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Omosessualità, droga e pallottole. Sessant’anni dopo l’Urlo [di Paolo Castronuovo]

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Omosessualità, droga e pallottole. Sessant’anni dopo l’Urlo
di Paolo Castronuovo

Allen Ginsberg e William Burroughs si conobbero nel 1943 e giusto un anno dopo Jack Kerouac venne presentato a loro da Lucien Carr. Quest’esercito di “ragazzi selvaggi” cominciò ad espandersi con i nomi di Peter Orlovsky, Carl Solomon, Joan Vollmer, Neal Cassady, ma tutto nacque dall’amicizia dei primi tre. Kerouac e Burroughs si mettono subito all’opera e pubblicano And the hippos were boiled in their tanks (E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche), una visione ipertrofica e psichedelica che “narra” di una vicenda accaduta nel ’44: quando Lucien Carr, per difendersi dalle avances di un amico, lo uccide, gettandone poi il corpo nel fiume Hudson.
Lawrence Ferlinghetti, during the Howl Magazine case. Photo by Bob Campbell Photo BOBNel 1956 l’editore e libraio Lawrence Ferlinghetti mette in commercio nella sua Banned Books un inedito di Allen Ginsberg letto un anno prima nella Six Gallery di San Francisco: Howl & other poems (Urlo e altre poesie). Si tratta di una distruzione degli schemi ordinari della poesia, un poema/comizio carico di ribellione contro l’America corrotta e armata. Non è altro che una lunga dedica al suo amico Carl Solomon conosciuto nel manicomio di Rockland. Nel testo inoltre compaiono cenni al suo amore non corrisposto per Neal Cassady, eterosessuale al contrario di Ginsberg, amico, e compagno d’avventure di Kerouac. Il libro per le varie “oscenità” rilevate nel contesto storico statunitense del dopoguerra portò al processo lo stesso Ginsberg e Ferlinghetti.
Nel ’57 viene pubblicato On the road (Sulla strada) di Jack Kerouac, scritto a macchina in meno di un mese su un vero e proprio rotolo di carta, sotto effetto di benzedrine. È la storia di anni di viaggi fatti da un versante all’altro degli Stati Uniti, di cui alcuni assieme all’inseparabile amico e allievo di scrittura Neal Cassady: autista e parcheggiatore iperattivo che morirà nel 1968.
È con Sulla strada che questo movimento di giovani ribelli e sregolati ottiene un nome: nasce così la Beat Generation. Il movimento cult per la liberalizzazione dell’America, capitanato proprio da Kerouac e dal suo libro fatto di sesso, droga, accattonaggio, jazz, viaggi interminabili tra autonoleggi e passaggi, conoscenze e perdite. Sono questi, difatti, gli elementi che tocca la Beat Generation: il jazz – in particolare il bebop di Charlie Parker e Dizzy Gillespie – le droghe psichedeliche, i viaggi astrali, gli hippies, il buddismo e i riti zen. Proprio ciò che si può trovare anche nel testo a quattro mani di Ginsberg e Burroughs Lettere dello Yage che ritrae un intero decennio d’amicizia e d’amore epistolare pieno di sostanze psicotrope come l’ayahuasca, la liana dello yoka ed appunto lo yage.
Sembra proprio l’amicizia infatti, spesso unita dalle droghe oltre che dalla cultura, a concretizzare la Beat Generation, l’esempio più evidente è quando Allen e Jack fanno visita a William e lo ritrovano con “la scimmia sulla schiena” su una marea di fogli. È il 1959 e da tutti questi appunti di Burroughs ecco nascere Naked lunch (Pasto nudo). Un viaggio onirico tra flussi di coscienza joyciani rimodernizzati con la fantascienza della carne, paesi immaginari, centopiedi giganti, medici corrotti e polizia alle calcagna. La biomeccanica di una forchetta e del pezzo di carne che in quel momento è lì, su quel pezzo di ferro dentato e tutto il resto non esiste perché è solo tovaglia, piatti, tovaglioli. «Il pasto nudo è ciò che c’è davanti al momento di scrivere», fu proprio Jack Kerouac, dopo l’intensissimo lavoro di assemblaggio di appunti ed editing, con Ginsberg, a darne il titolo. Nacque così uno degli scrittori più sperimentalisti del Novecento. Burroughs scrive, taglia i testi in quattro parti, li miscela, li incolla e cerca di creare una logica subliminale, si ispira con questa tecnica – il Cut-up – a Brion Gysin, artista visuale e sperimentatore musicale. Naked lunch diviene assieme ad Howl ed On the road uno dei libri cult della Beat Generation e della letteratura di tutti i tempi.
A questo trio si aggiungono i nomi dei vari amori, Peter Orlovsky per Ginsberg; Joan Vollmer per Burroughs, uccisa da Burroughs stesso con un colpo di pistola in testa mentre giocavano a ‘Guglielmo Tell’ (successivamente Burroughs si legò sentimentalmente a Brion Gysin, suo ‘amante di vita’); Edie Parker, Joan Haverty e Stella Kerouac per Kerouac.
Non mancano gli altri amici scrittori e poeti: Gregory Corso con il suo miliare Gasoline, Ken Kesey con il suo Qualcuno volò sul nido del cuculo, Jack Hirschman con i suoi Arcani scritti di recente, unico autore ancora in vita del Movimento.
In Italia il Beat prende più forma nella musica con varie band di spicco negli anni sessanta, ma per la letteratura tutto ci è dovuto a un’unica persona: Fernanda Pivano, colei che ha portato a noi questi colossi tramite traduzioni e interviste.
A sessant’anni dall’uscita di Urlo è bene sempre ricordare questi geni fondatori, se volete sapere cos’è la Vera Rivoluzione, umanistica, letteraria e d’amore.

