Besa

Vittorio Bodini (1914-1970): alcune poesie

Bodini-Automobile-1936

Vittorio Bodini nel 1927

Poetarum Silva si è già occupato di Vittorio Bodini poeta, con un articolo di Anna Maria Curci (qui) per la rubrica ‘in Apulien’ e un altro di Fabio Michieli (qui), quest’ultimo uscito in occasione del centenario della nascita il 6 gennaio 2014. Oggi posterò alcuni testi per proseguire nella lettura di un autore da riscoprire, ponendo brevemente alcune questioni che meriterebbero un approfondimento altrove.
Nato a Bari, vissuto tra Lecce e Roma, Bodini è una di quelle voci del secondo Novecento che ha radicato profondamente i propri temi poetici in quel Sud-patria che è la Puglia (meglio dire, nello specifico, il Salento) e da cui, come ricorda già Michieli, ha preso le distanze per tutto l’arco della sua vita. Curioso come si possa fuggire una terra entrata così prepotentemente nelle pieghe della poesia; possibile, quanto probabile spiegazione, starebbe negli stessi versi bodiniani «Il Sud ci fu padre / e nostra madre l’Europa» ricordati da Alessandro Leogrande su minimaemoralia. Un Meridione prima madre o ‘madre-prima’, cui sottrarsi tagliando il cordone ombelicale, eppure anche un Meridione-padre che tutto insegna e in cui sempre ritornare per ritrovare il senso, la strada di casa.
Salento come casa dunque, Sud come casa. Potremmo affiancare, come ricorda Michieli, le poesie degli anni Cinquanta di Bodini, ad altri autori coevi tra cui Rocco Scotellaro; mi viene da aggiungere, in questa sede, anche il nome di Goliarda Sapienza, le cui poesie pubblicate a sessant’anni dalla scrittura nel 2013 ma scritte negli anni Cinquanta (sempre Michieli ne ha pubblicato una selezione qui mentre una nota critica si trova qui) non hanno ancora ottenuto la giusta attenzione critica. Sapienza, con i suoi colori (il bianco abbacinante e il giallo), gli odori, i simboli della sua Sicilia (il sangue, il mare, per citarne un paio) si avvicina così tanto all’immaginario bodiniano da esserne quasi sorella; ricordiamo che La luna dei Borboni di Bodini risale proprio al 1952 e la seconda raccolta, Dopo la luna, al 1956. Tra i testi che oggi propongo si vedano i luoghi diversi, vissuti e interiorizzati: oltre alla Puglia, Roma e Palermo.
Ma torniamo all’accenno, molto interessante, di Leogrande, il quale mette in campo l’attività di traduttore e ispanista che Bodini perseguì affiancata a quella di giornalista: sue le prime traduzioni del Don Chisciotte, del teatro di Federico Garcia Lorca, di Francisco de Quevedo. Nell’articolo si ricorda l’epistolario ’54-’60 con l’amico Leonardo Sciascia e l’idea bodiniana di affrontare assieme la direzione di una collana letteraria per l’editore Sciascia che comprendesse pubblicazioni di autori di area mediterranea (catalani, spagnoli, portoghesi ma anche arabi), nell’intento di fare emergere la peculiare anima arabo-ispanica di quella letteratura, molto amata. Precoce e intuitivo, Bodini ricercava nel proprio lavoro la madre-Europa, madre-seconda che aveva formato la sua coscienza. Com’è entrata l’Europa nella sua poesia, dunque? Può trattarsi anche in questo caso di un’illuminazione ma mi verrebbe da dire, attraverso la vicinanza tematica, tramite un richiamo coloristico ad esempio del colore verde, peculiare della poesia di Lorca (che sicuramente Bodini conosceva); il verde è associato dall’autore spagnolo molto spesso alla ‘morte’ o a presagi mortiferi, ed è entrato anche nel titolo e nei temi della raccolta di Salvatore Quasimodo Il falso e vero verde (Milano, Schwarz, 1953) pubblicata negli stessi anni. Ma se, per quanto riguarda Quasimodo, potremmo parlare di poeta-epigono, quando leggiamo la poesia di Vittorio Bodini ci troviamo dinnanzi all’autenticità di una voce che ricerca se stessa al di là degli autori di riferimento (sempre che essi ci siano). La sua poesia sfonda il muro della connotazione regionale precorrendo i tempi, come già in Goliarda Sapienza; il Sud diventa perciò pre-testo di una dimensione vitale molto propria. Afferma infatti Michieli: «in questo apprendistato è come se il poeta avesse bruciato rapidamente un’intera tradizione, anche recente, a lui contemporanea intendo, con l’intento di trovare la propria voce», ‘voce-sola e unica’.

© Alessandra Trevisan

da La Luna dei Borboni e altre poesie (1945-1961)

FOGLIE DI TABACCO (1945-1947)

Sulle pianure del Sud non passa un sogno.
Sostantivi e le capre senza musica,
con un segno di croce sulla schiena,
o un cerchio,
quivi accampati aspettano un’altra vita.
Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe
anche un pensiero, un verbo,
con il bigio sgomento d’una talpa
correre tra due pietre.

