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Maurizio Ceccarani, Scrittori e Shoah: Würger vs. Schlink

Berlino – Museo ebraico – Immagine Pixabay

SCRITTORI E SHOAH: WÜRGER VS. SCHLINK

Nel post precedente,* quello del 19 novembre 2018 (scusate il lungo silenzio, cari amici), parlando del libro di Éric Vuillard L’ordine del giorno, abbiamo visto i primi passi del Nazismo. L’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania, si configura come il primo atto di espansione territoriale, da parte del regime. Per quanto maldestro e male organizzato, provocherà da solo un’ondata di suicidi, nonché rastrellamenti e deportazioni. Da questo vorrei ripartire per segnalare due libri di autori tedeschi che ancora oggi, a più di settant’anni di distanza, sono testimoni di una ferita che non si è mai perfettamente chiusa nella coscienza collettiva tedesca. Di autori tedeschi che hanno trattato la materia del Nazismo gli scaffali sono pieni, e come al solito non possiamo che fare una scelta che implichi eccellenti esclusioni. I libri di cui voglio parlare sono Il lettore di Bernhard Schlink e Stella di Takis Würger. Essi ruotano, da due angolature diverse, attorno alla tragedia del Nazismo e al senso di costernazione e di colpa che ha afflitto i tedeschi, almeno i più coscienti e consapevoli, per alcune generazioni.
Il libro di Schlink è del 1995, tradotto più volte, e portato sullo schermo da Stephen Daldry nel 2008, vede l’ultima sua pubblicazione in Italia per i tipi di Neri Pozza e per la traduzione di Chiara Ujka. Si tratta di un grande classico della letteratura tedesca contemporanea e, anche se in molti ne conoscono la storia, mi permetto di tracciarne un accenno di trama. Michael, un quindicenne affetto da itterizia, viene soccorso, mentre tornava da scuola, da Hanna, una donna di trent’anni. Siamo negli anni cinquanta, nella piccola città di Heidelberg. Una volta guarito, Michael va a ringraziare Hanna per l’aiuto che gli ha dato. Hanna vive in un piccolo e modesto appartamento dove accoglie Michael senza cerimonie e senza inibizioni. Lei è una donna matura ma piacente, ha la pelle chiara e profumata. Michael ne è misteriosamente attratto e vive con lei la sua iniziazione sessuale. I due prendono a vedersi con una certa frequenza e alternano alla passione carnale uno strano rituale: la lettura ad alta voce di brani di romanzi famosi. È Michael a leggere e Hanna sembra tenere molto a questa abitudine, come tiene molto a che Michael vada bene a scuola e recuperi quanto ha perso nella lunga malattia. Il loro amore, fatto di erotismo e letteratura, ha fasi alterne, momenti di pudore, momenti di sfrenata passione, ma sempre intercalati dalle storie più belle della letteratura internazionale, dette da Michael ad alta voce. Ad un certo punto Hanna scompare; dopo un primo smarrimento Michael torna a riprendere la sua vita, studia Giurisprudenza e, passati diversi anni, ritrova la donna al banco degli imputati in uno dei tanti processi celebrati in seguito alla tragedia di Auschwitz: gli Auschwitzprozesse appunto. Hanna è accusata di un crimine tremendo dal quale potrebbe discolparsi se solo ammettesse un suo intimo segreto, ma non lo farà. Verrà condannata all’ergastolo. Molti anni dopo le sarà concessa la libertà per buona condotta. Per tutto questo tempo Michael continuerà a spedirle in carcere cassette registrate con letture prese dai libri preferiti. Nell’ultima parte del libro la prosa si alza di tono, la tensione narrativa si fa più forte e il coinvolgimento del lettore più serrato. Le ultime pagine scuotono le coscienze e alimentano domande a cui è difficile dare una risposta. Hanna accollerà su di sé il senso di colpa di una generazione, si immolerà a espiare un male di cui lei è stata strumento incosciente e le letture, che tanto hanno caratterizzato la sua esistenza, saranno la chiave del suo segreto. La consapevolezza tardiva e la scelta catartica di Hanna pongono la donna sull’altare della redenzione, muovono a compassione, e la rendono partecipe del riscatto morale di una nazione.
Bernhard Schlink, oltre ad essere uno dei più noti scrittori tedeschi contemporanei, è stato, nella vita professionale, giudice e professore di diritto. La vicenda narrata ne Il lettore ha radici biografiche. Anche l’altro libro che desidero suggerire, Stella di Takis Würger (tradotto da Nicoletta Giacon), è ispirato, se pur in modo romanzato, a una storia vera. Würger, giornalista di Der Spiegel, di quarant’anni più giovane di Schlink, affronta la tematica della partecipazione dei tedeschi alla Shoah in modo diverso. La prima parte del libro ci narra l’infanzia e l’adolescenza di Friedrich. Il protagonista vive in una valle della Svizzera che ricorda molto gli ambienti del cartone Heidi. Da piccolo è aggredito al volto da uno sconosciuto con un punteruolo che gli provocherà una grossa cicatrice e l’incapacità di riconoscere i colori. (altro…)

