biancamaria frabotta

I poeti della domenica #412: Biancamaria Frabotta, Il vecchio e il nuovo

 

IL VECCHIO E IL NUOVO

Siamo cresciuti fra funerali…
Così cominciava l’omaggio
di versi decaduti
negli anni della vanagloria
e delle sottigliezze private.
E ora che corta è la fabula
e alte le mura del vicolo cieco
che dileggiavi con grazia viziata
tu che ridere sai della nostra gamba sana
Moretti, mito scontroso della nostra taglia
sulla nostra vita pesa la medesima taglia.

 

da La pianta del pane (2003), ora in Tutte le poesie 1971-2017, Mondadori, Lo Specchio, 2018

I poeti della domenica #411: Biancamaria Frabotta, Gradiva

 

GRADIVA

Tocca terra con la punta del piede.
L’altro, il calcagno esitante, la sdegna
fermentando fra dita distratte il dono
fuori corso d’un sentiero che torna.
La notte non desiste alla festa
– oro illeso oltre l’orlo del buio –
ma di giorno un torpore l’assiste
quasi avesse bevuto un vino pesante.
Se nudi, i piedi
non han la forma del suolo
ma muti antidoti alle cose.
Se compie il male non lo nobilita
né naviga il mare
dove il suo dio non si lascia pregare.
Se s’arriccia all’inevitabile
s’arresta sul ciglio più respirabile
e se le appare nel cerchio una stella
vi legge bandi d’angeli, scampoli d’oroscopi
mai un segno del carattere.
Sulla terra almeno spirano anche i venti.
Sostano gli odori. Regna il fiuto invece
del fiato che Dio non le ha dato.
E se con lei un giorno volesse parlare
sogna il riso della materia inanimata.

 

da La viandanza (1995), ora in Tutte le poesie 1971-2017, Mondadori, Lo Specchio, 2018

Festivaletteratura2019 #1: Best Of

«Pure», dico dopo una scorsa rapida al programma.
Per “pure” intendo: pure quest’anno. Pure quest’anno il Festivaletteratura è riuscito a leggermi nel pensiero. È che ho da poco comprato Opera struggente di un formidabile genio, e anche se non sono pazza di Eggers (sono più un tipo da Foer), Eggers a questo Festival ci sarà. (E pure Foer.)
La prima volta che il Festival mi ha letto nel pensiero è stata la prima volta che ho messo piede a Mantova; credo di avervi raccontato fino allo stremo delle (vostre) forze come ho passato la prima settimana di settembre del 2014, all’inseguimento di un sempre più perplesso Michael Cunningham nello strenuo tentativo che i nostri incontri apparissero casuali. E il primo FestLet fu anche quello dell’intervista combo a Michela Murgia e Chiara Valerio. Parlavano di eroine. Murgia si concentrò sulla Morgana di Le nebbie di Avalon, che tanto avrebbe lasciato ramificare in seguito. A quel tempo Murgia era per me l’autore di Il mondo deve sapere e di tutta una serie di libri che volevo leggere; con l’andare dei FestLet, perché è lì che compro i suoi libri, sarebbe diventata l’autrice di quasi tutto quello che ha scritto e di quell’oggetto luminoso e pensante che si chiama Ave Mary. Valerio parlò di Lady Oscar, con un piglio che mi lasciò incantata, e con un paio di frasi che ancora porto impresse come una scottatura mi insegnò il bisogno di guardare chi amo come “la cosa più bella del mondo”. L’ho sempre fatto, da quel momento. Checché talora qualcuno protesti, non avendo colto del tutto lo spirito (“quindi per te sono una cosa”).
Ho il ricordo di due anni fa, del ghiaccio nel mio campari che si scioglieva a palazzo Tè, quando seduta su una sdraio sotto la stellata mi domandavo se non fosse iniquo chiamare tutto ciò al telefono con mia madre “lavorare”. E anche se sapevo cosa stava per accadere, Mariangela Gualtieri fu precisa come uno stiletto. Mi alzai in piedi mentre lei scandiva: giorno d’Aspromonte dove salgo / caricata con un peso un peso / che non si appoggia.
Tanto più intimo l’anno scorso ritrovare in un luogo caro l’amicizia calda di una Biancamaria Frabotta entusiasta, curiosa come lei è sempre quando c’è della bellezza in cui frugare. La nostra passeggiata serale, quasi notturna, il giorno prima della sua presentazione a Tutte le poesie, cadenzata dal click della catena della mia fedele bici, portata a mano per stare tutti al passo di una cupola da indicare, uno scorcio da promettere dietro lo spigolo di muro.
Mantova ha un ponte che taglia due laghi e un nome di velluto. Ha la prospettiva solida di Palazzo Ducale prima che la folla riempia la piazza. Qui sono passati tanti: la Pompei raccontata da Alberto Angela, le storie del Ruggito del Coniglio, la voce magnifica di Lella Costa che legge la Posta del Cuore della Aspesi. A Mantova ho visto cose che speravo con tutto il cuore di vedere, come Charlotte Rampling prendere un caffè, e cose che davvero non mi aspettavo, come Tracy Chevalier prendere la porta con un patchwork in braccio. Non credo di essere mai mancata a una lavagna di Bietti né all’appuntamento con il primo dolcetto alla ricotta all’arrivo.
Per il ventennale, i ragazzi dell’Orchestra da Camera di Mantova suonarono al Duomo la Settima di Beethoven.
Oggi comincia il ventitreesimo Festlet, il sesto che ho l’orgoglio di raccontarvi. Appuntamento qui ogni giorno alle sei, e come sempre fate un applauso ai volontari, loro lo meritano fin da adesso.

