Baudelaire

Tornare Feriti Altrove: Ungaretti e l’esilio

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Quando mi capita di spiegare agli alunni un concetto apparentemente banale, cito spesso quello che diceva S. Agostino a proposito del Tempo: se ci penso per me è chiaro, ma se devo spiegarlo ecco che non lo è più. Ho provato qualcosa del genere parlando dell’esilio, non tanto l’esilio in senso stretto, geografico e politico, quanto quella forma di esilio psicologico e sentimentale che è tanto chiara se ci penso, ma appunto lo diventa meno se devo spiegarla agli altri. Va da sé che la seconda accezione si lega spesso alla prima, ma di fatto ne è indipendente, soprattutto in certa letteratura ottocentesca e novecentesca che ha visto proprio nell’esilio la metafora di una condizione assoluta. Ho provato a ritagliare questo tema in Ungaretti, avendolo intravisto nella sua prima raccolta, L’Allegria. Per farlo ho anche usato in maniera contrappuntistica alcune rappresentazioni dell’esilio rintracciate in altri autori.
Se riprendiamo Dante, il suo famoso esilio da Firenze ha ovviamente ancora i connotati della lotta politica. All’interno della profezia di Cacciaguida ne troviamo quasi una definizione: “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (Paradiso XVII). L’esilio è dunque per Dante la condizione di chi ha scoperto quanto sia salato e cattivo il pane degli altri, e quanto risultino faticose da percorrere le scale che non ci appartengono: sul retro di quest’affermazione, leggiamo naturalmente com’è invece dolce il pane di casa propria e comode le scale. Un autore nato per così dire sotto il segno dell’esilio è Foscolo, che dopo i primi anni a Zante partirà per non farvi più ritorno, senza dunque più toccare le “sacre sponde” (sulla nascita del mito privato foscoliano, e sulla convergenza di questo con i valori estetici del neoclassicismo, ho già scritto qui). Se andiamo a Baudelaire, ecco che l’esilio si fa invece del tutto psicologico ed esistenziale: il poeta-albatro, “esiliato al suolo in mezzo agli scherni”, è ancora parigino tra i parigini, ma irrimediabilmente isolato e altrove nella nuova società borghese.
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Il corpo del discorso: Des Esseintes e la tarda latinità (seconda parte)

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(articolo già apparso, tradotto in francese e lievemente rimaneggiato, nel “Bulletin de la Société J.-K. Huysmans n. 107″). Prima parte qui

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Come detto, la letteratura di fine Ottocento ha spesso proposto l’immagine della decadenza romana, dell’Impero agonizzante sotto i colpi delle invasioni, e collassato sul proprio degrado morale e politico (chiaro capovolgimento dell’ottimismo moderno). Nel discorso dell’esteta, però, il disfacimento di una civiltà fa tutt’uno con quello della sua lingua classica. Il parallelismo tra la letteratura latina e quella francese avviene così sotto il segno di una metafora scandalosa, quella di un corpo moribondo che proprio nei suoi rantoli dirà le cose migliori :

En effet, la décadence d’une littérature, irréparablement atteinte dans son organisme, affaiblie par l’âge des idées, épuisée par les excès de la syntaxe, sensible seulement aux curiosités qui enfièvrent les malades et cependant pressée de tout exprimer à son déclin, acharnée à vouloir réparer toutes les omissions de jouissance, à léguer les plus subtils souvenirs de douleur, à son lit de mort, s’était incarnée en Mallarmé, da la façon la plus consommée et la plus exquise. […]
C’était l’agonie de la vieille langue qui, après s’être persillée de siècle en siècle, finissait par se dissoudre, par atteindre ce deliquium de la langue latine qui expirait dans les mystérieux concepts et les énigmatiques expressions de Saint Boniface et de Saint Adhelme.
Au demeurant, la décomposition de la langue française s’était faite d’un coup. Dans la langue latine, une longue transition, un écart de quatre cents ans existait entre le verbe tacheté et superbe de Claudien et de Rutilius, et le verbe faisandé du VIIIe siècle. Dans la langue française aucun laps de temps, aucune succession d’âges n’avait eu lieu; le style tacheté et superbe des de Goncourt et le style faisandé de Verlaine et de Mallarmé se coudoyaient à Paris, vivant en même temps, à la même époque, au même siècle.
Et Des Esseintes sourit, regardant l ‘un des in-folios ouverts sur son pupitre de chapelle, pensant que le moment viendrait où un érudit préparerait pour la décadence de la langue française, un glossaire pareil à celui dans lequel le savant du Cange a noté les dernières balbuties, les derniers spasmes, les derniers éclats, de la langue latine râlant de vieillesse au fond des cloîtres.19

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Il corpo del discorso: Des Esseintes e la tarda latinità (prima parte)

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(articolo già apparso, tradotto in francese e lievemente rimaneggiato, nel “Bulletin de la Société J.-K. Huysmans n. 107”)

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Levibus enim atque inanibus sonis
ludibria quaedam excitando, effecistis
ut corpus orationis enervaretur et caderet.
(Petronio, Satyricon)