“Salgo sul palco che un giorno ho contemplato”. Hohenstaufen, di Andrea Leone

hohenstaufen

 

Venti poesie, un distillato. Una fermezza speciale nel testo, una forza che deriva, io credo, da un tremore a lungo appartenuto all’autore. Una poesia “grossa”, vasta, alta e solenne, quella di Hohenstaufen, larga, capiente: un dettato che possiede senz’altro molta grandezza, e molta vertigine. La scrittura di Leone ha in questo un fascino terribile, e invita continuamente, profondamente, all’analisi del testo, quasi richiamasse il lettore in un vortice analitico, piena di festa e di sacrificio com’è, capace come in pochi casi di una voce che non si risparmia: «Invado i documenti e i demoni, il metro e l’esito, il sepolcro e l’esordio».
L’oggi del mondo si fissa nel presente delle epoche passate: lo spirito moderno (l’eco di Hölderlin); l’età medievale (gli Hohenstaufen appunto, i duchi di Svevia imperatori e re di Sicilia tra XII e XIII secolo); l’antichità soprattutto, la sua prospettiva che in noi continua a riformarsi, quella luce nella quale ci troviamo costantemente risospinti: «Non so chi tu sia,/ mia età nuovissima./ Non so quale Dea/ stia preparando la mia età antica». L’intendimento dell’autore è questo: legare anni, età, epoche, ere.
Un’opera d’arte ci fa pensare, sempre. Ci sono immagini e termini in questo libro che sono categorie della mente, che “spietatamente”, vorrei direi, fanno da collante poematico: Dèi, teatri, matematica e musica (la musica, assolutamente, i suoni che emergono ad esempio in questo passaggio: «Sto per essere/ abbandonato al sacro/ massacro del calendario e del miracolo»). E poi nascite e dinastie, sentenze, mattatoi, mentre s’inscena di continuo la rincorsa tra esordio ed estinzione.
Già, s’inscena: è una messa in scena infatti, quest’io. In teatro, sul palco, la pronuncia dell’io è l’unica via per poter rappresentare il mondo, sembra volerci dire Leone, l’unico sguardo che può mettere a fuoco il noi e il voi del mondo. Un io-linguaggio, la costruzione del linguaggio che è la casa dell’essere.
Ci sono due luoghi indicati con precisione, Martina Franca, Pizzo del Vento, Viale Jenner, Via del Duomo. Ma c’è di più, di più ampio e di difficile definizione: c’è l’Europa, c’è l’Occidente dietro e dentro quest’io, un io alato che si muove nel tempo e nello spazio, un io sovrano che incorona. Non a caso in copertina campeggia la Siegessäule di Berlino, la Colonna della Vittoria che svetta nel Tiergarten.
È una voce che non si risparmia, dicevo, quella di Leone. Si nota un uso ripetuto del vocativo, quei «vocativi incantati e terribili», come giustamente evidenziato dalla preziosa prefazione di Lorenzo Chiuchiù, e con il vocativo vediamo l’iterazione, l’anafora e la costruzione progressiva del verso, i motori di questa poesia. Un esempio: «Questo è l’innamoramento./ Questo è il monumento del momento./ Questo è l’immens / segreto che recito». O ancora, più chiaramente: «O storie/ o storie delle colpe/ o storie delle colpe io vissi/ o storie delle colpe io vissi per estinguervi». Un nascere e un rinascere ininterrotti, meccanismo all’interno del quale troviamo non nascosta la lezione di un maestro come Milo De Angelis, del quale a tratti assume il medesimo respiro. In versi come: «L’adolescente, immortale/ nelle frane della frase» o in una formulazione come: «corte marziale dell’istante», lo sentiamo quel respiro, lo riconosciamo bene, insieme ad altre lezioni, antiche e sempre nuove e mai scontate, che l’autore ha imparato e porta in sé. Per nascere nuovamente, certo: «esaltato dal sacro// spettacolo in cui nasco», scrive. E rinascere, in un passato pronto a iniziare, in un presente che è sempre stato, ed è «il miracolo contemporaneo».

