Bertolt Brecht

Cinque poesie di Bertolt Brecht tradotte da Federica Giordano

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foto da standupandspit.wordpress.com

Le poesie qui selezionate delineano un arco temporale che va dal 1933 al 1947. “Tempi duri per la lirica”, scrive Brecht. In questi versi, si materializzano immagini minime eppure di grande potenza, animate dall’amore del vero. Il messaggio che viene fuori con perentoria irruenza, nonostante esso venga custodito e protetto da un’armatura di delicatezza, è che l’autore ha un legame così profondamente intimo con la parola e con la storia, da fare della sua poesia uno strumento di lotta politica. Più precisamente, emerge quanto l’attenzione agli uomini e alle loro cose non possa che sfociare, nella sua più alta declinazione, in una sfera di politicità.

 

Tempi duri per la lirica  (1939)

Lo so bene. Solo chi è felice
è amato. Volentieri
si ascolta la sua voce. Il suo viso è bello.

L’albero contorto nel cortile
indica un terreno marcio, ma
i passanti lo insultano”storpio”
e hanno ragione.

I battelli verdi e le vele serene del Sund
non le vedo. Di tutto
vedo soltanto la rete strappata dei pescatori.
Perché parlo solo
della bracciante di quarant’anni che cammina tutta curva?

I seni delle ragazze
sono caldi come un tempo.

Nel mio canto una rima
mi suonerebbe insolente.

In me si scontrano
l’entusiasmo per il melo che fiorisce
e l’orrore per i discorsi dell’imbianchino.

Solo il secondo però
mi spinge di forza alla scrivania.

 

Schlechte Zeit für Lyrik (1939)

Ich weiß doch: nur der Glückliche
Ist beliebt. Seine Stimme
Hört man gern. Sein Gesicht ist schön.

Der verkrüppelte Baum im Hof
Zeigt auf den schlechten Boden, aber
Die Vorübergehenden schimpfen ihn einen Krüppel
Doch mit Recht.

Die grünen Boote und die lustigen Segel des Sundes
Sehe ich nicht. Von allem

Sehe ich nur der Fischer rissiges Garnnetz.
Warum rede ich nur davon
Daß die vierzigjährige Häuslerin gekrümmt geht?
Die Brüste der Mädchen
Sind warm wie ehedem.

In meinem Lied ein Reim
Käme mir fast vor wie Übermut.

In mir streiten sich
Die Begeisterung über den blühenden Apfelbaum
Und das Entsetzen über die Reden des Anstreichers.
Aber nur das zweite
Drängt mich zum Schreibtisch. (altro…)

Plinio Perilli, Gli amanti in volo

copertina-Plinio-Perilli

 

Plinio Perilli, Gli amanti in volo, Pagine 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Un canzoniere d’amore nel 2014? Potrebbe chiedersi stupito lo scettico di turno, che annoiato spilucca qua e là, annusa lo sperimentalismo di maniera, rovista nell’inchino d’occasione, sfiora l’indulgere alla moda e si rivolge già ad altro, ché non è sua la ricerca, ma il gridolino lo soddisfa, il birignao. Sì, un canzoniere d’amore per un percorso che abbraccia quindici anni di scrittura e studio, un “romanzero”, per dirla con le parole di Heinrich Heine, che incede, scorre, «trascorre» la parola e la cerca, instancabile e fedele nella quête.
Pensarti è un dono, annuncia la prima parte, chiarendo così, fin dall’inizio, che amore e pensiero non sono separati e che cercano – fin dall’inizio, «magia che in un respiro/la Cabbala percorre tutta.» – la parola per rifondare mondi e costellazioni.
Amore, sì, ma quale? Con le parole del poeta proviamo a dire di quale amore non è canzoniere Gli amanti in volo, o meglio, proviamo a illustrare alcune condizioni irrinunciabili sulle quali la soavità e la grazia della poesia di Plinio Perilli pur non transige. Sono i versi iniziali del testo che, come per l’attacco di ogni sezione della raccolta, si presenta in corsivo:

Non vale dirlo, l’amore,
e troppo poi evocarlo –
se questa luce diffida
di chi ne fa uno svago…
Non vale scriverlo, oro
di parole, se nominare allontana lo sguardo
che ha radici….

