Bompiani

proSabato: Alberto Moravia, L’incosciente

 

Quando si agisce è segno che ci si aveva pensato prima: l’azione è come il verde di certe piante che spunta appena sopra la terra, ma provate a tirare e vedrete che radici profonde. Quanto ci avrò pensato a scrivere quella lettera? Sei mesi, poiché erano giusto sei mesi che quel signore si era costruita la villa al ventesimo chilometro sulla Cassia. E l’idea mi venne, appunto, vedendo la villa nuova in cima ad un poggio, nel mezzo della campagna deserta. In quel tempo mi ero montato la testa coi film e con i romanzi a fumetti e inoltre sentivo il bisogno di farmi ammirare da Santina, una ragazza della mia età, figlia del custode del passaggio a livello, una sciocca, ma bella o almeno così allora mi sembrava. Una sera che passeggiavamo insieme, le dissi. mostrandole la villa: – Io me la sentirei uno di questi giorni di scrivere al padrone di quella villa una lettera minatoria -. – Che vuoi dire minatoria? -.
– Minacciosa… o dài tanto o se no ti facciamo fuori… minatoria, insomma -. – Ma non è proibito? – domandò lei sorpresa. – Sì è proibito… ma che importa?… Una lettera con l’indicazione del luogo dove ha da portare il denaro… eh, che ne dici? -. Speravo di impressionarla; ma invece, lei, come se le avessi proposto la cosa più naturale del mondo, disse dopo un momento di riflessione: – Io, per me ci sto… e quanto gli chiederesti? -. Insomma, la prendeva con la massima naturalezza; tanto che io, per non esser da meno, risposi tranquillamente: – Non so… cento, duecentomila lire -. E lei battendo le mani: – Uh che bello… e mi faresti un regalo? -. – Si capisce – E allora perché non lo fai?… Che aspetti? -. Dissi allora: Lasciami il tempo di pensarci -. Così, su uno scherzo, eccomi impegnato a scrivere quella lettera.
Il signore della villa passava spesso nella sua macchina per la Storta, davanti al negozio di frutta e di verdura della mamma. Era un omaccione alto, grande, grosso, con un nasone che pareva di quelli di cartone dipinto che si portano a carnevale, i baffi neri a spazzola, gli occhiacci loschi. Sempre involtato in un paltò di pelo di cammello: un vero orso. Fabbricava profumi nel sottosuolo della villa, infatti, ad avvicinarsi alle finestre del seminterrato, si sentiva uscirne non odori di cucina bensì quelli delle essenze che adopera nel suo laboratorio. Concepii per quell’uomo un’antipatia profonda e questo era una spinta di più a scrivere la lettera. Ma non l’avrei mai scritta, per quanto l’odiassi e per quanto Santina adesso mi stuzzicasse per via delle centomila lire, se uno di quei giorni, a pochi chilometri dalla villa, tre uomini mascherati non avessero fatto una grassazione. I giornali davano tutti i particolari: il guidatore, un commerciante romano, freddato al volante mentre cercava di scappare, la macchina in un fosso, gli altri viaggiatori spogliati di quanto avevano. Dissi a Santina, la sera stessa: – Questo è il momento di a scrivere quella lettera -. – Perché? – domandò lei sorpresa. – Perché – risposi, – fingeremo che la lettera l’abbia scritta uno di quei tre che hanno fatto l’aggressione… con quei precedenti, quel signore avrà paura e scucirà i quattrini -. E quindi vedendo che Santina mi guardava ammirata, continuai: – Vedi, non c’è coraggio e non c’è paura… ci sono soltanto coscienza incoscienza… la coscienza è paura., l’incoscienza è coraggio… quel signore adesso è un incosciente…lui a non sa di abitare in una villa solitaria, in mezzo alla campagna, a disposizione, per così dire, di chiunque lo voglia aggredire… o meglio lo sa con la testa ma non lo sa con le budelle… è, insomma, incosciente ossia coraggioso… io, con la mia lettera lo renderò cosciente, ossia pauroso… tutto ad un tratto si accorgerà di essere in pericolo… e allora avrà paura e pagherà -. Erano tutte cose a cui pensavo da mesi, anzi da anni; e così mi uscivano di bocca come se le avessi lette nelle pagine di un libro. Santina, ammirata, esclamò, infatti: – Ma dì un po’, tu come le pensi tutte queste cose?… lo sai che sei intelligente -. E io, gonfio di vanità: – Questo è niente, si vede che non mo conosci. (altro…)

proSabato: Andrea Emo, In principio era l’immagine #2

NZO

La poesia nasce nel momento in cui rinunciamo ad essere “poetici”. La profonda filosofia è la sorgente da cui sale anche la poesia inconfutabile; così la suprema interrogazione, il dubbio supremo, è anche l’ultima risposta, l’unica affermazione. (Q. 340,1971)

