Bompiani

Silvia Salvagnini, ‘Il seme dell’abbraccio’ (nota di Chiara Pini)

il seme dell’abbraccio
Vortice che crea

Lo sguardo è catturato. Afferro questo libro che mi catapulta nell’allegria e nella leggerezza dell’infanzia per quel rosa della copertina, così difficile da definire per un adulto, anche attraverso l’aiuto di un pantone, ma che un bambino di oggi identificherebbe subito con un rosa candy e che un altro, di qualche decennio fa, avrebbe paragonato a succulenti lucumi. E poi leggo quel titolo, il seme dell’abbraccio, collocato tra evanescenti soffioni di tarassaco, che mi racconta la solidità di quell’apparente leggerezza e desidero comprendere.

Silvia Salvagnini è l’autrice di il seme dell’abbraccio. poesie per una rinascita (Bompiani, 2018), una raccolta di poesie che racconta lo straordinario del quotidiano, attraverso una storia d’amore che ci appare subito difficile e complicata. In una continua tensione verso nuova vita, Silvia Salvagnini non cerca scorciatoie per meno soffrire e urta con violenza tra gli ostacoli di esistenze condotte nelle oscurità del sottosuolo, segnate dall’incomprensione e da orizzonti di tensione non condivisi. È un vivere quotidiano concreto, fatto di materia, di sessualità, di violenza, di toni bassi, cupi, che il lettore non ha il tempo di introiettare come tale: il dolore è curato con spugnate di gioia e innocenza bambina. La poesia di Silvia Salvagnini è un vortice che crea bellezza. È immensità leggera. È luce che illumina gli angoli bui di un amore possessivo e cieco, di un amore che non arriva al suo compimento; è il tentativo costante di voler far comprendere la realizzazione di un fine ultimo di ‘destino di gioia universale’ che si realizza attraverso l’accettazione della diversità nella libertà dell’essere. In questa narrazione la voce guida è alla continua ricerca di mantenere il mondo che la circonda sintonizzato alla frequenza della realtà da lei desiderata: da questo nascono dissonanze, scontri, parole che sembrano perdere significato, ritmi sincopati; intuizioni che preannunciano catastrofi. È una lotta di resistenza che terminerà solo quando il dissenso sarà noto e compreso, quando non ci saranno più ostacoli a immergersi nel mondo.

questo libro
lo finisco quando ho sputato il rospo
quando sto bene al sole
quando ho spaccato questa noia
mangiato un girasole
eliminato il superfluo
la nozione di imperatore
e quando riesco a correre
con meno fiatone.

La poesia di Silvia Salvagnini è intrisa di sentimento panico: l’esistenza dell’uomo si eleva e si colora solo quando si fa natura:

avevo sentito che c’era
qualcosa di male
nel caldo egli uffici
allora annaffiavo
la moquette e seminavo
melograni biancospini
banani africani
ciliegi rosa e rossi
riempivo di cachi
fichi e tuberi grossi.

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proSabato: Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice

Il ritorno di Euridice

Era stanca. Poiché c’era da aspettare, sedette su una gobba dell’argine, in vista del palo dove il barcaiolo avrebbe legato l’alzaia. L’aria era del solito colore sulfureo, come d’un vapore di marna o di pozzolana, ma sulle sponde s’incanutiva in fiocchi laschi e sudici di bambagia. Si vedeva poco, faceva freddo, lo stesso fiume non pareva scorrere ma arrotolarsi su se stesso, nella sua pece pastosa, con una pigrizia di serpe. Un guizzo d’ali inatteso, un lampo nero, corse sul pelo dell’acqua e scomparve. L’acqua gli si richiuse sopra all’istante, lo inghiottì come una gola. Chissà, il volatile, com’era finito quaggiù, doveva essersi imbucato sottoterra dietro i passi e la musica del poeta.
“Il poeta”… Era così che chiamava il marito nell’intimità, quando voleva farlo arrabbiare, ovvero per carezza, svegliandosi al suo fianco e vedendolo intento a solfeggiare con grandi manate nel vuoto una nuova melodia. “Che fai, componi?”. Lui non si sognava di rispondere, quante arie si dava. Ma com’era rassicurante e cara cosa che si desse tante arie, che si lasciasse crescere tanti capelli sul collo e li ravviasse continuamente col calamo di giunco che gli serviva per scrivere; e che non sapesse cuocere un uovo… Quando poi gli bastava pizzicare due corde e modulare a mezza voce l’ultimo dei suoi successi per rendere tutti così pacificamente, irremissibilmente felici…

“Poeta”… A maggior ragione, stavolta. Stavolta lei sillabò fra le labbra la parola con una goccia di risentimento. Sventato d’un poeta, adorabile buonannulla… Voltarsi a quel modo, dopo tante raccomandazioni, a cinquanta metri dalla luce… Si guardò i piedi, le facevano male. Se mai possa far male quel poco d’ aria di cui sono fatte le ombre.