(p. 13)

E viene da pensare all’intreccio di voci di Ginevra Di Marco e Giovanni Lindo Ferretti nella loro stagione PRG (successiva alla stagione CSI, che a sua volta era stata in precedenza CCCP), nel brano Montesole: «L’amore non lo canto, / è un canto di per sé / più lo si invoca/ meno ce n’è»).
Non è dunque l’amore svago, l’amore ammazzatempo, l’oblio di sguardo e il vuoto di memoria ad essere cantato qui,  ma è il tendere – come scrive il poeta altrove – «a quell’oltre dismisura d’Amore», è dialogo e ricerca, è sguardo che non si sazia di sé, ma l’altro sguardo chiama e con quello conversa, e insieme all’altro si volge al tempo, mai immemore, ma conscio, «fervoroso» e mai fanatico, «in lotta per la vita», pegno ed impegno.
Iniziamo allora questo volo, principiando dai colori, tutti presenti qui, arcobaleno e tavolozza in movimento, con l’oro e il cobalto in ricorrenza, con quella «azzurritudine» che arriva intatta qui – eppure meditata e vissuta – da Novalis e, soprattutto, da Georg Trakl, dopo aver attraversato le vie di altri poeti – in primis Rilke citato in esergo – e dopo essersi imbevuta di dipinti, maioliche e affreschi, come vera «soglia del cielo», come recita il titolo della seconda sezione della raccolta.
Blau, Farbe der Ferne era il nome dato a una mostra del 1991 e «l’azzurro, colore della lontananza» ritorna ampio e profondo qui:

[…] l’azzurro,
lontananza e attesa, soffitto e cielo d’ogni poesia.

(p. 50)

Un poemetto in sei stanze, nella terza sezione che ha lo stesso titolo dell’intera raccolta, Gli amanti in volo, stende e separa, individua e mescola i colori. Si tratta del testo I colori e l’Amore. Eccone alcuni passi, che rendono in maniera esemplare, inoltre,  il metro caro all’autore, il doppio settenario:

1
Ha i colori, l’amore – li ritrova e li perde…
Tutti dentro di sé, ma specchiati alla luce.
[…]

2
Hai i colori, mio Amore, li insegni e sai capirli,
costruirli a pensiero, a gioia, pudore e rito
di nuove attese, riconquiste interiori […]

(p. 48)

6
Se apri gli occhi, è al colore, ti svegli e già
gli affidi i colori consueti, o forse perfino
inventare per dipingere il nostro sogno come era
e sarà, estraniato e felice, pudico e cancellato,
rivestito di bianco. Perché di nuovo tu ora
possa viverlo, farlo nascere al mondo, dipingerlo
come si ferma un sogno… Se ha i colori, un sogno,
certo li ha rubati all’amore, o ad un viaggio
troppo arduo e in mistero. Si ricorda il rosso
d’essermi cuore, e giallo il sole, l’azzurro
lontananza e attesa, soffitto e cielo d’ogni poesia.

(p. 50)

Continua, il volo, per i versi e negli anni, volge lo sguardo a figure-stelle del nostro immaginario, con «l’amore romanzato» le anima e in nuovo volo dona loro nuova luce e nuovo suono. Che siano Gli amanti in volo del dipinto di Chagall Sopra la città (dal 1914 al 1918, sopra la Storia e dentro la Storia, sopra la Grande Guerra e dentro la Grande Guerra; e come non pensare, contemporaneamente, alla poesia di Brecht Gli amanti, che, in Ascesa e caduta della città di Mahagonny, così attacca, nella traduzione di Emilio Castellani: «Guardalo, quel grand’arco delle gru!»?) o Pungiluna – Pique la lune – del poema omaggio ad Antoine de Saint-Exupéry, volo di notte e impresa leggendaria che non a caso occupa la parte centrale della raccolta,  Grande Ricognizione Aerea 2/33, costanti e fedeli sono lo slancio, la cura del verso, il ritmo sicuro e sostenuto a collegare la Storia e le storie, stilemi diversi e alternati con maestria, il “trobar clus” e il “trobar leu” e, naturalmente, menzionato insieme ai due precedenti, “l’amor de lonh”, l’amore da lontano cantato da Jaufré Raudel.
Il volo prosegue: è ancora verso l’arte che si dirige l’amore, nella sezione Al pianto al “Nudo dolente” di Modigliani:

Ma tutto in te è doloroso
come se Bellezza fosse una prova,
la spina che ci lascia, dopo il profumo,
l’oltraggio ad una rosa bianca. Magrezza
e nudità si proteggono, perché il tuo corpo
flessuoso, scarno, pari ospita l’anima.
[…]