Cristiano Poletti

Günter de Bruyn, Bilancio provvisorio

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1° novembre 2016: Günter de Bruyn compie novant’anni. Uno dei narratori che maggiormente ha illuminato le mie letture appartiene a quell’anno di nascita particolarmente fecondo alla narrativa, al teatro, alla poesia, alla critica, alla traduzione, alla musica: come Günter de Bruyn, sono nati nel 1926 Ingeborg Bachmann, Italo Alighiero Chiusano, Alfredo De Palchi, Dario Fo, Carlo Fruttero, Hans Werner Henze, Judith Malina, solo per citarne alcuni. Mi fanno compagnia, oggi, i libri di de Bruyn che possiedo. Non sono in traduzione italiana – ché  della vasta produzione di de Bruyn abbiamo solo i volumi L’asino di Buridano e Un eroe del Brandeburgo tradotti e curati da Palma Severi; si deve a Domenico Mugnolo una monografia del 1993 dal titolo Günter de Bruyn narratore – e tra essi spiccano i suoi due volumi autobiografici, Zwischenbilanz. Eine Jugend in Berlin (“Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino”) e Vierzig Jahre (“Quaranta anni”). Il mio omaggio a Günter de Bruyn e alla sua prosa limpida e, ai miei occhi, magistrale, è la mia traduzione dell’inizio di Zwischenbilanz, là dove il “mentitore di professione” dichiara la sua intenzione di esercitarsi nell’arte della verità senza infingimenti e prende le mosse, nel narrare, dalle affabulazioni e dalla tendenza alla “trasfigurazione” materne. Affabulazioni e tendenza alla trasfigurazione materne che non mi sono ignote anche dalla “protostoria” della mia famiglia, così come mi è stata tramandata da mia madre, nata anch’ella nel 1926.  (Anna Maria Curci)

 

Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino

Fonti storiche

A ottant’anni ho in animo di fare il bilancio della mia vita; il bilancio provvisorio che inizio a stendere a sessant’anni intende essere un esercizio preparatorio: un allenamento a dire “io”,  a dare ragguagli senza il velo della finzione. Dopo aver girato a lungo attorno alla mia vita scrivendo romanzi e racconti, tento ora di raffigurarla direttamente, senza abbellimenti, senza enfasi, senza maschere. Il mentitore di professione si esercita a dire la verità. Promette di dire con onestà ciò che dice; non promette di dire tutto.
Prima di arrivare a me, tocca alle origini della mia famiglia. Mi sono note soprattutto grazie a mia madre.  Se è vero che ai suoi racconti mancavano cronologia e correlazione, tuttavia le sue immagini-ricordo erano dettagliate e variopinte e noi ce le sentivamo raccontare in continuazione, cosicché, cionondimeno, venne a crearsi una storia di famiglia a grandi linee. La storia iniziava nel 1911, in una sera di gennaio nel corso della quale il giovanotto, che sarebbe diventato in seguito mio padre, aveva dimostrato, al ballo dell’associazione corale delle poste, la sua capacità nel flirtare e la sua imperizia nel ballare il valzer, proseguiva con la domanda del postino Hilgert: E come intende provvedere al sostentamento di mia figlia, signor de Bruyn? – e cambiava poi ripetutamente scenario. (altro…)