Non era delusione, la sua, bensì solo un quieto, rassegnato rammarico. In fondo non aveva mai creduto sul serio di poterne venire fuori. Già l’ingresso – un cul di sacco a senso unico, un pozzo dalle pareti di ferro – le era parso decisivo. La morte era questo, né più né meno, e, precipitandovi dentro, nell’attimo stesso che s’ era aggricciata d’orrore sotto il dente dello scorpione, aveva saputo ch’era per sempre, e che stava nascendo di nuovo, ma alla tenebra e per sempre. Allora s’era avvinta agli uncini malfermi della memoria, s’era aggrappata al proprio nome, pendulo per un filo all’estremità della mente, e se lo ripeteva, Euridice, Euridice, nel mulinello vorticoso, mentre cascava sempre più giù, Euridice, Euridice, come un ulteriore obolo di soccorso, in aggiunta alla moneta piccina che la mano di lui le aveva nascosto in bocca all’atto della sepoltura.

Tu se’ morta, mia vita, ed io respiro?
Tu se’ da me partita
per mai più non tornare ed io rimango?

Così aveva gorgheggiato lui con la cetra in mano e lei da quella monodia s’era sentita rimescolare. Avrebbe voluto gridargli grazie, riguardarselo ancora amorosamente, ma era ormai solo una statuina di marmo freddo, con un agnello sgozzato ai piedi, coricata su una pira di fascine insolenti. E nessun comando che si sforzasse di spedire alle palpebre, alle livide labbra, riusciva a fargliele dissuggellare un momento.
Della nuova vita, che dire? E delle nuove membra che le avevano fatto indossare? Tenui, ondose, evasive come veli…
Poteva andar meglio, poteva andar peggio. I giochi con gli aliossi, le partite di carte a due, le ciarle donnesche con Persefone al telaio; le reciproche confidenze a braccetto per i viali del regno, mentre Ade dormiva col capo bendato da un casco di pelle di capro… Tutto era servito, per metà dell’anno almeno, a lenire l’uggia della vita di guarnigione. Ma domani, ma dopo?
Guardò l’ acqua. Veniva, onda su onda (e sembravano squame, scaglie di pesce), a rompersi contro la proda. Scura, fradicia acqua, vecchissima acqua di stagno, battuta da remi remoti. Tese l’orecchio: il tonfo delle pale s’udiva in lontananza battere l’ acqua a lenti intervalli, doveva essere stufo, il marinaio, di tanti su e giù… (altro…)

Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear. (altro…)

proSabato: Carmelo Bene, Ofelia

Ofelia

   Ofelia (così la diremo la collegiale che mi si presenta) chiude a due tre mandate un baule-armadio da viaggio per cui è entrata e, circospetta, spiega tremante un foglio e vi si specchia-legge.
   Lilì, che in tutto per lei temporale di flash, scena vuota è la sua cameretta – in più e più solitudini, si specchia nelle pagine dell’universo Will(iam)… Ofelia legge e legge dissociata dalla fanciulla scritta. Frugando nei bauli del solaio proibito, ha scelta a caso certi morti fogli, per amor di frequenza, assiduità innamorata, maldestramente in cerca del suo Amleto azzurro. Non è una svergognata la Lilì: certe curiosità proprie dell’età sua, questo sbocciare in donna ogni istante, il controllo del proprio corpo adolescente o no, frequentato ma sì allo specchio, sì; ma dopo aver girato almen tre volte la chiave nella toppa del solaio-amnesia d’Amleto-cameretta di povera ragazza rosa come quasi tutte le altre…
   Ofelia fruga nel cuore dell’amato (oh, beata!) tramite la sua propria intimità riflessa. Oh, lettura ragazza, oh, apprensione di merletti e di pizzi in cascata sul pavimento sordo dell’amore non corrisposto!…
   E il suo dire, quel dire a fior di labbra, quel non osar di baci che a se stessa nella pagina-specchio che la informa del corpo, del suo viso, degli occhi e non dell’altro – belli d’Altro, quegli occhi – sì, il suo dire si dissocia crudelmente dai gestii di lei via via più disattenta quanto più e più ostinata: e una virgola è un capello fuori posto, capezzoli sorpresi, quei due punti, e la sua bocca che dice è presto detto da quel po’ di rossetto che non dis-dice.
   Oh lettura! Oh maquillage!
   Povera Ofelia! povera Lilì!: così compresa della tua distrazione; oh riflessi!… Ti distruggi allo specchio Lilì; e ti cadono i fogli addormentati di tra le mani (oh, le mani! oh carezze!) ahi!, all’infinito ti confonde lo specchio, giù, sui ghiacci del pavimento sordo dell’amore non corrisposto…

Oh, come lei è laggiù,
come la notte è nera!
Ahi, che la vita è una stordente fiera!