(p. 100)

E l’amata? Tra le sue numerose epifanie, nella dolcezza del bacio, nella consuetudine dell’impronta lasciata sul cuscino, nella Sehnsucht dettata dall’assenza, mi piace scegliere il candore illuminante dell’episodio occorso all’amata bambina, annuncio e promessa di un dono-fardello, di un talento che è anche impegno alla condivisione. Si tratta di Per un bianco attimo (dalla sezione Giardino in cuore), testo in cui la lettura di Pascoli è attraversata, come sempre avviene nella poesia di Plinio Perilli, con profondi conoscenza e amore:

L’età è volata, ed ora, vedi?, la racconti,
semplice e antica come una fiaba che mai
s’invecchia, e ci porta al futuro…
Tu, quand’eri bambina, ed una volta
viaggiasti con tuo padre, in macchina,
dentro chissà che viaggio… Nomi, città
che allora raddoppiavano in mito la realtà:
“Verso Pescara… Era marzo o aprile…
Ancora un po’ d’inverno… Faceva freddo,
e in autostrada noi trovammo la neve”…

Volesti scendere, solo per un bianco attimo,
lì a toccare quel freddo, silenziosa
di gioia. Risalisti col peso forse
già di questa poesia, librata e pronta
ad un sogno felice. […]

(p. 113)

Il volo può farsi immersione, ancora, come in Mare in sogno, componimento che dà il titolo a un’intera sezione. La meta anelata, verso la quale l’anima tutta si protende, è il sogno.

Scendo dalla tua parte, e sorrido, circum-
navigo ieri – se oggi il mio pensiero
t’ha riavverata qui, m’ha consegnato
il Tempo: conta poco in amore, se ad ogni
sole risorge azzurro stupore, come d’un
sogno che metta a fuoco il mondo, i suoi
contorni; poi s’affaccia di fuori, a un
nuovo giorno che ringrazia d’esistere,
d’averci dato questa gioia riflessa,
affratellata agli altri, questo anonimo
porto che in seno respira vero il suo
sogno – culla, disgiunge o sposa il futuro.

Mi alzo, sbarco dal letto/nave, saluto
il sole, valuto il cielo, vesto un sorriso

(p. 131)

Il deserto, infine, è tappa fondamentale nel volo. Riflessione e passaggio, prova ardua e ineludibile, non può ignorare i riferimenti al deserto biblico, ma ha, ai miei occhi, anche la profondità del viaggio dentro di sé del “deserto egizio” narrato da Ingeborg Bachmann nei frammenti del suo progetto narrativo Todesarten. Assume varie forme ed è plurale, ed è d’amore, è come recita la poesia che dà il nome alla sezione conclusiva, I deserti dell’amore:

O il deserto ci è dentro – ci insabbia
di coscienza, ci esilia in un altrove
più astratto che drammatico, salvato
dalle oasi… Idealità, pensieri, amori
in carovana – d’esperienze e antidoti,
strappi e stupefazioni, fabule aride.

Deserti radiosi o implosi, scenario
di ogni crescita, missioni dell’asprezza.
Polvere e Tempo, clessidre immense
dell’enorme Storia, che sempre percorriamo
ma poi non ci appartiene, ci ferisce
o blandisce, ci delude o ci premia
– e noi le apparteniamo.

Fioriture e rancori egualmente donatici…
Oasi dove il deserto corre al riparo,
eppure prolunga, conferma se stesso.
Pellegrinaggi rasserenati e scabri, viaggi
oltre l’orizzonte e la pena, il confine
e l’illimite: deserti di ogni Speranza
disertata nei cuori, ma in fondo mai
smarrita.

S’incammina furtiva e mistica
dietro le Città Ruggenti, oltre il Caos
che danna e s’innova sterile, dove la Storia
finisce – o smette di vantarsi…
Deserti dell’Amore: se l’uomo non sa
crescervi, radicarsi alla sabbia, giù
fino alla pietra che è buia ma
si nutre, refrigerio dà all’anima.