Franco Dionesalvi, The Valley of Thought

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Franco Dionesalvi, The Valley of Thought. Translated by Catia Mele, Gradiva Publications 2015

La poesia di Franco Dionesalvi procede con passo agile e sicuro in The Valley of Thought, “La valle del pensiero”. Il volumetto di carattere antologico, pubblicato in questo anno 2015 dalla casa editrice Gradiva Publications, che da anni ha il merito di far conoscere testi significativi della poesia italiana anche in traduzione, presenta componimenti tratti da cinque raccolte di Dionesalvi e proposti qui nell’originale e nella traduzione in inglese di Catia Mele.
Di questa valle Dionesalvi attraversa sentieri, contempla sorgenti che scaturiscono dalla roccia, a ritmo di danza oltrepassa ruscelli, individua le impronte di chi ha preceduto, sosta a raccogliere rocce e foglie, segni silenziosi di presenze, cerca e scova nomi per sogni e per fenomeni, per visioni che si materializzano e per manifestazioni che hanno il potere di evocare mondi.
È una poesia che respira ed emana classicità, questa, una classicità che va intesa in senso finalmente ampio, senza nessun prefisso vetero-, senza contrapposizioni artefatte e fuorvianti: nella ricerca costante degli “universali” della poesia, vale a dire dell’idioma schietto e diretto, e pur sempre complesso e profondo dei luoghi dell’umano riconoscersi e del riconoscersi umani, i versi di Dionesalvi additano le fonti alle quali si sono abbeverati; sono sì fonti molteplici, che disegnano archi audaci – almeno da Dante a Mario Luzi passando per Allen Ginsberg − e reti ampie, ma lo stile che li caratterizza denota il movimento spedito di chi ha trovato il proprio dettato, la propria voce, vivendo e cercando, leggendo e ascoltando.
Il pensiero di questa valle, la valle del pensiero, appunto, esplorata e da esplorare,  si rivela come ricerca della parola, è logos, è tensione feconda all’unità di pensiero e linguaggio. Tensione, aspirazione, che si concretizzano in un dettato poetico che alterna forme libere a metri della tradizione poetica italiana resi con cadenza e melodia esperte. La traduzione di Catia Mele coglie e interpreta la vocazione all’unità di pensiero ed eloquio, esaltando a sua volta la musicalità della lingua inglese. Ci sono passaggi che ne danno testimonianza evidente. Penso, in particolare, alla coppia di endecasillabi che conclude la lirica Ombre chiare, «Una forma più vaga di penombra / si irrugiada alle bocche dei cespugli», resa da Catia Mele con il distico, fortemente suggestivo, «A vaguer shape of shadow / turns dewy on the shrubs’ lips». (altro…)

TREVIGLIOPOESIA 2014

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È l’ottavo anno di Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia, organizzato dall’associazione Nuvole in Viaggio e con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura di Treviglio (Bergamo).