Des Esseintes, il protagonista di À Rebours, è l’esteta fin de siècle portato alle estreme conseguenze, e alcuni suoi eccessi sembrano essere messi in parodia dall’autore stesso. In altre parole, la rappresentazione grottesca di certe stravaganze sancisce la loro assurdità, rendendo impossibile in quel momento l’identificazione col personaggio. Due esempi: la tartaruga morta sotto il peso delle gemme di cui era stata rivestita («[…] elle n’avait pu supporter le luxe éblouissant qu’on lui imposait, la rutilante chape dont on l’avait vêtue, les pierreries dont on lui avait pavé le dos, comme un ciboire.»1); l’orgue à bouche, un improbabile apparecchio inventato da des Esseintes per mettere in relazione il gusto dei liquori e la musica («Il arrivait même à transférer dans sa mâchoire de véritables morceaux de musique, suivant le compositeur, pas à pas, rendant sa pensée, ses effets, ses nuances, par des unions ou des contrastes voisins de liqueurs, par approximatifs et savants mélanges»2). Quest’ultimo è ovviamente la reductio ad absurdum della teoria baudelairiana e poi simbolista delle correspondances universali3. In questi casi ridiamo del protagonista, della sua paradossale eccentricità, e con noi (sor)ride pure Huysmans.
Tuttavia, ed è l’aspetto che mi preme sottolineare in questo primo paragrafo, des Esseintes possiede anche una grandezza universale che la scorza deformata della caricatura non può contenere. Ci sono insomma alcuni aspetti di questo personaggio che vanno presi sul serio, e forse addirittura ammirati nella loro esagerazione. Pensiamo a quel memorabile capitolo (l’XI) che in una sola espressione si potrebbe definire: la rinuncia al viaggio. Des Esseintes ha sempre immaginato l’Inghilterra attraverso la letteratura, Dickens in particolare. Un giorno si decide a visitarla davvero. Aspettando il treno in una taverna, lo assale però il timore di essere deluso dalla realtà, come già gli era accaduto con l’Olanda. A pochi minuti dalla partenza, fa dunque dietrofront (va à rebours, si potrebbe dire) e torna a casa. In questa scena la vernice dell’esteta sbiadisce, lasciando intravedere qualcosa di inerme e doloroso che ci riguarda tutti: la paura cioè che le nostre fantasie non corrispondano alla vita che ci capita. L’iperbole huysmansiana è qui funzionale a esprimere un sentimento che in fondo accomuna l’esteta e le persone «normali»: per questo l’impressione di assurdità risulta molto più attenuata, a tratti svanita.4
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Filosofia e poesia: un’ipotesi didattica

righestretteInsegno filosofia e storia nei licei, quindi il mio rapporto con l’insegnamento della poesia è indiretto, ma mi sforzo di mantenerlo costante. Una questione che mi pongo sin da quando ho iniziato il mestiere di professore è perché agli alunni, anche ai più motivati e scolarizzati, dovrebbe interessare qualcosa della filosofia e della storia, le discipline che insegno, e della poesia, l’attività che comunque concentra l’attenzione e le energie di una buona parte delle mie giornate. Cosa possono trovare, nella filosofia e nella poesia, che possa suscitare il loro interesse, in queste due dimensioni dello spirito umano apparentemente così lontane dal loro quotidiano? La maniera migliore per far ciò è quella di far interagire poesia e filosofia in modo che si possano illuminare vicendevolmente, soprattutto nello snodo iniziale della storia del pensiero filosofico. E questa integrazione è ancor più necessaria, perché una vera e propria introduzione alla filosofia, nel senso di una propedeutica al pensare che fornisca gli strumenti e i mezzi adatti alla conoscenza, è impossibile, perché, per dirla con Hegel, sarebbe come voler imparare a nuotare fuori dall’acqua. Quindi la filosofia, se non vuole essere una ripetizione mnemonica di ciò che altri hanno pensato e altri ancora sintetizzato in forme manualistiche pur necessarie, deve essere colta nella sua radice storica e vitale, attraverso un’opera di destabilizzazione da parte del docente dei pregiudizi radicati negli alunni, finalizzata a un processo di lento destarsi delle coscienze dall’ovvio che permea la nostra esistenza quotidiana. Ciò è possibile, ancor di più, se si fanno dialogare tra loro filosofia e poesia nella dimensione storica in cui per la prima volta sono venute a contatto e mostrare, sollecitandone la curiosità e le conseguenti domande, come, attraverso un dialogo serrato, sia possibile riappropriarsene.
In questa prospettiva didattica, il confronto tra mito, pensiero prefilosofico e nascita della filosofia è il punto di partenza fondamentale. I passaggi su cui concentro l’attenzione sono i frammenti di Eraclito e di Parmenide. Cerco di mettere in evidenza come nella cultura delle origini, tramandata oralmente, di cui noi conosciamo il depositato scritto dalle opere e dalle testimonianze che ci sono state trasmesse, sia quasi impossibile separare discorso poetico da quello mitico-religioso. La stessa parola mythos significa sia parola sia verità e la parola poesia (poièsis) deriva dal verbo greco poièô che significa ‘invento’, ‘produco’, ‘compongo’, ‘faccio’: essa è una delle tecniche di produzione umana, ma è quella che, in particolare, produce un senso all’accadere, sottraendolo dal muto e implacabile succedersi degli eventi naturali. In ultimo mi soffermo sul termine theorìa che indica, nella sua evoluzione, lo specifico approccio del sapere greco alla realtà rispetto alle altre culture antiche. Termine che significa ‘solenne ambasciata’, ‘festa’, da cui si origina quindi la religione, il mito, la poesia, il teatro e il pensiero di una comunità, cioè il luogo in cui i mortali entrano in rapporto con il sacro, con ciò che è separato dalla realtà sensibile, ma che la anima e quindi è ciò che è essenziale per la vita stessa.
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Traducendo Baudelaire #2

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

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L’horloge

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,
Dont le doigt nous menace et nous dit: “Souviens-toi!
Les vibrantes Douleurs dans ton cœur plein d’effroi
Se planteront bientôt comme dans une cible;

Le Plaisir vaporeux fuira vers l’horizon
Ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse;
Chaque instant te dévore un morceau du délice
A chaque homme accordé pour toute sa saison.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde
Chuchote: Souvienstoi! – Rapide, avec sa voix
D’insecte, Maintenant dit: Je suis Autrefois,
Et j’ai pompé ta vie avec ma trompe immonde!