© Giovanna Amato

Maria Borio, Poetiche e individui

Maria Borio, Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Marsilio 2018

Allorché, qualche mese fa, inserii Poetiche e individui di Maria Borio tra gli esempi significativi e incoraggianti di Un altro sguardo. Dal margine alla pienezza, posti in evidenza nel mio contributo al numero del 2018 della rivista «Zer0Magazine», intendevo avviare una serie di riflessioni che si concretizzano oggi come sonoro invito alla lettura e, insieme, come percorso di valenza metodologica.
La scelta di individuare nella poetica, o meglio, nelle poetiche – e non nei generi, non nel canone – il punto di partenza e il filo conduttore dell’indagine sulla poesia italiana dal 1970 al 2000 sgombra il campo da un approccio che si è rivelato da tempo inadeguato, benché esso venga riproposto in più di una sede, segnale di abitudine inveterata, crosta dura da rimuovere.
Al cambio di paradigma adottato da Borio corrisponde uno studio accurato che sa unire la prospettiva storica, l’inserimento puntuale e argomentato di ciascuna delle opere prese in esame, o di suoi stralci, in un ampio contesto coevo, che si sposta anche oltre i confini nazionali e che accoglie riferimenti alle vicende della ricezione e agli ambiti della prima e delle successive pubblicazioni (anche in riviste e in antologie, le cui azioni sono anch’esse oggetto di riferimenti puntuali), così come in linee di sviluppo diacronico, a un avvicinamento al testo poetico capace di farne brillare peculiarità e rimandi, analogie e parentele.
Gli strumenti di indagine vengono dispiegati con consapevolezza, messi a disposizione, perché la poesia – ecco l’ulteriore pregio di questo volume – non perde in bellezza, in capacità di sprigionare stupore, se essa costruisce, amplia e rafforza la conoscenza, se essa viene analizzata, posta sotto la lente di ingrandimento, scavata, accostata ad altra poesia.
Stupore e conoscenza in quella che Maria Borio a ragione definisce “lettura relazionale” sono dunque i frutti che chi legge Poetiche e individui saprà cogliere esplorandone, sui sentieri indicati dall’autrice, testi e contesti.
Per ciascuno dei tre decenni conclusivi del XX secolo, per ciascuno dei capitoli, in alcuni casi per singoli paragrafi, il percorso suggerito prende l’avvio dal testo poetico, corpo, prova e documento. Spesso è proprio il testo poetico, riportato nella sua interezza o per passaggi significativi, a dare il nome al capitolo. Riporto di seguito alcuni esempi dall’eco profonda e dalle diramazioni ampie. (altro…)

