beccogiallo

I poeti della domenica #380: Arturo Benvenuti, Un bacio

 

..Non fu facile, e nemmeno
dolce. Sapeva di sale.
Come il pane che sulla terra
è onesto.

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In Masiere (1970), s. e., ora in Arturo Benvenuti. L’opera poetica, a cura di Giampiero Fattorello, Padova, Beccogiallo, 2014

I poeti della domenica #379: Arturo Benvenuti, È in questo paese

 

Fra queste dimenticate
pietre a me leggibili
− calcareo deserto
dove punge la spina
bruciata del pruno −
solitario avvampa un fiore
a cantare la vita,
che nel morso della bora
si rinnova. Nell’abbandono
alla solitudine disadorna,
che la trama non sopporta
di fecali astuzie
né il turpe credo di giuda
illividiti dalle frequenti
cene, le devastate vene
ricongiungono a palpitare
per la sola speranza
ch’io rincorro, gridata
con il nome di dignità

 

In Adriatiche rive. Poesie (1973), edizione ciclostilta, ora in Arturo Benvenuti. L’opera poetica, a cura di Giampiero Fattorello, Padova, Beccogiallo, 2014

Slegalo! Usi e abusi della pschiatria

libroslegalo

Slegalo! Usi e abusi della pschiatria, di Alice Banfi, Giovanna Del Giudice, Pier Aldo Rovatti. Becco Giallo, 2016, € 8,50

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria è stato presentato nel maggio scorso a Venezia durante il Festival dei Matti, proponiamo qui in lettura un estratto del libro, la conversazione tra Anna Poma, curatrice del libro e del Festival,  e Alice Banfi, perché riteniamo questo piccolo libro importante e prezioso e degno della massima attenzione. (gm)

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Anna Poma: Non è facile incontrare qualcuno che abbia vissuto l’esperienza drammatica dell’essere legato, contenuto meccanicamente, in un servizio psichiatrico, e che abbia voglia di raccontarla. Secondo te, perché questo accade?

Alice Banfi: Ci sono almeno due motivi validi per non raccontarsi. Uno, di sicuro, è la vergogna. Raccontare ad altri di aver subito una tale violazione del corpo e dell’anima fa male. Ci mette a nudo. E anche a rischio di subire una nuova violenza. La violenza di chi ti dice e crede che te lo sei meritato, che te la sei cercata, e che il tuo male mentale era ed è una colpa. L’altro è la paura. Paura di subire ritorsioni dal reparto in cui si viene ricoverati, dai curanti, dagli infermieri. Paura di venire di nuovo legati, rinchiusi, maltrattati. Io ho scelto di raccontare perché volevo che tutti sapessero cos’è la contenzione, e cosa può accadere in un luogo di cura. Perché ero arrabbiata per aver subito una cosa così incredibile, e non volevo più avere paura, né della contenzione né dell’opinione degli altri su di me e sulla mia storia.

Anna Poma: Tu hai scelto di farlo, e ripetutamente. Prima nel tuo folgorante Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta. Poi in Sottovuoto, romanzo psichiatrico e in molte altre occasioni pubbliche. Secondo te, il silenzio delle vittime è la ragione per cui si sa così poco di quello che accade in molti, troppi, luoghi deputati alla cura della sofferenza mentale?

Alice Banfi: In parte la non conoscenza di queste pratiche è dovuta al silenzio delle vittime. Poi però c’è il silenzio dei familiari, anche loro ostaggio della malattia del loro caro. Temono l’abbandono e così tacciono e subiscono, oppure si affidano nonostante tutto alle scelte dei medici. E chi non si fiderebbe del proprio dottore? Poi c’è il silenzio degli operatori, che ugualmente temono ritorsioni. E sono ancora troppo pochi quelli che hanno il coraggio, in un servizio, di contrapporsi alla contenzione. In tanti anni di ricoveri in luoghi diversi ne ho conosciuti solo due: Domenico e Gianna. E non li scorderò mai.