   Ahi! Lilì, “così magra e così eroica!”, creatura mal riflessa e poi riflessa mai più! Smetti queste tue lacrime! pace ai lunghi capelli! non sfigurarti ancora. Vedi, è entrata nella tua stanzetta la morte istitutrice, e ti dispone, annegata da citazione oggi economica sopra le coltri d’acqua d’un bel(letto) dipinto da Millais.

da Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna, Bompiani, 2016, pp. 58-59.

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto

Donnarumma all’assalto, ovvero il fallimento dello stato italiano

di Sandro Abruzzese

*

Donnarumma all’assalto andrebbe letto su un’altura. Andrebbe bene l’altura di Caserta Vecchia, per esempio. A quel punto, però, magari insieme a La città distratta di Pascale. O andrebbe bene il Belvedere di Tramonti, per non dire delle pendici riarse dal fuoco degli incendi vesuviani o del Monte Somma. Da lì avremmo modo di vedere la distesa senza fine di edifici e strade, quello sviluppo parziale e incontrollato che ha compromesso la Campania felix, trasformandola in una contraddittoria conurbazione di 4 milioni di persone che va da Caserta e Mondragone, passando per Napoli, Pompei, Salerno, fino a Eboli e Battipaglia. Ma a quel punto, sul Vesuvio intendo, andrebbe letto pure Nel corpo di Napoli oppure, ancora meglio, Di questa vita menzognera di Montesano.
Insomma, nella lunga fase odierna in cui prevalgono i Marchionne e le delocalizzazioni, e la parola stessa Lavoro è bandita dai palinsesti, e soprattutto in una lunga fase in cui la politica del Lavoro e quella Industriale risultano praticamente assenti dall’agenda partitica e parlamentare, Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione meridionale e nazionale.

Innanzitutto il protagonista: è lui, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, che nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso, intendo, lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventarne parte, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare indietro, non prima di aver compreso e sviscerato le sue componenti.
Il protagonista è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro di selezionatore del personale lo espone.
Santa Maria poi, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.
Se ne scrivo, e magari ne scrivo da un’altura, è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica e che qualsiasi territorio ampiamento popolato non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione.

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ProSabato: Silvio d’Arzo, Sera sul fiume

 

SERA SUL FIUME

 

Specie nella città di provincia, tutto quello che si fa dopo le undici e cinquantanove acquista senz’altro un sapore illecito, sospetto. Anche frasi innocenti, di quelle che stanno in bocca alle madri, prendono di colpo oscuri significati.
Un seminarista, poi visto alle due di notte per un vicolo, verrebbe immediatamente preso per un agitatore.
Forse per via delle nostre ombre, pensava Stresa guardando ora la sua che si allungava per la strada e si spezzava tutt’a un tratto contro una gronda che sporgeva dal muro. Ne risultava così qualcosa di simile a quei soldati di carta, spezzati in due, che da ragazzo, a volte, gli capitava d’incollare piuttosto male. notava ora una diversità grande, impensata, fra le ombre del giorno e quelle della notte: l’ombra di lui, calda, che faceva il sole, lo seguiva sempre timida, sottomessa, una cosa sua, infine, nata da lui. Tutt’altro, invece, quella dei fanali. Pareva quasi che fosse lui, ora, a seguirla, e che la cosa principale, la viva, fosse proprio l’ombra: ecco, aveva quasi il sospetto che la sua, lunga, imperiosa, quasi ostile, che aveva già raggiunto l’angolo della via, potesse anche fermarsi da un momento all’altro ad aspettarlo per riprendere la strada insieme nella notte.
Ma abbandonò subito questi pensieri, ricordandosi che gli camminava accanto in silenzio, la figlia del capitano, Doveva avere una grande fiducia in lui quella sera. Un’illimitata fiducia. Gli chiese solo, a un certo momento, se si fosse ricordato del fanale, poi, rassicurata, non aprì la bocca fino al Chianore.
Ora, fermi sull’argine, udivano l’acqua bassa e lenta frusciare sotto i filari curvi dei salici. La notte fitta di luna, d’acqua, d’erbe, di salici e di fresco, li circondava vergine e calma.
Ed egli si accorse di stonare incredibilmente lì in mezzo. Una cosa che urtava, senza senso, Qualcosa come i fotografi alle parate militari.
“Non si sente niente”, osservò a bassa voce la ragazza con una punta appena di delusione.
“È troppo tardi, adesso. Non gracidano più, ma ci sono.”
Le rane. Volevano alludere alle rane.
Egli scese allora in acqua, adagio adagio, senza nemmeno togliersi le scarpe. Erano scarpe quasi sfatte, ormai, di quelle che non possono più diventare lucide; ma conservano ancora un poco di parca dignità, come tutti gli indumenti dei piccoli impiegati e dei sottufficiali.
Le aveva portate però fino a ieri l’altro e, solo paragonandole alle nuove, si era accorto del loro stato. Ne era arrossito.
Emma lo seguiva intenta sulla riva, scostando leggermente le fronde dei salici dal viso come farfalle, con una curiosità vigile, quasi religiosa. A volte, nel silenzio, come quando si soffermava un poco ad aspettare, e udiva soltanto l’acqua scivolarle ai piedi, si sentiva quasi pianta anche lei,
Adesso non pensava più nemmeno a Ladi, che oggi l’aveva pregata di leggergli qualcosa, nemmeno al fidanzato che doveva pur esistere in una delle tante città. Ma c’erano ancora città oltre le fronde dei salici, oltre l’argine e il ponte?
Le onde sostenevano la luna. E sembrava quasi possibile pigliarla su con due dita, gocciolante, come una moneta caduta in una vasca.
Ma una rana piovve sulla luna e la infranse; i frammenti di madreperla galleggiarono un poco qua e là, poi si ricomposero a disco dondolando. Di nuovo fioriva la luna.
“Stresa, lì, lì, guardate. Colla testa fuori. Dietro le foglie.”
Senza poter nemmeno guardare, Stresa tuffò le mani nell’acqua.
Presa. Era presa. Sentiva palpitare fra le dita la gola larga della rana.
Emma gli tendeva ora il sacchetto, vittoriosa, con un desiderio infantile di lodi, sorgendo dal fogliame fresco e oscuro.
E Stresa, guardandola, desiderò stranamente esserle vicino in quel momento, poterla toccare in qualche modo, senza peccato, senza desiderio.
Un bisogno, ecco, una necessità. Come quando si vuol sentire il sole. È peccato, forse, sentire il sole? O come i cani quando si strisciano contro le gambe del padrone. Una cosa simile, proprio; come un bracco.
Gli mancava, ad ogni modo, qualcosa: non si sentiva completo, così.
Intanto continuava a star lì coi piedi nell’acqua, tenendo in mano a rana.
La rana era grossa, verde e sgambettava.

Silvio d’Arzo, L’aria della sera e altri racconti, Bompiani, 2002

Le nostre camere separate. Per Tondelli

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A venticinque anni dalla morte di Tondelli, le sue “camere separate” continuano a parlarci. Un grazie, vero, profondo, s’incide nella memoria, rileggendolo adesso a distanza di tempo. Camere separate uscì nel 1989: straziante e meraviglioso romanzo. Tondelli, che sarebbe morto di lì a due anni, ci accompagna per mano attraverso la vicenda di Leo e Thomas dentro l’anelito della felicità. Quello che tutti sentiamo: la felicità che sembra di riuscire a toccare, di avere a un passo, e poi scompare. Con entusiasmo e disperazione, è così, si va e si viene dal silenzio. Lì ci sono, in un abbraccio, amore e morte, felicità e distacco.

Dal Terzo movimento:

«Niente è più banale che dire: la vita continua. Ma lui ora sente proprio questo, perché conosce, nel mondo, delle persone che continuano».

«Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione pubblica di un complesso di colpa, di un’angoscia che lui ha sentito forse fin dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice».

Ma è nel Secondo movimento che si trova il passaggio decisivo. Ci dice che la vita ci vuole, ci esige proprio, fuori dalla letteratura:

«Avrebbe preferito fare l’amore, divertirsi, espandersi in circuiti emotivi e alleanze politiche e invece si trovava a lavorare, nella contrazione e nella compressione, al mistero della propria solitudine ignaro che, così facendo, si avvicinava alla vena più solida di quella realtà separata che definiamo arte».

Grazie, Pier Vittorio Tondelli.

Cristiano Poletti

 

 

Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America

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Una frase lunga un libro #79: Rick Moody, Hotel del Nord America, trad. di Licia Vighi; Bompiani, 2016, € 18,00.