Remember! Souviens-toi! prodigue! Esto memor!
(Mon gosier de métal parle toutes les langues)
Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues
Qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or!

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
Qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi
Le jour décroît; la nuit augmente, souvienstoi!
Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
Où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
Où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),
Où tout te dira: Meurs, vieux lâche! il est trop tard!”

 

L’orologio (trad. di Cristina Longo)

Orologio! dio sinistro, tremendo, impassibile,
il cui dito ci minaccia e dice: “Ricordati!
I Dolori vibranti nel tuo cuore pien d’orrore
tosto vi si pianteranno come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come una silfide dietro le quinte;
ogni istante ti divora un boccone di piacere
ad ogni uomo concesso per l’intera sua stagione.

Tremilaseicento volte in un’ora, il Secondo
sussurra: Ricordati! – Rapido, con voce
d’insetto, l’Adesso dice: Sono il Già-Stato
e ti ho succhiato la vita con la mia tromba immonda!

Remember! Souviens-toi! Esto memor, prodigo!
(la mia gola di metallo parla tutte le lingue.)
I minuti, temerario mortale, sono vene
da non perdere senza averne estratto l’oro!

Ricordati che il Tempo è giocatore ingordo,
vince senza barare ad ogni turno! è la legge.
Il giorno finisce; la notte cresce, ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
e l’augusta Virtù, tua sposa ancor vergine,
e il Rimorso stesso (oh! ultima dimora!),
tutto ti dirà: Muori, vile matusa! è troppo tardi!”

 

 Baudelaire declina qui un tema che esiste da quando esiste l’uomo: l’angoscia per il tempo che passa e che lentamente ma inesorabilmente cancella ogni cosa. Già presente in epoca classica (il carpe diem del poeta non ne è in fondo che il rovescio solare e passeggero), con il cristianesimo questo sentimento della labilità del tutto diventa ancora più cupo e disperato, per far risaltare la fugacità dei beni terreni rispetto all’eternità di Dio. Alla vanitas medievale sembra aggiungersi in epoca moderna anche un’ossessione per il tempo fatta di rapidità, orari, ritmi di lavoro che scandiscono la nuova società borghese (dove “l’azione non è sorella del sogno”). Nella personificazione minacciosa dell’orologio, il tradizionale memento sembra dunque contenere anche qualcosa di un odioso richiamo all’ordine. Cristina Longo rende bene questa compresenza di tradizione e modernità, traducendo lo stesso concetto prima con stile letterario desueto (“tosto”), poi con il corrispettivo registro piano  (“presto”). Da una nota della stessa traduttrice, veniamo a sapere che la perdita delle rime è stata volontariamente compensata da rime interne o allitterazioni (minaccia/dice; cuore/orrore; finisce/cresce; abisso/clessidra), che nel finale riproducono un’estenuata e sibilante agonia (verso 20). Il trattino di quel “Già-Stato” ribadisce anche graficamente l’irrimediabile ritardo di ogni nostro vissuto. (A.A.)

Chatterton e Gambardella – di Andrea Accardi

 

Gambardella

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Guardando La Grande bellezza ho avuto la sensazione che Jep Gambardella fosse l’estrema propaggine di un personaggio ricorrente nella letteratura moderna, l’artista diverso dal resto della società, lo scrittore «destinato alla sensibilità», come lo stesso Gambardella dice di se stesso. E però il paradigma dello scrittore sensibile oggi sembra essere cambiato drasticamente rispetto alla tradizione, al punto da capovolgere il suo rapporto col mondo.

Mi spiego. Gambardella è un sessantacinquenne disincantato, con molti rimpianti e una certa dose di malinconia, se pure stemperata nell’ilarità. Eppure sembra in fin dei conti uno che al mondo ci sa stare. Ha scritto un solo libro in giovinezza, rimasto però un cult. Gli amici lo trattano come un punto di riferimento culturale. Ha ancora molto successo con le donne. Insomma, Gambardella si tiene comunque a galla, mentre sono gli altri personaggi che affondano. Altri intellettuali meno autoironici e molto più velleitari di lui, come Romano (interpretato da Carlo Verdone). E in generale tutta una costellazione di umanità squallida e mediamente disperata, con qualche caso sopra la media. La sensazione è sempre la stessa: là in mezzo Gambardella è l’unico che potrebbe farcela, in qualche modo, nonostante tutto.

Ma non è stato sempre così, anzi. Per almeno due secoli (che grossomodo facciamo coincidere con l’esistenza della società borghese) l’artista è stato spesso raffigurato come un individuo schiacciato dal mondo, vittima degli altri. Baudelaire renderà memorabile questo topos con l’immagine del poeta-albatros, deriso e umiliato sulla nave degli uomini. Prima di lui, fra gli altri, Vigny scrisse nel 1834 il Chatterton, un dramma sull’«uomo spiritualista soffocato da una società materialista» (cito da Dernière nuit de travail, sorta di introduzione dell’autore all’opera). Il giovane protagonista, un poeta di diciott’anni realmente esistito, sceglierà il suicidio piuttosto che scendere a compromessi con la volgarità del mondo, rifiutando peraltro anche un lavoro che gli avrebbe consentito una dignitosa sussistenza:

Libero da tutti! Uguale a tutti, adesso! – Benvenuta, prima ora di riposo che io abbia mai gustato! Ultima ora della mia vita, aurora del giorno eterno, benvenuta! – Addio, umiliazione, odi, sarcasmi, lavori degradanti, incertezze, angosce, miserie, torture del cuore, addio! O che felicità, io vi dico addio! Se si sapesse! Se si sapesse come sono felice…, non si esiterebbe così a lungo! (Chatterton, atto III, scena VII)

