Bologna

PoEstate Silva #24: La Bologna dei fratelli Bertolucci

In occasione dei mondiali che si svolsero in Italia nel 1990 l’Istituto Luce, sotto il patrocinio del Ministero per il Turismo e lo Spettacolo, commissionò a dodici registi del calibro di Mauro Bolognini, Francesco Rosi, Mauro Soldati, Alberto Lattuada, Carlo Lizzani, Mario Monicelli, Michelangelo Antonioni, Ermanno Olmi, Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Gillo Pontecorvo, Lina Wertmüller e Franco Zeffirelli, altrettanti corti per raccontare le città che ospitarono le fasi finali dei mondiali. Ne nacque un film collettivo: 12 registi per 12 città.

Giuseppe e Bernardo Bertolucci raccontarono poeticamente la scoperta di Bologna attraverso gli occhi dei bambini.

(dal sito dell’Istituto Luce)

UNA COME LEI – incontri e pratiche di poesia a Bologna (gennaio-giugno 2018)

UNA COME LEI
incontri e pratiche di poesia
Biblioteca Italiana delle Donne
Da gennaio a giugno 2018 per 6 martedì

Una come lei è il titolo di una poesia di Anne Sexton.
La poeta unì l’urgenza di comunicare all’esigenza di nominare un problema taciuto: la condizione naturale e innaturale di una soggettività femminile che cercava spazio e parola all’interno della società, in cui pubblico e privato erano inconciliabili, e si era quello che si sarebbe dovute essere.
L’idea di Anna Franceschini e Roberta Sireno, curatrici della rassegna assieme alla Biblioteca Italiana delle Donne è quella di creare questo spazio da costruire nel tempo: un luogo raccolto, esclusivo ed inclusivo, che contenga riflessioni nate da incontri e avvicinamenti sulla poesia e sul fare poesia. Si tratta di un percorso che avrà inizio il 23 gennaio 2018 e terminerà il 19 giugno: un arco di sei mesi con appuntamenti a cadenza mensile per fare il punto sulla scrittura in maniera creativa, attraverso il confronto con autrici che hanno reso salde ed efficaci le proprie parole.

Crediamo che la parola si alimenti nel confronto, l’affermazione e la conferma altra da noi fa diventare parola la parola detta. Sembra un gioco, ma sappiamo di essere quando troviamo le parole per definirci. Creazione e confronto sono le basi, la partenza  di questo tempo dedicato a stare insieme all’interno di un contesto intimo in cui spogliarsi dalle formalità e ridurre le distanze, unendo l’essere autrice con l’essere donna e cosa significhi esserlo, se vale ancora questa differenziazione e, infine, se è necessario affermarla.

Ai laboratori seguirà un momento pubblico, destinato a tutti le/gli interessat*, durante il quale sarà presentato il lavoro editoriale e di scrittura: un momento per dare visibilità e rilievo a donne che si affermano prendendo parola e spazio, raccontando le proprie capacità e le proprie opere. (altro…)

Riassunto di Ottobre (seconda edizione)

Bologna, sabato 21 ottobre 2017
seconda edizione di
RIASSUNTO DI OTTOBRE
(a cura di Sergio Rotino, da
un’idea di Marco Giovenale)

@ CostArena, via Azzo Gardino 48
dalle 11:00 alle 21:00
testi editi e inediti di
12 autori contemporanei

(Leonardo ​​Canella, Anna ​​Franceschini,
Marco ​​Giovenale, Alessandra ​​Greco,
Luciano ​​Mazziotta, Simona ​​Menicocci,
Renata ​​Morresi, Lidia ​​Riviello,
Giorgia ​​Romagnoli, Claudio ​​Salvi,
Michele ​​Zaffarano, Luca ​​Zanini)

*

PROGRAMMA

Apertura (salone primo piano): ore 10:30

Letture testi INEDITI: ore 11:00

Pausa: 13:30-15.30 ca.

Letture testi EDITI: ore 16:00-20:30

Conclusione: 20:30 – 21:00

PRUFROCK’S PARTY

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Prufrock’s Party perché abbiamo voglia di festeggiare i nostri primi 4 anni di vita, con tutti voi. Ma anche con tutti quelli che ancora non ci conoscono.

