Bestiario

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 12: Mosca

Antonio Ligabue, Autoritratto con mosca

*

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 12: Mosca

*

La mosca ci sarà in eterno, perché in eterno vi saranno escrementi. Eppure, a ben pensarci, questo insetto mantiene una sua dignità, quella che lo vede perennemente lottare contro scopini e palmi di mani che vorrebbero schiacciarla, contro stracci da cucina e giornali che tendono  a dissolverla spiaccicata sui muri, la dignità degli ultimi che si cibano della merda di altre bestie, l’orgoglio di non sapere di infastidire col ronzio perenne durante la stagioni calde.

L’aggettivo “fastidiosa”, che l’uomo associa a questo insetto, è vecchio quanto il mondo, eppure la mosca vede quanto altri non sanno fare, pur destando – con quelle zampette sempre in movimento – un senso arcaico di ribrezzo. Se registi e scrittori, in molti racconti macabri, ne han fatto l’insetto più propenso alla fusione con l’umano, un motivo vi sarà, una causa inconscia di vecchie inquietudini arcaiche.

Ne esistono di varie specie e dimensioni, alcune albergano sugli escrementi degli stradaioli cani mostrando verdi e inquietanti riflessi, altre – più piccole – prendono in prestito pochi centimetri d’aria e volano in circolo all’interno di una stanza, altre ancora hanno un atteggiamento da pilota acrobatico d’aerei e con la velocità della disperazione non si fermano un attimo e rendono le pareti casalinghe perimetro adatto delle loro acrobazie.

La mosca esisterà in eterno dunque, come ho già detto, perché in eterno gli esseri viventi produrranno escrementi. Se la terminologia di mosca bianca ha un duro e sociale significato, a ragion veduta, però, come qualcuno cantava… se il cielo è dei potenti, alle mosche rimane la merda.

*

© Giuseppe Ceddia

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 11: Mantide religiosa

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 11: Mantide religiosa

*

Durante l’accoppiamento (a onor del vero mentre vi è l’amplesso), la femmina di questo insetto dall’inquietante volto divora il maschio dopo averlo decapitato; maschio che, a livello di grandezza, è nettamente inferiore alla sua partner.

Gli antichi la chiamavano “profetessa” (mantis); nelle credenze popolari i malati, per via di qualche malocchio o fascinazione, venivano definiti tali per via della loro sfortuna nell’aver incrociato lo sguardo della mantide.

Freudiana ed estrema pulsione orale albergano nell’istinto “mantideo”, questo godimento nell’uccisione del maschio sussurra la nenia di certo becero femminismo d’accatto (ben lontano da quello sano e giusto), la simbologia della vagina dentata prende piede nel pensare l’atto dell’accoppiamento di questo insetto, a suo modo elegante nei movimenti.

Nel Libro X dei suoi Seminari, dal titolo L’angoscia, ne parla l’eretico e geniale Jacques Lacan; non è un caso che il tema dell’angoscia vada a braccetto con la figura della mantide religiosa; a tal proposito cito Recalcati: «Al centro della scena non c’è più la soddisfazione simbolica del riconoscimento della domanda di riconoscimento, ma l’angoscia di fronte al carattere enigmatico del desiderio dell’Altro».

Il desiderio di uccisione-piacere della mantide femmina provoca angoscia nel maschio. Essere in balìa dell’Altro, rappresentare il fantoccio dei desideri altrui, permette – ancora secondo Lacan – la formulazione della domanda “Che vuoi?”; è il dubbio che lacera la mente di colui il quale è assoggettato alla femmina divoratrice della mantide, verde su verde delle piante, sguardo alieno degli insetti, profezia femmina dei tempi andati.

Tutt’oggi è luogo comune dare della mantide a certe donne “collezioniste d’uomini” (magari per dolori passati e dunque semplice rivalsa oppure per sadico piacere di generatrici d’angoscia); questo insetto – sarebbe più giusto dire “la femmina” di questo insetto – assume comunque un suo fascino, un archetipo lussurioso dove eros e thanatos giocano ancora una volta (e per sempre) la partita a scacchi della vita contro sua sorella, la più clemente e comprensiva morte.