La poesia è tale quando riesce a liberarsi dal suo peso. Dalla gravità dei sentimenti e delle idee. Una parola parlata è già un dono offerto all’oblio; è una diversità che muta insieme all’istante. (Q. 365,1974)

Quando la lettura ci fa partecipi dei sacri poeti, noi veniamo consacrati, facciamo parte dell’ordine sacro del ritmo, del ritmo dell’universo. La sacralità è un ritmo. (Q. 365,1974)

La poesia non fa che parlare di se stessa; e quando parla con la voce di un vero poeta, essa si definisce perfettamente. Ma questa definizione non serve a possederla; il discorso o il canto con cui la poesia parla di sé, la sua definizione inconfutabile è piuttosto la via, il sentiero il modo, il genio con cui essa si sottrae alla definizione, sfugge alla trappola del concetto. Quello che essa dice è al di là, dell’indicibile. La vera poesia è la diversità da se stessa, è l’al di là, l’altro da sé. La patria della poesia è l’al di là, l’inaccessibile; accessibile soltanto mediante la “magia”, l’indefinibile ma reale magia che gli uomini, o alcuni uomini, sanno esercitare. Prendendo la parola magia nel suo significato vero, proprio. E questo al di là svanisce non appena lo si voglia guardare faccia a faccia, obiettivarlo a uno sguardo che dovrebbe e vorrebbe essere superiore. La poesia è inconoscibile come il soggetto; come il soggetto che noi siamo, la nostra soggettività che intensamente sperimentiamo, che è il tutto di noi, ma che possiamo conoscere soltanto negandolo, che conosciamo nella rappresentazione, in cui appunto il soggetto sembra negarsi. E rinascere in forme che ci stupiscono. (Q. 374, 1976)

Andrea Emo, In principio era l’immagine (A cura di Massimo Donà, Romano Gasparotti e Raffaella Toffolo), Bompiani, 2019

proSabato: Andrea Emo, In principio era l’immagine #1

NZO

Il pensiero e l’immagine.

Non è vero che la poesia sia pura fantasia, pura immagine, che la filosofia sia puro pensiero. L’immagine senza pensiero è vuota, il pensiero senza immagine è muto. Ciò che non si saprà mai è questo: quale dei due sia l’origine o la speranza dell’altro. Ma questo è forse necessario. Poiché se il pensiero, guardandosi non vedesse in sé, come suo fine, l’immagine, e l’immagine, guardandosi, non vedesse in sé, come suo fine, il pensiero, forse all’uno e all’altra potrebbe sembrare di essere fondamento, costruzione o conclusione del tutto. Ma questo loro reciproco esser fondati sull’altro fa a noi intendere come pensiero e immagine siano la forma umana della contemplazione, che muta volto e delude se stessa. (Q. 7, 1929)

Ogni immagine è immagine del nulla. E in questo senso l’immagine è ontologica. (Q. 214, 1959)

In principio era l’immagine, e per mezzo di essa tutte le cose furono fatte. L’immagine è in principio (creatrice e creatura della propria negazione) quale può essere la causa dell’immagine? Forse soltanto la sua negazione; tutto ciò che è originato dalla sua negazione (come l’individuo, l’attualità) è originario, è in principio, ed è un principio. L’espressione non può essere poetica quando è originata da una causa o da un’intenzione. L’espressione deve essere originata soltanto dalla rinuncia ai suoi fondamenti, ad ogni fondamento, ad ogni causa e ad ogni effetto. (Q. 288, 1965)

L’immagine è per definizione pallida, diafana, trasparente, ma essa non è astratta. (Q. 306, 1967)