Prufrock’s Party perché vogliamo festeggiare il futuro e abbiamo in cantiere nuovi progetti, che sentiamo il bisogno di condividere.

Prufrock’s Party perché vogliamo raccontare quello che abbiamo fatto finora, con una festa. 

 

SABATO 4 FEBBRAIO ORE 19.00

BOLOGNA

Ex Forno Mambo – Via Don Minzoni 14/E

Dj set a cura di Super Barbecue – Radio Città Fujiko

Progetto grafico di Davide Baroni

 

Due signore e un Cherubino: Goliarda Sapienza a teatro

La redazione di Poetarum Silva segnala agli amici bolognesi questo spettacolo allestito su un testo di Goliarda Sapienza.

locandina Alemanni maggio 2016

Due Signore e un Cherubino è una pièce scritta da Goliarda Sapienza intorno al 1987. A ispirare l’opera fu l’amicizia vivace e sui generis che venne a instaurarsi tra la stessa scrittrice e Marta Marzotto, famosa per essere la mondina più mondana dell’alta società di quei tempi.

L’allestimento della Modesta Compagnia dell’arte, con la regia di Maurizio Tonelli, si propone di mettere in rilievo i dialoghi dei personaggi, l’alterità che li lega, l’estrema sintonia che al contempo si instaura tra di loro e il divertente gioco di seduzione che fa da scena al loro dramma.

Su questo tessuto di dialoghi il regista vuole valorizzare la spiccata naturalezza con cui  le due protagoniste sono state create  dalla scrittrice. L’idea è fare in modo che il pubblico sia parte invisibile della stanza, per rubare quell’intimità, sempre in bilico tra lo strappo e la riconciliazione. Sebbene la vita presti il fianco a continue forme di complessificazione, ciò che ci restituisce la vera umanità è saper estrarre la bellezza dagli eventi, anche i più semplici, spesso inaspettati. Le rispettive vanità e le difficoltà legate all’esistenza allora sembrano svanire. Il valore delle cose emerge come un lampo, come una sorta di schizía creatrice che irrompe nelle vite dei personaggi e sembra pacificare sia loro che il pubblico. Dialoghi fluttuano tra le coscienze delle due donne protagoniste e abitano il tempo fino alla comparsa del “cherubino” fino a ridefinire  nuove istanze, narcotizzando per il momento quel fuoco vano che aleggiava tra quelle pareti; vivere e morire acquistano, allora, nuove densità e l’inaspettata simbiosi che si viene a creare tra di loro si fa vascello per passare di vanità in vanità.

La colonna sonora scritta per lo spettacolo acuisce i momenti in cui i personaggi sembrano un solo corpo, quasi dotandoli di una guaina che li ripara dalle loro incongruenze e dalle diverse strade che la vita li ha portati a vivere.

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Mercoledì 4 Maggio – ore 21:00 – 

Teatro Alemanni – Via Mazzini, 65 – Bologna

ingresso 11,00 €uro

Primo Marzo o Lucio Dalla (di R. Calvanese)

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Ogni primo marzo, da qualche anno a questa parte, torno a casa e metto sul piatto Banana Republic. Lo ascolto tutto, senza parlare, pensando allo sguardo di mio padre che racconta di quel concerto “con il mitico Lucio Dalla” e con Francesco De Gregori.

 

La fiera del disco è uno di quei mille mercatini sparsi in questo paese dove puoi comprare un sacco di dischi, nuovi ed usati. La fanno a Napoli, un paio di volte all’anno, ed ogni volta è come se fosse la prima per me. I dischi non li compravo da un po’, mi ero perso dietro al formato digitale e forse avevo perso anche un po’ della magia di avere un disco tra le mani. I vinili mi hanno restituito quell’emozione, il brivido e l’attesa, la gelosia per un oggetto, per un feticcio. Ogni volta che posso prendo un po’ di soldi e vado a caccia di musica, specialmente di quei dischi usati che compri a pochi spiccioli. Nessuno ci pensa mai ma quello è l’unico modo di far rivivere la musica. Album con tanti anni sulle loro spalle, dimenticati e coperti da successi e star recenti. I mercatini sono la loro ribalta ed io mi ci immergo come in un enorme Juke-Box in cui ogni volta che sfreghi una copertina è come se potessi sentire una canzone e dare spazio a dei ricordi. Banana Republic l’ho comprato proprio lì, alla fiera del disco. Mi erano rimasti soltanto dieci euro e non avrei potuto spenderli meglio.
Un disco poi ha di bello che non è soltanto la somma ed il contenitore delle canzoni che vi sono incise. Un disco è un biglietto d’entrata in una dimensione altra, quella dell’immaginario che siamo capaci di legare ad esso.