Inizierà domani, lunedì 19 maggio, presso l’Ariston multisala di via Montegrappa: un incontro speciale, fra cinema e poesia, con Franco Piavoli, regista de Il pianeta azzurro, Nostos e Poesie in 8mm.

Il programma poi si svolgerà tutto dal 23 al 25 maggio, sempre con accento posto sulla forza della parola poetica, con tre direttrici portanti: parla, immagina, contamina.

L’apertura di venerdì 23 maggio, presso il Chiostro della Biblioteca alle 21.00, è affidata al recital L’urlo di una generazione, un ricordo appassionato della beat generation.

Sabato 24 maggio protagonista sarà Fabio Pusterla, che dopo un incontro in mattinata con gli studenti delle scuole superiori, nel pomeriggio racconterà origini e sviluppi della sua opera, da Concessione all’inverno (1985) fino a Corpo stellare (2010), con sguardo rivolto al nuovo libro di prossima uscita per Marcos y Marcos.

In serata, invece, c’è attesa per la proiezione in prima assoluta del documentario Dammi del tu – Conversazioni con Franco Loi, che fu tra i primi ospiti del festival, nel 2007.

Domenica 25 maggio  un altro grande appuntamento, l’incontro con Mario Benedetti, che leggerà testi dalle raccolte Umana gloria (2004), Pitture nere su carta (2009) e Tersa morte (2013): una ricognizione emozionale della sua poesia.

Cornice alla manifestazione saranno i cortili poetici, dislocati nel centro di Treviglio, con musica, presentazioni di libri e le imprevedibili incursioni della guerriglia poetica, che proverà a coinvolgere i passanti facendoli diventare per qualche minuto parte attiva della manifestazione.

 

La sintesi del programma:

19 maggio, ore 21.00: Fra Cinema e Poesia – Incontro con Franco Piavoli

23 maggio, ore 21.00: Beat: l’urlo di una generazione – Recital

24 maggio, ore 18.30: Parole per terra – Dialogo con Fabio Pusterla
e alle ore 21.30: Dammi del tu. Conversazioni con Franco Loi – Proiezione del film

25 maggio, ore 18.30: Vedere nuda la vita – Lettura di Mario Benedetti

 

Il programma completo e dettagliato al sito web: http://www.trevigliopoesia.it/programma.html

 

 

 

Anatomia dei Kleinkief: un’intervista a Thomas Zane

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Forse certe cose belle si comprendono con l’età e con un certo tipo di allenamento che chiamerei ‘training di consapevolezza’; ognuno compie il proprio, e il mio è contrassegnato dal ‘reverse’, che è anche la funzione di un pedale delay molto usato (ad esempio dai chitarristi) per ‘capovolgere’ il senso di ciò che si è suonato. Questa mia non è una captatio benevolentiae ma vuole essere una sincera dichiarazione di ‘ritardo’ (mi auguro proficua per voi lettori) che, da un lato giustifica il motivo di ciò che andiamo a leggere e dall’altro traccia delle linee guida. Oggi infatti ospitiamo su Poetarum un’intervista a Thomas Zane, voce, chitarra e autore dei KLEINKIEF, band che ha fatto la storia della musica underground in Veneto e non solo negli ultimi vent’anni e che ha pubblicato il quarto disco, gli infranti, a giugno 2013 per l’etichetta trevigiana Fosbury Records dopo undici anni da D’amortelocanto (2002). Otto tracce per un disco pop ben costruito sin dall’artwork di Matteo Scorsini che, con il suo ‘neoumanesimo’, ha dato un’impronta delicata ma pregnante alla copertina [la vedete qui sotto, n.d.r.]; la forma si annuncia sostanza, ed è proprio il caso di affermare che il gioco di immagini con cui il disco si mostra ha risvegliato, in me, rimandi e stratificazioni di senso molteplici, curiosità, che mi hanno portano a voler entrare (bussando!) nel laboratorio della band, utilizzando un mio personale taglio di lettura del loro lavoro maggiormente basato sulla scrittura. Il pop dei KLEINKIEF è un pop ‘colto’, di oggi: mi sento di dirlo senza che questa possa sembrare una rigida etichetta e mi auguro che questo aggettivo non appesantisca né snaturi l’anima della loro musica, prima fortemente noise nei primi lavori autoprodotti, Il sesso degli angeli del 1997, e Colori Dolciumi Fotocopie del 1999, poi diventata altro ossia quella che ascoltiamo oggi e che a me ha ricordato (vagamente) certo decadentismo baustelliano delle origini, forse più per i testi che per la musica in sé (ad esempio con qualche riferimento a La moda del lento, album dei Baustelle del 2003). Allora, spinta da una vorace curiosità ringrazio Thomas per la generosa partecipazione e anche Marco Annicchiarico di Poetarum per lo scambio di idee che mi ha condotta a questa intervista.