#Festlet #4: Cura

Biancamaria Frabotta

Le streghe, dice Kater̂ina Tučková, un tempo raccoglievano erbe, predicevano il tempo e il futuro, e questo infastidiva il sistema. I veri eredi delle streghe sono quelle donne e quegli uomini che conservano una forza al di fuori del sistema stesso.
Non posso evitare di pensare, allora, che la poesia, ogni volta che compare un tempo di sdoganamento del pressappochismo e cresce l’astio per il pensiero sottile, sia una forma di artigianato stregonesco. Non voglio coinvolgere con questo categorie trascendentali, come trascendentale non era usare un impacco per curare una ferita: mi limito a dire, la poesia è un mestiere che lavora da materia liminale, e dà il suo contributo in anticipo sulla richiesta.
Sarà per questo che a ogni forma di totalitarismo, sia esso intelligente e spietato o ignorante e ottuso, la poesia è invisa.
Ma lasciatemi aprire una lunga parentesi, e ripercorrere queste ultime ore di Festlet. Il fantasy, per esempio. Chi mi conosce sa cosa ne penso: un genere cosiddetto minore che lega il mito alla possibilità di denuncia dell’attuale, come il suo grande compagno di giochi, la distopia. Conferma la mia opinione Michela Murgia, che ieri sera ha ripercorso Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley con il suo L’inferno è una buona memoria (Marsilio). Morgana: l’idea che un ciclo fondato come quello arturiano possa cambiare di significato se raccontato dal lato femminile, che i valori vengano messi a soqquadro e la realtà assuma nuovi contorni, perfino che il coraggio e la virtù possano essere un dispendio di energie guardato con amorevole condiscendenza. Che tutto l’immaginario che abitiamo, insomma, anche il mondo reale, sia pronunciato da un narratore maschile, dal quale dovremmo provare ad affrancarci. Morgana, sacerdotessa, è passata per essere una strega. Ad ogni modo, aggiunge Michela Murgia, pure in un libro che crea baruffa nella narrazione dei ruoli è ancora presente “la sindrome di Ginger Rogers, che deve fare tutto quello che fa Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi”; come se il prerequistito per essere uguali sia di essere ammirevoli. Ma, prosegue e chiude, nel libro leggero e “un tanto al chilo” che le ha insegnato il femminismo ci sono genealogie femminili, eredità che passano anche (in ogni senso) senza sangue, comunità di donne che si aiutano anziché essere le prime nemiche di sé stesse e delle altre. (altro…)

Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

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Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

di Daniele Campanari

Nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, lo studente non aveva l’odore della sigaretta accesa o le gambe corte; tratteneva un libro con la mano destra. Sulla spalla sinistra portava una borsa – conteneva forse altri libri? -, schivava una bottiglia di birra vuota, seguiva voci possedute tra gli scaffali. Entrava alla libreria Assaggi: è qui la festa. Usciva, tratteneva ancora quel libro con la mano destra che era pagina pure lei, su quella mano si poteva andare a capo tracciando le righe di una prossima poesia. Procedeva dritto, affiancava il Verano, osservava la cinta del monumento, la stringeva arrivando in piazza dell’Immacolata. È anche qui la festa.
A San Lorenzo è nato un Festival di poesia che ha saputo camminare, farà i primi passi sabato 26 maggio. Non si tratta di un movimento divenuto consuetudine in molte parti d’Italia, collezione (“Il termine sinteticamente riassume alcuni degli aspetti di Langue, lascia di proposito alcuni contorni sfumati. È un invito a chiedersi cosa sia la poesia”) di poeti vivi, ma parola respirata: respirare parola camminando.
Si chiama Langue il primo Festival di poesia a San Lorenzo, Festival curioso per tanti motivi. (altro…)

Biancamaria Frabotta e la “trilogia della quarta stagione”

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Biancamaria Frabotta, foto di Dino Ignani

 