*

© Giuseppe Ceddia

Giuseppe Ceddia Bestiario n. 10: Rapaci notturni

 

Pablo Picasso, Gufo su sedia e tre ricci di mare

BESTIARIO #10 – RAPACI NOTTURNI

Uccelli predatori detti anche strigiformi, si dividono in due famiglie: quella degli Strigidi (che comprende la civetta, il gufo, l’allocco, l’assiolo) e quella dei Titonidi (riferita alle molteplici tipologie di barbagianni).
Le famiglie comprendono varie sottofamiglie che, a loro volta, si dividono in svariate tribù; le tipologie di civette e gufi sono davvero moltissime.
Animali notturni e gotici per eccellenza, come non immaginarne l’ombra che si staglia immobile su un muro mentre l’animale su un ramo, immobile come certe volte il tempo, attende di attaccare la preda che ad esso sfugge! O meglio, tenta di sfuggire. Occhi che sono finestre sulla notte, ali che accarezzano il vento facendogli capire la loro dignità, becchi che squarciano e artigli che acciuffano, teste fisse di statue di un tempo ma lucide come i sicari con molta esperienza.
Simpatia catartica dello spessore umoristico, quelle teste ferme o scattanti sono come i bambini curiosi e dinamici, come la notte stessa, che ama chi l’ama e non la teme, detesta e schiaffeggia dolorosamente i nemici moralisti, coloro che non comprendono l’oscurità senza luna e senza stelle.
Vista e udito assai sviluppati, spesso i cimiteri sono la loro casa, non per confermare l’aspetto sepolcrale che portano a spasso come un mantello di dignità, ma per la tranquillità notturna dei luoghi in questione (i morti son da essi sorvegliati e dormono il sonno giusto della ragione) che rende favorevole la caccia a piccoli roditori, purtroppo senza scampo.
Dell’assiolo si occupò foneticamente il Pascoli nella raccolta Myricae («veniva una voce dai campi: chiù…»); sempre Pascoli scrisse della civetta («E sopra tanta vita addormentata dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera sonare, ecco, una stridula risata di fattucchiera»); del gufo ne rammentò il carattere Thoreau in Walden («Il gufo mi faceva la sua serenata. Da vicino poteva sembrare il più triste suono della Natura, come se intendesse, a quel modo, stereotipare e rendere permanenti nel suo coro i rantoli di un essere umano»); i poveri allocchi nel Medioevo venivano inchiodati fuori dalla porta; si pensava infatti che tenessero lontani gli spiriti maligni. I suoi occhi fissi han fatto sì che il suo nome divenisse sinonimo di sciocco per alcuni umani che restano pietrificati di fronte a certe evenienze. E poi c’è il barbagianni, questo clown della notte dalla risata bambina, che desta i morenti e appisola i viventi.
Quante storie segrete contengono i cuori dei rapaci notturni, quante nenie dolci o mortali hanno in mente questi animali, amici con gli amici, nemici con gli stolti, poetici con tutti, saggi con la luna.

©Giuseppe Ceddìa

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

“Mercato di cavalli al palo” di Théodore Géricault

Giuseppe Ceddia, Bestiario N. 9: Cavallo

Fascio di muscoli tesi allo spasimo che saettano schiaffeggiando il vento, zoccoli che risuonano come treni sulle rotaie quando il terreno delle praterie consente guizzi magici e meravigliosi, possente delizia degli occhi e nobile andatura storica, il cavallo si erge come un imperatore nella valle dei dominatori.

Ce ne sono di leggendari, quelli che hanno concesso di essere cavalcati da grandi personaggi della storia, quelli che hanno donato o donano il loro seme da campione per lo sviluppo e la continuazione ereditaria di alto rango, quelli che – senza sella – son stati domati dai nativi americani prima che questi venissero sterminati dall’uomo bianco, ce ne sono di grandi e piccoli, di chiazzati e di tinta unica, da tiro pesante o da trotto.

Da sempre compagno di avventure dell’uomo, con lui ha diviso gioie e dolori, intense avventure reali o oniriche (come non rammentare il Ronzinante di Alonso Chisciano, alias Don Chisciotte della Mancia!), ha cavalcato nel sangue delle guerre e nei boschi per la caccia, ha servito fedelmente imperatori e fuorilegge, ha subito il sacrificio della morte tramite esecuzione con arma da fuoco quando, azzoppato, è ormai inutile e sarebbe solo sofferenza il restare in vita.

Ne hanno cantato le gesta molte ballate della tradizione, di questo animale si conosce il prestigio e la rettitudine, la fedeltà e il coraggio, lo schiumoso sudore che copre il manto come una coperta di sacrificio, dopo estenuanti corse per luoghi selvaggi e dimenticati dagli dei.

Con un colpo dello zoccolo posteriore ha ucciso molti stupidi umani che l’hanno provocato, potenza equina del disappunto; è animale dell’inconscio, freudiano simbolo fallico per chi con esso sviluppa contatti spirituali ma anche ossessivi (da rivedere il film Equus di Sidney Lumet, 1977, tratto dall’omonimo dramma del 1972 di Peter Shaffer, storia di un uomo che ama i cavalli e ne è ossessionato al punto tale da accecarne sei); d’altra parte anche l’accecamento è una forma di evirazione, come ben sapeva il caro Edipo.