© Alessandra Trevisan

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1. Ciao Thomas e benvenuto, benvenuti! Parliamo un po’ di ‘letterarietà’ e scrittura se ti va. Il vostro lavoro è sempre stato costellato di personaggi letterari, sin dal vostro nome, che è l’unione di ‘Klein’ (dal romanzo Klein e Wagner di Herman Hesse) e di ‘Kief’ (che vuol dire pace dei sensi ed è tratto da dal racconto Il poema dell’hashish di Baudelaire), poi nei titoli di alcune delle vostre canzoni: Dostoevskij, doriansong, Margherita e il maestro; anche la poesia diventa canzone, e mi viene in mente Marghera Strasse di Ferruccio Brugnaro, nel secondo disco, anche titolo di uno spettacolo teatrale per il quale avete costruito le musiche dieci anni fa e più. Ci spieghi come la letteratura entra nelle vostre canzoni, quali sono le fonti maggiori d’ispirazione da quel magma?

Cara Alessandra, caro Marco, vi ringrazio dell’invito rivoltoci e delle belle parole usate per introdurci. In effetti la letteratura è passata e passa spesso nei nostri testi, ma ci tengo a dire che io che sono l’autore principale, non sono colto, non ho studi classici alle spalle e i libri sono entrati nella mia vita piuttosto tardi. Diciamo che poi ho recuperato e ne sono stato inesorabilmente travolto. Per un decennio ho letto praticamente per tutto il tempo, al lavoro, a pranzo, in bagno, mentre camminavo, durante la notte. Naturalmente ciò ha plasmato la mia realtà, che probabilmente, all’epoca, era poca cosa, o perlomeno inconsapevolmente mediocre. Passavo attraverso mille cose, i russi, i beat, Miller, Asimov, Huxley, Sartre, senza un minimo di prospettiva, senza difese, pugni in faccia, un ignorante incline al vaneggio con in mano cose più grandi di lui.

2. Ascoltandovi spesso mi son sentita oscillare tra due poli, la realtà e il sogno; molte delle vostre canzoni contengono una pregnanza di immagini oniriche, quasi come fossero trascrizioni di sogni, forse perché le metafore sono tante. È probabilmente una mia interpretazione ma ci vuoi dire come nascono i brani? Inoltre, tu ti firmi autore nell’ultimo disco e allora vorrei capire chi sono ‘l’io’ e ‘il tu’ a cui pensi quando scrivi e se questi io-tu son mutati nel corso degli anni, dunque com’è cambiata la vostra idea di autorialità.

Non sono un autore molto prolifico scrivo poche canzoni e di quelle poche solitamente mi innamoro, ci lavoro costantemente per trovargli l’abito adatto. La cosa migliore che mi possa capitare è che la canzone nasca da sé, mentre suonicchio con la testa tra le nuvole, o nel fango, purtroppo succede di rado, ma ho imparato ad accontentarmi e quando accade, la lascio così come è venuta senza cambiar nulla, costi quel che costi, adoro sentirne la genuinità, anche quando mi mette troppo a nudo. Ma nella maggior parte dei casi le mie canzoni sono un gioco, sono la mia fuga dalla realtà, dove posso dire tutto, immaginarmi qualsiasi cosa. Con il tempo mi sono costruito il mio dogma, imposto dei limiti, nei dischi passati ho spesso usato immagini e parole con troppa irruenza e scarsa umiltà. Per l’ultimo, “gli infranti” come stimolo, ho provato il gioco opposto, cercando ovviamente di stare lontano dal banale, ed è stato molto più complicato di quanto pensassi.