È da poco uscito per “Lo specchio” Mondadori il volume che ripercorre la produzione poetica di Biancamaria Frabotta, Tutte le poesie 1971-2017. Il libro, bellissimo anche nella fattura e dal permanente profumo di ottima carta, è un oggetto prezioso anche per chi della mia generazione abbia la fortuna di possedere tutte le singole raccolte. Si apre con Il rumore bianco (1982), «un libro stipato e compresso, simile al clima sovraeccitato di cui in qualche modo dava un suo stravolto resoconto»,¹ e si chiude con una silloge inedita, La materia prima, dal timbro completamente diverso e che compone con le due precedenti, La pianta del pane (2003) e Da mani mortali (2012), quella che l’autrice stessa chiama «trilogia della mia quarta stagione».²
Basterebbe far brillare le parole dei titoli, a partire da quello di cattaneiana memoria, per intuire la monade di questa “stagione” tutta dedita alla testimonianza di un ritmo più vasto rispetto al “clima storico sovraeccitato” con cui il tomo si apre. E comprendere fino in fondo la necessità di una virata di stile in cui il verso si addolcisce e si appiana e l’occhio, con una giravolta del cristallino, allunga la propria gittata proprio posandosi su quanto è paradossalmente più accanto. «Insomma non da ogni seme nasce una pianta, ma se accade, non c’è altro da sperare, malinconicamente, che essa ci sopravviva. Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi».³  (altro…)

«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

SECOLO DONNA 2017 – Almanacco di poesia al femminile

 

Secolo Donna 2017. Almanacco di poesia italiana al femminile è un libro di circa trecento pagine curato dallo scrittore Bonifacio Vincenzi, ed edito da Macabor Editore, inizia da quest’anno un percorso per evidenziare – si legge nella presentazione – “il cammino pazientemente tracciato dalla scrittura poetica delle donne italiane per arrivare fin qui, in questo ventunesimo secolo, che le vedrà finalmente, protagoniste. Sì, questo secolo potrà contare sulla forza, sulla sensibilità, sull’energia delle donne. Potrà infrangere, una volta per tutte, il comandamento maschile di una sciocca superiorità che anche nel Novecento, in tutti i campi, ha dettato regole reali o occulte, per oscurare il talento delle donne.”

L’edizione 2017 è dedicata a Giovanna Sicari, poetessa di origine tarantina e moglie del poeta Milo De Angelis, scomparsa a Roma il 31 dicembre 2003, una delle voci poetiche pugliesi più autentiche a dimensione nazionale.

Hanno collaborato a questo numero: Milo De Angelis, Roberto Deider, Elio Pecora, Davide Rondoni, Biancamaria Frabotta, Maria Grazia Calandrone, Elio Grasso, Guido Oldani, Rosarita Berardi, Michele Brancale, Pino Corbo, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Luigi Fontanella, Giorgio Linguaglossa, Angela Lo Passo, Gianni Mazzei, Ivano Mugnaini, Maria Pia Quintavalla, Francesca Serragnoli, Gabriella Sica, Emilia Sirangelo, Rocco Taliano Grasso, Claudia Manuela Turco.

La seconda parte, invece, presenta undici poetesse italiane collocate per aree geografiche italiane: Maddalena Bertolini, Lucia Gaddo Zanovello, Fosca Massuco (Nord Italia); Simona Cerri Spinelli, Cristina Laghi, Elisabetta Maltese (Centro Italia); Maria Pina Ciancio, Francesca Dono, Mara Venuto (Sud Italia); Valentina Neri, Sarah Tardino (Italia insulare). Nella parte finale dell’Almanacco c’è uno spazio dedicato a giovanissime poetesse italiane nate negli anni Novanta: Ilaria Caffio, Naike Agata La Biunda, Giulia Martini.

Secolo Donna 2017 ricorda anche due poetesse scomparse: Fernanda Romagnoli e Carmela Pedone. E Rocco Taliano Grasso ne “La Rilettura” presenta il libro Lisa ama il blues della poetessa calabrese Marisa Righetti.

L’Almanacco si chiude con la pubblicazione delle copertine dei libri più interessanti scritte dalle donne nel 2017.