Chatterton oggi può apparirci assoluto, eccessivo, melodrammatico. Forse un adolescente può identificarsi più facilmente con la protesta autodistruttiva del poeta, in quella che è spesso un’età cupa e velleitaria (e che per alcuni continua anche dopo). E tuttavia qualunque lettore, per leggere il testo nella maniera corretta, dovrà accettare questa scelta individualistica di rifiuto del mondo, pur sapendo che essa «non è qualcosa di propugnato, cioè non solleva nessuna rivendicazione» volta a modificare l’ordine costituito (Francesco Orlando, Per una teoria freudiana delle letteratura, Einaudi, p. 82). Altrimenti detto, quando leggiamo un dramma di questo tipo dobbiamo restaurare in noi quell’ottica romantica che ammira la rivolta solitaria e inutile dell’individuo contro la società.

Con Jep Gambardella vediamo però come si modifica il topos dell’artista diverso, che ha perso questo ruolo vittimista per diventare meglio degli altri, o comunque simile agli altri. L’ho già detto, Gambardella tutto sommato sa stare al mondo, è il mondo che è vuoto, che è nulla. L’epoca borghese ha risolto il problema dei bisogni materiali, scatenando però la tragedia del desiderio. In una società di uguali, si desidera come gli altri, che sembrano portatori di una pienezza che ci è negata: è il desiderio mimetico secondo René Girard. La cultura diventa quindi un modo come un altro per imitarsi a vicenda, ma questo produce dilettantismo, chiacchiericcio da salotto, altra infelicità.

Chatterton era un individuo disintegrato dentro una società che si voleva ancora integra, che ancora confondeva il desiderio con il bisogno. L’artista, che reclama la superiorità del primo, soccombe. Gambardella è invece un individuo integrato dentro una società disintegrata, tenuta insieme solo dalla speranza che dopo i bisogni anche i desideri vengano esauditi. Una grande promessa non mantenuta di bellezza.

 

Significato e bellezza della canzone leggera – di Stefano Brugnolo (terza e ultima parte)