L’immagine, come la vita, è Ifigenia e Fenice – è sacrificio e resurrezione – un mistero che celebriamo in ogni istante con la respirazione, con il fuoco interiore che ci brucia. (Q. 319, 1968/1969)

Andrea Emo, In principio era l’immagine (A cura di Massimo Donà, Romano Gasparotti e Raffaella Toffolo), Bompiani, 2019

I poeti della domenica #308: Silvia Salvagnini, Caramelle

 

caramelle

 

“se parli ti spacco la testa con il tombino
ti faccio nera ti rovino fino a sera
se parli ti spacco la testa
e muori impiccati vai fuori:
ti faccio nera ti rovino fino a sera”
.
.
lecco le caramelle e le incarto
incarto ancora caramelle
e lecco lo specchio con la lingua
con insistenza chiudo il tuo dentifricio
lecco il bordo del tubetto
se sono stata capace di leccarti
ogni sotto, di fotterti ogni fotto
sono capace di leccarti il piatto
.
.
la forchetta che ti ho portato
leccarti la merda del cuscino dormito
leccare abbondantemente i bordi
delle finestre, le mutande che ti raccolgo
ogni mattina, il lembo del lenzuolo
che ti piego accurata
leccare la carta scritta che ti scrivo
per dirti amore non dormo non dormivo
per dirti amore sono sveglia sono viva
sono respiro impulso vivo
ti lecco il polsino della camicia
stirata appesa al manichino
ti lecco il calzino che lasci alla porta dello sgabuzzino
.
.
lecco le chiavi che usi e nascondi e
solo tu usi
lecco l’imbuto del vino, lascio tracce
come quando ti piaceva il collo
l’ascella e infilarmi il coltello.
.
.
tutta in silenzio la casa riposa
mentre sei al lavoro e io sono sola
prima del distacco dello scappare
dello scacco.
.
.
“se parli ti spacco la testa
e muori impiccati vai fuori”: (altro…)

Silvia Salvagnini, ‘Il seme dell’abbraccio’ (nota di Chiara Pini)

il seme dell’abbraccio
Vortice che crea

Lo sguardo è catturato. Afferro questo libro che mi catapulta nell’allegria e nella leggerezza dell’infanzia per quel rosa della copertina, così difficile da definire per un adulto, anche attraverso l’aiuto di un pantone, ma che un bambino di oggi identificherebbe subito con un rosa candy e che un altro, di qualche decennio fa, avrebbe paragonato a succulenti lucumi. E poi leggo quel titolo, il seme dell’abbraccio, collocato tra evanescenti soffioni di tarassaco, che mi racconta la solidità di quell’apparente leggerezza e desidero comprendere.

Silvia Salvagnini è l’autrice di il seme dell’abbraccio. poesie per una rinascita (Bompiani, 2018), una raccolta di poesie che racconta lo straordinario del quotidiano, attraverso una storia d’amore che ci appare subito difficile e complicata. In una continua tensione verso nuova vita, Silvia Salvagnini non cerca scorciatoie per meno soffrire e urta con violenza tra gli ostacoli di esistenze condotte nelle oscurità del sottosuolo, segnate dall’incomprensione e da orizzonti di tensione non condivisi. È un vivere quotidiano concreto, fatto di materia, di sessualità, di violenza, di toni bassi, cupi, che il lettore non ha il tempo di introiettare come tale: il dolore è curato con spugnate di gioia e innocenza bambina. La poesia di Silvia Salvagnini è un vortice che crea bellezza. È immensità leggera. È luce che illumina gli angoli bui di un amore possessivo e cieco, di un amore che non arriva al suo compimento; è il tentativo costante di voler far comprendere la realizzazione di un fine ultimo di ‘destino di gioia universale’ che si realizza attraverso l’accettazione della diversità nella libertà dell’essere. In questa narrazione la voce guida è alla continua ricerca di mantenere il mondo che la circonda sintonizzato alla frequenza della realtà da lei desiderata: da questo nascono dissonanze, scontri, parole che sembrano perdere significato, ritmi sincopati; intuizioni che preannunciano catastrofi. È una lotta di resistenza che terminerà solo quando il dissenso sarà noto e compreso, quando non ci saranno più ostacoli a immergersi nel mondo.

questo libro
lo finisco quando ho sputato il rospo
quando sto bene al sole
quando ho spaccato questa noia
mangiato un girasole
eliminato il superfluo
la nozione di imperatore
e quando riesco a correre
con meno fiatone.