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Questo Natale #24: Silvia Tebaldi, Le variazioni Goldberg della pioggia

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cielo_e_acqua_1- Escher – fonte google

Le variazioni Goldberg della pioggia

Lei forse riderà, ma quando ho visto la scritta Bruegel (anzi, Brueghel) su fondo rosso e la facciata del palazzo, nella neve, il portale barocco, e ho pensato a una mattina di luglio incandescente, a noi due sotto i portici, adagio, al riparo dei portici, dall’Archiginnasio al Collegio di Spagna su fino al largo di via Saragozza che pareva immenso, fatto di luce sporca; ai miei sforzi di evitarle inciampi, ostacoli, alla mia idea di raccontarle i quadri (così avevo immaginato) e invece fu lei, davanti a Cielo e acqua, a descrivere quei pesci e uccelli nel loro moto a forma di rombo, nella loro trasmutazione nera e bianca, perché lei le conosceva bene le opere di Escher, le ricordava anche senza vederle – lei riderà, maestro, ma io volevo visitare la mostra dei Brueghel e invece ora capisco che è con lei che vorrei andarci, stare al cospetto di quelle nevi, quei canali, quelle folle minute e inesauribili. Ma lei è dall’altra parte del mondo, maestro, e allora torno indietro nella neve, nei portici, che mancano tre giorni a Natale ed è già notte.

Non so dir quasi niente, di me – solo che un tempo anch’io scrivevo e ora ho smesso, se scrivere vuol dire inventare mondi, persone, o metter giù delle parole astratte. E dico che si dovrebbe tenere non dico un diario, ma un taccuino sì, e ogni giorno scriverci su due righe, tre – scriverle oppure dettarle e mica chissà cosa, giusto per dire eccomi, ecco, per non sparire almeno da noi stessi. E così quando ho tempo mi siedo e scrivo queste righe, oppure vado su all’Archiginnasio, che poi è dove stavo un tempo, prima di sparire – mi siedo a quei tavoli lunghi, di legno, e scrivo due righe sul taccuino. Ed è così che si siamo incontrati, lei e io – qualcuno della biblioteca che ci conosceva entrambi, lei un maestro anziano e celebre e io nessuno, e quel giorno lei scelse me per accompagnarla a una mostra, Maurits Cornelis Escher, per labirinti e scale che non poteva vedere.

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Il futuro alle spalle – ritorno sulla carriera di Luigi Bernardi (Bologna, 18/10/2014)

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L’Associazione Culturale Luigi Bernardi invita  a partecipare all’incontro intitolato “Il Futuro alle Spalle”, che si terrà sabato a partire dalle 16 in Cappella Farnese a Bologna.
L’incontro sarà la prima occasione di analizzare in maniera critica il contributo di Luigi Bernardi al mondo dell’editoria, attraverso interventi di Luca Raffaelli sul lavoro di Luigi nel mondo del fumetto, di Giancarlo De Cataldo, sullo studio dei crimini a cui Luigi si è dedicato ad un certo punto della sua carriera, di Antonio Paolacci e Marcello Fois sull’approccio di Luigi al lavoro di editore, e infine di Sergio Altieri alla carriera di scrittore di Luigi.
Questi contributi saranno anche accompagnati da ricordi più personali di Vittorio Giardino e Fabio Bonifacci.
Inoltre, l’incontro sarà l’occasione di presentare l’Associazione Culturale dedicata al lavoro di Luigi, annunciando i primi progetti, già in divenire con l’ Alliance Française di Bologna e il Dipartimento Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna.
Il tutto sarà moderato da Alberto Sebastiani con interventi introduttivi di Mauro Felicori e Marco Bernardi e il contributo di Matteo Lepore per il Comune di Bologna.