SECOLO DONNA 2017. Almanacco di poesia al femminile, Macabor Editore, a cura di Bonifacio Vincenzi qui

Sfogliando tra le prime carte
di Biancamaria Frabotta

eravamo burattini felici
nei nostri infiammabili corpi di legno

 

Non ricordo il momento in cui Giovanna Sicari si affacciò dalla stretta scala che scendeva verso lo scantinato della libreria romana di Via Ripetta, Al Ferro di Cavallo, dove, gruppetto di giovani poeti nemmeno ancora esordienti, ci riunivamo, per guardarci in faccia, scrutare i nostri sentimenti segreti, leggere con un filo di ansia ma senza tremori i versi meditati giorno per giorno, tra i banchi dell’Università dove qualcuno di noi ancora cercava qualcosa da imparare. Ricordo Dario Bellezza, Amelia Rosselli e con lei Leonardo Sinisgalli in visita. Ma il volto crucciato di Giovanna, il suo riso impossibile, improvviso, ancora un po’ infantile, in quella sede di poesia clandestina non lo ricordo. Non era tipo da turismo culturale, lei, se ci fosse stata ci sarebbe rimasta a lungo. (altro…)

Giorgio Ghiotti, La città che ti abita (di I. Grasso)

Giorgio Ghiotti, La città che ti abita, Empirìa, 2017

di Ilaria Grasso

 

Mentre in America esce il nuovo libro di George Saunders, Lincoln nel bardo, penso ai poeti e agli scrittori di casa nostra. Mi domando se si siano mai interrogati su questo stato della mente in cui la coscienza viene separata dal corpo e leggendo la raccolta di Giorgio Ghiotti, La città che ti abita, ho pensato molto al bardo come concept di lettura e di scrittura.
Nel bardo la mente acquisisce un corpo mentale simile a quello del sogno e ha il potere di raggiungere qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, senza alcun ostacolo. La vita nel bardo è fatta di sofferenze, sia per la non accettazione della propria morte, sia per l’attaccamento a se stessi, alla famiglia, agli amici, ai propri averi.

[…] cosa dovremo raccontare
di questi anni infiniti che a cento volti
insieme ci passano negli occhi, perché
più popolato del visibile è l’invisibile
o chi ne fa più parte, chi sta di là
o subito prima del filo
finché ci sarà chi tende le antenne […]

Questi appena riportati sono i versi che più di tutti mi fanno pensare al bardo; fanno parte della poesia che Ghiotti dedica a Biancamaria Frabotta, poeta, scrittrice, giornalista, e sua docente all’università, nonché prefatrice della raccolta. Ghiotti fa del distacco, dell’abbandono e persino della morte, materia viva ben consapevole del potere di rendere immortali che appartiene alla scrittura e letteratura in generale. (altro…)

I poeti della domenica #157: Biancamaria Frabotta, Perde ogni ingombro il giorno…

Biancamaria Frabotta

Biancamaria Frabotta (di Francesco Francaviglia)

Perde ogni ingombro il giorno e si fa sera.
A piedi restano solo i vecchi e i ragazzi
che non ci somigliano più o non ancora.
È l’ora, nei grandi cortili, dei passi
che hanno il peso del senno smarrito
la guerra vinta del sole, alto alla cuspide
e l’aspide all’erta nel seno. È l’ora
di chi a casa non torna, dei branchi
superbi, folli di miti interiora, cuori
di vento e di vetro, loro, gli eterni passanti
non sanno, che non torniamo a specchiarli
dai nostri fondàchi, dai muti anditi di dentro
fragili steli che temono in noi di spezzarsi.
Nella sera vanno solo vecchi e ragazzi
che non si somigliano più. O non ancora.

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da La pianta del pane, Mondadori, 2003

Giovanna Amato, La signora dei pavoni. Intervista di Anna Maria Curci

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Giovanna Amato, La signora dei pavoni, Edizioni Empiria 2016