La poesia di Silvia Salvagnini è intrisa di sentimento panico: l’esistenza dell’uomo si eleva e si colora solo quando si fa natura:

avevo sentito che c’era
qualcosa di male
nel caldo egli uffici
allora annaffiavo
la moquette e seminavo
melograni biancospini
banani africani
ciliegi rosa e rossi
riempivo di cachi
fichi e tuberi grossi.

(altro…)

proSabato: Gesualdo Bufalino, Il ritorno di Euridice

Il ritorno di Euridice

Era stanca. Poiché c’era da aspettare, sedette su una gobba dell’argine, in vista del palo dove il barcaiolo avrebbe legato l’alzaia. L’aria era del solito colore sulfureo, come d’un vapore di marna o di pozzolana, ma sulle sponde s’incanutiva in fiocchi laschi e sudici di bambagia. Si vedeva poco, faceva freddo, lo stesso fiume non pareva scorrere ma arrotolarsi su se stesso, nella sua pece pastosa, con una pigrizia di serpe. Un guizzo d’ali inatteso, un lampo nero, corse sul pelo dell’acqua e scomparve. L’acqua gli si richiuse sopra all’istante, lo inghiottì come una gola. Chissà, il volatile, com’era finito quaggiù, doveva essersi imbucato sottoterra dietro i passi e la musica del poeta.
“Il poeta”… Era così che chiamava il marito nell’intimità, quando voleva farlo arrabbiare, ovvero per carezza, svegliandosi al suo fianco e vedendolo intento a solfeggiare con grandi manate nel vuoto una nuova melodia. “Che fai, componi?”. Lui non si sognava di rispondere, quante arie si dava. Ma com’era rassicurante e cara cosa che si desse tante arie, che si lasciasse crescere tanti capelli sul collo e li ravviasse continuamente col calamo di giunco che gli serviva per scrivere; e che non sapesse cuocere un uovo… Quando poi gli bastava pizzicare due corde e modulare a mezza voce l’ultimo dei suoi successi per rendere tutti così pacificamente, irremissibilmente felici…

“Poeta”… A maggior ragione, stavolta. Stavolta lei sillabò fra le labbra la parola con una goccia di risentimento. Sventato d’un poeta, adorabile buonannulla… Voltarsi a quel modo, dopo tante raccomandazioni, a cinquanta metri dalla luce… Si guardò i piedi, le facevano male. Se mai possa far male quel poco d’ aria di cui sono fatte le ombre.

Non era delusione, la sua, bensì solo un quieto, rassegnato rammarico. In fondo non aveva mai creduto sul serio di poterne venire fuori. Già l’ingresso – un cul di sacco a senso unico, un pozzo dalle pareti di ferro – le era parso decisivo. La morte era questo, né più né meno, e, precipitandovi dentro, nell’attimo stesso che s’ era aggricciata d’orrore sotto il dente dello scorpione, aveva saputo ch’era per sempre, e che stava nascendo di nuovo, ma alla tenebra e per sempre. Allora s’era avvinta agli uncini malfermi della memoria, s’era aggrappata al proprio nome, pendulo per un filo all’estremità della mente, e se lo ripeteva, Euridice, Euridice, nel mulinello vorticoso, mentre cascava sempre più giù, Euridice, Euridice, come un ulteriore obolo di soccorso, in aggiunta alla moneta piccina che la mano di lui le aveva nascosto in bocca all’atto della sepoltura.

Tu se’ morta, mia vita, ed io respiro?
Tu se’ da me partita
per mai più non tornare ed io rimango?