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Forse nessuno meglio di Nanni Moretti ha compreso questa speciale natura ingenuamente, pre-politicamente, infantilmente utopica della canzone leggera. Quasi sempre nei suoi film ad un certo punto ‘esplodono’ delle canzoni, e queste inopinate esplosioni corrispondono a dei momenti ‘paradisiaci’ di improvvisa intesa tra individui che fino ad allora erano chiusi nelle loro solitudini. È come se d’improvviso dentro il film s’aprisse un’altra scena, una scena sognata più che vissuta.
Accade per esempio in La messa è finita. Il protagonista ha appena finito la sua predica, che è anche una cerimonia di addio, e la constatazione di un fallimento («qui non ci posso più stare e per voi non posso fare nulla»), gira le spalle ai fedeli, ed ecco che all’improvviso parte la musica della canzone di Bruno Lauzi, Ritornerai, e i fedeli, che fino ad allora erano rimasti composti e impettiti, lasciano i banchi e si mettono a ballare come se fossero ad una sagra di paese, davanti agli occhi incantati del protagonista.
Moretti ha adoperato spesso nei suoi film questo ‘trucco’: fare improvvisamente ‘accadere’ una canzone nel bel mezzo di un contesto di vita quotidiano. Succede allora che la canzone dispieghi tutta la sua latente forza evocativa e struggente, di cui siamo normalmente poco consapevoli, essendo che solitamente le canzoni stanno sullo sfondo delle nostre vite quotidiane, e quasi si confondono con il rumore indistinto del mondo. In altre parole così facendo Moretti riscatta le canzoni dal loro destino di merci, poco distinguibili da tante altre, e per la prima volta ce le fa ascoltare davvero. È come se restituisse quell’aura che i troppi ascolti hanno fatto perdere alle canzoni.
Insomma, pare quasi che la canzone ‘accada’. Come in effetti qualche volta capita anche nelle nostre vite, allorché d’improvviso, magari in un bar o in un supermercato, ci raggiunge una vecchia melodia e per un istante, pur nel mezzo di un mondo che continua a girare e dentro cui continuiamo a muoverci, ci sentissimo ‘da un’altra parte’. Ecco, così avviene nel film di Moretti. La canzone di Lauzi arriva in un momento di sconforto, recando nel suo becco il sogno ancora verde di un’altra possibilità, di una nostalgia di passato che è anche nostalgia di futuro. Si può ben adoperare qui la parola epifania. E il ritornello della canzone – “ritornerai” –si presta a questa epifania. Esso parla di una donna perduta che si immagina ritorni: «e non potrai lasciarmi più.» Si tratta di un desiderio e anzi di una fantasticheria infantile che l’amata ritorni e ci stia per sempre accanto. Ma questa insistenza sul ritorno, così ben sottolineata dalla voce roca e appassionata di Lauzi, la voce di qualcuno che vuole disperatamente credere a qualcosa di improbabile o impossibile, si apre qui a significare altro e di più. Come è tipico delle belle canzoni leggere. Cosa dice infatti quel ritornerai nel contesto del film? Dice di qualcosa di struggente, a mezzo tra il regressivo e l’utopico. Dice del desiderio che il tempo passato ritorni, che le persone amate e perdute o morte ritornino, che ritorni qualcosa che non è mai stato davvero, ma che si è solo sognato, e cioè la possibilità di una comunità, di una riconciliazione tra il soggetto e il mondo.
E direi inoltre che scegliendo questa canzone, questo ritornello così insistito, ritornerai, Moretti ci comunica qualcosa di importante: che la canzone sempre ritorna. Che la canzone è sempre un messaggero del passato, che ci racconta di eventi e sensazioni del passato, che avevamo lasciato in sospeso, dimenticati a mezzo, e che adesso chiedono di essere ricordate, svolte, riportate a noi. Perché non dirlo? La canzone leggera è una sorta di versione industriale e di massa della madeleine proustiana. Questa è la sua funzione. Farci ricordare di noi, riconnetterci al nostro passato, in primis individuale e poi anche collettivo, d’epoca.
Ma ritorniamo alla nostra scena. Qual è il punto? Che questo struggente, infantile e perfino imbarazzante bisogno di “ritorno”, che questa evocazione di “un altro mondo”, può essere espresso solo sotto la copertura di una canzonetta. È impensabile che Moretti avrebbe potuto evocare questo tipo di sentimento facendo risuonare per esempio una musica sinfonica, o una potente massa corale. Sarebbe risultato falso. Insomma, è solo facendo risuonare della ‘musichetta’ che si può evocare il sublime, un sublime all’altezza dei nostri tempi. E in questo modo Moretti suggerisce qualcosa che riguarda forse il rapporto che tutti noi intratteniamo con i pop songs. Vale infatti forse per molti di noi quello che vale per Moretti: è attraverso un rapporto ironico-struggente con le canzoni leggere che possiamo immaginarci ancora un po’ di paradiso, e sia pure, per dirla con l’Ernst Bloch che ritrovava barlumi di utopia anche nella più infima delle pubblicità, “un paradiso a prezzo scontato”. Quel “paradiso a prezzo scontato”, e non perciò meno memorabile, che in fondo ritroviamo anche in quell’indimenticabile ritornello dei Beatles, che fa: «Let me take you down/ ‘Cause I’m going to Strawberry Fields/ Nothing is real/ And nothing to get hung about/ Strawberry Fields forever/ Strawberry Fields forever/ Strawberry Fields forever.»
Si dirà che i consumatori medi di canzoni sono meno ironici di Moretti, che sono dei fans, e cioè dei fanatici che per esempio urlano istericamente ai concerti. A me pare che però i fenomeni di fanatismo siano appariscenti ma inessenziali, e che il consumo medio della canzone sia quello che va al di là delle mode e infatuazioni del momento. E qui ci torna buona la distinzione posta inizialmente da Simon Frith e che Peppino Ortoleva a suo modo riprende: «è parte integrante della canzone non prendersi mai troppo sul serio, accettare volentieri l’irritazione prodotta dalla sua frivolezza, dalla sua appiccicosa persistenza nella mente: sono solo canzonette, it’s only rock’n’roll. Tanto pe’ ccantà.» Diversamente dalla canzone impegnata o lirico-confessionale, o dell’happening rock, insomma,la canzone leggera non si dà come ‘autentica’, essa si dà come gioco, a partire dal fatto che l’io che canta non coincide con l’io biografico, essendo un io che si presta a moltissime metamorfosi, un io che gioca con la materia dei sentimenti senza voler illudere nessuno che li prova davvero.
Vale da questo punto di vista come un vero e proprio saggio la reinterpretazione più che mai ironico-struggente che Jannacci dà della vecchia canzone di Bixio Vivere. Quello che mette in scena Jannacci è proprio il rapporto ambivalente che tutti noi intratteniamo con la canzone leggera. Jannacci la storpia, la sbaglia, la stona, e tuttavia c’è comunque pathos in quel suo sbracato-disperato «vivere sensa malinconia, sensa rimpianti, sensa conoscer mai più cos’è l’amore.»
Possiamo anche dirlo con le categorie di Schiller: ingenuo versus sentimentale. Quando ascoltiamo canzoni siamo per lo più in una zona intermedia tra la ricezione ingenua (che sarebbe quella entusiasta del fan che ascolta qui e ora) e una sentimentale (che sarebbe quella di chi ri-ascolta); e in definitiva tendiamo un poco tutti a fruizioni sentimentali, per le ragioni su cui si è soffermato Jameson, e cioè che in definitiva non esiste una “prima volta”. Ma per fare capire meglio come funziona il meccanismo ingenuo/ sentimentale, semiserio/semischerzoso dell’identificazione nella canzone leggera, voglio fare un esempio diversissimo, ma forse illuminante: il gioco del calcio.
Anche qui, al di là dei fenomeni di isterismo di massa, appariscenti ma anche evanescenti, molti di noi amano il calcio proprio in quel modo ironico-serio a cui ho sopra accennato. Nel senso che pur appassionandoci e identificandoci manteniamo necessariamente un qualche livello di distacco. Insomma da qualche parte sappiamo che si tratta pur sempre di una finzione, sappiamo che si tratta di un’industria. E tuttavia resta vero che ci immergiamo in quel gioco, e che siamo infantilmente e sentimentalmente coinvolti nelle partite a cui assistiamo. È vero insomma che quel gioco ci illude di essere partecipi di un rito collettivo autentico, di una comunità, di un popolo. Sappiamo che si tratta più che mai di un business, sappiamo che i calciatori sono merce, e che quel gioco assomiglia sempre di meno a quello che giocavamo liberamente da bambini negli oratori o per strade e piazze, eppure a qualche livello ‘ci crediamo’, crediamo in quella che Foster Wallace, parlando del tennis, ma alludendo anche al calcio, ha chiamato “bellezza e grazia” dello sport. Così come delle canzoni diciamo ‘in fondo sono solo canzoni’, anche del calcio diciamo ‘in fondo è solo uno sport”. Eppure, sempre per citare Foster Wallace, davanti ai grandi campioni e alle loro giocate ci capita di soddisfare un «nostro disperato bisogno», quello di «riconciliarci con il nostro corpo» per qualche istante, essi infatti «catalizzano la nostra consapevolezza di quanto sia meraviglioso toccare e percepire, muoversi nello spazio, interagire con la materia» (Federer come esperienza mistica, p. 47). Come nel caso della canzone leggera siamo dunque pur sempre dalle parti di un “paradiso a prezzo scontato”, e non per questo meno importante per le nostre vite.