Anna Poma: Come racconteresti l’esperienza dell’essere legata in un reparto ospedaliero?

Alice Banfi: Essere legati da qualcuno a un letto è un esperienza orribile. È una sorta di stupro. Inizia con un gruppo di infermieri che ti circonda, e in un attimo ti ritrovi afferrato dalle loro mani, con le voci che si fanno sempre più concitate: “prendile le gambe!”, “stai ferma!”, “bloccala!” Un braccio ti si stringe attorno al collo, e più ti divincoli più la presa stringe: “stai buona, stai buona!”, e quando abbandoni la lotta la presa si allenta. Poi vieni portato sul letto come fossi un pezzo di carne, i polsi e le caviglie ti vengono bloccati dalle fascette al fondo e ai lati della struttura. Io venivo legata anche con lo spallaccio, un lenzuolo arrotolato che mi passava dietro al collo, poi in avanti sulle spalle e ancora indietro, sotto le ascelle. E infine veniva fissato al letto. Non potevo muovere nulla. Vedevo solo il soffitto e a malapena i miei piedi. Rimanevo bloccata così per 6, 12, 24, 48 ore. Sola. Al buio. All’inizio urlavo dei gran “vaffanculo!” A volte piangevo, poi cantavo (“Alla fiera dell’est”) per non darla loro vinta e per essere di massimo disturbo. Poi mi veniva sete, e urlavo chiedendo da bere. Dopo un po’ cominciavo a sentirmi scomoda e a provare dolore alle braccia, alla schiena, al sedere. Mi si gonfiavano le mani per la stretta delle fascette, mi formicolava un piede per l’immobilità, mi prudeva il naso o la guancia e facevo delle smorfie per togliere il fastidio. Se avevo caldo o freddo dovevo ricominciare a urlare aspettando che qualcuno arrivasse a mettermi o togliermi la coperta. Quando desideravo fumare una sigaretta, chiamavo sperando in un amico, ricoverato come me, che venisse a farmi fare due tiri. A volte mi addormentavo per qualche ora, mi risvegliavo, e se mi scappava la pipì o la cacca dovevo gridare di nuovo perché venissero a calarmi i pantaloni. Poi mi mettevano la padella sotto al sedere oppure un pannolone.
Avevo vent’anni e mi ritrovavo legata a un letto mani e piedi, senza sapere quante ore, quanto tempo ancora, sarei stata lì, con indosso un pannolino gigante pieno di piscio e di merda. Ecco, questa è la contenzione.

(altro…)

“Ci sono notti che non accadono mai”: ad Alda Merini, con un’intervista a Silvia Rocchi

foto (1)

Ci sono notti
che non accadono mai
e tu le cerchi
muovendo le labbra.
Poi t’immagini seduto
al posto degli dèi.
E non sai dire
dove stia il sacrilegio:
se nel ripudio
dell’età adulta
che nulla perdona
o nella brama
d’essere immortale
per vivere infinite
attese di notti
che non accadono mai.

Alda Merini.