Così aveva gorgheggiato lui con la cetra in mano e lei da quella monodia s’era sentita rimescolare. Avrebbe voluto gridargli grazie, riguardarselo ancora amorosamente, ma era ormai solo una statuina di marmo freddo, con un agnello sgozzato ai piedi, coricata su una pira di fascine insolenti. E nessun comando che si sforzasse di spedire alle palpebre, alle livide labbra, riusciva a fargliele dissuggellare un momento.
Della nuova vita, che dire? E delle nuove membra che le avevano fatto indossare? Tenui, ondose, evasive come veli…
Poteva andar meglio, poteva andar peggio. I giochi con gli aliossi, le partite di carte a due, le ciarle donnesche con Persefone al telaio; le reciproche confidenze a braccetto per i viali del regno, mentre Ade dormiva col capo bendato da un casco di pelle di capro… Tutto era servito, per metà dell’anno almeno, a lenire l’uggia della vita di guarnigione. Ma domani, ma dopo?
Guardò l’ acqua. Veniva, onda su onda (e sembravano squame, scaglie di pesce), a rompersi contro la proda. Scura, fradicia acqua, vecchissima acqua di stagno, battuta da remi remoti. Tese l’orecchio: il tonfo delle pale s’udiva in lontananza battere l’ acqua a lenti intervalli, doveva essere stufo, il marinaio, di tanti su e giù… (altro…)

Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear. (altro…)

proSabato: Carmelo Bene, Ofelia

Ofelia

   Ofelia (così la diremo la collegiale che mi si presenta) chiude a due tre mandate un baule-armadio da viaggio per cui è entrata e, circospetta, spiega tremante un foglio e vi si specchia-legge.
   Lilì, che in tutto per lei temporale di flash, scena vuota è la sua cameretta – in più e più solitudini, si specchia nelle pagine dell’universo Will(iam)… Ofelia legge e legge dissociata dalla fanciulla scritta. Frugando nei bauli del solaio proibito, ha scelta a caso certi morti fogli, per amor di frequenza, assiduità innamorata, maldestramente in cerca del suo Amleto azzurro. Non è una svergognata la Lilì: certe curiosità proprie dell’età sua, questo sbocciare in donna ogni istante, il controllo del proprio corpo adolescente o no, frequentato ma sì allo specchio, sì; ma dopo aver girato almen tre volte la chiave nella toppa del solaio-amnesia d’Amleto-cameretta di povera ragazza rosa come quasi tutte le altre…
   Ofelia fruga nel cuore dell’amato (oh, beata!) tramite la sua propria intimità riflessa. Oh, lettura ragazza, oh, apprensione di merletti e di pizzi in cascata sul pavimento sordo dell’amore non corrisposto!…
   E il suo dire, quel dire a fior di labbra, quel non osar di baci che a se stessa nella pagina-specchio che la informa del corpo, del suo viso, degli occhi e non dell’altro – belli d’Altro, quegli occhi – sì, il suo dire si dissocia crudelmente dai gestii di lei via via più disattenta quanto più e più ostinata: e una virgola è un capello fuori posto, capezzoli sorpresi, quei due punti, e la sua bocca che dice è presto detto da quel po’ di rossetto che non dis-dice.
   Oh lettura! Oh maquillage!
   Povera Ofelia! povera Lilì!: così compresa della tua distrazione; oh riflessi!… Ti distruggi allo specchio Lilì; e ti cadono i fogli addormentati di tra le mani (oh, le mani! oh carezze!) ahi!, all’infinito ti confonde lo specchio, giù, sui ghiacci del pavimento sordo dell’amore non corrisposto…

Oh, come lei è laggiù,
come la notte è nera!
Ahi, che la vita è una stordente fiera!

   Ahi! Lilì, “così magra e così eroica!”, creatura mal riflessa e poi riflessa mai più! Smetti queste tue lacrime! pace ai lunghi capelli! non sfigurarti ancora. Vedi, è entrata nella tua stanzetta la morte istitutrice, e ti dispone, annegata da citazione oggi economica sopra le coltri d’acqua d’un bel(letto) dipinto da Millais.

da Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna, Bompiani, 2016, pp. 58-59.