Qui al sud, del cavallo, si usa mangiarne la carne; un sapore forte e deciso al contrario della carne bovina. Molti storcono il naso, si fanno buonisti per la nobiltà equina. Eppure ogni paese ha le sue usanze, vorremmo forse condannare i mangiatori di cani, di coccodrilli o di scarafaggi? Ogni animale ha dignità, dunque non credo abbia senso gerarchizzare.

Ricordiamolo protagonista dei romanzi cavallereschi e anche della destrutturazione parodica degli stessi; celebriamolo per la polvere che il suo passaggio alza nei deserti rocciosi, ricordiamolo per la grande lucidità e il possente spirito. Chi dorme in piedi (in senso reale e non per modo di dire) ha una storia che andrebbe raccontata.

 

 

©Giuseppe Ceddìa

Giuseppe Ceddia, Bestiario #8: Allodola

“Campo di grano con allodola” di Vincent Van Gogh

Giuseppe Ceddia, Bestiario #8: Allodola

*

L’autore senese Federigo Tozzi apriva la sua raccolta di sessantanove frammenti, dal titolo Bestie (anno di grazia 1917), con l’allodola; lo stesso passeriforme chiude il testo nell’ultimo frammento, dimostrando in tal modo la struttura circolare dell’opera. Così scriveva Tozzi: «Che punto sarebbe quello dove s’è fermato l’azzurro? Lo sanno le allodole che prima vi si spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me? Una mi ha proprio rasentato gli occhi, come se avesse avuto piacere d’impaurirsi così, fuggendo».

Forse, in effetti, l’allodola conosce il punto esatto in cui si ferma l’azzurro, ciò che a noi umani non è dato sapere; umani che, come avrete notato, sono contraltare di questo bestiario, il quale dimostra – in molti casi – la loro inferiorità e la poca destrezza di fronte agli eventi, alla natura, alla stessa vita. L’animale sa vivere meglio!

Semi e vegetali sono i suoi pasti, a volte esagera con qualche insetto e si concede un meritato relax.

In passato questo uccello fu identificato con la figura di Cristo, soprattutto – come racconta Plutarco – nell’isola greca di Lemmo; il motivo derivava dal fatto che l’allodola si cibava di uova di locusta (che, in determinate simbologie, è emblema maligno).

Molto presente nella letteratura antica e moderna, l’allodola gioisce in cuor suo di tanta importanza e considerazione, a noi piace crederlo e ne sentiamo la sicurezza. Scriveva Baudelaire: «Felice chi può con un colpo d’ala vigoroso slanciarsi verso campi luminosi e sereni; colui i cui pensieri, come allodole, verso i cieli al mattino spiccano un volo – che plana sulla vita e comprende senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute».

Potremmo andare avanti di molto, rimanendo in ambito letterario. Il canto armonioso di questo animale ha stregato le streghe stesse; non a caso il suo verso è suono e immagine, è il suono che osserva gli amanti nella separazione («Il grido dell’allodola domani | dall’amor nostro ci disgiungerà», D’Annunzio) ma anche il motivo del gonzo che dallo “specchietto per le allodole” si fa traviare.

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

dipinto di Franz Marc

*

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 7: Cervidi

*

Elencare tutte le specie che appartengono a questa famiglia di mammiferi artiodattili (alimentazione vegetale, zoccoli e corna “alberate”, molari assai sviluppati) sarebbe un’impresa enorme; tra le più conosciute, che a loro volta comprendono varie sottospecie, vi sono l’alce, il capriolo, l’huemul, il mazama, il cervo, la renna, il daino, il muntjak.

Li si trova in Europa, nelle Americhe, in Asia e in Oceania; in Africa risultano invece estinti. La renna, che spesso i fanciulli – nel loro immaginario – legano alla figura di Babbo Natale, ha un suo fascino particolare, traina la slitta del vecchio bonaccione che porta i doni e scende dal camino. L’alce, tra le specie più grandi della famiglia, assume a volte lo sguardo di un vecchio saggio mentre magari osserva il mondo che lo circonda; i caprioli sono alpinisti naturali, eretti sui monti come se poggiassero su superfici piane; il cervo ha l’occhio benevolo e quasi piangente mentre intuisce la presenza del cacciatore che dietro un albero, silenziosamente, lo fissa al fine di impallinarlo.

Esistono cervidi giganti e cervidi nani, sempre presenti da venticinque milioni di anni, ossia dall’epoca geologica dell’Oligocene; animali particolari, si guardano attorno sempre con circospezione, “fatatamente” – le specie più agili –  riescono a svanire in un batter di ciglia, quasi fossero creature misteriose venute fuori da un libro di esseri meravigliosi.