Poesie della memoria (di Anna Maria Curci e Gianni Montieri)

berlino - foto di gianni montieri

berlino – foto di gianni montieri

Roma, 16 ottobre 1943

Se Cassandra è Celeste,
è vestita di nero
è scarmigliata e sciatta
è fradicia di pioggia.

A vuoto profetizza,
scombinata com’è.
«Sfiduciata speranza»
apre gli occhi e li chiude.

Nell’alba successiva
le grida stropicciate.
Razzia, rastrellamento
nel cielo grigio topo.

 

 

Sachsenhausen, febbraio 2010

 

Tredici mesi fa a Sachsenhausen
corteggiava la neve il paradosso
dietro l’angolo, oltre il passeggio e quei
villini; in fila sgranavamo muti
nomi, biglietti, lembi di presenze.

Nel pomeriggio di fine febbraio
c’era chi preferiva altre visioni,
stracci colorati, East Side Gallery.

C’incontrammo la sera in Friedrichstraße.

 

 

 

Birkenau, 24 ottobre 2012

 

Il vento non serpeggia, il vento attizza
l’abbaiare di voci e pastori tedeschi.

La voce ferma e tremante di Sami
non pronuncia il nome, ma «links!» e «rechts!»,
spartiti per straziare corpi e storie.

Al crematorio due, al lato opposto
del suo Sonderkommando, il suo ricordo:
dov’era, Shlomo, ai giorni, Shekinah?

Di fronte alla baracca dei bambini
Andra e Tatiana parlano di Sergio,
del passo avanti e l’orrore di Amburgo.

Non sediamo sui fiumi a Babilonia,
ma il nostro pianto è in piedi e scuote il vento.

© Anna Maria Curci

***

 

SACHSENHAUSEN

 

I

Ho ascoltato il silenzio parola per parola
nella piazza dell’appello
ho raschiato i nomi dalle croci
e vi ho chiamati

chiedere scusa a ognuno
a giustifica parziale del non essere
nato in tempo, non aver tirato fuori
nessuno dal solco della storia.

 

II

Giù dalle scale è tutto bianco
di piastrella in piastrella:  agghiaccia
ovunque è il lucido a tenere banco
due tavoli di marmo contro il muro
dalla finestra un raggio opaco
una rasoiata rosso sangue.

 

III

Appena fuori dal paese
il campo di concentramento
dentro il campo, il carcere
un solo angusto corridoio
celle a sinistra, celle a destra
un metro per un metro
nessuna finestra, poca aria
per gli ospiti nessuna cortesia.

 

IV

Non lo diresti sotto questo cielo azzurro
in questo agosto luminoso
Berlino dietro l’angolo e qui
tutto questo verde, questa pace
non diresti dei trenta letti in pochi metri
dei cessi scavati nel terreno
del tanfo, ancora nelle cucine
non diresti mai che fra una fine e l’altra
sui muri si disegnava
qualcuno sorrideva prima di morire.

 

V

Sto seduto su una lapide
Roberta e Daniela
tornate a Berlino al sicuro,
lo sguardo è smarrito
a ogni angolo del campo
a ogni torre di vedetta

con una camicia da escursione
mi sento stupido, mi sembro niente.

 

VI

Andando avanti oltre l’ultimo museo
dietro le baracche russe: il cimitero
un cancello elettrico piantato
in mezzo  al nulla
oggi basta premere il pulsante.

