Benedizione

Su Trilogia della pianura di Kent Haruf

cover-3Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

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Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto torrida, un temporale improvviso, il sole di nuovo e un azzurro in cielo che più limpido non si potrebbe. C’è sempre e sempre ci sarà un autunno come non l’avremo mai visto, e prima un raccolto, e delle mucche al pascolo. Ci sarà poi l’inverno e, statene certi, nevicherà, ci sarà bufera e giorni in cui nessuno dei protagonisti potrà uscire di casa. Ecco, gran parte della letteratura americana che preferisco, quella che in qualche modo ha a che fare con una specie di sacro, che è quello della terra, quello dei rituali, dei conflitti combattuti e taciuti per anni, che ha a che fare con cambiamenti soprattutto interiori, passa da molte di queste cose, da luoghi in cui non vivremmo, da azioni che non compiremmo mai, passa da Cormac McCarthy, e prima ancora da Faulkner, da Carson McCullers, e poi da John Williams, e da molti altri, passa dalla pietra e dalla religione, passa dalla morte a Dio,  e viceversa, e ora – e per sempre – passa da Kent Haruf. [continua  a leggere QUI]

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Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

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Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta. [continua a leggere QUI]

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Crepuscolo, NN editore, 2016; traduzione di Fabio Cremonesi; € 18,00, ebook € 8,99

(terza parte di un discorso)

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Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Eccoci, di nuovo, qui sul divano, il romanzo di Haruf chiuso da pochi minuti, trafitti e commossi; la famosa tecnica del colpo al cuore, quella che viene e ti prende parola dopo parola e non c’è niente che tu possa fare, eccetto prenderti la botta. Piangere, probabilmente. Qui, però, lasciando da parte le emozioni, bisognerebbe fare un ragionamento conclusivo sulla Trilogia della pianura, ora che anche Crepuscolo è stato riposto sullo scaffale, finito; adesso che alcuni personaggi che avevamo amato in Canto della pianura sono tornati a visitarci. Sono tornati Harold e Raymond, i due  – come scrissi – indimenticabili fratelli McPheron, è tornata la loro amata Victoria, la giovane ragazza che avevano accolto in casa e che ormai è come una figlia, sono tornati Tom e Maggie. Ne sono venuti di nuovi come Dj e Dena, come Rose Tyler un’altra destinata a rimanere nella memoria dei lettori. [continua a leggere QUI]

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© Gianni Montieri

Una frase lunga un libro #58: Kent Haruf, Crepuscolo (Terza parte di un discorso)

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Una frase lunga un libro #58: Kent Haruf, Crepuscolo, NN editore, 2016; traduzione di Fabio Cremonesi; € 18,00, ebook € 8,99

(terza parte di un discorso)

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Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Eccoci, di nuovo, qui sul divano, il romanzo di Haruf chiuso da pochi minuti, trafitti e commossi; la famosa tecnica del colpo al cuore, quella che viene e ti prende parola dopo parola e non c’è niente che tu possa fare, eccetto prenderti la botta. Piangere, probabilmente. Qui, però, lasciando da parte le emozioni, bisognerebbe fare un ragionamento conclusivo sulla Trilogia della pianura, ora che anche Crepuscolo è stato riposto sullo scaffale, finito; adesso che alcuni personaggi che avevamo amato in Canto della pianura sono tornati a visitarci. Sono tornati Harold e Raymond, i due  – come scrissi – indimenticabili fratelli McPheron, è tornata la loro amata Victoria, la giovane ragazza che avevano accolto in casa e che ormai è come una figlia, sono tornati Tom e Maggie. Ne sono venuti di nuovi come Dj e Dena, come Rose Tyler un’altra destinata a rimanere nella memoria dei lettori.