*

All’epoca in cui i Culture Club, il gruppo pop inglese, erano all’apice del successo, io mi stavo specializzando in sociologia e, non me ne vogliate, ma mi piaceva canticchiare il pezzo che li aveva resi famosi , “Do You Really Want to Hurt Me?”. Tuttavia, diffondere ogni giorno questa canzone, insieme a “Boys Don’t Cry” e “Should I Stay or Should I Go?”, in versione jazzata, dalle casse della sala da pranzo significa andare in cerca di guai. Katherine Salk era convinta che fosse stato il brano dei Culture Club a farle esplodere l’emicrania, ma potevano anche essere stati i mobili gialli.

Come si può raccontare la vita delle persone? Come si descrivono? Come si inventa un personaggio? Come si costruiscono un ambiente narrativo e un paragrafo? Come si fa salire la tensione? In che modo bilanciare la risata alla malinconia? Come mostrare la solitudine, o la voglia di fuga, o la ricerca di compagnia? O ancora: come creare una struttura nuova dentro la quale metterci la vita degli americani; e sì, di tutti gli americani? Forse sono queste alcune delle domande che si è posto Rick Moody prima di cominciare a scrivere questa storia, o più semplicemente gli interessava sul serio esplorare il mondo dei recensori degli hotel. Il recensore, però, chiunque sia, è sempre una persona. Col trolley si porta dietro la sua vita, i suoi dolori, le sue idiosincrasie. Il postatore seriale che, a volte seriamente a volte meno, riempie le pagine di siti come Trip Advisor, facendoci provare curiosità o terrore nei confronti di un semplice Bad & Breakfast.

Reginald Edward Morse (scelta di nome e cognome strepitosa) è un collaboratore del sito ValutaIlTuoSoggiorno.com, un semplice recensore. Reginald di viaggio in viaggio, si muove molto per il suo lavoro di oratore motivazionale (in precedenza è stato anche operatore finanziario), attraversa il Nord America, e non solo (leggeremo anche un paio di recensioni di hotel italiani, un agriturismo pugliese, un Hotel di Londra) e recensisce, ma che cosa? E questo il punto ed è questo il fulcro del romanzo di Moody.

Hotel sperduti nel Connecticut, motel di Tulsa, minuscole stanze in Ohio, nello stato di New York. Lampade con cui non vorremmo mai avere niente a che fare. Cimici nei letti. Trucchi per fuggire dopo aver scoperto che l’hotel non è come vorremmo che fosse, o che è troppo caro per quello che è. Finte Jacuzzi, bagni troppo lontani dalle camere. Colazioni indimenticabili, colazioni da dimenticare. Wifi, frigobar, canali porno, tv satellitare, assenza di tv. Carta da parati. Eccesso di beige, eccesso di giallo. Qui sono spesso gli oggetti a parlare, come succede nella vita, o in narrativa, o in poesia; o come ci insegnano saggi bellissimi come La vita delle cose di Remo Bodei (Laterza, 2010). Ma sono orologi, televisori, saponette che non appartengono a nessuno, per questo possono raccontare la storia di una comunità insieme a quella di un singolo. E poi Scortesia e gentilezza. Parcheggi attraverso i quali scappare, parcheggi dentro i quali finire a dormire.

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ProSabato: Heinrich Böll, Il destino di una tazza senza manico

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Heinrich Böll, Il destino di una tazza senza manico