proSabato: Alberto Moravia, Il pagliaccio

Il pagliaccio

Quell’inverno, tanto per non lasciar intentato alcun mestiere, presi a girare per i ristoranti suonando la chitarra a un mio compagno che cantava. Il compagno si chiamava Milone, anche soprannominato il professore per via che un tempo aveva insegnato la ginnastica svedese. Era un omaccione sui cinquanta, non proprio grasso ma inquadrato, con una faccia spessa e torva e un corpaccio massiccio che faceva scricchiolare le seggiole quando si sedeva. Io suonavo la chitarra da par mio, ossia sul serio, senza quasi muovermi, gli occhi bassi, perché sono un artista e non un buffone; il buffone invece lo faceva Milone. Cominciava come per caso, ritto in piedi, appoggiato a un muro, il cappelluccio sugli occhi, i pollici sotto l’ascella, la pancia, fuori dai pantaloni e la cinghia sotto la pancia: pareva un ubriaco che cantasse alla luna. Poi, via via, si scaldava e, pur senza veramente cantare, perché non aveva né voce né orecchio, finiva per dar spettacolo di sé, o meglio, come ho detto, per fare il buffone. La sua specialità erano le canzonette sentimentali, le più famose, quelle che normalmente commuovono e inteneriscono; ma in bocca sua quelle canzonette non commuovevano bensì facevano ridere perché lui sapeva renderle ridicole, in una maniera tutta sua, spiacevole e triste. Io non so che ci avesse quell’uomo: o che in gioventù qualche donna gli avesse fatto un torto; oppure che fosse nato a quel modo, con un carattere così, da prender gusto a mettere alla berlina le cose buone e belle; fatto sta che non era un semplice caratterista; no, lui ci metteva non so che rabbia e ci voleva tutta l’ottusità della gente mentre mangia per non accorgersi che non era ridicolo ma semplicemente penoso. Soprattutto superava se stesso quando si trattava di rifare le mossette, le smorfie e i vezzi femminili. Che fa una donna, sorride civettuola? e lui, da sotto la falda del cappello, abbozzava un ghigno sguaiato da baldracca. Batte, come si dice, un poco l’anca? e lui si metteva a far la danza del ventre spingendo in fuori la natica quadrata e massiccia come un pacco. Fa la voce dolce? e lui stringendo la bocca, ne tirava fuori una vocetta flautata, alla melassa, addirittura stomachevole. Non aveva, insomma, misura, passava sempre il segno, diventava scurrile, ripugnante. A tal punto che io spesso mi vergognavo, perché un conto è accompagnare con la chitarra un cantante e un conto tener bordone a un pagliaccio. E poi ricordavo di aver suonato non molto tempo addietro quelle stesse canzoni, cantate sul serio da un bravo artista; e mi faceva pietà vederle ridotte a quel modo, irriconoscibili e indecenti. Glielo dissi, una volta, mentre trottavamo per le strade, da un ristorante all’altro. “Ma che ti hanno fatto le donne a te?” Al solito, dopo aver fatto il buffone, era distratto e tetro, come se avesse avuto chissà che pensieri per la testa. “A me”, disse, “non mi hanno fatto niente.”
“Dico così”, spiegai, “perché a prenderle in giro ci metti una passione.” Questa volta lui non rispose e il discorso finì lì. L’avrei lasciato se non ci avessi avuto l’interesse; perché, sebbene questo possa sembrare impossibile, faceva più soldi lui con le sue volgarità che tanti bravi posteggiatori con le loro belle canzoni. Giravamo soprattutto per quei ristoranti non proprio di lusso, quasi delle trattorie, alla buona ma cari, dove la gente ci va per rimpinzarsi e stare allegra. Ora, appena entravamo, e io zitto zitto, sfoderavo la chitarra, da quei tavoli affollati era un solo grido: “Oh, il professore… ecco il professore… vieni qua professore.” Torvo, sbracato, stralunato, strisciante, Milone si presentava dicendo: “Comandino” e quel “comandino” era già così ridicolo, alla maniera sua, che tutti scoppiavano dalle risate. Intanto arrivava la pasta asciutta; e, mentre il trattore si affannava in giro a servire, Milone, con una vocetta fessa, annunziava: “Una canzonetta proprio bella: Quando Rosina scende dal villaggio… io farò Rosina.” Figuratevi quelli: a vederlo fare Rosina, coi soliti lazzi e le solite scurrilità, restavano perfino in sospeso con gli spaghetti penzolanti dalla forchetta, tra la bocca e il piatto. E non erano mica compagnie di macellai o roba simile; era tutta gente fine: gli uomini vestiti di blu scuro, impomatati, la perla sulla cravatta; le donne impellicciate, coperte di gioielli, delicate, preziose. Dicevano tra di loro, mentre Milone faceva il pagliaccio: “È grande… è proprio grande;” oppure qualcuno, allarmato, gridava: “Mi raccomando, non lo dite in giro che l’abbiamo scoperto… se no si guasta.” Tra le altre volgarità, Milone aveva una canzone in cui, ad un certo punto, per render più ridicolo il personaggio, faceva con la bocca un certo rumore che non dico. Ebbene, ci credereste?, erano proprio quelle damine così vezzose a volere il bis di questa canzone. (altro…)