Siamo a Holt in Colorado. Chi ha letto Benedizione e Canto della Pianura sa che Holt non esiste, ma anche che uno dei posti più vivi con cui si possa avere a che fare. Qui si muovono e si incrociano le vite dei personaggi  che ho elencato più sopra insieme ad altri. Succedono piccole cose durante le giornate. Gli allevatori portano le bestie al pascolo, i ragazzini vanno a scuola e studiano e litigano, nei bar si conversa e ci si ubriaca. Fa freddo, molto freddo, là in Colorado, tra pianura e montagna, tra stelle più luminose e ghiaccio, tra puzza di vacche e tenerezza. Benedizione era la perfezione, era la vita di un uomo che andava a finire, ed era quella vita che scoprivamo a poco a poco attraverso le ultime carezze di chi lo aveva amato. Canto della pianura era il destino di più persone, era la comunità che si faceva più presente e più forte, che si stringeva in un enorme abbraccio e che quando serviva faceva la cosa giusta. Crepuscolo è, secondo me, il mondo, quel mondo che pian piano Haruf  (in Benedizione) decise di asciugare fino a ridurlo a una casa  e a una stanza, a un uomo che sarebbe morto da lì a poco, e il mondo cos’è? È Holt, naturalmente, ma tra le case e la Main Street, tra la statale e la fattoria dei McPheron, passa altro oltre alla tenerezza, compassione, gratitudine che avevamo visto passare seduti dietro a una finestra. Una finestra del tutto simile a quella dietro la quale è seduto Haruf, che da lì guarda passare e fa incrociare le vite di tutti. Da Holt passerà anche la cattiveria, passeranno Luther e Betty con le loro difficoltà, le loro debolezze, la loro incapacità di fare qualsiasi cosa, dal fare la spesa al proteggere i figli. Luther e Betty per i quali proveremo una pena infinita e quella compassione tanto cara a Carver. A Holt tornerà la morte, inattesa e inevitabile. Soffierà forte il vento dell’assenza, quel vuoto che fa risuonare le assi del pavimento quando ci si cammina sopra. Quel vuoto lo avvertiranno in tanti. Ma Holt è Holt e Haruf è uno scrittore grandioso, che con una prosa bellissima, fluida e compatta, evocativa come solo certi silenzi sanno fare, ci porta ancora una volta nel punto più profondo dei sentimenti umani.

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Una frase lunga un libro #41: Kent Haruf, Canto della pianura (seconda parte di un discorso)

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Una frase lunga un libro #41: Kent Haruf, Canto della pianura, NN editore, 2015, traduzione di Fabio Cremonesi. € 18,00, ebook € 8,99

(Seconda parte di un discorso)

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Non l’ho mai detto. Non direi mai una cosa del genere neanche se mi pagano. Mi sembrava di sì. L’avevo capita così. Era solo un pensiero, tutto qui, disse Harold. Tu non pensi mai? Sì. Ogni tanto penso qualcosa anch’io. Ecco, appunto. Ma non devo dirlo per forza. Solo perché ci sto pensando. D’accordo. Ho parlato senza pensare. Vuoi spararmi adesso o aspettare il buio?

Abbiamo cominciato a parlare di Kent Haruf con Benedizione, la scorsa settimana. Avevamo messo da parte, come fieno in cascina, alcune convinzioni, alcune certezze sulle storie e sulla sua modalità di scrittura, poi leggi Canto della pianura, e molte cose cambiano, l’orizzonte si amplia, lo scrittore dimostra di essere ancora più versatile di quel che sembrava. Sa che dove funzionano un monologo e un dialogo, possono funzionare un coro, conversazioni più lunghe. Sa che persone che per tutta la vita hanno parlato pochissimo possono sedersi una sera, a un tavolo, e mossi da tenerezza, preoccupazione e affetto cominciare a raccontare e ad ascoltare. I paragoni con McCarthy e John Williams non calzano più del tutto, soprattutto perché i paragoni non calzano quasi mai. Quello che conta è che questi scrittori sono accomunati dal piccolo luogo e dalle storie che nel piccolo luogo nascono. Si chiude Canto della pianura e si pensa che Haruf è soltanto Haruf, uno dei migliori. Nella nota del traduttore, in coda al romanzo, Fabio Cremonesi evidenzia le differenti complessità dei  due libri e di come sia stato difficile (e diverso) tradurre uno e poi l’altro, perché il buon Haruf non scrive solo in un modo, non si accontenta.

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Una frase lunga un libro #40: Kent Haruf, Benedizione (prima parte di un discorso)

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Una frase lunga un libro #40: Kent Haruf, Benedizione, NN editore, 2015 – traduzione Fabio Cremonesi; € 17,00, e-book € 8,99

(Prima parte di un discorso)

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Sembra una specie di benedizione, una benedizione a doppio taglio, disse Lyle. Dad lo guardò. Eh, sì. Un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto. Deve averne viste parecchie nel corso della sua vita. Sono cresciuto in Kansas, nelle pianure occidentali. Ne ha visti di cambiamenti. Giusto un paio.