Francesca Rimondi – Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

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affori – foto gm

 

Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

Ci sono questi genitori, no. Questi genitori molto fieri.
Gli piace un sacco, a questi genitori, che i propri figli giochino. E i loro figli, effettivamente, giocano.
Mio figlio non gioca.
Sta sempre in panchina. In panca come dicono loro. I genitori fieri.
Io di solito mi porto un libro. L’anno scorso ho letto tutto Mailer. Per dire.
Adesso non riesco a leggere niente, perché questi genitori parlano e parlano. Parlano, dicendo cose contro l’allenatore che non sa fare squadra, e l’arbitro che non può fischiare proprio tuttotutto, e la dirigente che non sa scrivere i tabellini e poi è cicciona. E guarda che gonne si mette, la dirigente, ma non lo vede che è cicciona.
Dove ha gli specchi in casa, ahahah.
Suo figlio, poi. Il Figlio della Dirigente. Il FdD gioca, chissà perché, tutti e quattro i quarti della partita. E non è capace, dio santo quanto non lo è.

“Cosa uhm leggi” prova a chiedermi Harry o Henry, non ho ben focalizzato il nome, che sarebbe il padre di Cip o di Ciop, cioè di uno dei due, Harry o Henry è il padre o di Cip o di Ciop, non saprei bene quale, dato che poi sono sovrapponibili. Sono tutti sovrapponibili.
Cip e Ciop sono alti un metro e sessanta in due. Però giocano. Sovrapponibili. Vanno a canestro che sembrano dei fulmini.
Mio figlio non gioca.
Sempre panca.
Cip (o Ciop) ha appena fatto passi.
“PASSI! DEFICIENTE!” gli urla il padre Harry o Henry.
Cip (o Ciop) si gira verso il padre e gli fa scusa con la manina ciccia.
Gli fa scusa.
Mio figlio sbadiglia in panca.
“AIUTATE MIO FIGLIO!” urla una madre improvvisamente arbitra, improvvisamente tragica, mentre il figlio è a terra, palla in mano, aggredito da due avversari.
Son cose che capitano, mi dico chiudendo il mio Faulkner, attenta a metterci il dito dentro, a non perderci il segno. Se ti butti nella mischia, dico.
“AIUTATELO” continua.
Aiutate quel ragazzo. Per favore.

Una volta, da piccola, mio padre mi iscrisse a danza classica.
Alla quinta lezione la maestra mi buttò fuori dall’aula, perché alla sbarra, durante un jambqualcosa, davo i calci a quella davanti. Eravamo settanta bambine in un’aula di due metri per due, e tre sbarre sole.
Mia nonna stava facendo la maglia lì fuori, contornata da madri. Mia nonna scosse la testa. “Vestiti su. Andiamo” disse, infilando tutta la maglia nel carrellino.

Poi mi vennero gli orecchioni.
Feci un saggio di danza – il mio ultimo saggio di danza – con gli orecchioni. Un dolore lancinante alla base del mento. Ronzii dappertutto. Mi tiravo via imperterrita le mutande del tutù dal culo. Mi grattavo la testa, lo chignon, tutte quelle mollette conficcate nel cervello.
“Ritiratela” disse solo mia nonna.

Non venite mai con noi alla pizza dopo, mi fa Henry.
No, rispondo io.

Mio figlio quando era piccolo che lo portavo ai giardinetti aspettava sempre che lo scivolo fosse vuoto. A volte stavamo lì fino a sera, ai giardinetti, calava il buio e lo scivolo era vuoto. A quel punto mio figlio scivolava due tre volte, poi andavamo a casa, per mano, zitti e felici.

La cosa più bella era quando gli sfregavo l’accappatoio sui capelli. Forteforte, il cappuccio dell’accappatoio. Sui capelli.
Portavo un giorno sì e uno no mio figlio agli allenamenti. Dopo, gli sfregavo la testa come una madre, con il cappuccio dell’accappatoio. Poi andavamo a mangiare il panino col wurstel dentro, della pasticceria di fronte.
“Oggi quarantanove vasche” diceva lui.
Durante gli allenamenti, dal vetro separatorio lo guardavo. Prima di entrare in vasca, appoggiava gli occhiali dentro alle ciabatte. Non entrava mai nella piscina senza occhiali.
“Non vedo le corsie” spiegava. “Non vedo_”
“Ok ok.”
“Non li pesto.”
“Ok, stai tranquillo.”
Ha sempre nuotato lentamente. Come a onorare quell’acqua che lo teneva su. Di fianco a lui, i bambini colpivano furiosi e li vedevi, sbracciare e sobillare tutta quell’acqua.
Mio figlio no.
A bordo vasca, un uomo urlava cose, ma era come se lui non le sentisse. Lui nuotava da solo, lentamente. Senza occhiali, gli occhiali appoggiati nelle ciabatte.
Poi un giorno mi ha detto: non ci voglio andare più.
Ma ti asciugo i capelli io, dico io.
Non mi importa, dice lui.
Il nostro momento, dico io.
Me li potrai asciugare a casa, dice lui.
Non ci siamo andati più.