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto

Donnarumma all’assalto, ovvero il fallimento dello stato italiano

di Sandro Abruzzese

*

Donnarumma all’assalto andrebbe letto su un’altura. Andrebbe bene l’altura di Caserta Vecchia, per esempio. A quel punto, però, magari insieme a La città distratta di Pascale. O andrebbe bene il Belvedere di Tramonti, per non dire delle pendici riarse dal fuoco degli incendi vesuviani o del Monte Somma. Da lì avremmo modo di vedere la distesa senza fine di edifici e strade, quello sviluppo parziale e incontrollato che ha compromesso la Campania felix, trasformandola in una contraddittoria conurbazione di 4 milioni di persone che va da Caserta e Mondragone, passando per Napoli, Pompei, Salerno, fino a Eboli e Battipaglia. Ma a quel punto, sul Vesuvio intendo, andrebbe letto pure Nel corpo di Napoli oppure, ancora meglio, Di questa vita menzognera di Montesano.
Insomma, nella lunga fase odierna in cui prevalgono i Marchionne e le delocalizzazioni, e la parola stessa Lavoro è bandita dai palinsesti, e soprattutto in una lunga fase in cui la politica del Lavoro e quella Industriale risultano praticamente assenti dall’agenda partitica e parlamentare, Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione meridionale e nazionale.

Innanzitutto il protagonista: è lui, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, che nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso, intendo, lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventarne parte, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare indietro, non prima di aver compreso e sviscerato le sue componenti.
Il protagonista è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro di selezionatore del personale lo espone.
Santa Maria poi, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.
Se ne scrivo, e magari ne scrivo da un’altura, è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica e che qualsiasi territorio ampiamento popolato non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione.

(altro…)

ProSabato: Silvio d’Arzo, Sera sul fiume

 

SERA SUL FIUME

 