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Alda Merini è stata una poetessa prolifica: è grande l’abbondanza dei suoi scritti e allo stesso modo è stata profonda e piena la sua solitudine. Solitudine è forse un termine abusato nella nostra società ma non c’è nulla di più aderente alla vita di Merini: è come una chiave di volta per capire i suoi testi, anche nell’amore per lo sconfinato e l’indicibile, anche lì la solitudine si fa corpo, è collante per i versi. Da qui voglio partire, dalla comunicabilità di questa solitudine e dei suoi testi, che confluiscono in un’opera di omaggio all’autrice, un fumetto recentemente uscito per Beccogiallo dal titolo Ci sono notti che non accadono mai. Canto a fumetti per Alda Merini. L’artista della sceneggiatura e dei magnifici disegni che lo compongono è Silvia Rocchi, che percorre un doppio filo di narrazione per portare in scena l’esistenza spesso sbandata e senza punti di riferimento di Merini, intersecandola con la sua stessa poesia. Tante le citazioni che evocano mondi, luoghi, situazioni, calando la poetessa milanese nel quotidiano anche, riappacificando l'”ogni giorno” con l’altezza di alcuni suoi slanci poetici. C’è tutto il potere della metafora, è vero, come ben dice la stessa Silvia Rocchi nella postfazione al volume, c’è un sicuro trattare l’esperienza in modo filologico, temporale – i versi pre-manicomiali e i versi post-manicomiali – che creano e restituiscono un senso circolare. Cito ancora Silvia Rocchi nel ripercorrere il doppio filo, quello di una Merini senza volto che vaga alla ricerca dei volti altrui, in cui riconoscersi (prima), in un gioco – a mio personale avviso – molto simile a quello delle recenti performance di Marina Abramovic, quello di una Merini tra amore, violenza e pietà (poi) sempre alla ricerca di redimere se stessa. In questi disegni c’è il riverberare d’un destino ellittico e spezzato, che è già nel verso. La solitudine è “tema sostanziale”, che affranca il disegno, e alla fine lo esplode, come fanno il motivo del “dettaglio” e del silenzio, pregnante, anche laddove la parola (non) è pronunciata: i versi sono spesso voci fuori campo che invadono la pagina, e nel loro dirsi, nel loro riecheggiare nello spazio, si riappropriano dello spazio stesso e, come già la solitudine, si fanno corpo. C’è poca Milano però, che resta trasfigurata, appena accennata, abbozzata, o che sta sullo sfondo, in disarmonia con l’io; ci sono le colline, e ci sono gli interni, chiusi.
Merini ha scritto moltissimo ma credo sia giusto provare anche a spostare lo sguardo per richiamare altre immagini che Rocchi mette in movimento dal mio punto di vista, e proverò a riconsegnarne qualcuna perché quando un’opera comunica significa che funziona: c’è ad esempio una splendida citazione da Virginia Woolf nell’immersione nel fiume, nella decima tavola qui; la bocca che dice Sarò invece, nella tavola a pagina 5, possiede una rara sensualità, penetrante come un quadro di Egon Schiele.
Questi disegni tuttavia, risvegliano anche versi di altre poetesse; di Mariangela Gualtieri, ad esempio:

Volevo tutte le sbandate
essere viva fino allo scortico
essere tavolo pietra bestiale essere
bucare la vita coi morsi
infilare le mani in suo pulsare
di vita scavare la vita scrostarla
sfondarla spericolarla battermi con lei fino
ai suoi sigilli.
Per amore – per amore – tutto per amore.

e soprattutto di Anna Maria Carpi, che sintetizza anche tutta l’opera di Rocchi, secondo me:

IL MIO CUORE ha l’accesso stretto
il sangue non ci passa facilmente
o rigurgita o rimane dentro,
così gli altri non sanno
che passione ho per loro
che potrei
fermare anche gli ignoti per la strada
e dirgli
tutto quello che ho dentro e non mi passa –
e sarebbe la grazia.

Alda Merini il 21 marzo scorso avrebbe compiuto 82 anni. Questa è una dedica a lei con un’introduzione e un’intervista a Silvia Rocchi che qui segue, perché ci sono notti che non accadono mai e ci sono anche giorni che non accadono mai, ma ci sono vite che accadono e rappresentarle significa renderle eternamente accessibili.

(c) Alessandra Trevisan

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Perché Alda Merini e come ti sei avvicinata alla sua poesia?

Perché mi è stata proposta dalla casa editrice BeccoGiallo. Io conoscevo la sua opera post manicomio, per una serie di mie ricerche legate anche a Basaglia e Tobino, ma dal momento in cui mi sono messa al lavoro sulla sua vita e la sua opera, mi sono completamente immersa nelle sue poesie in modo più complesso, più profondo.

Il doppio binario dei tuoi disegni si “fa” soprattutto in un gioco di citazioni di versi che evocano il visivo, e non solo. Con doppio intendiamo la storia narrata nel fumetto che s’intreccia ai versi di Merini, e viceversa. Voglio chiederti qual è stato il processo creativo che ha portato a questa tua opera.