Sono fuori, in questo momento, sul davanzale della finestra e mi riempio lentamente di neve: la cannuccia di paglia si è gelata nell’acqua e sapone, dei passeri saltellano attorno a me, rozzi uccelli che si azzuffano per una briciola di pane sparsa per loro: e io tremo per la mia vita, per cui ho già tanto spesso tremato. Se uno di questi grassi passeri mi urta, cado giù dal davanzale, sulla striscia di cemento – acqua e sapone resteranno come un qualcosa di ovale, gelato e la cannuccia si piegherà – e i miei cocci li getteranno nella spazzatura.
Attraverso i vetri appannati vedo splendere pallide le luci dell’albero di Natale, sento piano la canzone che si canta dentro, le zuffe dei passeri coprono tutto.
Nessuno, là dentro, sa naturalmente che io sono nata esattamente venticinque anni fa sotto un albero di Natale e che venticinque anni sono un’età incredibilmente avanzata per una semplice tazza da caffè: le creature della nostra razza che senza essere usate sonnecchiano nelle cristalliere, vivono molto più a lungo di noi, semplici tazze. Eppure sono sicura che della mia famiglia non vive più nessuno, che i miei genitori, i miei fratelli e sorelle, addirittura i miei figli sono morti da tempo, mentre io devo compiere il mio venticinquesimo compleanno sul davanzale di una finestra ad Amburgo, in compagnia di passeri litigiosi.
Mio padre era un piatto da dolci e mia madre una rispettabile vaschetta per il burro: avevo cinque tra fratelli e sorelle, due tazze e tre piattini, ma la nostra famiglia restò unita solo poche settimane: la maggior parte delle tazze muore giovane, di morte improvvisa e così due dei miei fratelli e una delle mie care sorelle, già a Santo Stefano caddero dalla tavola. Presto dovemmo dividerci dal nostro amato padre: in compagnia di mio fratello Joseph, un piattino, accompagnata da mia madre, viaggiai verso il sud. Avvolti in carta da giornale, fra un pigiama e un asciugamano di spugna, andammo a Roma per servire il figlio del nostro padrone che si era dato allo studio dell’archeologia. Questo periodo della mia vita – “i miei anni romani” – fu per me di grandissimo interesse.
Dapprima Julius, così si chiamava lo studente, mi portava con sé alle Terme di Caracolla, resti di mura di un enorme stabilimento balneare: là, alle Terme, feci amicizia con una bottiglia-thermos che accompagnava me e il mio padrone al lavoro. La bottiglia-thermos si chiamava Hulda; spesso restavamo insieme a lungo sull’erba, mentre Julius lavorava con la vanga: più tardi mi fidanzai con Hulda, la sposai durante il secondo anno del mio soggiorno romano sebbene dovessi subire i violenti rimproveri di mia madre che riteneva indegno di me il matrimonio con una bottiglia-thermos. Mia madre era strana, comunque: si sentiva umiliata perché era usata come scatola da tabacco e così il mio caro fratello Joseph che considerò una offesa estrema venir abbassato al ruolo di portacenere.
Vissi con Hulda, mia moglie, mesi felici: imparammo a conoscere tutto quello che anche Julius scopriva, la tomba di Augusto, la Via Appia, il Foro Romano, anche se di quest’ultimo mi restò un triste ricordo perché qui Hulda – la mia consorte amata – venne distrutta dal lancio di una pietra di un ragazzetto romano. Morì per un pezzo di marmo grosso come un pugno, proveniente da una statua delle dea Venere.
Al lettore ancora incline a seguire i miei pensieri, dotato di tanto cuore da concedere anche ad una tazza senza manico saggezza di vita e sentimento di dolore – posso ora comunicare che i passeri hanno beccato da tempo le briciole e che per me non esiste immediato pericolo di vita. Nel frattempo sui vetri appannati, si è formato un tondo lucido – della grandezza di un piatto – e dentro riesco a vedere chiaramente l’albero, vedo anche il viso del mio amico Walter che schiaccia il naso contro il vetro e mi sorride.
Walter, mezz’ora fa, prima che iniziasse la festa coi regali, ha fatto le bolle di sapone, ora mi indica col dito; suo padre scuote il capo, accenna col dito al trenino nuovo fiammante che Walter ha avuto in regalo, ma Walter scuote la testa e io so – mentre il vetro si appanna di nuovo che al più tardi fra mezz’ora sarò di nuovo dentro, nella stanza…
La gioia degli anni romani fu oscurata non solo dalla morte di mia moglie, ma ancora di più dalle stranezze di mia madre e dalla insoddisfazione di mio fratello che la sera, quando ci ritrovavamo insieme nell’armadio, si lamentavano di non essere apprezzati e riconosciuti nella loro vera funzione e vocazione. (altro…)

Patti Smith M Train. Recensione

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Patti Smith, M Train, traduzione italiana di Tiziana Lo Porto, Milano, Bompiani, 2016, € 17,00

“Non è facile scrivere del nulla.”
Ecco cosa stava dicendo un mandriano mentre entravo nel quadro di un sogno. Vagamente bello, intensamente laconico, si dondolava su una sedia pieghevole, appoggiato all’indietro, con in testa uno Stetson che sfiorava lo spigolo della parete esterna grigio spento di un caffè solitario. […]
“Ma noi andiamo avanti,” ha proseguito, “alimentando folli speranze di ogni tipo. Per riscattare quello che abbiamo perduto, qualche scheggia di una rivelazione privata. È una dipendenza, come giocare alle slot machines, o a golf.”
“È molto più facile parlare del nulla,” ho detto io.
Non ha ignorato del tutto la mia presenza, ma non ha risposto.
“Be’, comunque è così che la vedo.”
“Proprio quando stai quasi per darci un taglio e per buttare le mazze nel fiume, ecco che ti entra il tiro giusto, la pallina rotola dritta in buca, e le monete riempiono il cappello rovesciato.”[…]
“Sono già stata qui, giusto?”
Lui se n’è rimasto seduto a guardare la pianura.
Che figlio di puttana, ho pensato. Mi sta ignorando.
“Ehi,” ho detto, “non sono morta, non sono un’ombra passeggera. Sono qui in carne e ossa.”
Ha tirato fuori dalla tasca un taccuino e s’è messo a scrivere.
“Almeno potresti guardarmi,” ho insistito. “È pur sempre il mio sogno.”
Mi sono avvicinata. Abbastanza da vedere cosa stesse scrivendo. Aveva il taccuino aperto su una pagina bianca e di colpo si sono materializzate tre parole.
No, è mio.