C’è sempre una Main Street e poi una strada che va verso i campi, e, subito dopo, i campi, e oltre i campi le montagne, e poi una macchina che svolta su una Highway, e poi una casa, una veranda, qualcuno seduto la sera in veranda a parlare o a tacere, a buttare lo sguardo fin dove è possibile. C’è sempre un silenzio più lungo di un altro, un’estate molto torrida, un temporale improvviso, il sole di nuovo e un azzurro in cielo che più limpido non si potrebbe. C’è sempre e sempre ci sarà un autunno come non l’avremo mai visto, e prima un raccolto, e delle mucche al pascolo. Ci sarà poi l’inverno e, statene certi, nevicherà, ci sarà bufera e giorni in cui nessuno dei protagonisti potrà uscire di casa. Ecco, gran parte della letteratura americana che preferisco, quella che in qualche modo ha a che fare con una specie di sacro, che è quello della terra, quello dei rituali, dei conflitti combattuti e taciuti per anni, che ha a che fare con cambiamenti soprattutto interiori, passa da molte di queste cose, da luoghi in cui non vivremmo, da azioni che non compiremmo mai, passa da Cormac McCarthy, e prima ancora da Faulkner, da Carson McCullers, e poi da John Williams, e da molti altri, passa dalla pietra e dalla religione, passa dalla morte a Dio,  e viceversa, e ora – e per sempre – passa da Kent Haruf.

Kent Haruf è morto nel 2014, la maggior parte di noi l’ha scoperto qualche mese fa, grazie a NN editore, esempio di piccola grande editoria, di accuratezza, di lungimiranza, e alle traduzioni di Fabio Cremonesi, che è riuscito a rendere la prosa di Haruf per quello che è, basta leggere la frase in testa per renderci conto della meraviglia. Benedizione fa parte della Trilogia della pianura, ambientata nella cittadina di Holt (un luogo che non c’è, ma che esiste con altri mille nomi, uno di questi è Yuma) in Colorado (del secondo libro Canto della pianura, uscito poche settimane fa, ci occuperemo la prossima settimana. Prima dell’estate dovrebbe uscire Crepuscolo, a chiudere la trilogia) ed è, diciamolo subito, senza aspettare di arrivare in fondo all’articolo, un capolavoro. Che lo sia è facile da comprendere, spiegare il perché è un po’ più complicato, proviamoci.

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Kent Haruf, Benedizione (rec. di Martino Baldi)

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Kent Haruf, Benedizione, NN editore, 2015
(traduzione di F. Cremonesi); € 17,00 – ebook € 8,99

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– Non è felice, disse Mary.
– Nessuno è felice, però non deve essere sgradevole in casa d’altri.