Deserto che anch’io attraverso
come la plaga nobile ed estrema del Mondo,
ferita stessa di ogni vita, che solo
dall’assenza può rinascere – da questa
sete d’amore che incarno e che attraverso
– da questo vento che m’impietrisce,
m’insabbia e mi sala il cuore.
[…]

(pp. 151-153)

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Plinio Perilli (Roma, 1955) ha esordito come poeta nel 1982, pubblicando un poemetto sulla rivista “Alfabeta”, auspice Antonio Porta. La sua prima raccolta è del 1989, L’Amore visto dall’alto (Amadeus), finalista quell’anno al Premio Viareggio), ristampata nel 1996. Seguono i racconti in versi di Ragazze italiane (Sansoni, 1990, due edizioni, Premio B. Joppolo). Chiude una sorta di trilogia della Giovinezza con il volume Preghiere d’un laico (Amadeus, 1994), che vince vari premi internazionali: il Montale, il Gozzano e il Gatto. Petali in luce, una sorta di diario lirico condensato e sublimato in 365 “terzine”, è uscito nel 1998, presentato da Giuseppe Pontiggia (Amadeus). Recentissimo, il suo “canzoniere d’amore” Gli amanti in volo (2014), che comprende poesie e poemetti dal 1998 al 2013.

Una raccolta antologica delle sue poesie, Promises of Love (Selected Poems), è stata tradotta in inglese da Carol Lettieri e Irene Marchegiani, ed editata a New York nel 2004 presso le Gradiva Publications della Stony Brook University. Nel 2011 il suo poemetto L’Aquila, sorvolandosi, dedicato al tragico evento del terremoto del 6 aprile 2009, ha vinto il Premio Internazionale Scanno per la Poesia.

Come critico si occupa specialmente di convergenze multidisciplinari e sinestesie artistiche (Storia dell’arte italiana in poesia, Sansoni, 1990), nonché dell’insegnamento della poesia ai giovani e nelle scuole (La parola esteriore. I nuovi giovani e la letteratura, Tracce, 1993; Educare in poesia, A.V.E., 1994). Del 1998 è un grande studio antologico sul ‘900 italiano in rapporto all’idea di Natura (Melodie della Terra. Il sentimento cosmico nei poeti italiani del nostro secolo, Crocetti, 2ª edizione 2002).

Collabora a numerose riviste e ha curato molti classici, antichi e moderni, dal “Canzoniere” di Petrarca alle liriche di Michelangelo, dai “Taccuini futuristi” di Boccioni alle poesie di Carlo Levi, dagli scritti di Svevo su Joyce a “Inventario privato” di Pagliarani e “Variazioni belliche” di Amelia Rosselli.

Di recente uscita un suo vasto e intrecciato repertorio sui rapporti fra il Cinema e tutte le altre arti: “Costruire lo sguardo”. Storia sinestetica del Cinema in 40 grandi registi (Mancosu Editore, 2009), per rendere finalmente omaggio a tutte le magiche corrispondenze e i più fantasiosi sodalizi espressivi, che intrecciano e irradiano, insieme, l’ispirazione e l’immaginario. A seguire, il volume di scritture e memorie testimoniali RomAmor (“Come eravamo 1968-2008”), edito nel 2010 presso le Edizioni del Giano, tutto dedicato al rapporto fra Roma come entità ed amalgama letterario, e i grandi numi tutelari della seconda metà del ’900, fino ai nostri ultimi anni: da Gadda a Moravia, da Flaiano a Pasolini, da Amelia Rosselli a Dario Bellezza, etc.

Ha tenuto numerose conferenze, presentazioni e prolusioni presso le maggiori università italiane ed americane.

Sicut beneficum Lethe? #6: Christa Reinig

Sicut beneficum Lethe? #6: Christa Reinig

Con un verso di Baudelaire (il verso iniziale della terza strofa di Franciscae meae laudes, dalla sezione Spleen et idéalLes fleurs du mal) seguito dal punto interrogativo si apre una rubrica dedicata ad autori e autrici dimenticati troppo presto, o semplicemente – e altrettanto inspiegabilmente – ignorati.

 

Christa_Reinig_Gedichte

La sesta tappa di questa rubrica incontra una scrittrice che costituì un punto di riferimento importante tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del XX secolo, tanto da essere definita, in una trasmissione radiofonica che la ricordava nella settimana successiva alla sua morte, avvenuta nel 2008, “icona della letteratura femminista“. Poi, anche per le sue opere, è sopraggiunto un tenace e inspiegabile oblio (il titolo completo della trasmissione menzionata suona infatti, in italiano, “icona dimenticata della letteratura femminista”), fino al momento in cui Birgit Vanderbeke ha deciso di porre l’ultima quartina della poesia der enkel trinkt all’inizio del suo romanzo Si può fare, tradotto in italiano da Paola del Zoppo e pubblicato da Del Vecchio. Al fine di leggerlo e tradurlo, sono andata a cercare l’originale di questo componimento (pubblicato cinquanta anni fa, nel 1963, da Fischer), che scatta e si distende e di nuovo si slancia, alternando il fascino della distruzione alla prospettiva di un nuovo inizio. Ne propongo qui originale e traduzione.

der enkel trinkt

wir küssen den stahl der die brücken spannt
wir haben ins herz der atome geschaut
wir pulvern die wuchtigen städte zu sand
und trommeln auf menschenhaut

wir überdämmern die peripetie
der menschheit im u-bahnschacht
versunken im rhytmus der geometrie
befällt uns erotische nacht

wir schleudern ins all unsern amoklauf
das hirn zerstäubt der schädel blinkt
ein grauer enkel hebt ihn auf
geht an den bach und trinkt.

il nipote beve
noi baciamo l’acciaio che tende i ponti
noi abbiamo scrutato il cuore degli atomi
noi polverizziamo le città poderose in sabbia
e tamburelliamo su pelle umana
noi stendiamo il crepuscolo sulla peripezia
dell’umanità nel pozzo della metropolitana
sprofondati nel ritmo della geometria
notte erotica ci assale
noi scagliamo nel cosmo tutta la nostra furia omicida
il cervello va in polvere il teschio scintilla
un nipote grigio lo solleva
va al ruscello e beve
Christa Reinig
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Christa Reinig, nata a Berlino nel 1926, dopo l’apprendistato – come fioraia –  e il lavoro in fabbrica, poté conseguire solo nel 1953 la maturità liceale e iscriversi all’Università. Si iscrisse dapprima alla Arbeiter-und-Bauern-Fakultät (“Facoltà degli operai e degli agricoltori”), studiò in seguito storia dell’arte e archeologia. Divenne archivista e, nel  1957, collaboratrice al Märkisches Museum di Berlino. Christa Reinig cominciò a pubblicare le sue prime poesie (nel 1946 aveva pubblicato il racconto Ein Fischerdorf – “Un villaggio di pescatori”) alla fine degli anni Quaranta, incoraggiata, tra l’altro, da Bertolt Brecht, che l’aveva conosciuta come redattrice della rivista satirica del dopoguerra “Der Ulenspiegel”, che dal 1954 si sarebbe chiamata “DDR-Eulenspiegel” . Da quando, a partire dal 1951, i suoi scritti – poesia e prosa breve, dai tratti laconici e dal piglio impertinente dell’umorismo berlinese, ben distanti dalla politica letteraria perseguita dal partito al potere, la SED – non furono più stampati nella DDR, Reinig pubblicò soltanto con case editrici della Germania occidentale. Per le poesie ottenne nel 1964 il Premio letterario della città di Brema. Dall’Ovest, dalla Germania federale, dove si era recata per ritirare il premio, non fece più ritorno. Fu a Roma nel periodo 1965/66,, come vincitrice di una borsa di studio all’Accademia Tedesca di Villa Massimo. Christa Reinig è morta a Monaco di Baviera nel 2008.

© Anna Maria Curci

Il tinello di Paolo Conte

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Ci diceva Brecht, nella traduzione di Fortini: “Le fatiche dei monti stanno dietro di noi. Davanti a noi stanno le fatiche della pianura”. In mezzo, con poco distante il mare, le colline, quelle di Paolo Conte, come quelle di Cesare Pavese: “alla sera che l’acqua si stende slavata / e sfumata nel nulla, l’amico la fissa / e io fisso l’amico e non parla nessuno… Le colline mi vanno, e lo lascio parlare del mare… Vedo solo colline e mi riempiono il cielo e la terra” (Gente spaesata, 1933, in Lavorare stanca); e ancora, il poeta di Santo Stefano Belbo: “Nella notte le grandi campagne si fondono / in un’ombra pesante, che sprofonda i filari… Ogni pianta ha un suo freddo sudore nell’ombra / e non c’è più che un campo, per nessuno e per tutti” (Paesaggio, 1934). Occorre sapere da dove si vuole provenire, sapere chi sono i nostri antenati. Conte viene da qui, da un silenzio di pianura alle porte di colline che anticipano il mare. Dietro, montagne di passato, e sopra di lui i cieli notturni del jazz, la rumba, il tango e tanti altri ritmi così seducenti e lontani nelle loro percussioni e nei loro echi. “Tacere è la nostra virtù”, scriveva sempre Pavese ne I mari del sud, nel 1930. Il silenzio, dunque,  padrone dei momenti più alti, sempre, nella vita come all’arte. Parafrasando Magrelli, è preferibile venire dal silenzio per parlare, preparando la parola con cura. È quello che fa Conte per cantare. Anzi, più che cantare, il suo è un suonare con la voce al ritmo di un graffio che si appoggia alle note. Diciamolo, senza sconfinare nella sfiancante vexata quaestio cantautore-poeta, oppure sì, sconfinandoci anche, ma forse per definirla: come in pochissimi altri casi, Paolo Conte è poeta della canzone, dove essenziale in questa affermazione è la ‘poesia’ della musica (intesa come ‘linguaggio’ che amplifica il Linguaggio peculiarmente poetico). Prima viene la musica, difatti, nel suo lavoro, venuta da profondissimo silenzio, dopo le parole che questa musica graffiano. Nei “laghi bianchi del silenzio”: ecco dove si va, ecco da dove si proviene. In solitudine. E dall’immenso territorio di una buona solitudine, osserva e graffia, mira e dipinge. Allora piace spingersi a riflettere su questa sua pittura musicale, questa sua poesia per graffi, mediante il Turner citato in premessa a La Bibbia di Amiens di Ruskin. Si riporta, leggermente modificato nel testo, l’episodio: Turner stava un  giorno disegnando il porto di Plymouth e alcune imbarcazioni, a qualche miglio di distanza, visti in controluce. Avendo mostrato il disegno a un ufficiale di marina, questi l’osservò obiettando che le navi erano disegnate senza sabordi. “No” disse Turner “certamente no. Se salite sul monte Edgecumbe e guardate le navi contro luce, sotto il sole al tramonto, vedrete che non si possono scorgere i sabordi”. “Bene” disse l’ufficiale “ma voi sapete che ci sono i sabordi?”. “Sì, lo so” disse Turner “ma il mio compito è di disegnare quello che vedo, non quello che so”. Non sapere, che virtù. “Guardando a orecchio si vede Shanghai / in fondo ai viali di Vienna”. Parla/canta, qui – s’intuisce – l’uomo che non viaggia, che dal chiuso dei suoi spazi, sia una stanza, sia un bar in cui si fischietta o la solita strada probabilmente di provincia, vede, anzi immagina meglio. Come dire: faccia pure, chi vuole andare in gita, tornerà al punto di partenza. “Chi vuole andare in gita / non sa, non sa, non sa” canta ne La donna d’inverno. Sa invece, lo sa bene quest’uomo che resta nel suo spazio o nei suoi immediati dintorni, quant’è caldo l’invito a trovarsi nel segreto di un meraviglioso vis-à-vis: “entra e fatti un bagno caldo / c’è un accappatoio azzurro / fuori piove un mondo freddo”. Questa, come altre purificazioni diciamo “termali” che ci offre: “una doccia ai bagni diurni” (Gelato al limon), “un bel talco da miliardario” (Colleghi trascurati).  Allora che bello pensare di trovarci tutti seduti ancora e sempre in un brutto tinello marron, il tinello di Paolo Conte, coltivando lontananze ed esotismi, saggiando l’eterna incomprensione uomo-donna, restando inermi sotto lo scacco di enigmi e rebus. Tutto a fondersi nel mondo dove ci sono “solo vecchie novità”. Ma farlo nuovo, questo nostro mondo, rifarlo sempre e oggi ancora, suonarlo con l’ingranaggio di una poetica del tutto originale: questo il compito. Con i guizzi letterari giusti, le “mani vegetariane”,  i nasi tristi “da italiano allegro” mentre sventoliamo contenti “davanti a un cielo primitivo”. Questo serve, nient’altro.