Un incipit onirico per un libro che racconta tante vite in una soltanto o − meglio − le tante rifrazioni vitali che può assumere una stessa luce, quella emanata dalle pagine autobiografiche che Patti Smith regala in M Train, uscito da poco per Bompiani con la traduzione di Tiziana Lo Porto. A sei anni da Just Kids, ecco alcune pagine fatte di viaggi, incontri, sogni, memorie di tempi condivisi e non con il marito Frederick “Sonic” Smith ma anche con altre figure che, negli anni, ha incontrato o (re)incontrato e che hanno lasciato un segno indelebile nella sua esperienza. Impossibile citare con precisione senza il rischio di scadere in un catalogo la ricchezza di ispirazioni che compongono questo libro: ci sono molte letture riprese o scansate, immagini e citazioni che aprono a un dialogo con altre forme d’arte, servendosi proprio di quella commistione che caratterizza da sempre l’opera della Smith, tra iconografia, letteratura e poesia, religione e molto altro. C’è un cammino fatto insieme o solitario, costellato da una solitudine odierna che serve a riconoscere quel sentire che caratterizza l’artista e la donna, la creatrice e l’essere umano: irrinunciabile è il momento del mattino, seduta nel solito bar del Village a New York a scrivere, bere caffè nero e mangiare pane integrale con olio d’oliva. Così, l’azione quotidiana diventa “rito” rivelatore, per tracciare con accuratezza i contorni del sé, per (iniziare a) dirsi con ancora più tenacia. In quel luogo Patti Smith coltiva e ha coltivato, negli anni recenti, se stessa. Soprattutto, in merito alla vita di ogni giorno, si parla di meraviglia e fallimento con la stessa “emozione”. Quanto possa stratificarsi la visione del passato ma anche essere attenta nella sua trasmissione al lettore, Patti Smith l’ha imparato tenendo alto lo sguardo, incarnando una consapevolezza totale del proprio presente, svuotato come sempre di utopie e compromessi ma ricco di suggestioni. Conscia di aver destinato le proprie memorie a un tempo ingordo, il suo comunicarle segue la misura del tempo della propria coscienza, un tempo allenato ad altri ritmi e tempi meno voraci di quelli di oggi; questa è senza dubbio la misura della narrazione: lenta ma non “pigra”, che concede anche a chi legge la possibilità di rallentare e (trat)tenere il pass(at)o. La coerenza delle intenzioni riesce sempre a sorprendere. Nel rivelarsi agli altri, la vicenda personale di Patti Smith è perciò emotiva in un senso etimologico: “trasporta fuori” cioè nel mondo − ed è questo il compito del vero memoir − le tessere di una fare e di un dire sensibilmente universale, come fanno già la sua musica e la sua poesia.

© Alessandra Trevisan

proSabato: Camilla Cederna, Ovviamente fetido

cederna poetarum

Ovviamente fetido

Tre sono gli avverbi che da qualche anno ricorrono con incredibile frequenza nelle conversazioni usuali, e l’adoperano indistintamente insegnanti, fotografi, commercialisti e madri di famiglia. Non avete notato come rimbalzano il “francamente”, spesso usato a sproposito, e l’altrettanto mal situato “ovviamente”? La terza locuzione avverbiale strausata è “in effetti”, al posto di infatti, effettivamente, in pratica. (altro…)