Nota e intervista all’autrice di Anna Maria Curci

Grazia. Intuito. Intreccio. Sono le tre parole che hanno accompagnato la mia lettura de La signora dei pavoni di Giovanna Amato.
La grazia è talento che Giovanna Amato non spreca, non seppellisce, non butta via. Lo so, è difficile seminare e raccogliere grazia, scorgerla e schiuderla a chi sa accoglierla, nel tempo e in questo tempo, nella provincia e nella Grande Città (con la maiuscola, come nel racconto La cometa) che calpestano, stracciano, omettono e immiseriscono. Tener fede alla grazia, vestirla e curarla, affrontare i suoi colpi – la bellezza è tremenda – è impegno irto di fatiche e rischi. C’è questa consapevolezza nei sette racconti e nelle tre fiabe che compongono la raccolta, senza che, tuttavia, siano fatiche e rischi ad appesantire il passo della narrazione. Al contrario, è la misura, non una parola soverchia, non una lacuna nelle scelte lessicali e stilistiche, a guidare la grazia, spesso, esplicitamente, come avviene in Pavane, il racconto di apertura che non manca di farmi pensare all’omonima composizione di Gabriel Fauré, e in Odette, che si richiama al balletto Il lago dei cigni di Čajkovskij, intessuta e colma di musica e danza.
Intuito: Giovanna Amato in profondità, con lo sguardo che scrive, e anticipa, pre-vede. Era chiaro agli altri? Era palese? Essi pensano ad altro, scriveva Silvio d’Arzo. Giovanna Amato è consapevole che altri possono fare spallucce e voltare le spalle. Lei, invece, non teme la sosta, entra nell’iride, pura o screziata. Chi si ferma ad ascoltare il racconto del viaggio lì dentro è premiato. Tra le immagini che l’intuizione riesce a cogliere c’è, sommo fascino e sommo pericolo, quella speculare, tema dominante in Cantico dell’odio bianco e pur presente anche in altri testi.
Intreccio: qui intendo non solo la capacità solida di costruzione, ma anche quella di collegare mondi e prospettive lontani tra loro, Oriente e Occidente, fiaba e mito, cronaca e illuminazione.  Mettere in comunicazione generi, (arche)tipi, micro- e macro-galassie è congeniale a Giovanna Amato. Su questo punto, come ben individuato da Biancamaria Frabotta nella prefazione, l’affinità dell’intento con l’aspirazione all’assoluto dei romantici, si arricchisce della sempre romantica (mi riferisco al primo romanticismo di Jena, al romanticismo dei fratelli Schlegel, di Tieck e, soprattutto, di Novalis), fruttuosa e mai pasticciata fusione di ambiti: arti figurative, letteratura, musica, filosofia. La perizia sa condurre l’eterna “cerca”, la quête, fino sull’orlo di un abisso, senza mai precipitare. La corda, visibile, reiterata con argute variazioni, come avviene in La Porta dello Shen,  o impalpabile, resta ben tesa, e le conclusioni,  di ogni racconto, ogni fiaba, non sono chiusure, bensì varchi per possibili altre dimensioni.
Vorrei partire da quella ragazzina che osservava curiosa con il ginocchio incastrato nella ringhiera del balcone e andare a ritroso con alcune domande.

Quale passaggio c’è tra l’osservare, l’ascoltare e auscultare e la stesura narrativa?

Tu hai citato la bambina con il ginocchio incastrato nella ringhiera che osserva il protagonista del racconto, e io lo trovo incredibilmente interessante perché hai trovato un punto che per me è una vera e propria monade. Contestualizzo un attimo. Questo piccolo brano viene da La cometa; il protagonista è un astronomo che viene invitato a parlare a una festa per l’arrivo della cometa Hale-Bopp ma a questa stessa festa subisce un brutto torto. La cometa è un racconto sulla provincia, non sulla sua bellezza ma sulla sua cattiveria, sul lato asfissiante della sua natura. Soprattutto, La cometa è un racconto autobiografico. Io, che nel racconto sono la bambina che osserva il protagonista, in realtà sono stata l’oggetto del torto osservato. Ma quel giorno, tornando a casa con la voglia di scrivere un racconto sull’assurdità di quello che mi era successo, ho saputo con precisione che non mi andava di scrivere nulla in prima persona: per me la letteratura non è sfogo, semplicemente mi è successo qualcosa e quel qualcosa è diventato uno stimolo interessante. Ed è significativo che io abbia deciso di inserirmi come testimone, dall’alto del mio ginocchio incastrato nella ringhiera. Sembra uno schermo, invece è un forte segnale di partecipazione. Quindi ti rispondo così: ascolto, osservo quello che mi succede ma mi rifiuto di stenderlo così come accade, ho bisogno di elaborare, ho bisogno che quello che mi è successo sia di tutti. La letteratura per me non è una confessione né un modo per consolarsi, è offerta continua di tutto quello che mi accende. Mi piace pensare di essere tramite per tutto quello che i miei occhi riescono a vedere e le mie orecchie a sentire, perché sono cose che purtroppo accadono a me, soltanto a me, ma potrebbero diventare di chiunque. Basta che la mente riesca a rielaborarle abbastanza da togliere tutto quello che è personale. Quindi il passaggio direi che è questo, è la mente che si sforza di escludere tutto quello che è intimo e proprio per andare a raggiungere gli altri. Spesso è vano, perché anche la mente è tutta impregnata di se stessi. Ma se anche uno solo mi dice “è successo anche a me”, oppure “ho capito quello che hai detto, lo sento mio”, so di avere fatto il mio mestiere.

