Bibbia

Raffaela Fazio, Midbar

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli editore 2019

Già in apertura, Midbar di Raffaela Fazio offre e propone una via di accesso, vale a dire proprio la parola ebraica che dà il titolo alla raccolta. Midbar vuol dire deserto, ci avverte Raffaela Fazio.
La potenza evocativa di questa parola libera immediatamente una serie, ovvero, per essere più precisi, una rete di associazioni: attraversare il deserto, mettersi alla prova della rinuncia al superfluo e della ricerca dell’essenziale, “fare deserto”, meditare sull’essenza; ancora: porgere l’orecchio al soffio, alla voce di “uno che grida”, agli echi del profeta, di chi pro-nuncia la parola e, soprattutto, a quel “suono silenzio sottile” nel quale (non nel vento impetuoso, non nel terremoto, non nel fuoco) Elia sul monte Oreb (I libro dei Re) riconosce e ritrova Dio. In questa raccolta non mi sembra affatto casuale che tale episodio abbia un posto importante, nel penultimo componimento, che si intitola Qol demamah daqah (letteralmente: suono silenzio sottile, voce silenziosa, che dalla traduzione dei Settanta in poi è diventata, sminuendo la grandiosità dell’originale, “mormorio di brezza leggera).
Davvero MiDBaR, deserto, e DaBaR, parola, sono allacciati intimamente, tanto che il termine per deserto può essere letto proprio come “luogo della parola”. DaBaR è anche “evento”: nel deserto, luogo della parola, cade il suono, e il suo accadere si concretizza in un tempo, cade e inciampa negli ostacoli di qualsiasi incontro, cade e prosegue, cammina, sempre in viaggio, «forte del proprio inciampo» e, aggiungo io, forte di quell’accadere amplificato nel deserto, forte di quel manifestarsi del Verbo nella storia che si compie nella Shekinah, dimora, presenza divina nel mondo, tenda nel deserto.
Il componimento Dabar,  che apre la raccolta, si palesa come ouverture e programma della sinfonia della parola nel deserto che è Midbar di Raffaela Fazio.
La ricerca della Parola, la rivelazione della Parola, la dimora della Parola, l’interpretazione della Parola: tutto questo si incarna nel mondo, nella storia – Giovanni, all’inizio del Vangelo che è stato tramandato con il suo nome, usa proprio il termine ἐσκήνωσεν, “eskenosen” – e che solo del particolare e dell’immanente sia data conoscenza, ma non certo dell’origine, è ben consapevole Raffaela Fazio, proprio in un passaggio fondamentale del primo dei tre movimenti (L’albero, gli altri due sono La donna e la domanda) che compongono il poemetto In origine, nella III sezione di Midbar, Di buio e di fiato: «Da me si passa/ per morire./ La donna lo sapeva:/ per generare/ barattò l’eterno con la storia/ s’iscrisse nella fine / e offrì un inizio». (altro…)

Raffaela Fazio, da “Midbar”

Raffaela Fazio, Midbar. Prefazione di Massimo Morasso, Raffaelli 2019

 

Qol demamah daqah

“E un vento fortissimo che spacca montagne e spezza le rocce era davanti al Signore. Non nel vento, l’Eterno. E dopo il vento, un terremoto. Non nel terremoto, l’Eterno. E dopo il terremoto, un fuoco. Non nel fuoco, l’Eterno. E dopo il fuoco, un suono di silenzio sottile. Come l’udì, Elia s’avvolse il viso nel mantello e uscì sulla soglia della grotta” (1 Re 19, 11-13).

Non vento di bufera
frastuono
non fuoco o tremore
non guerra, non pace

ma bocca che si apre
senza suono.

L’Eterno
——–è silenzio sottile
che ti vuole e che non rivela
niente: solo
ti concede un respiro
e un’ansia più mansueta.

Rinunci a capire:
è il tuo modo
di attendere il futuro

perché la conoscenza
è un’illusione.

Il vero si fa strada
se i sensi sono arresi
complici del dubbio.
E mantice
———l’assenza.

 

Le prime tavole

“Mosè si voltò e scese dal monte con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra […]. Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora l’ira di Mosè si accese: egli scagliò dalle mani le tavole, spezzandole ai piedi della montagna” (Es 32,15-16.19).

Lo schianto
della pietra sulla pietra.
——————-E poi il silenzio

vuoto di vento dopo la scossa.

Si spezza la materia:
sventa il possesso
———affida
le parole al volo.

Altre le seguiranno
solcheranno il tempo
———orfano di un lato.

Ma le prime
dove sono
se non nel fiato
che le cerca? Nella mente
———o nell’inesistenza?

Il loro dono è
———l’incertezza, il sogno
del frammento che si è perso
———l’affanno
che non si rassegna

e come l’ala
che si getta nel nulla e si sente
sorretta
———la libertà:

non arriva
all’antica lacuna
ma ne varia
tra i segni la distanza

e riscrive
daccapo la memoria. (altro…)

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno. Prefazione di Francesco Dalessandro, La Vita Felice, 2018