3. Il titolo dell’ultimo album richiama, a mio avviso, due immagini: la prima è quella delle onde del mare, la seconda è uditiva; questo è, come dire, il piano di lettura ‘sensibile’ del titolo. Pensandoci bene però, mi è venuto in mente che ogni generazione ha avuto i suoi protagonisti -anti o -enti: per Moravia erano Gli indifferenti nel 1929, per Francesco Maselli Gli Sbandati nel ’55, per Michele Serra sono Gli sdraiati nel 2013. Dove ci trascina e cosa rappresenta gli infranti e chi sono?

La domanda è molto affascinante ma francamente fatico a vedere specchiato ne “gli infranti” il protagonista della mia generazione, forse forse il non-protagonista. Più semplicemente “Gli infranti” è una dedica ai vecchi elementi della band. Infranti erano un gruppo padovano attivo nei primi ’90 di cui eravamo devoti ammiratori e si chiamava gli infranti l’ultima canzone che facemmo insieme prima di mollare tutto ormai 15 anni fa. Ahimè è tutto qui

4. Il secondo album è fortemente legato al territorio in cui è nato (oltre al brano Marghera Strasse, mi ricordo Indastria); i successivi invece forse prendono le distanze, aprendo a una prospettiva più globale. Una cosa che mi piace chiedere sempre a chi incontro è: cosa significa ‘fare musica’ in provincia e come vedi la scena musicale veneta odierna, tu che ci sei cresciuto dentro?

Più che della scena veneta ti posso dire la mia su quanto vedo qui, qui vicino, ahimè negli ultimi anni non ho potuto toccare con mano con sufficiente attenzione quanto accadeva, la mia famiglia è cresciuta e il tempo a disposizione è quello che è. Ad ogni modo posso dirti che qui intorno le cose sono piuttosto frizzanti, ci sono gruppi coraggiosi, progetti particolari e piccole etichette piuttosto laboriose, credo si resista bene all’inquietante caduta verso il basso che anche la musica “non-mainstream” sta subendo! Ci sono pochi gruppi e personalità forti, ma ci sono e spero riescano a continuare ad evolversi, che non vuol necessariamente dire incidere per una major, o suonare prima dei Pink Floyd, vuol dire far qualcosa di particolare, di autentico, di sentito! Io ormai compro solo questi dischi, le cose grandi, vaffanculo, le scarico se proprio le voglio ascoltare!

5. E quindi, come mi ricorda Marco Annicchiarico, la Fosbury è un’etichetta che negli anni zero è stata capace di rilanciare un gruppo della scena rock del Nordest come i Cod di Emanuele Lapiana (ora N.A.N.O.). La vostra prima comparsa con questa label è avvenuta con L’anarcosentimentale per la compilation #Fosbury10 nel 2012, con la quale hanno festeggiato i loro 10 anni di attività. Vi conoscevate già? Com’è nato l’incontro?

Con i ragazzi di Fosbury ci conoscevamo, quando hanno saputo che avevamo ricominciato a suonare ci han chiesto se volevamo partecipare alla loro compilation, e poi, visto che stavamo per entrare in studio, se ci andava di uscire per loro. È stato piacevolissimo lavorar con loro, con la grande tranquillità necessaria ai Kleinkief, con la passione da sempre marchio di fabbrica dell’etichetta trevigiana. Purtroppo come probabilmente avrai saputo la Fosbury chiude i battenti, per fortuna senza patemi, anzi, con la consapevolezza di aver svolto in piu’ di dieci anni di attività un lavoro importante a supporto della musica “piccola”! [questa notizia mi è stata data dagli stessi Kleinkief di persona, la scorsa settimana, n.d.r.]

6. La formazione attuale vi vede in sei sul palco. Avete mantenuto le due chitarre delle origini e una la suoni tu, però oltre al basso e alla batteria c’è il rhodes di Claudio Favretto. Cosa comporta arrangiare per sei e quale direzione sta prendendo il vostro suono?

Suonare con la attuale formazione per me è talmente entusiasmante che ancor oggi, dopo migliaia di prove, non vedo l’ora di andare in sala prove e vedere cosa succede. Ma non è solo il fatto di essere in tanti, è soprattutto l’alchimia che si è formata, ancor più ultimamente, dopo l’arrivo di Erik [Erik Ursich, anche bassista della band Grimoon, n.d.r.], ad essere stuzzicante, è un po’ come se avessimo trovato una specie di parola magica che ci permette, quando prendiamo in mano gli strumenti, di partire all’impazzata, di vaneggiare senza remore, di ritornare bambini, di farci schizzare le orbite, per poi tornare, senza difficoltà a rimetterci in macchina e tornare a casa. È per me un periodo felicissimo, la band è affiatata e suoniamo con una naturalezza che non avevamo da tempo! Essere in 6 è elettrizzante, è stimolante, può succedere di tutto, anche perché più della metà di noi 6 è pazza, non solo musicalmente parlando…

7. Vuoi parlarci dei vostri progetti per il futuro e dei prossimi live?

Dal vivo, dopo la data di venerdì scorso a Venezia con voi UnkNwn [la giovane band in cui suono ha avuto il piacere di condividere il palco con i Kleinkief due volte già, n.d.r.] e quella di venerdì prossimo all’Altroquando [che dal 1991 porta in Veneto tutto il rock indipendente italiano, e lo fa in una piccola osteria di provincia, a Zero Branco (TV)] con i Verbal, non abbiamo altre date fissate; so che il 30 Maggio si saluta la Fosbury a Galliera Veneta e magari sarem lì. Ad ogni modo l’epopea kleinkieffiana continua, non vedo l’ora sia il 25 per suonar dal vivo, ma non vedo anche l’ora sia mercoledì, un qualsiasi mercoledì, per provare in saletta, con i miei compagni! Questo per me è la miglior prerogativa per un futuro roseo e gratificante, ricco e bizzarro, con Samu, Nico, Claudio, Fabio ed Erik mi sento come fossi nella band più fica che c’è e penso che prima o poi faremo scoppiare un botto che si sentirà fino ad Alfacentauri!!!!! Yo!

[Youtube http://www.youtube.com/watch?v=HVTmNpJbtz8%5D

I Kleinkief sono nati nel 1995; nel ’96 registrano il loro primo brano S’klero per la compilation Stop stereotipi, mentre ne ’97 vincono il concorso Q13 a Mestre e iniziano a registrare il loro primo disco, Il sesso degli angeli, autoprodotto e distribuito da Srazz Record. Nel ’98 partecipano a No playback a L’Aquila vincendo il premio come ‘miglior autore’, e a Ritmi Globali classificandosi primi; nello stesso periodo scrivono le musiche per lo spettacolo teatrale Marghera Strasse per la regia di Ulderico Manani. Il secondo disco, registrato in una casera delle Dolomiti bellunesi in mezzo al nulla, esce nel ’99 e si intitola Colori Dolciumi Fotocopie (Dischi Woland); qui la band cerca e trova un suono viscerale e isterico, e il video di Woland di Massimiliano Corò – pezzo tratto dall’album –, si aggiudica il premio miglior regia al MEI di Faenza. Quindi, dopo un lungo tour e allargamento della formazione [ricordiamo che inizialmente nel gruppo ci sono anche Elena Vianello (in foto qui sotto), e Gianluca Casabianca, n.d.r.] cominciano a pensare ad un suono nuovo, fatto da vecchi synth e dall’eliminazione delle distorsioni: si tratta di un esperimento che li porta a incontrare godevoli stimoli e a spostarsi da quel rock tipicamente noise esplorato in precedenza. Nel 2002 esce D’amortelocanto, il terzo album per Srazz Records, che esprime una visione personale del pop: si tratta di un disco surreale e onirico, iperprodotto e deviato, con orchestrazioni impossibili, movimenti senza apparente filo conduttore e voci che incontrollabili vagano qua e là, che ottiene un’ottima risposta dalla critica ma la band, da lì a poco, si smembra. Dopo una decina d’anni di silenzio e in tempi recenti, i Kleinkief sono ritornati sul palco con organico, canzoni e suono rinnovati; il gruppo è formato infatti da Samuele Giuponi, batteria, Thomas Zane, chitarra e voce, Nicolò De Giosa, chitarra, Claudio Favretto, rodhes, e Fabio Barlese, chitarra, Erik Ursich, basso. Nel 2012 hanno partecipato con il pezzo L’anarcosentimentale alla compilation che festeggia il decennale della Fosbury Record e, proprio per l’etichetta trevigiana, è uscito a giugno 2013 il loro quarto lavoro Gli infranti, ancora un disco bizzarro che è stato definito in questi termini: “il sound appare abbondantemente riveduto e corretto, con un parziale ritorno alle origini ma con un’inedita freschezza pop mai banale – accantonati estremismi noise, deliri no wave e divagazioni onirico-surreali – e una inalterata attitudine alla sperimentazione di nuove e insolite soluzioni sonoro-melodiche e come sempre al di fuori di mode e tendenze, dentro un percorso di ricerca del tutto personale.” (Marco Salanitri, Outsidermusic).