Ho deciso di approcciarmi alla sua vita in questo modo “doppio”, perché per prima cosa non ritenevo giusto che la vita di una poetessa fosse raccontata da qualcuno che poeta non è. Per rendere al massimo la sua opera e il mio omaggio dovevo aver qualcosa con cui competere, e certo nel mio caso non è la scrittura. Così ho provato con il disegno, nel racconto si procede per immagini e per come la vivo io la parte importante è quella inferiore della tavola, più forte, più viva, di quella che dovrebbe essere la vita vera nelle scene superiori.

Una poetessa che stimo molto, Anna Toscano, dice che «i dettagli sono empatici/ aprono mondi». Ciò che mi colpisce dei tuoi disegni, da non esperta, è la cura dei dettagli anche laddove i personaggi appaiano – come Merini – senza volto o “spezzati” o per meglio dire “interrotti”. Ci puoi parlare di questa tua scelta che “fa stile”?

Non so se questa scelta fa veramente “stile” quel che so è che non mi piace aggiungerne dove regolarmente servono, come i dettagli del volto, che si perdono sempre, piuttosto aumentarne dove sono necessari per l’atmosfera della vicenda, come un comodino con i suoi oggetti, che richiamano la sua presenza. Inoltre il viso, l’espressione si perdono anche a favore dell’anatomia delle corse o delle brevi passeggiate per ritrovarli invece nei momenti in cui il taglio della vignetta si avvicina molto.

Mi piace pensare – forse per deformazione – che ogni artista, anche chi si occupa strettamente di arti visive, abbia a cuore la musica. Voglio chiederti dunque: che colonna sonora – se esiste – ha generato questo lavoro? Hai mai pensato ad una soundtrack che lo possa accompagnare?

Qualche tempo fa odiavo chi a questo genere di domande rispondeva con un impreciso: “ascolto un po’ di tutto”, ma purtroppo per me, oggi questa risposta mi rispecchia in pieno. Nel momento in cui so quello che devo fare, a storyboard ultimato, quando mi butto a corpo morto e passo ore e ore alla scrivania, i gruppi o i cantautori che mi accompagnano sono tanti e diversi, e no, non non ho pensato ad una soundtrack, altrimenti sentirei solo gente lamentarsi per esempio di gruppi come i Crass che con Alda Merini hanno poco a che fare.

A che progetti stai lavorando ora?

Sto finendo di preparare la mostra Bosco di Betulle, la cui inaugurazione si terrà il 5 aprile a Firenze, in via Cavour. Un progetto che per mesi ho condiviso con due amiche e colleghe Viola Niccolai e Francesca Lanzarini, trovandoci di volta in volta nei nostri rispettivi luoghi di provenienza per lavorare insieme sulla nostra memoria visiva/emotiva, in incisione, fotografia, pittura. Allego un link: http://boscodibetulle.tumblr.com/; per il resto inizierò un corso di incisione intensivo che mi terrà occupata per tre mesi e dopo vedrò.

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8512648309_c4cd1a3a69_bSilvia Rocchi è nata a Pisa nel 1986; ha studiato pittura a Firenze e illustrazione a Bologna. Nel 2009 ha contribuito alla nascita del collettivo La Trama, una piccola realtà dedita all’autoproduzione di fumetti. Questa per Beccogiallo è la sua straordinaria opera prima.
Sul web: http://silviarocchi.blogspot.it/

La foto che apre questo post è stata scattata presso Gatto Rosso, Cooperativa Sociale “Controvento” a Mestre (VE), nel quale lo scorso 5 gennaio e per alcuni giorni si è tenuta la bella mostra di tavole da Ci sono notti… che mi ha fatto conoscere questo volume. “Controvento” è anche un po’ casa, un luogo adatto per ospitare questo genere di iniziative aperte. Qui trovate un video della lettura fatta in occasione dell’inaugurazione della mostra. Buon ascolto!

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

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