Dopo è arrivato l’altro mio figlio.

Ho anche un figlio piccolo, adesso. Un figlio molto piccolo, che non fa niente.
“Noi andiamo a musica il giovedì pomeriggio. E il sabato mattina andiamo a psicomotricità. Sono bravissimi, sai” mi dice una qualche mamma, fuori, lì fuori dall’asilo, mio figlio molto piccolo che raccoglie foglie secche. Bravissimi chi.
“Noi niente” faccio io.
Non facciamo niente. Torniamo a casa, mangiamo una merenda – la seconda merenda, importantissima – ci mettiamo lì sul divano e leggiamo, o facciamo i massacroni o giochiamo con la macchina che fa rumore. Figlio grande studia, oppure sta di là, si arrangia come può dentro ai suoi tredici anni. Ogni tanto esce per andare a basket. Figlio piccolo gioca o legge o si fa massacrare da me. Poi io prendo un libro e leggo, oppure prendo il piumone, quando fa freddo, e ci mettiamo lì sotto, buoni buoni. E aspettiamo.

Dopo quando viene cena ci prepariamo la cena e apparecchiamo e mangiamo. Ma mai, mai che ci sia venuto in mente una volta di andare a psicomotricità.

“Stasera c’è l’ultima pizza. Chiusura del campionato” mi fa Henry guardando in campo. Non mi guarda mai diritto negli occhi, Henry.
“Ma perché te lo dico” aggiunge poi, “È IL QUARTO FALLO, SCEMO, tanto non ci venite, STAI ATTENTO, NON FARE FALLO NON FARE FALLO dai venite, almeno stasera”
Suo figlio, Cip o Ciop, fa il quinto fallo. Proprio lì sotto i nostri occhi.
Mio figlio è sempre in panchina. Non gioca, si spulcia le orecchie, conta le travi del soffitto delle palestre di tutta Bologna, conta le pecore a volte, conta i passi del’allenatore, quanti passi fa prima di infuriarsi e urlare PASSA PASSA QUELLA PALLA.
“Mio figlio non so se c’ha voglia.”
“Cinque falli ha fatto, madonna d’un dio” mi dice piano per non far sentire al figlio il nome di Dio invano. E neppure quello della Madonna. “Tu hai voglia?” mi chiede. Stavolta mi guarda.
Sua moglie è sugli spalti là dietro. Noi appoggiati alla rete di bordo campo. Lei sugli spalti, le mani a cucchiaio sulla bocca, urla al figlio di asciugarsi e di bere un po’ dall’acqua che le ha portato lei, dai dai che sei stato bravo, dice.
Henry continua a fissarmi.
“Non ci vengo. Scusami. Vado fuori a fumare” dico.

Io quei pomeriggi, di lunedì e giovedì, quei pomeriggi di danza, atroci pomeriggi autunno inverno primavera, sempre sempre, tutte quelle maledette stagioni che dio cristo mandava giù in terra, quei pomeriggi me li ricordo come atroci sofferenze, angosce inumane, atroci supplizi, lunedì e giovedì, ticchettavano lì nella testa, cristo, dovevo-andare-a-danza.
Mia nonna mi ci portava. Lenta e solenne come solo le nonne.
Prendeva la maglia, il carrellino, ci fossero stati i ghiaccioni per terra su viale Guinizzelli, o i tigli in fiore che mandavano fuori l’odore delle sere di maggio a Bologna, alle sei in punto mi portava, carrellino rotolante, odori, freddo, vento, niente, niente ci fermava.

“È un principio di cappottino bianco” diceva mia nonna, mostrando il filato alle altre madri curiose, lì intorno. Tutte che aspettavano. “Sapete, mia figlia non ha tempo. Allora la porto io, qui.”
Uscivo dall’aula. Le calzamaglie di filanca bianche lucenti che tiravano sulle ossa. Mangiavo poco. Non mi fregava niente della grazia.
Tornavamo a casa, sui ghiaccioni o tra i tigli, io e mia nonna. Mia nonna dava tutto a lavare alla Silviona, “aspettiamo che torni il nonno” diceva. Lavati, adesso, diceva.
“Dov’è il nonno?” chiedevo poi, insinuando cose.
Al Circolo, era il nonno. A sentire un quartetto d’archi.
“Voglio andare con lui.”
“Magari il sabato, ti ci può portare.”
“No. Ci voglio andare il lunedì e il giovedì. Voglio andare col nonno.”
“Se fai la brava.”

Quella volta degli orecchioni e del tutù nel culo, mia nonna tornò a casa, mi riportò a casa, e quando tornammo prese in mano il telefono. Ritiratela, disse solo a mio padre.

Quella volta della sbarra, che davo i calci a quella davanti, mia nonna si era vergognata.

[Al quinto fallo di Cip, mio figlio si alzò dalla panchina, attraversò tutto il campo, invisibile, innocuo, arrivò alla rete dove c’ero io e mi disse: Andiamo a casa.
L’arbitro non lo aveva fischiato, la dirigente non lo aveva punito, nessuno lo aveva sgomitato, quando si era alzato piano, era sceso in campo, l’aveva attraversato tutto per venirmi a dire: Andiamo a casa.
Andiamo a casa, mi disse quindi.
E io lo riportai a casa.]

 

Lucio Dalla (a due anni dalla morte, appena prima del compleanno)

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Due anni fa, a poche ore dalla sua scomparsa, scrissi a Lucio Dalla una lettera, nel rileggerla mi accorgo di come fosse pure una lettera per me, per mia madre, per Bologna, per la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta. La scrissi su un mio vecchio blog che ora non c’è più, riproporla questo pomeriggio è un modo per non perderla, per salutarlo ancora e per dirgli buon compleanno, due anni dopo, un giorno prima. (gm)

***

Caro Lucio ti scrivo. Lo so è stupido ma è trent’anni che volevo fare questa cosa, per il mio vecchio vizio di cambiare le canzoni. Ti scrivo oggi che sei morto, in Svizzera tra l’altro, ma cosa ti è saltato in mente? In Svizzera ci si va per evadere le tasse mica a morire. Volevo dirti una cosa, prima di tutto, tanto  per fare chiarezza, volevo dirti che i tuoi ultimi album non mi sono piaciuti, mi sembrava non fossi più tu. Eri tu, naturalmente, ma eri un tu che sembrava non appartenermi più. Mi rifugiavo, dentro il grande archivio di youtube, nelle tue canzoni più vecchie, in quelle canzoni a cui nessuno che abbia un minimo senso per la musica, una passione qualunque sia, può rinunciare. Ho saputo della tua morte durante la pausa pranzo, ero in libreria, manco a farlo apposta tenevo in mano il nuovo libro di Francesco Guccini, che ho subito messo via per non passargli la sfiga, o che ne so. A dispetto di quello che ho appena scritto, ho scelto per ricordarti (su facebook e dove se no?) una tua canzone relativamente recente “Domani” del 1996. L’ho scelta per due motivi, perché ho immaginato che nessuno l’avrebbe scelta e perché mi serviva. Ti sorprendi? Sei appena morto e già ti ho usato di nuovo. Che ti aspettavi? Quella canzone non ti apparteneva più da anni, come tutte le altre. Le tue canzoni sono tutte nostre, quelle non ci mancheranno. Anzi ora arriveranno fiumi di raccolte, qualche inedito, quindi da quel punto di vista possiamo stare tranquilli. Ma con te, invece? Con te come facciamo Lucio? Tu ci mancherai, o meglio a me mancherai, eri simpatico, molto. Simpatico nella maniera in cui può esserlo uno che non si conosce di persona, eri divertente nelle cose che raccontavi, per come le raccontavi. Ricordo, ad esempio, un vecchio servizio in televisione (credo fosse sulla vita notturna delle città), dove parlavi dei tuoi giri notturni, del prendere i giornali all’edicola appena usciti, bere il cappuccino al bar alle quattro di mattina e poi correre a casa, al cesso. I poteri del cappuccino. Ho riso molto, la sapevi raccontare. Un ricordo più recente è legato al tour che hai fatto con De Gregori l’anno scorso :“Work in progress”, presentasti alla tua maniera “Santa Lucia” e mi commuovesti e divertisti. Lacrime in entrambi i casi. Dicesti che quella canzone l’avevi ascoltata la prima volta tornando in macchina (una Diane) dalle Tremiti, che quando partì il brano dovesti fermarti per la commozione e, cito testualmente, aggiungesti: “Sarei uno stronzo se vi dicessi che ho pianto e infatti ve lo dico: ho pianto”. Continuasti spiegando che la forza delle canzoni è una forza minima, ma quando ti acchiappa, ti sconvolge. Ora, dovessi fare un elenco delle tue canzoni e dire in quante di queste ho trovato quella “forza minima” non la finirei più. Allora ne scelgo solo tre, tre che ascolto di continuo, tre che ogni volta succede quella roba lì, che dicevi tu: Cara, Telefonami tra vent’anni e Quale allegria. Se dovessi ringraziarti lo farei per quei tre brani, ma non basterebbero i grazie, ce ne vorrebbero migliaia. Me le riascolto e mentre le riascolto ti penso, penso ai tuoi cappellini, agli occhialini, penso a Bologna, penso a mia madre che ballava con me in braccio “A modo mio”, penso a tutte le volte che ti fregherò le canzoni perché mi serviranno e a tutte quelle altre in cui le ascolterò perché mi faranno stare meglio. Ecco, ti ho scritto caro Lucio, scusa ma non me la sento di dirti: A presto.

Milano, 01 marzo 2012

@gianni montieri

A Bologna se ne vanno tutti (un saluto a Roberto Freak Antoni

foto di Achille Jachetti (www.jachetti.info)

Si potrebbe definire Roberto “Freak” Antoni uno tra gli artisti più sottovalutati in Italia. In un paese che ha la forma di scarpa, dominato dai tanti talent e dai pochi talenti, l’artista bolognese faceva parte di quell’avanguardia che sul finire degli anni settanta diede una scossa alla città bolognese.

Figlio della rivoluzione studentesca del ’77, amico fraterno di Andrea Pazienza, con i suoi Skiantos fu il primo in Italia a mischiare il punk-rock con il demenziale, usando il suo sarcasmo per raccontare cose che in altri modi non si sarebbero potute dire.

La sua ironia, sottile e irriverente, era (è) sinonimo di un’intelligenza spesso non compresa. Sempre sulla cresta dell’onta, dopo trentacinque anni di grandi insuccessi aveva lasciato lo scorso anno gli Skiantos, per dedicarsi a un progetto solista insieme alla compagna Alessandra Mostacci.

Ci mancherai, caro Freak; anche se siamo e restiamo un pubblico di merda.

@ Marco Annicchiarico

***

DISFORICA UNO

4 maschere sedute
a un tavolo d’osteria
recitano il loro delirio consunto
Risate opache straziano l’anima
Sapevi che ho avuto un esaurimento nervoso, ma
mi sono completamente ripreso???
Non capisco dove appoggiare il mio mondo
né quale sia il mio posto
Stringo tra le labbra
l’ultima bestemmia.
Adesso dormo. Addio.
Lasciami i soldi dell’affitto
Sono talmente afflitto che
mi resta
intollerabile
il dolore.
Quando parte
l’ultimo treno
X Rovigo???
Mamma
perdonami.

dedicata ad Andrea (“Pompeo”) Pazienza

(da: Roberto “Freak” Antoni, Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti (seguirà il dibattito), Feltrinelli, Milano 1991, p. 52)

***

A Bologna se ne vanno in troppi
sotto un cielo che sta a metà
com’è e come potrebbe essere

a Bologna se ne vanno in tanti
dalle tegole dei tetti, dalle scosse,
dai portici che non reggono più

niente e niente è come dovrebbe
essere a Bologna strada Maggiore
o alla Certosa. Non sono un duro

diceva la canzone, allora piango
il fatto è che non ho mai fumato
avessi imparato due tiri li farei.

(GM)

Lorenzo Biagini – Noccioline

parigi 2010 - foto gm

 

L’acqua di Bologna è buona
ma poi dipende dai tubi
Detto popolare

 

lamentazione prima
il generale

Il generale che ha perso la guerra
guarda e riguarda le carte e si avvede
che tutto era andato come doveva.

Rivede gli eserciti in rotta e la presa
dell’ultima collina, quell’unica
che ancora restava inviolata.

Ricorda gli avanzamenti e le sacche
di resistenza e i dispacci
dalle retrovie e le richieste dei federati.

Queste le vedove e gli orfani,
questi i teatri e le scene,
questa è la mia solitudine – dice

il generale che all’ombra del tiglio
chiude gli occhi, il capo sull’erba
– le cicale sembran sirene –

e sa che tutto era andato come si deve.

.

*

TRE SONETTI E UNA SIRMA

Tresigallo

Tresigallo non è poi così comoda
da raggiungere come appare in mappa
motore arranca cinghia arrugginisce
balla Fuffi appeso al retrovisore.

“Buon uomo, sa dirmi la strada?” chiedo.
Mi dice “è tardi, si fermi da noi,
abbiamo vino e formaggio e se vuole
possiamo darle asilo per la notte.”

Così mi accorgo dell’incubo e grido
e penso a te e penso a quando dicevi
“paura hai di morire, ma non vivi.”

A Tresigallo non siamo mai stati.
Mi asciugo via il sudore dalla fronte.
A Tresigallo non siamo mai stati.

.

Finché passavo le notti in cucina

Finché passavo le notti in cucina
con il riflesso stampigliato al vetro
e ascoltavo i clic degli interruttori
gli stridori dei garini e la luna,

finché pascevo di tartine e sonno
le vene il cuore i polmoni lo splene
e tutto insieme mi rendevo conto
di non sapere volere potere,

fintanto che durò mi arrabattai
poi mi decisi a salire sul treno
o forse in carrozza, o sul vaporetto.

Per questo il mio cuore sembra lontano,
perciò mi sveglio di notte ad appendere
ai vetri della cucina il riflesso.

.

Non si sa mai, non si sa mai

Eleganti non siamo stati mai
se non per brevi stagioni soltanto
quando per caso la moda accordava
ai nostri armadi un barbaglio di gloria.

Abbiamo letti da più d’una piazza
su cui più che altro dormiamo soli
a destra o sinistra, ma raro al centro
per non annegare in mezzo ai cuscini.

Collezioniamo numeri in rubriche
lo spacciatore il barista gli amici
le amiche degli amici e tutto il resto.

“Il Barça vince perché tiene palla”
pensiamo, ma lo teniamo per noi
e “non si sa mai” ci diciamo spesso.

Faremo sì fatica a fine mese
ma si sa: siamo giovani
e in quanto giovani abbiamo pretese.

.

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lamentazione seconda
il geologo

Son cose che succedono
se solo le si lasciano accadere
se solo le si lasciano serpare
tra i muri della casa.

La fine del mondo è una cosa seria
è molto peggio di quel che si crede:
temperature di migliaia di gradi
e terremoti, rocce frantumate, esalazioni tossiche.

Cos’era fino ad oggi non sarà domani.
Il mare adriatico, per esempio,
è destinato a scomparire
con immani fragori e forti schianti
schiacciato tra la placca eurasiatica e la placca africana.

Cos’era fino ad oggi non sarà domani.
Quando le faglie si incontrano e stridono
i cristalli dell’una si fondono
con quelli dell’altra e si crea
tutta una serie di nuove formazioni cristalline.

La fine del mondo sarà soprattutto contemplazione:
sarà come le sere
trascorse nell’estate sui balconi
con fuori il temporale,
sarà come una crisi coniugale,
sarà come lei indomita e sincera
e di tutto in eterno avrà ragione.

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Nota biografica.

Lorenzo Biagini è nato lo stesso giorno di Elisabetta Canalis, però a Bologna, ridanciana città in cui egli persevera ad abitare. Filologo classico di formazione, possiede l’abilitazione alla docenza nelle scuole, ma campa facendo il correttore di bozze. Da sempre dedito alla lettura, su riviste talvolta recensisce narrativa contemporanea. Suona il basso e ha un cane (una bastardina di nome Yuma).