Specie nella città di provincia, tutto quello che si fa dopo le undici e cinquantanove acquista senz’altro un sapore illecito, sospetto. Anche frasi innocenti, di quelle che stanno in bocca alle madri, prendono di colpo oscuri significati.
Un seminarista, poi visto alle due di notte per un vicolo, verrebbe immediatamente preso per un agitatore.
Forse per via delle nostre ombre, pensava Stresa guardando ora la sua che si allungava per la strada e si spezzava tutt’a un tratto contro una gronda che sporgeva dal muro. Ne risultava così qualcosa di simile a quei soldati di carta, spezzati in due, che da ragazzo, a volte, gli capitava d’incollare piuttosto male. notava ora una diversità grande, impensata, fra le ombre del giorno e quelle della notte: l’ombra di lui, calda, che faceva il sole, lo seguiva sempre timida, sottomessa, una cosa sua, infine, nata da lui. Tutt’altro, invece, quella dei fanali. Pareva quasi che fosse lui, ora, a seguirla, e che la cosa principale, la viva, fosse proprio l’ombra: ecco, aveva quasi il sospetto che la sua, lunga, imperiosa, quasi ostile, che aveva già raggiunto l’angolo della via, potesse anche fermarsi da un momento all’altro ad aspettarlo per riprendere la strada insieme nella notte.
Ma abbandonò subito questi pensieri, ricordandosi che gli camminava accanto in silenzio, la figlia del capitano, Doveva avere una grande fiducia in lui quella sera. Un’illimitata fiducia. Gli chiese solo, a un certo momento, se si fosse ricordato del fanale, poi, rassicurata, non aprì la bocca fino al Chianore.
Ora, fermi sull’argine, udivano l’acqua bassa e lenta frusciare sotto i filari curvi dei salici. La notte fitta di luna, d’acqua, d’erbe, di salici e di fresco, li circondava vergine e calma.
Ed egli si accorse di stonare incredibilmente lì in mezzo. Una cosa che urtava, senza senso, Qualcosa come i fotografi alle parate militari.
“Non si sente niente”, osservò a bassa voce la ragazza con una punta appena di delusione.
“È troppo tardi, adesso. Non gracidano più, ma ci sono.”
Le rane. Volevano alludere alle rane.
Egli scese allora in acqua, adagio adagio, senza nemmeno togliersi le scarpe. Erano scarpe quasi sfatte, ormai, di quelle che non possono più diventare lucide; ma conservano ancora un poco di parca dignità, come tutti gli indumenti dei piccoli impiegati e dei sottufficiali.
Le aveva portate però fino a ieri l’altro e, solo paragonandole alle nuove, si era accorto del loro stato. Ne era arrossito.
Emma lo seguiva intenta sulla riva, scostando leggermente le fronde dei salici dal viso come farfalle, con una curiosità vigile, quasi religiosa. A volte, nel silenzio, come quando si soffermava un poco ad aspettare, e udiva soltanto l’acqua scivolarle ai piedi, si sentiva quasi pianta anche lei,
Adesso non pensava più nemmeno a Ladi, che oggi l’aveva pregata di leggergli qualcosa, nemmeno al fidanzato che doveva pur esistere in una delle tante città. Ma c’erano ancora città oltre le fronde dei salici, oltre l’argine e il ponte?
Le onde sostenevano la luna. E sembrava quasi possibile pigliarla su con due dita, gocciolante, come una moneta caduta in una vasca.
Ma una rana piovve sulla luna e la infranse; i frammenti di madreperla galleggiarono un poco qua e là, poi si ricomposero a disco dondolando. Di nuovo fioriva la luna.
“Stresa, lì, lì, guardate. Colla testa fuori. Dietro le foglie.”
Senza poter nemmeno guardare, Stresa tuffò le mani nell’acqua.
Presa. Era presa. Sentiva palpitare fra le dita la gola larga della rana.
Emma gli tendeva ora il sacchetto, vittoriosa, con un desiderio infantile di lodi, sorgendo dal fogliame fresco e oscuro.
E Stresa, guardandola, desiderò stranamente esserle vicino in quel momento, poterla toccare in qualche modo, senza peccato, senza desiderio.
Un bisogno, ecco, una necessità. Come quando si vuol sentire il sole. È peccato, forse, sentire il sole? O come i cani quando si strisciano contro le gambe del padrone. Una cosa simile, proprio; come un bracco.
Gli mancava, ad ogni modo, qualcosa: non si sentiva completo, così.
Intanto continuava a star lì coi piedi nell’acqua, tenendo in mano a rana.
La rana era grossa, verde e sgambettava.

Silvio d’Arzo, L’aria della sera e altri racconti, Bompiani, 2002

Le nostre camere separate. Per Tondelli

tondelli

A venticinque anni dalla morte di Tondelli, le sue “camere separate” continuano a parlarci. Un grazie, vero, profondo, s’incide nella memoria, rileggendolo adesso a distanza di tempo. Camere separate uscì nel 1989: straziante e meraviglioso romanzo. Tondelli, che sarebbe morto di lì a due anni, ci accompagna per mano attraverso la vicenda di Leo e Thomas dentro l’anelito della felicità. Quello che tutti sentiamo: la felicità che sembra di riuscire a toccare, di avere a un passo, e poi scompare. Con entusiasmo e disperazione, è così, si va e si viene dal silenzio. Lì ci sono, in un abbraccio, amore e morte, felicità e distacco.

Dal Terzo movimento:

«Niente è più banale che dire: la vita continua. Ma lui ora sente proprio questo, perché conosce, nel mondo, delle persone che continuano».

«Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione pubblica di un complesso di colpa, di un’angoscia che lui ha sentito forse fin dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice».

Ma è nel Secondo movimento che si trova il passaggio decisivo. Ci dice che la vita ci vuole, ci esige proprio, fuori dalla letteratura:

«Avrebbe preferito fare l’amore, divertirsi, espandersi in circuiti emotivi e alleanze politiche e invece si trovava a lavorare, nella contrazione e nella compressione, al mistero della propria solitudine ignaro che, così facendo, si avvicinava alla vena più solida di quella realtà separata che definiamo arte».

Grazie, Pier Vittorio Tondelli.

Cristiano Poletti