Concludendo vorrei però provare a storicizzare un po’ questo presunta carica utopica delle canzoni, proprio a partire dai Beatles. Che però qui intendo come emblematici di quella che per me è la canzone leggera moderna par excellence, e cioè la canzone leggera degli anni ’60. Una sorta di paradigma da cui non mi pare si sia ancora usciti. Ebbene, quel che quelle canzoni veicolano in senso lato ma tuttavia pregnante è, a voler semplificare, il senso del cambiamento e della possibilità. Prima ho parlato di ampie classi di significato evocate dalle canzoni, adesso direi che nel loro insieme le canzoni dei Sixties evocano proprio questa sorta di iperclasse. Una canzone come Michelle, così come viene concretamente cantata e suonata da quei ragazzi di Liverpool, e ben al di là del suo testo, veicola proprio questa sensazione. Veicola cioè il senso di una chance nuova e storicamente inaudita di vivere e godere la vita qui e ora; il senso di una emancipazione da antichi sensi di colpa; di uno sperimentalismo e di un edonismo di massa; di un nuovo inizio insomma per tutti. È come se in quelle canzoni percepissimo ancora il senso di un sollievo, di un enorme risparmio di spesa psichica, del’emancipazione collettiva da inibizioni secolari. Non è un caso che Philip Larkin nella sua poesia Annus Mirabilis ricordando quel nuovo inizio lo abbia messo proprio sotto il segno dei Beatles:

Sexual intercourse began
In nineteen sixty-three
(which was rather late for me) –
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles’ first LP.

Up to then there’d only been
A sort of bargaining,
A wrangle for a ring,
A shame that started at sixteen
And spread to everything.

Then all at once the quarrel sank:
Everyone felt the same,
And every life became
A brilliant breaking of the bank,
A quite unlosable game.

So life was never better than
In nineteen sixty-three
(Though just too late for me) –
Between the end of the Chatterley ban
And the Beatles’ first LP.

[I rapporti sessuali ebbero inizio/ nel millenovecentosessantatre/ (piuttosto tardi per me) – / Tra la fine della censura di Chatterley / e il primo LP dei Beatles./ Fino ad allora c’era stato soltanto/ una sorta di patto,/ una baruffa per l’anello,/un senso di vergogna che cominciava a sedici anni/ e si diffondeva su ogni cosa./ Poi il diverbio di colpo svanì:/ tutti ci sentivamo uguali/ e ogni esistenza divenne/ un favoloso en plein;/ un gioco in cui non si può perdere./ Così la vita non fu mai migliore come/ nel millenovecentosessantatre/ (sebbene un po’ troppo tardi per me) – / Tra la fine della censura di Chatterley/ e il primo LP dei Beatles. (traduzione di Luisa Pontrandolfo, Alte Finestre, ETS, 1990)]

Dopo molti anni, dopo tanti rincari edonistici siamo portati a dubitare che si trattasse davvero di un nuovo inizio. I filosofi francofortesi lo dissero subito, anche e soprattutto in relazione alle canzoni leggere, a quelli che Adorno chiamava con fastidio “i ballabili”. E direi che nessun apoftegma può dire meglio la diffidenza che possono ispirare le canzoni di questo passo tratto dai Minima moralia: «Conviene diffidare di tutto ciò che è leggero e spensierato, di tutto ciò che si lascia andare e implica indulgenza verso la strapotenza dell’esistente.» E in effetti, proprio questo veicolavano le canzoni dei Sixties: indulgenza, condiscendenza verso i piaceri leggeri dell’esistere fine a se stesso. Noi sappiamo che quella spinta edonistica si sarebbe poi risolta in facile consumismo, che quelle canzoni erano l’avanguardia di una mutazione antropologica dagli aspetti anche inquietanti. Eppure, se riascoltiamo molte di quelle canzoni, e direi proprio e soprattutto quelle più disimpegnate, non possiamo non sentire che «life was never better than/ In sixties.» Parafrasando una ben nota affermazione di Talleyrand de Chardin potremmo anzi dire che «Chi non ha vissuto durante gli anni ’60 non sa cos’è la dolcezza della vita.» Lo sappiamo bene: né il Settecento né i Sessanta furono davvero ‘belle epoche’, e quando lo furono non lo furono per tutti, eppure è certo che allorché ascoltiamo canzoni come Michelle – «I love you, I love you, I love you/ That’s all I want to say» – a questo pensiamo, alle nuove e possibili dolcezze della vita a cui esse alludono come a qualcosa alla portata di tutti.