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***Le immagini utilizzate, in ordine, sono di proprietà di Francesco Burlando (prima e terza, fatte l’11 aprile @ Laboratorio Morion a Venezia) e Matteo Scorsini (la copertina di gli infranti). Li ringraziamo.***

Come leggono gli Under 25 #13: su Sleep di Amelia Rosselli

foto di © Dino Ignani

“Sleep”: la ricerca, la lingua, l’inferno in Amelia Rosselli

di Maddalena Lotter

Le poesie in inglese di Amelia Rosselli raccolte in Sleep appartengono a un libro privato, rimasto inedito in Italia fino agli anni Ottanta. Credo che nei riguardi di questa strana, vertiginosa, raccolta la domanda da porsi non sia “perché l’inglese?”, visto che è proprio nella sua voce plurilingue che la Rosselli afferma la sua identità di poeta e di messaggera, laddove con plurilinguismo si intende anche uno spaziare in altri linguaggi, ad esempio quello musicale, per una necessità di espressione che lega le arti (in questo caso appunto parola e musica, un legame intenso che proprio in Italia conosce un’indagine profonda già nel Medioevo, passando poi per le innovazioni illuminate dell’opera di Claudio Monteverdi). Il punto, credo, potrebbe essere questo: ci sono cose umane che si dicono “meglio”, con più proprietà, in un linguaggio piuttosto che in un altro? C’è una giustezza nel linguaggio che viene scelto per comunicare l’essere, il resto, il Tutto, laddove per “giusto” intendiamo “esatto”? L’inglese di Amelia Rosselli è consapevolmente foriero di una tradizione, quella anglosassone, che forse con più esattezza di altre ha esplorato nei secoli quello che emerge anche nella poesia di Sleep: “l’amore come sessualità e desiderio, la religiosità (blasfema, ma non per questo meno intensamente sofferta), la propria incontenibile, dissacrante femminilità.” (dalla postfazione di E. Tandello, ed. Garzanti). Infatti come scrivere in italiano significa riconoscere Dante, così scrivere in inglese significa inevitabilmente confrontarsi con Shakespeare, ed è in questo riappropriarsi della tradizione che Rosselli ha cercato amleticamente un suo Io:you might as well think one thing or another / of me; I am not a mercy’s chance, nor do / I want you interpretation, having none / myself to overpower me.” (“tanto vale che tu pensi una cosa o l’altra / di me; non sono alla mercé del caso, né / voglio la tua interpretazione, non avendone alcuna / io stessa a sopraffarmi.” pag. 125). Scrive sempre E. Tandello: “il personaggio della raccolta è infatti una proteiforme, sfuggevole creatura metà arlecchino, metà diavolessa, ‘un erede’ al femminile del fool shakespeariano che, in un tragicomico duello con l’Altro, sia esso amante o Dio, afferma coraggiosamente la propria identità.” Riecheggiano nella voce inglese della poetessa anche i luoghi profondi, sepolcrali dell’inferno miltoniano, in cui si mescolano divinità ctonie a realtà umane: “Hell, loomed out with perfect hands, wrapped / our glare with a fierce shudder of fright into / the night exchanged for a pair of rubies. […]” (“L’inferno, tessuto da mani perfette, avvolse / il nostro sguardo irato con un intenso brivido di paura nella / notte scambiata con un paio di rubini.” pag. 67); la parola “Hell” con cui inizia la lirica ha una forza precisa, perché rievoca la memoria antica di una nota formula: “Better to reign in Hell than serve in Heaven” (J. Milton, Paradise Lost), vicina forse al mondo poetico rosselliano, alla sua luce e al suo buio irrisolto.