 

VII

Faccio al contrario il percorso
dal campo al treno: 1,5 km
penso di nuovo a voi
trascinati in colonna
verso il cancello di ferro
mi domando chi fosse l’ultimo
a chiudere la fila
quanta aria in più
avrà potuto respirare.

 

(Un epilogo)

Il 27 gennaio dobbiamo ricordare
è questa la particolare memoria
che scherza e mette insieme flash
così nello stesso giorno io ricordo
l’Olocausto e il cielo azzurro d’agosto
in cui ho visitato un campo di sterminio

e poi nella stessa piccola scatola
-pensando a madri che non hanno potuto
a padri che non hanno vissuto- compare
una donna in minigonna che balla
con il figlio in braccio e canta
“ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao”

© Gianni Montieri

Christa Wolf: marzo 1929 – dicembre 2011

Oggi è, purtroppo, scomparsa all’età di ottantadue anni, la grandissima scrittrice Christa Wolf, in sua memoria e ricordo, postiamo dei piccoli frammenti da “Guasto (notizie di un giorno) e/o edizioni” uno dei suoi libri più belli

la redazione

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“Un giorno, di cui non posso scrivere al presente. I ciliegi saranno fioriti. Io avrò evitato di pensare: <<esplosi>>; i ciliegi sono esplosi, come ancora l’anno prima potevo non solo pensare ma anche dire senza esitazione, pur se non più con l’assoluta consapevolezza di una volta. Esplode il verde: mai come quest’anno, con il caldo primaverile subentrato al lungo inverno senza fine, una frase del genere sarebbe stata appropriata a quel processo della natura. Di tutti i comunicati che si diffusero molto più tardi e che sconsigliavano di mangiare i frutti degli alberi in fiore durante quei giorni, non sapevo ancora niente quella mattina, quando come tutte le mattine i polli del vicino mi hanno fatta arrabbiare perché erano passati sul nostro prato di fresco seminato.”

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“le sette. Là dove sei adesso, fratello, si comincia puntualmente. Ti avranno iniettato il sedativo già da mezzora. E adesso ti hanno trasportato dal reparto in sala operatoria. Con una diagnosi come la tua si finisce per primi sotto il bisturi. Adesso provi, mi immagino, un senso non sgradevole di vertigine dentro la testa rasata. Hanno fatto in modo che tu non possa avere pensieri nitidi, né provare sensazioni troppo chiare, per esempio paura. Va tutto bene. Questo è il messaggio che ti invio sotto forma di un raggio a forte concentrazione di energia. Lo percepisci? Va tutto bene. Adesso lascio che la tua testa mi compaia davanti agli occhi della mente, cerco il punto più vulnerabile attraverso cui il mio pensiero possa penetrare per raggiungere il tuo cervello, che già stanno mettendo a nudo. Tutto va bene.

Dato che non puoi fare domande: il genere di raggi di cui parlo, caro fratello, certamente non è pericoloso. In un modo che mi è sconosciuto essi attraversano gli strati d’aria inquinati, senza contagiarsi. Il termine tecnico è : contaminarsi. (Mentre dormi imparo parole nuove, fratello.) Sterili, sicuramente sterili, raggiungono la sala operatoria, il tuo corpo che giace indifeso, incosciente, lo esplorano, lo riconoscono in una frazione di secondo. Lo riconoscerebbero anche se tu fossi ancora più deturpato di quanto affermi. Senza sforzo penetrano oltre la compatta difesa della tua incoscienza, alla ricerca del nocciolo ardente, pulsante. In un modo che si sottrae al linguaggio, adesso vengono in soccorso delle tue forze che si affievoliscono. Puoi contarci, è questo il patto. D’accordo –

La notizia ci avrà colto impreparati, di sorpresa piuttosto. Non abbiamo avuto l’impressione di conoscerla già? Sì, ho sentito che pensava una persona dentro di me, perché sempre e solo ai pescatori giapponesi. Perché non a noi una volta tanto.”

@ Christa Wolf