti.

A non ascoltare gli altri ma ad aver bisogno del loro rumore, qualche sedia più là.

A guardare le macchine passare, guardarci dentro e cercarti.

A contare i pullman che tornano dall’aeroporto, ad aspettare di vedere il tuo viso al finestrino.

Ma che tu sia nel mondo o qui è lo stesso, perché Sampa ne contiene tutti i fusi orari le razze i generi i suoni i cieli le nuvole i venti i toni i colori gli odori.

Sono le regole intransitive della vita: il mondo non è Sampa, ma Sampa è il mondo.

Tu a non scrivermi, io a leggerti.

Tu a non tornare, io ad aspettarti.

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© Testo e Foto di Anna Toscano

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leggi il my camera journal 6