“We had lit the world with our calling but
the ever-changing scenes at our window
of our souls cut by three giant trees sword-
shaped drew from us heavy sighs.”

Avevamo illuminato il mondo con la nostra chiamata ma
le mutevoli scene alla nostra finestra
delle nostre anime fese da tre giganteschi alberi a forma di
spada ci strapparono grevi sospiri. […]

(traduzioni di E. Tandello)

***

Sleep come prosecuzione di un (probabile) intento modernista 

di Alessandra Trevisan

Nell’avvicinarsi alle liriche di Sleep di Amelia Rosselli, è necessario tenere un doppio sguardo, di superficie (o tangibile) e che scavi contemporaneamente alla radice, e possa entrare in primo luogo nel terreno della lingua, in quel fecondo plurilinguismo che in Rosselli è peculiare proprio perché triplice (inglese-italiano-francese). Quella di Amelia Rosselli è infatti una poesia che in tutte-le-lingue si frange, una lingua poetica che ‘fa blocco’ pur rompendosi in mille pezzi, e vive di queste continue tensioni che sono endogene. Io credo che di temi e rimandi abbia correttamente parlato Maddalena, ed aggiungerei che la frammentarietà del femminile – sebbene sia sì, una ricorrenza che troviamo in moltissime autrici del Novecento (o che riscontro soprattutto con il mio occhio, forse) – sia a maggior ragione sostenuta da questo linguaggio che si spezza e si ri-aggiusta continuamente, come un vaso che cade a terra e diventa ‘mille cocci’ ma preziosi, che si frantumano con irregolarità proprio per l’accidente della caduta. Alfonso Berardinelli dice che le sue sono ‘formazioni meteoritiche’ e che il suo sperimentalismo è necessità linguistica, con un richiamo infantile spontaneo nei modi – di spezzare il verso, di utilizzare nuovi lemmi – e nei rimandi alla tradizione. Stiamo parlando di un ‘gioco verbale’ – così lo definisce Tandello, che è anche sua traduttrice – molto ‘alto’ e ‘altro’, altro perché la migrazione linguistica è anche connessa ad una migrazione fisica e mentale che riguarda la vita di Rosselli, e altro due volte perché in qualche modo credo che in nessun altro suo scritto sia così palese il rapporto di Rosselli con la musica. Con Sleep siamo tra il 1953 e il 1966.
Parto da un prima però, ossia dal ricordare che tra i modelli qui rintracciabili c’è anche T. S. Eliot in cui l’evidenza formale-poetica è preponderante (lei stessa parla di un uso del verso largo anglosassone come impronta), scavalca qualunque genere di significato: il significante vince e supplisce ad una mancanza, o cerca di trasferire altrove l’attenzione nei confronti di un ‘senso’ del testo. Se c’è in The Waste Land un senso lo si cercherà all’infinito; la forma propriamente detta è significato, il suono anche. Il punto è che la musica vive di questo, cioè della mancanza d’una pretesa di verità e ammette la presentificazione come (unica) forma possibile del comunicare, due aspetti molto peculiari delle poesie inglesi di Rosselli.
Questa poesia trova forza in un molteplice presente, come la musica fa; è una poesia colta che tende all’eterno (cui il poeta aspira da sempre) pur restando ancorara all’immanente, e per questo si può dire che condivida un intento modernista, a mio avviso (l’esuberanza di forma prosegue anche nella Beat Generation). Emblematici potrebbero essere questi versi, per autodefinizione calzanti:

Do come see my poetry
sit for a portrait, it
hangs in dimples, by the
light bay window, and pronounces
no shape of word, but that
you find it imperative.
[…]

*Sleep si trova in edizione Garzanti, 1992 con traduzione di Emanuela Tandello appunto, e nei Quaderni di poesia dell’editore San Marco dei Giustiniani di Genova con traduzione di Antonio Porta.