L’ultimo quarto del giorno, precisa Raffaela Fazio nella nota introduttiva alla raccolta omonima, è, «secondo la tradizione ebraica», la quarta parte della giornata di Dio, fatta di dodici ore. È la parte in cui Dio gioca con il Leviatan. Con il Leviatan? Sì, ci avvertono fonti interpretative, è proprio con il male che non prevarrà che Dio “gioca” qui.
Fondata su questo nucleo concettuale (che l’autrice ha recentemente esposto nel suo saggio Il gioco come ‘forma temporis‘, pubblicato sul blog “La poesia e lo spirito”), anche questa raccolta di Raffaela Fazio, come la precedente ti slegherai le trecce, mostra una architettura solida, accuratamente progettata. Il passaggio da un ambiente all’altro di questo edificio poetico o, per uscire dalla metafora, da una all’altra delle quattro sezioni che la compongono, è non solo documentato con riferimenti a fonti e a ideali interlocutori afferenti ad ambiti diversi – letteratura, filosofia, testi sacri – ma anche argomentato in maniera convincente. Allo stesso tempo ogni testo di ciascuna sezione riporta a un’idea dell’incontro o, per essere precisi, del duettare di principi, poli, fenomeni, centri (essere e tempo, presente ed eterno, poesia ed esistenza) che l’autrice va coniugando nella sua intera opera poetica.
La lettura dell’opera ci dà conferma di quanto appena affermato. Il titolo della prima sezione, Tra il gioco e il mondo, richiama esplicitamente un passaggio del testo citato in esergo, la Quarta Elegia dalle Elegie Duinesi di Rilke, nella traduzione della stessa Raffaela Fazio. Viene ripreso dunque il tema conduttore, quello del gioco con il Leviatan. Esso viene, tuttavia, ulteriormente ampliato, con l’aggiunta di attori e di focalizzazioni. Nel caso del testo di Rilke, che riporto qui nella mia traduzione, è l’universo fanciullo, caricato di un potere fondante e di un potenziale creativo di grande rilievo: «Ed eravamo eppure, nel nostro andare soli,/ contenti di ciò che dura e sostavamo/ nella terra di mezzo tra giocattoli e mondo,/ in un luogo che fin dal principio/ era fondato per un puro divenire.» E allora l’area di influenza di tale potenziale si espande in misura notevole. Come precisa Raffaela Fazio nelle annotazioni che corredano ogni apertura di sezione, in questo spazio intermedio «di fluida compenetrazione, può accadere perfino che eternità e nulla coincidano.» Inoltre, il primo componimento di questa sezione non solo può essere considerato un vero e proprio prologo, come giustamente osserva Dalessandro nella prefazione, ma è anche una dichiarazione di principio circa natura e portata del dettato poetico:

Ti dirò
di noi
sarò precisa
come è preciso il richiamo
di un piccolo animale.
Per le parole serie
chiederò
materia al volo.
E per l’infinito
che le sperde
non molto:
il buio
del gioco
tra il folto dei rami. (altro…)

Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

L’onore della polvere, puntoacapo Editrice 2009; Di me diranno, CFR 2011

Accogliere il mistero: disposizione, questa, dinanzi alla quale gran parte degli umani si mostra riluttante, al punto da negarlo completamente a sé e agli altri, facendo di sé e dei propri simili dei “separati”, in eterno autoesclusi (Rilke additava, al proposito, la tenacia e la persistenza del mistero, quando scriveva, in quella da Worpswede, datata 16 luglio 1903, tra le Lettere a un giovane poeta: «E quelli che vivono il mistero in modo sbagliato e male (e sono moltissimi) lo perdono solo per sé e tuttavia lo trasmettono come una lettera ben sigillata, senza saperlo.»; la traduzione è mia). La poesia di Luca Benassi parte invece dalla scelta – libertà e responsabilità – di accogliere il mistero e già questo principio, nel principio, bereshit, la rende poesia autentica. Accogliere il mistero non equivale a lasciarlo, supinamente, su una rocca inaccessibile e, di conseguenza, ininfluente sulle minuzie quotidiane che ingombrano, soffocandolo, ogni respiro, che precludono non solo ogni aspirazione alla trascendenza, ma già soltanto l’esercizio dell’intelletto, del guardare dentro, del guardare a fondo. Accogliere il mistero significa per Luca Benassi avvicinarvisi, costeggiarlo, corteggiarlo, non indietreggiare dinanzi allo sforzo costante di comprenderlo, procedendo con un metodo simile a quello talmudico che Ottavio Di Grazia, nell’introduzione a Le Dieci Parole di Marc Alain Ouaknin, definisce “vertiginosamente interpretativo”.
Non stupisca, fin dall’attacco di queste mie considerazioni, che siano due elementi ad accompagnare la citazione di Rilke, vale a dire il riferimento esplicito all’Antico Testamento, così come quello, meno palese, a Paul Celan e, in particolare, a La rosa di nessuno; non stupisca, dunque, la volontà di intendere l’interpretazione della parola come atto di creazione. A partire dal titolo, infatti, la “polvere” appare come richiamo biblico a Genesi, 2, 7: «Allora Jahve Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita». Si tratta proprio di quel richiamo che Celan rovesciò in Salmo (da La rosa di nessuno, appunto: « Nessuno torna a plasmarci da terra e fango,/ nessuno dà voce alla nostra polvere.»; la traduzione è mia) e che ne L’onore della polvere prende consistenza e si manifesta nella prima sezione, Il nome e il battito. I cinque testi che la compongono portano il titolo Ecografia del… con l’indicazione della data e dicono della meraviglia della vita che si forma, dicono della sacralità del grembo materno, dicono, per usare le parole di Ouaknin, della «matrialità» dell’Eterno:

Ti vorrei capovolta nel tempo
come fossi tu a dover crescere
osservando la vita
da una membrana sottile di carne.
E invece con pazienza
distilli il senso della creazione
ti fai grande volta celeste, mare
e vento che già sussurra il nome
della nostra discendenza.

(altro…)