Attraggono per possanza e maestosità… e poi quelle ramificazioni, quelle corna incredibili, che sono alberi e antenne con cui si captano le stazioni universali e le lontane galassie sconosciute all’uomo. Nel detto comune della vulgata si definisce “cornuto” colui che viene tradito dal/lla proprio compagno/a; chissà cosa ne penserebbero i cervidi nell’apprendere che una parte così importante della loro fisionomia è stata utilizzata per definire sfortunati (e spesso stolti o ingenui) alcuni esseri umani. Forse riderebbero, forse proverebbero “dostoevskijana” compassione.

*

© Giuseppe Ceddia

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

 

La lunga e muscolosa coda rende agile il salto di questo marsupiale, il quale è sia bipede che quadrupede, a seconda dell’eventualità. Animale erbivoro, può pesare da uno a novanta chili.

Il mistero che, soprattutto nei bambini, suscita il suo marsupio è uno dei più antichi. Questa tasca addominale nella quale i cuccioli terminano il loro sviluppo accende sempre la curiosità, quella umana che assai spesso non comprende il mondo animale.

Esempio perfetto di mamma, il canguro lascia impronte giganti per tutta l’Australia, qualcuno dice che il colmo per questo animale è avere le borse sotto gli occhi; nel marsupio c’è una vita che si impadronisce dei piccoli, un’esistenza astratta di multiformi tenerezze, un’esperienza che rende estraneo il formicolio esterno.

Questo animale, poderoso ma simpatico, rivela un mistero nel suo nome; si dice che ai tempi delle spedizioni di Cook qualcuno chiese agli indigeni il nome di questo animale e loro risposero “can-gu-ru” (che nel dialetto indigeno significa “non capisco”).

La leggenda fu sfatata negli anni settanta del Novecento, quando la linguistica ha rintracciato l’etimologia del nome, ossia Guugu Yimithirr “gangurru”; da allora si sa che l’animale “boxeur” – simpaticamente ritratto con i guantoni in più di una vignetta – ha natali assai nobili e che i deserti, le steppe, sono i suoi regni.

Regni di pace dove l’erba è gustosa, dove i piccoli canguri giocano alla vita nel marsupio materno, dove l’ostilità esterna non penetra la crescita innocente di questi cuccioli che saranno, un domani, grandi divinità saltanti; riposano come guerrieri stanchi della battaglia.

*

Giuseppe Ceddia

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 4: Castoro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 4: Castoro

*

In latino è castŏre(m), (dal greco kástōr-oros); con quei piedi anteriori prensili e con quelli posteriori palmati, con quella coda a spatola e con quell’aria “bambina” di spiritosaggine furbastra e ruffiana (della serie “ho rubato io la marmellata”) rammenta l’incarnazione del briccone divino e dispettoso, del saltimbanco imbonitore, del truffatore sempre truffato.

Marinaio della terra, saggio discendente delle divinità terrestri e marine, vive spesso nel timore; dalla sua borsa glandolare si ricava una sostanza, il castòreo, per usi antispastici nonché stimolanti. Di lui hanno scritto Plinio e Giovenale, i bestiari medievali e Brunetto Latini, Ludovico Ariosto e Lope de Vega, ed anche Cervantes, quando Don Chisciotte sottrae l’elmo (che elmo non è!) al “pagan” barbiere; vedendosi in pericolo, sempre cacciati dall’idiota umano, i castori – secondo antiche leggende – si strappavano i genitali, sapendo che a causa d’essi venivano cacciati.

Insomma un animale con gli attributi, in tutti i sensi; anche perché ad essi rinuncia per salvarsi la vita. Se è vero che in ogni credenza c’è un fondo di verità, questi castori… questi roditori dalla pregiata pelliccia – anch’essa prelibato bottino per il virus che l’uomo rappresenta – hanno tanto, dunque, da insegnare. Soprattutto nel paradosso genitale: se ne privano materialmente per averne di più spiritualmente.

*

Giuseppe Ceddia

*

Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 1: Asino

fonte: nonpsrecare.it

Bestiario n. 1: Asino

*

Mentre pigro osserva lo sciame di mosche attorno al capo, i moscerini anarchici nelle orecchie suonano una serenata antica; con la coda spazza la poetica polvere del cortile.

L’asino è un animale lavoratore, un operaio dalla schiena curva, i pesi e le battute sono le sue lacrime; si crocifigge da solo, novello figlio di dio nel regno animale.

Solo gli occhi, pozzi profondi di ricchezza genuina, sovvertono lo stato delle cose, umidi di sudore e dolore; qualche volta preferisce il bastone alla carota (se l’ortaggio proviene da mani traditrici), è umile e ha dignità da vendere.

Un asino conosce la strada accidentata della vita, è uomo e macchina, santo e anacoreta, le sue lacrime – ancora dico – sono fatte di pesi e battute. I suoi occhi… hanno la luce delle stelle.

*

© Giuseppe Ceddia

*

Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.