Potremmo fare molti casi ma prendiamone uno emblematico tra i tanti: Insieme a te non ci sto più (non a caso molto amata e citata proprio e ancora da Moretti). Naturalmente, ancora una volta, bisognerebbe ascoltare la voce di Caterina Caselli che canta quelle parole per farsi un’idea del valore e della forza della canzone. Qui naturalmente possiamo solo citare alcuni brani: «Insieme a te non ci sto più,/ guardo le nuvole lassù…/ e quando andrò-ò-ò…/ devi sorridermi se puoi,/ non sarà facile ma sai/ si muore un po’ per poter vivere…/ Arrivederci amore ciao,/ le nubi sono già più in là…ecc.»
Il testo è di un buon paroliere, e cioè di Pallavicini, e tuttavia a leggerle così non possono produrre nessun effetto particolare, non sono né meglio né peggio di tanti altri testi di canzoni. A concepirli solo come versi sono anch’essi versi di seconda mano. E anche la musica presa in sé non è nulla di originale. L’effetto naturalmente e ancora una volta deriva solo dall’ascolto della canzone. Una ragazza dice al suo ragazzo che ha deciso di lasciarlo e lo saluta con malinconia ma anche determinazione. Detta così però uno non si fa un’idea vera dell’effetto della canzone. Ciò che essa comunica va ben oltre. Ci dice appunto della possibilità di sopravvivere alla separazione, di ricominciare dopo una fine, di liberarsi dal passato e di sperimentare, di reinventarsi un futuro, di resistere ai sensi di colpa, di avere fiducia nella vita, eccetera. Come si vede, sono classi di significato molto ampie che alludono a situazioni esistenziali e psichiche fondamentali nella vita di tutti, e non certo solo a specifiche situazioni amorose. Ma si tratta anche e comunque di significati storicamente connotati, e questo aggiunge fascino alla canzone. Sentiamo infatti che Caterina Caselli con la sua voce agra dà voce a quel senso del cambiamento e della possibilità che caratterizza tanta musica degli anni ’60. Si prenda quel verso che dice «chi se ne va che male fa» e lo si riascolti così come è cantato da Caterina Caselli, con la sua voce di allora, ebbene, come non sentire che qui si allude al diritto di andare, di lasciare, di abbandonare la persona fino ad allora amata, di farsi una vita propria? Al diritto di distaccarsi dal passato, qualunque esso sia? E come non sentire che la rivendicazione di questo diritto, benché universalmente valida, era tanto più forte perché a farsene portavoce era la voce di una giovane donna? E tuttavia e anche: come non sentire anche tutto il dolore che quella separazione da una persona che è stata comunque amata porta con sé? La voce di Caterina Caselli, è una voce dolente, dispiaciuta, anche straziata ma ormai decisa, coraggiosa, la voce di qualcuno che non ritorna sui suoi passi. «Si muore un po’ per poter vivere» sarà anche un verso facile, banale, scontato, eppure cantato da lei in quel modo ha una sua forza struggente e memorabile.