Se c’è una cosa su cui gli scrittori americani non smettono di insegnarci continuamente qualcosa è la strettissima relazione tra il destino di un uomo e la sua terra, i suoi luoghi. Forse è proprio questo l’aspetto più caratteristico dell’intera letteratura nordamericana. Sarà perché la conquista del loro territorio, palmo a palmo, è ancora fresca nella memoria, sarà perché non hanno mai smesso di raccontarla, sarà perché l’identità americana è sin dall’origine così radicata nel concetto di land, nel grande romanzo americano (così come nel cinema e nella musica popolare) un ruolo da protagonista ha sempre lo spirito del luogo, che si tratti di epopee rurali, della straniante vita nelle grandi città o delle apparentemente pacifiche immobilità della provincia.
Una ennesima prova di questa capacità ci viene da Kent Haruf, pressoché sconosciuto in Italia quanto apprezzato in America come uno dei maestri del romanzo contemporaneo. Un’esistenza da raccontare la sua. Nato nel 1943, figlio di un pastore metodista, tutta un’infanzia vissuta nelle pianure esterne del Colorado e passata a nascondersi dagli altri per il disagio di portare la deformazione di un labbro leporino, Haruf è fulminato dalla lettura di Faulkner ed Hemingway sulla via di Damasco degli studi al college per diventare professore di biologia. Comincia a scrivere a vent’anni ma, dopo una lunga serie di lavori che per uno scrittore europeo apparirebbero tra i più improbabili e, dopo essere stato spedito a fare l’inserviente per due anni in un ospedale in seguito alla sua obiezione all’arruolamento per il Vietnam, giunge alla sua prima vera pubblicazione ormai quarantenne, dopo aver collezionato partecipazioni a diversi seminari di scrittura (il più importante per lui con John Irving) e alcuni rifiuti di pubblicazione. L’esordio è con il romanzo The tie that binds, primo di cinque che pubblicherà in vita, prima di morire, settantunenne, nel novembre del 2014.
A farlo celebrare alla stregua di un Cormack McCarthy o di un Richard Ford sono stati soprattutto i suoi ultimi tre romanzi dei cinque pubblicati in vita (un sesto è uscito postumo appena poche settimane fa), di cui il neonato editore Enne Enne di Milano preannuncia la pubblicazione italiana (traduzione di Fabio Genovesi) sotto il titolo generale di Trilogia della Pianura, iniziando da Benediction (2013), che della trilogia è l’ultimo in ordine di pubblicazione originale dopo”Plainsong (1999, già pubblicato in Italia da Rizzoli sotto il titolo di Canto della pianura) ed Eventide (2004). Filo rosso della trilogia è l’ambientazione nella cittadina Holt, in Colorado, luogo non vero ma più vero del vero, immagine emblematica della provincia rurale americana, con la sua tranquilla quotidianità basata sull’invariabilità dei propri cardini e sul silenzio impassibile che inghiotte ogni dubbio e ogni evento controverso, cancellandolo apparentemente anche dalla memoria, per riemergere soltanto, forse, nella coscienza delle persone, al momento della resa dei conti.
In Benedizione a saldare il conto con la propria coscienza è chiamato uno degli abitanti più popolari di Holt: l’anziano Dad Lewis, una vita dedicata al commercio di ferramenta e alla vita coniugale, che sin dalla prima pagina entra in scena nell’ambulatorio di un medico che gli diagnostica una malattia mortale. L’estate appena iniziata sarà la scena del suo lungo addio alla vita. Gli si stringono intorno, in una lenta e affettuosa pavane funebre, la moglie Mary, la figlia Lorraine e altri amici e concittadini che con Dad hanno avuto a che fare. Dad è un uomo spigoloso e retto che vive con virile dignità l’ultima ora che gli è concessa. Un uomo tutto d’un pezzo, di quelli che si sono fatti da soli, e che forse non ha troppo da farsi perdonare nella vita, ma nelle venature del proprio addio emergono due grandi rimpianti legati alla propria rigidità.
Tutti i personaggi principali del libro sembrano tesi tra le loro qualità ferme, rigide, di un radicamento e di una saldezza quasi geologici, e le ferite, i rimorsi, le incapacità che questa natura gli genera. In questa ambivalenza si legge la quintessenza della provincia americana, che Haruf ha vissuto e respirato silenziosamente sin dalla sua infanzia: da una parte la necessità anche virtuosa di difendere i propri valori tradizionali (la rettitudine, la fedeltà, la coerenza, la giustizia…), come fossero la propria terra, dall’altra la cecità che questo sguardo fisso, immobilizzato, di fatto provoca, come in una eterna età dell’innocenza che innocenza non è mai. A dominare l’atmosfera è quindi una tensione nascosta ma onnipresente, somministrata in maniera che si potrebbe dire omeopatica da una scrittura sempre delicata, nell’ottica ribadita dallo stesso autore all’editore italiano che gli comunicava la futura pubblicazione della trilogia: «Voglio solo sperare che questi libri possano essere un contrappunto alle divisioni e le violenze di questi tempi.» In questo caso a fare da innesco e far esplodere la tensione (ma anche l’esplosione sarà a sua volta assorbita da un silenzio geologico) è l’arrivo a Holt del Reverendo Lyle, già allontanato da Denver per aver difeso pubblicamente un omosessuale e qui infine accusato e aggredito per strada con l’accusa di essere un filo terrorista per le sue omelie pacifiste.
C’è della luce e del buio in ciascuno dei personaggi di Haruf, come c’è di lui stesso e della propria vita in ciascuno di loro. Bisognerebbe scrivere numerose pagine e citare interi paragrafi per sottolineare la grazia, la delicatezza, la precisione con cui l’autore fa muovere questi uomini e queste donne alle prese con la fatica quotidiana di credere a qualcosa e difenderlo, con il bene e il male che ciò comporta; uomini e donne che davvero, è stato scritto, non si fatica a credere che siano esistiti veramente, per la loro esatta  ordinarietà. Permetterci di guardare in loro come se ci guardassimo in uno specchio è l’ultimo dono che Haruf ci ha lasciato, insieme a una grande lezione di umiltà e saggezza ribadita nell’ultima intervista rilasciata in vita a John Moore:

Vorrei essere ricordato come qualcuno che si è dimostrato amorevole e compassionevole verso le altre persone. Più sono diventato vecchio, più mi sono avvicinato alla morte, e più le persone mi sono diventate care. Adesso desidero essere completamente presente quando sto con qualcuno. Come scrittore vorrei essere ricordato come qualcuno che ha ricevuto un talento molto piccolo ma che ha lavorato al suo meglio per utilizzare quel talento. Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo. Con questo intendo dire che ho cercato di scavare fino alla fondamentale, irriducibile struttura della vita, e delle nostre vite in relazione a quelle degli altri.

Una menzione di merito (e tanti auguri) al neonato editore che ha il merito di portare in Italia uno scrittore di tale levatura letteraria e morale. Suggeriremmo un piccolo surplus di attenzione nella revisione del testo italiano ma, in compenso, vale davvero la pena di segnalare il grande lavoro fatto sul libro anche sul sito, con documenti di approfondimento, rassegna stampa completa e una curiosa e suggestiva “colonna sonora” da ascoltare su Spotify ispirata dalle atmosfere del libro da ascoltare parallelamente alla lettura.

© Martino Baldi

 

Nota. In collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia