Big Sur

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

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n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Una frase lunga un libro #47: Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero

Lacey

Una frase lunga un libro #47: Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero, Sur, 2016, trad. Teresa Ciuffoletti, € 16,50; ebook € 9,99

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Ripiegai il mio letto improvvisato, riposi asciugamano e maglietta nello zaino e mi trascinai fuori dal capanno e scoprii che il rumore sconosciuto altro non era che il fruscio delle pecore nell’erba, ma quelle scapparono via, perché le pecore sono abbastanza furbe da non fidarsi di nessuno, tantomeno di chi dorme nei capanni e ne rispunta fuori carponi, e io non potevo certo biasimarle perché anch’io sarei fuggita se fossi stata una pecora invece che me stessa, e anzi alcune mattine, pur essendo me stessa, vorrei comunque essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre.

Durante la lettura di Nessuno scompare davvero mi tornava spesso in mente, anzi si ripeteva e rimbalzava come una mantra, una frase di David Foster Wallace, da Infinity Jest (Einaudi, trad. Nesi, Giua, Villoresi) non perché Lacey mi ricordi il compianto Foster Wallace, ma perché quella frase è perfetta per descrivere Elyria, la protagonista del romanzo; la frase è questa: “Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.”

Elyria ha 28 anni, è sposata e vive a New York, un giorno senza dire niente a nessuno prende un volo per la Nuova Zelanda. Elyria ha un nucleo incrinato, ha dentro qualcosa che non va, uno squilibrio, una microfrattura, un solco interno che si allarga e poi si chiude, e poi si riallarga, o un bufalo, come lo chiama lei stessa, che spinge e la trascina via, e le fa respingere se stessa ancor prima del mondo. La protagonista di Lacey è perfetta per spiegare quel malessere che è quasi mai chiaro, nemmeno a chi di quel malessere è vittima. La cosa che non si spiega, la cosa che farebbe dire anche a chi ti conosce benissimo: “Se ne è andata, non lo avrei mai detto”. L’istante prima di andarsene via Elyria è sposata con un professore di matematica, lavora per la tv, non ha problemi economici, è figlia di una madre alcolizzata che ha l’aria di essere stata poco presente, una sorella adottiva che si è suicidata. La morte della sorella ha fatto sì che Elyria e suo marito si conoscessero e poi si amassero, anche lui ha una frattura interna, ma ci sono fratture e fratture.

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