Vorrei però insistere su di un punto. Su questa capacità delle canzoni leggere di fare cortocircuito con la vita quotidiana. Lo dico con le parole di Ben Anderson tratte da Recorded Music, Listening Practices and the Immanence of utopia, dove, rifacendosi a Ernst Bloch, scrive che la pratica dell’ascolto di musica leggera «mette in scena la presenza di something else, di something better, il sentimento del non-ancora, che interseca improvvisamente la quotidianità più familiare.» Tale pratica costituisce «un innalzamento e una intensificazione momentanei del nostro senso vitale», senza che tale ricezione preveda che «il mondo sia paused», messo in pausa (come accade con gli ascolti per esempio della cosiddetta musica classica), poiché anzi essa avviene nel bel mezzo della everyday life, la illumina solo per un istante, senza però distinguersi troppo da essa (è proprio questa caratteristica, il nesso tra canzoni e everyday life, che le distingue dalle arie d’opera di cui pure spesso fanno ormai le veci). La mia ipotesi è che le canzoni leggere siano capaci di illuminare le nostre vite perché più di altri testi si dispongono a evocare classi di significato molto larghe a partire da situazioni e esperienze specifiche e anche minime. Valga appunto il caso della canzone di Pallavicini e Caselli, dove parlando del congedo da un amore si sta poi parlando di tanti altri possibili congedi dal passato. Quel che dunque riesce alla canzone leggera è di far cortocircuitare il banale, il quotidiano, il contingente con il generale o se si preferisce con l’esemplare, il proverbiale. Gli esempi potrebbero essere tantissimi; eccone alcuni alla rinfusa: «Una rotonda sul mare, il nostro disco che suona/ vedo gli amici ballare, ma tu non sei qui con me»; «Questo ragazzo della via Gluck,/ si divertiva a giocare con me,/ ma un giorno disse, vado in città,/ e lo diceva mentre piangeva»; «Luci a San Siro di quella sera/ che c’è di strano siamo stati tutti là»; «Marco è dentro a un bar/ non sa cosa farà/ poi c’è qualcuno che trova una moto/ si può andare in città»; «Sara, svegliati è primavera./ Sara, sono le sette e tu devi andare a scuola,/ Sara, prendi tutti i libri e accendi il motorino», ecc.. Ma appunto non si finirebbe mai.
Mi vorrei soffermare solo un poco su Paolo Conte che in questo è stato un maestro del genere, e che lo è anche perché c’è in lui una coscienza metalinguistica di cosa sia una canzone. Si pensi soltanto alla sua Ricostruzione del Mocambo: «Dopo le mie vicissitudini/ oggi ho ripreso con il mio bar/ dopo un periodo di solitudine/ il Mocambo ecco qui tutto in fior/ Ora convivo con un’austriaca,/ abbiamo comperato un tinello marron/ ma la sera tra noi non c’è quasi dialogo/ io parlo male il tedesco, scusa, pardon», ecc.. Come si vede c’è molta quotidianità, il bar Mocambo, il tinello marrone, la convivente austriaca, il curatore silenzioso, il caffè, ecc., eppure tutto questo materiale nella canzone si eleva a significare immediatamente un senso di imbarazzo, di silenzio, di estraneità, di solitudine. Lo stesso bar Mocambo è sì quel certo locale ma è anche e immediatamente tutti i bar del mondo elevati per così dire a luoghi dell’anima. Certo, si dirà che questo va e vieni tra particolare e contingenza da una parte e generalità o universalità dall’altra è tipico di tutta la grande arte moderna, che lavora proprio, come diceva Baudelaire, a trarre l’eterno dall’effimero. È vero sì, solo che le combinazioni di contingente e generale che si danno per esempio nella grande lirica moderna sono ben altrimenti sottili e misteriose. Hanno a che fare con epifanie o illuminazioni di tipo quasi esoterico, per pochi. La canzone è capace di realizzare questi cortocircuiti tra particolare e generale in modo immediato, ‘facile’, è capace di metterle subito alla portata di tutti. Quel che voglio dire è che ascoltando siamo tutti e immediatamente il ragazzo della via Gluck, siamo stati tutti a San Siro a fare all’amore nelle Seicento, siamo stati tutti in una qualche balera o festa a vedere gli amici ballare mentre lei non era più con noi, e sappiamo o sentiamo immediatamente cosa ‘questo’ significa. Mentre è meno scontato cogliere i nessi tra le occasioni esistenziali a cui si riferisce Montale e i significati a cui il poeta in questo modo allude.
Ma per spiegarmi cito ancora Conte che è tornato più volte sul proprietario del Mocambo; ecco per esempio una canzone intitolata Sono qui con te sempre più solo: «Sono qui con te sempre più solo/ sento crescere tutta l’estraneità/ di due messi li in un brutto tinello marron/ Non parlo no, scusa pardon/ Quando parli tu è per giudicar/ e la mia disgrazia per rinfacciar/ siccome so già le banalità che ami tu/ mi chiudo in me sempre di più/ io sono quello che aveva il Mocambo, un piccolo bar/ sempre stato ignorante ma sono un bell’uomo e poi/ so anche trattare sono sempre elegante/ e tu che hai studiato/ disprezzi il mio mondo e anche me/ e mi guardi adesso con la fredda ironia/ mentre mi sto ingegnando e tento una via/ e amara sei sempre di più…» Siamo ancora dalle parti di una contingenza assolutamente quotidiana e insignificante ma che s’innalza subito a significare qualcos’altro. Ed è lo stesso Conte che una volta presentando il brano ha valorizzato questa paradossale congiunzione di particolare e generale: «la canzone è dedicata ad una categoria anzi ad una razza di uomini i quali quasi automaticamente sono descritti anzi qualificati da due fatti, tutt’e due importanti. Il primo è quello di essere proprietari o anche gestori di un bar che si chiama Mocambo, e il secondo, altrettanto importante, è di aver sposato una donna che ha studiato, così che nelle loro storie capita sempre un terzo personaggio, in genere umanissimo, che è il curatore fallimentare.» È difficile dire in modo più buffo ma contemporaneamente vero di questo la combinazione del più trito contingente con il generale. Se vogliamo il generale in questo caso sarebbe la mocambità, proprio come il generale che si può estrarre dalla vicenda di Madame Bovary è il bovarismo. E di cosa ci sta parlando Conte parlandoci del proprietario del Mocambo? Diciamo all’ingrosso di certi uomini di bella presenza e di belle maniere ma anche ingenui e un po’ disarmati davanti a donne che ne sanno più di loro, e in fondo della loro inadeguatezza davanti alla vita, che li vota ad essere impacciati, alla solitudine e all’incomprensione. Ma è importante che lui sia il proprietario del Mocambo, che se ne stia lì con una donna austriaca, in quel brutto tinello marron, e che l’unico tentativo di comunicazione poi fallito lo intraprenda con il suo curatore fallimentare, bevendo insieme a quello un caffè niente male. Ecco, è proprio questa capacità di raccogliere su pezzetti di quotidianità e di dare loro una veste universale, immediatamente accessibile a tutti, che secondo me caratterizza tutto il genere della canzone moderna. E la voce dalla pasta inconfondibile, personalissima, quotidiana, e comunque mai perfetta dell’interprete riesce a veicolarci tanto più e tanto meglio questo senso di una contingenza riscattata, resa appunto perciò tanto più umana, tanto più simile alla nostra.
Basta pochissimo alla canzone per coinvolgerci in destini comuni, per farceli sentire simili al nostro. È per questo che i due versi banali cantati da Caterina Caselli nel mentre si congeda dal suo ragazzo «Arrivederci amore ciao/ le nubi sono già più in là…» possono farsi incontro a chiunque senta che una rottura drammatica con il passato s’è consumata e però nuove possibilità di futuro s’intravvedono… Forse solo la fotografia ha questo potere di estrarre l’universale dall’effimero, ma appunto la fotografia non la puoi citare, portare sempre con te, canticchiare, condividere con gli altri.

Vorrei proprio concludere sottolineando appunto la natura sociale della canzone, la sua capacità di metterci in contatto con noi stessi ma anche con gli altri, e cioè con “lo stormo delle anime” che hanno cantato e canteranno con passione questa o quella canzone leggera. In una parola la canzone induce nella vita dolente e ammaccata di tutti un piccolo momento di festa, un momento di “paradiso comperato a poco prezzo”, mezzo regressivo e mezzo utopico, un po’ autentico un po’ mercificato. Ha scritto una volta Francesco Orlando in Per una teoria freudiana della letteratura: «Nel lungo poema tramandato come classico per millenni, o in una frase pronunciata una volta in privato e che nessuno registra ringraziamo lo stesso tipo di discorso: quello che reca istituzionalmente con sé non soltanto una illuminazione di verità ma anche un barlume di festa.» Ecco, non si può dire meglio di così: quando ci commuoviamo ascoltando o ricordandoci di una bella canzone questo accade: ringraziamo un discorso che ci sottrae per un istante al flusso inarrestabile e informe del tempo, che ci rende un poco più vicini a noi stessi e agli altri, che, anche e soprattutto quando ci commuove e ci fa piangere, ci regala un barlume di festa.

[Prima e seconda parte l’11 e il 12 marzo]

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