                                                                                                                              Cristiano Poletti

Moussa Konaté, L’impronta della volpe

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Moussa Konaté, L’impronta della volpe

Nota di lettura di Anna Maria Curci*

La ricerca e l’individuazione del colpevole ovvero dei colpevoli nel giallo classico ha, come ha avuto modo di scrivere Bertolt Brecht in pagine che hanno insieme la lucidità dello scrittore e la passione del lettore, l’effetto di ristabilire il cosmos, l’ordine universale nel quale bello e bene coincidono. Chi legge, con la piena consapevolezza dell’ingovernabilità del caos nel quale gli è dato vivere, stabilisce un tacito accordo con vicenda, luoghi, personaggi narrati: non importa quanto sia ingarbugliata e oscura la situazione di partenza, se la vis logica del ricercatore è destinata – come “una gioiosa macchina da guerra”, per pescare dal recente passato un’espressione non esattamente propiziatoria né feconda di esiti felici – ad averla vinta, a investire della luce chiara della razionalità anche il più recalcitrante dei misteri.
Chi si appresta alla lettura del poliziesco L’impronta della volpe di Moussa Konaté ritrova questa tranquillizzante architettura sia nella quarta di copertina che riferisce come il commissario Habib sia stato definito “Il Maigret nero”, sia, soprattutto, in una serie di elementi rispettosamente classici – la coppia del ricercatore e dell’assistente, il commissario Habib e l’ispettore Sosso, splendori e miseria di vita quotidiana e di centrale di polizia, la paziente arte del raccogliere indizi.
Tuttavia, il noir come prevalenza dell’enigma spalancato come una voragine che inghiotte e scaraventa nel fondo le certezze razionali, fa il suo ingresso nella vicenda sin dalle prime battute, caratterizzandola come sfida e sorpresa continue. Nel caso della vicenda narrata qui, non si tratta soltanto dell’ambientazione, ancora una volta per un’opera di Konaté, in Mali – il commissario opera nel reparto D2 di Bamako, la capitale – che ha fatto scrivere di “Noir d’Africa”, ma del caso che Habib è chiamato a risolvere e che cozza fragorosamente con la sua formazione ‘bianca’, francese, tutta cartesianesimo (come lo stesso Habib dichiara) ed esprit de clarté.
Il villaggio nel quale si verificano le morti misteriose è Pigui, un villaggio Dogon a sud del fiume Niger, composto in prevalenza da animisti devoti alla divinità Amma. In una cultura antica – da settecento anni i Dogon abitano quella terra – si sono insediate autorità politiche locali con una procedura elettorale all’apparenza impeccabilmente democratica: il giovane sindaco è stato eletto con il 99% dei voti. Formidabile, vero? Va precisato, tuttavia, che l’affluenza alle urne è stata del 6% degli aventi diritto. Per Habib la matassa da sbrogliare non è estranea allo scontro tra culture, o meglio, al conflitto insanabile tra una cultura millenaria e l’eterno richiamo della cupidigia, che ha qui il luccichio della globalizzazione.
Chissà, allora, che non sia proprio il talento di Habib, un umanesimo sobrio, nella sua misura migliore di ragione e intuito, a condurre le indagini, a salvaguardare Sosso da ripetute multiformi imboscate, a saper dosare pensiero, parola e azione e, infine, a trovare una definizione oltremodo classica per questa appassionante inchiesta: “un vero dramma alla Corneille”.

* Qualcuno ha più sentito parlare delle vicende in Mali? Sparite, completamente, dalla cronaca. Quando gli eventi riempirono, qualche mese fa, le prime pagine dei giornali, pensai alla conoscenza profonda del proprio paese che Moussa Konaté aveva dimostrato in questo suo poliziesco. Poi, è calato per il ‘grande pubblico’ un silenzio tanto pesante quanto inavvertito dai più. Non ho smesso di pensarci.

© Anna Maria Curci
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Moussa Konaté ha insegnato alla École Normale Supérieure di Bamako, prima di abbandonare la docenza per la scrittura a tempo pieno. È il direttore della Association Étonnants Voyageurs Afrique (Amazing Travellers Africa Association) e, insieme a Michel Le Bris, è l’organizzatore del Festival Étonnants Voyageurs, una fiera libraria internazionale. I romanzi polizieschi di Moussa Konaté sono pubblicati in Francia nella Série Noir della Gallimard. In Italia sono apparsi per Del Vecchio Editore, L’assassino di Banconi, L’onore dei Kéita, L’impronta della volpe e per i tipi di E/O La maledizione del dio del fiume.
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Moussa Konaté, L’impronta della volpe. Traduzione di Ondina Granato. Del Vecchio editore, 2012

Bertolt Brecht, A chi tentenna

 

An den Schwankenden

Du sagst:
Es steht schlecht um unsere Sache.
Die Finsternis nimmt zu. Die Kräfte nehmen ab.
Jetzt, nachdem wir so viele Jahre gearbeitet haben,
Sind wir in schwierigerer Lage als am Anfang.