Quale incanto ha esercitato e continua (o no) ad esercitare il primo sguardo incatenato, a bocca aperta, sensibile alla minima variazione nel tono di voce, alla rivelazione in un moto incontrollato, sulla creazione di intrecci?

Più che un incanto è una guerra. A volte mi chiedono se mi piace scrivere. Anzi, lo affermano. Mi vedono scrivere per ore e ne deducono che mi piace. Io vado nel pallone: mi piace passare ore e ore e slogarmi i polsi perché uno stimolo che mi è arrivato ha portato a questa catena di eventi e situazioni che devo assolutamente stendere altrimenti la perderò? Una volta mia madre mi disse che ero ispirata, io ho risposto che ero in piena fase ossessivo-compulsiva. Il punto è questo: non ci si mette a tavolino nel tempo libero a godersi una sessione di scrittura, ma quando va benissimo ci si trova sfasciati da tutta una serie di intrecci che si costruiscono da soli, perché la mente è allenata; nel caso peggiore si impazzisce dietro un’idea che comunque non ti lascerà in pace finché non sarà stesa. Credo che scrivere sia un modo di funzionare del cervello. È una forma d’arte come è una forma d’arte fare il proprio lavoro al meglio, qualsiasi lavoro sia. Tutto questo è stremante quanto magnifico. E il più delle volte i momenti in cui il cervello è più disposto a scrivere sono quelli in cui si hanno più impegni esterni, meno tempo. Quindi dovrei rispondere che scrivere non mi piace; invece stare lì a guerreggiare con gli intrecci e le parole è una sensazione simile a pochissime altre, solo alcune forme di innamoramento possono starle accanto per potenza e bellezza.

Quanta parte occupa la concezione dell’agire umano come in un teatro permanente (penso a un racconto dell’autrice austriaca Ilse Aichinger, intitolato appunto Das Fenstertheater, il teatro alla finestra)?

Torno alla bambina con il ginocchio incastrato perché c’è una cosa che non ho detto. Lei sta osservando il protagonista del racconto dall’alto di un balcone, e ho già detto che è un racconto autobiografico. Quello che non ho detto è che anche la questione del ginocchio è autobiografica. È uno dei miei primi ricordi. Ho incastrato volontariamente il ginocchio in una ringhiera perché come la bambina nel racconto voglio fingere di essere intrappolata in una miniera per salvare i miei compagni di scuola che fino a quel momento mi avevano trattata male. Da bambina mi difendevo dai torti che mi facevano fingendomi un’eroina; ero una snob di prima categoria. Erano i miei primi intrecci, forse. Sfruttavo quello che mi succedeva per fare epiche narrazioni. A costo di lasciare un ginocchio nella ringhiera. Adesso sono più cresciuta e spero meno snob, e se guardo a tutti i racconti di questa raccolta sono poche le persone realmente esterne che descrivo. Tutti sono modulazioni di quello che potrebbe accadermi, a volte dialoghi con me stessa. È che ho imparato a osservare quello che fanno gli esseri umani, non li giudico mai, mi piace guardare le manifestazioni più estreme della loro umanità. Le registro. Mi impegno a fare quello che disse un grandissimo: niente di quello che è umano giudico alieno.