La pianura mirare a perdita d’occhi,
senza case, senz’alberi, senza una lettera:
livello di un’assenza a cui sole si sporgono
capre o spettri di capre morte da secoli,
che brucano le amare giade dell’insonnia,
l’acciaio senza luce d’antiche spade,
quando popoli amari si scontravano
e di sangue tingevano i cieli della preistoria.

Così, se qualche giorno dal sottosuolo
un riso magro scatenato nel vento
di scirocco si stira,
ciò che all’imperturbato cielo e ai corvi
scopre la vanga
sono le dentature di cavalli
uccisi che si rammentano
che dolce festa faceva
quand’era vivo il sangue sulla pianura.

*

ALTRI VERSI (1945-1947)

Lydia Gutiérrez
Caffè Greco, 1945

Teste di serpenti dondolano lentamente
nei caffè dove a Lydia Gutiérrez
non sarebbe bastato il mantello della sua chioma
se con ogni capello avesse potuto salvare la vita d’un uomo.
Gli stucchi delle sale sempre in penombra
(dove l’ora è tappata in una bottiglia verdognola)
sono lo sconsolato limite dei suoi fasti,
il ponte miserabile ai giovani della nostra epoca,
quelli che da ragazzi giuravano non senza rossore
che la musica non era che un suo attributo.
Oh, ditemi dove abita, a quale stanza ammobiliata
io busserò schernendomi del mio batticuore,
nei giorni di pioggia in cui il giallo delle case di Roma
sembra un loro modo curioso di piangere.

*

LA LUNA DEI BORBONI (1950-1951)

Piano si staccano
i tocchi
da un orologio e nuotano
fra pioggia, vento e vetri di finestre.
Le terrazze tamburellano
come teli da tenda
e il grido dei fanciulli:«Aea!» si perde
nelle vie
come pei corridoi
d’un castello assediato.
Inverno assediatore
vecchiaia dell’anno,
mette angoscia nei sensi,
chiude il domani.

Ma lasciamo un momento questa città.
Andiamo nel sonno,
andiamo a vedere che succede.

*

DOPO LA LUNA (1952-1955)

Con la parola nu

Con la parola nu
come un bastone
trovato fra le tombe
– nudità, nulla, nuvola –
attraverso il paese semispento
nel sonno del meriggio.

Un aquilone nu
violetto vola
da una mano invisibile
all’aprile;
un’altra mano fruga
un orto non più grande di una tasca.
Smuove fascine e serpi
un coraggio d’aprile.

Minimo e non eterno,
non ha paura
di nulla e di sorridere
il piccolo nu,
spenzolandosi a volte
dalla stanghe dei carri,
o immaginando sulla secca pianura
dolci fiumi del Nord
dai nomi sdruccioli o tronchi
che verdi rive cortesemente carezzano.
Può essere in ronzio
del nero moscone,
di quelli che son detti di buon augurio,
oppure il nome d’Italia
come un rimorso,
il cauto arrampicarsi del saraceno
sulle rugose coste
o quello della luna sugli ulivi.
Numero e nucleo un equilibrio nu
sonoro e mesto in infiniti fili
attornia come l’aria
questo presente gracile ed immenso.
E quando non bastasse,
questa è la verde vasca
del solfato di rame
e lì sta il cielo
liquido e azzurro!
(chi ha creato il mondo
e le sue nere virtù
nulla ha fatto di meglio
dei colori nei campi.)

*

VIA DE ANGELIS (1956-1960)

San Giovanni degli Eremiti

Vedi come frantuma questa tromba
negra la frase, rovistando i più
oscuri ripostigli dell’amore
e del tempo? O come l’erba
effimera tremando
somiglia al suo concerto?
E tu che pensi,
funerea carne al vento viola,
persa
tra le cupole rosse mussulmane
e il pallore dei ruvidi limoni?
cosa ottiene il tuo sguardo che non sia
silenzio che si fa colore,
colore che si fa scusa mortale?

*

SERIE STAZZEMESE (1961)

La verde noia uccide

I muschi, il capelvenere,
le testoline rosse delle more,
la polla che in silenzio
muove la bocca tremula
come vana figura
che s’allontana in sogno
ogni privata vicenda
hanno disperso. Chiedersi
«a che punto sono con me stesso?»,
non ha senso.
La verde noia uccide
gli idolatrici cuori.
Scivola il sandalo
dal piede,
ghermisce la giacca
un rovo.
Eccomi divenuto
bosco. Sarò
solo un filo fra i tanti
di questo verde arazzo dietro il quale
una pastora invisibile
implora un’invisibile capra.

*

I testi sono tratti dalla raccolta Vittorio Bodini, Tutte le poesie, a cura di Oreste Macrì (Lecce, Besa, 2010). L’edizione delle poesie di Vittorio Bodini a cura e con introduzione di Macrì apparve nel 1972 nella collana Lo Specchio di Mondadori. Ampliata e arricchita nel 1983 per gli Oscar, ora è disponibile soltanto nell’edizione Besa citata.