Der Feind aber steht stärker da denn jemals.
Seine Kräfte scheinen gewachsen. Er hat ein unbesiegliches Aussehen angenommen.
Wir aber haben Fehler gemacht, es ist nicht mehr zu leugnen.
Unsere Zahl schwindet hin.
Unsere Parolen sind in Unordnung. Einen Teil unserer Wörter
Hat der Feind verdreht bis zur Unkenntlichkeit.

Was ist jetzt falsch von dem, was wir gesagt haben,
Einiges oder alles?
Auf wen rechnen wir noch? Sind wir Übriggebliebene, herausgeschleudert
Aus dem lebendigen Fluß? Werden wir zurückbleiben
Keinen mehr verstehend und von keinem verstanden?

Müssen wir Glück haben?

So fragst du. Erwarte
Keine andere Antwort als die deine.

A chi tentenna

Tu dici:
Le cose nostre si mettono male.
Il buio aumenta. Scemano le forze.
Adesso, dopo aver sgobbato così tanti anni
Stiamo messi peggio che all’inizio.

Il nemico invece è più forte che mai.
Sembrano cresciute le sue forze. Ha assunto un sembiante imbattibile.
Ma noi abbiamo commesso errori, non si può più negare.
Il nostro numero si assottiglia.
Le nostre parole d’ordine sono nel caos. Una parte dei nostri termini
Il nemico l’ha stravolta fino a renderla irriconoscibile.

Che cosa è falso, adesso, di ciò che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?
Su chi facciamo ancora affidamento? Noi rimasti, siamo scagliati fuori
Dal fiume vivente? Resteremo indietro
Senza capire più alcuno e da nessuno compresi?

È necessaria a noi la buona sorte?

Così tu domandi. Non aspettarti
Nessun’altra risposta che la tua.

Bertolt Brecht
(traduzione di Anna Maria Curci)

La traduzione di Ruth Leiser e Franco Fortini (“A chi esita”) è nella raccolta: Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, Einaudi, Torino 1959, pp. 130-131). In rete è possibile leggerla anche qui.

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Brecht, Discorso mattutino all’albero Griehn

Discorso mattutino all’albero Griehn (1927)

Griehn, devo pregarLa di scusarmi.
Stanotte non ce l’ho fatta a prender sonno, tanto rumoreggiava la tempesta.
Guardando fuori ho notato che Lei oscillava
Come una scimmia sbronza. L’ho esternato.

Oggi il sole giallo splende tra i Suoi rami spogli.
Lei sgronda ancora qualche lacrima, Griehn.
Ma adesso sa, Lei, quello che vale.
Ha combattuto la battaglia più aspra della Sua vita.
Gli avvoltoi si interessano a Lei
E io so ora che unicamente per la Sua implacabile
Arrendevolezza lei sta ancora in piedi stamattina.

Dinanzi al Suo successo penso oggi:
Non è stata un’inezia levarsi così in alto
Tra i casermoni in affitto, così in alto, Griehn, che
La tempesta può giunger fino a  Lei così come stanotte.

Bertolt Brecht
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Morgendliche Rede an den Baum Griehn

Griehn, ich muß Sie um Entschuldigung bitten.
Ich konnte heute nacht nicht einschlafen, weil der Sturm so laut war.
Als ich hinaus sah, bemerkte ich, daß Sie schwankten
Wie ein besoffener Affe. Ich äußerte das.

Heute glänzt die gelbe Sonne in Ihren nackten Ästen.
Sie schütteln immer noch einige Zähren ab, Griehn.
Aber Sie wissen jetzt, was Sie wert sind.
Sie haben den bittersten Kampf Ihres Lebens gekämpft.
Es interessieren sich die Geier für Sie.
Und ich weiß jetzt: einzig durch Ihre unerbittliche
Nachgiebigkeit stehen Sie heute morgen noch gerade.

Angesichts Ihres Erfolges meine ich heute:
Es war wohl keine Kleinigkeit, so hoch heraufzukommen
Zwischen den Mietskasernen, so hoch herauf, Griehn, daß
Der Sturm so zu Ihnen kann wie heute nacht.

Bertolt Brecht