Da lettrice onnivora e insieme rigorosamente selettiva, quali tributi senti di dover ‘denunciare’ alle voci della narrativa di tutti i tempi?

Ho degli amori, delle persone che mi hanno cambiato la vita. I più grandi sono tutti citati nelle opere che scrivo, perché mi hanno impregnato talmente tanto che sarebbe facilissimo scovarne i debiti; preferisco denunciarli esplicitamente e li denuncio con gioia. Ma gli amori più folli non sono di narrativa. In questa raccolta nomino due francesi con le loro splendide opere di saggistica, Frammenti di un discorso amoroso di Barthes e Lo spazio letterario di Blanchot. Ma forse l’uomo che ha inciso di più nella mia crescita è stato Girard con tutta la sua opera, da La violenza e il sacro in poi. Sul suo pensiero ho costruito due libri che aspettano quieti quieti nel cassetto. Poi ci sono due poeti che mi sembra quasi strano siano umani, Emily Dickinson e Rilke. Se dovessi dire un solo nome per la narrativa, anche se non amo tutti i suoi libri, direi la Woolf per il suo rapporto sapientissimo e lieve con la scrittura. Se invece dovessimo fare il gioco di “salviamo un solo libro”, non avrei dubbi: Moby Dick. La grandezza di quel libro è di essere di una bellezza costante e totale, con dei giri di frase capaci di dare le vertigini. Ha un tema, quello della hybris, che è forse il mio preferito al mondo; credo si veda anche dai racconti che popolano questa raccolta, tutti variazioni dell’impossibilità di raggiungere l’oggetto del proprio desiderio. Eppure è percorso da sacche intere di inutilità narrativa, e questo paradossalmente fa risplendere la sua bellezza. Non amo la bellezza fine a se stessa, ma Melville è capace di mandarmi nella delizia anche quando si prendi lunghe ferie dal tema incredibile che sta trattando. È inarrivabile. Qual è invece secondo me il più grande artista che abbiamo ora e qui, in Italia, grande per quello che fa e per come lo fa? Cecilia Bartoli.

Quale ruolo rivestono i tuoi talenti e le tue passioni musicali nella narrativa ‘in proprio’?

Non riesco a misurare quello che devo alla musica perché probabilmente le devo gran parte delle mie attitudini e delle mie capacità, se ne ho qualcuna. Ho cominciato prestissimo, verso i cinque anni, e quindi non ho mai dovuto letteralmente imparare: conoscevo assieme all’alfabeto le regole matematiche della musica, e questo vuol dire cervello ben strutturato per tutte le abilità analitiche; ho ascoltato ogni tipo di musica da subito, sono stata in grado di riprodurla, sono stata messa in condizione di distinguere un barocco da un romantico e questo vuol dire sviluppare l’orecchio per i tipi di espressione, per le voci più che umane, per i contenuti strettamente legati alle forme. Ho conosciuto un linguaggio che unisce la matematica all’espressione. Tutti dovrebbero avere questa possibilità. Come ho consapevolmente usato questo bagaglio nella mia narrativa? In tanti modi. Mi vengono in mente due esempi in questa raccolta: ne La porta dello Shen, il protagonista assiste cinque volte alla medesima giornata, come nel Giorno della marmotta; ho ascoltato variazioni, passacaglie, sarabande, tutta quella musica che doveva cambiare la propria struttura per proporre lo stesso tema in maniera diversa. In Odette, invece, che è comparso per la prima volta su Poetarum Silva, ho fatto un esperimento: ho preso un passo a due per violino dal Lago dei cigni, il mio adorato Tchaikovskij, e ho studiato tutte le battute e la linea melodica, e ho cercato di convertire tutti gli elementi – le pause, le altezze delle note, il ritmo – in un monologo per voce umana. Dove ovviamente a parlare era Odette, il cigno bianco, nel momento in cui sapeva di star perdendo il suo principe. Un romanzo che sto finendo invece è basato su un brano musicale leggendario. E mi piacerebbe molto lavorare su un altro autore amato, Vivaldi. Ma questi sono tutti tributi d’amore. Cosa devo davvero alla musica, non lo posso sapere.