proSabato: Alberto Moravia, Pioggia di maggio

moravia racconti romani

Pioggia di maggio

Uno di questi giorni tornerò a Monte Mario, all’Osteria dei Cacciatori, ma ci andrò con gli amici, quelli della domenica, che suonano la fisarmonica e, in mancanza di ragazze, ballano tra di loro. Solo, non ne avrò mai il coraggio. Di notte, talvolta, mi sogno le tavole dell’osteria, con la pioggia calda di maggio che ci batte sopra, e gli alberi aggrondati che gocciolano sulle tavole, e tra gli alberi, in fondo, le nuvole bianche che passano e, sotto le nuvole, il panorama delle case di Roma. E mi pare di udire la voce dell’oste, Antonio Tocchi, come la udii quella mattina, che chiama dalla cantina, furiosa: “Dirce, Dirce”: e mi pare di rivedere lei che mi lancia lo sguardo d’intesa, prima di avviarsi giù in cantina, con quel suo passo duro che risuona sugli scalini. Ci ero capitato per caso, venendo dal paese; e quando mi offrirono di fare il cameriere alla pari, senza pagarmi, pensai: “Soldi non ne avrò, ma almeno starò in famiglia.” Sì, altro che famiglia, invece della famiglia trovai l’inferno. L’oste era grasso e tondo come una palla di burro, ma di una grassezza cattiva, acida. Aveva una faccia larga, grigia, con tante grinze sottili che gli giravano tutt’intorno il viso per il verso della grassezza e due occhietti piccoli, puntuti, simili a quelli dei serpi: sempre in farsetto e maniche di camicia, con un berrettino a visiera, grigio, calcato sugli occhi. La figlia Dirce, quanto a carattere, non era meglio del padre, anche lei dura, cattiva, aspra; ma bella: di quelle donne piccole e muscolose, ben fatte, che camminano battendo l’anca e il piede, come a dire: “Questa terra è mia.” Aveva una faccia larga, con gli occhi neri e i capelli neri, pallida che sembrava una morta. Soltanto la madre, in quella casa, forse era buona: una donna che aveva sì e no quarant’anni e ne mostrava sessanta, magra, con un naso da vecchia e capelli penzolanti da vecchia; ma forse era soltanto scema, almeno c’era da pensarlo vedendola ritta davanti ai fornelli con tutta la faccia tirata in un suo riso muto; se si voltava, si vedeva che aveva un dente o due e basta. L’osteria si affacciava sulla strada con una insegna ad arco, colore sangue di bue, con la scritta: “Osteria dei Cacciatori, proprietario Antonio Tocchi”, a lettere gialle. Poi, per un viale, si arrivava alle tavole, sotto gli alberi, davanti al panorama di Roma. La casa era rustica, tutto muro e quasi senza finestre, col tetto di tegole. D’estate era il tempo migliore; veniva su gente dalla mattina fino a mezzanotte: famiglie coi bambini, coppie di innamorati, gruppi di uomini, e sedevano ai tavoli e bevevano il vino e mangiavano la cucina di Tocchi guardando il panorama. Non avevamo il tempo di rifiatare: noi due uomini sempre a servire, le due donne sempre a cucinare e a risciacquare; e la sera eravamo stracchi e ce ne andavamo a letto senza neppure guardarci. Ma l’inverno oppure anche alla buona stagione, se pioveva, incominciavano i guai. Il padre e la figlia si odiavano, ma odiare è poco dire, si sarebbero ammazzati. Il padre era autoritario, avaro, stupido, e per ogni nonnulla allungava le mani; la figlia era dura come un sasso, chiusa, sempre lei ad avere l’ultima parola, proterva. Si odiavano, forse, soprattutto perché erano dello stesso sangue e, si sa, non c’è nulla come il sangue per odiarsi; ma si odiavano anche per questioni d’interesse. La figlia era ambiziosa: diceva che loro con quel panorama di Roma avevano un capitale da sfruttare e invece lo lasciavano ai cani. Diceva che il padre avrebbe dovuto costruirci una pedana di cemento per il ballo, e affittare un’orchestra e appendervi palloncini veneziani, e trasformare la casa in ristorante moderno e chiamarlo Ristorante Panorama. Ma il padre non si fidava un po’ perché era avaro e nemico delle novità; un po’ perché era la figlia che glielo proponeva, e lui si sarebbe fatto scannare piuttosto che darla vinta alla figlia. Gli scontri tra il padre e la figlia avvenivano sempre a tavola: lei attaccava, con cattiveria, offendendo, su qualche cosa di personale, mettiamo sul fatto che il padre mangiando faceva un rutto; lui rispondeva a parolacce e bestemmie; la figlia insisteva; il padre le dava un ceffone. Bisogna dire che doveva provarci gusto a schiaffeggiarla, perché faceva una certa faccia acchiappandosi coi denti il labbro di sotto e strizzando gli occhi. Ma alla figlia quello schiaffo era come l’acqua fresca su un fiore: rinverdiva d’odio di cattiveria. Allora il padre l’acciuffava per i capelli e menava giù botte. Cascavano piatti e bicchieri, la madre ne toccava anche lei, mettendosi in mezzo, ma da scema, con quel riso eterno sulla bocca sdentata; e io, il cuore gonfio di veleno, uscivo e me ne andavo a spasso sullo stradone che porta alla Camilluccia. (altro…)