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Francesca Rimondi – Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

affori - foto gm

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Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

Ci sono questi genitori, no. Questi genitori molto fieri.
Gli piace un sacco, a questi genitori, che i propri figli giochino. E i loro figli, effettivamente, giocano.
Mio figlio non gioca.
Sta sempre in panchina. In panca come dicono loro. I genitori fieri.
Io di solito mi porto un libro. L’anno scorso ho letto tutto Mailer. Per dire.
Adesso non riesco a leggere niente, perché questi genitori parlano e parlano. Parlano, dicendo cose contro l’allenatore che non sa fare squadra, e l’arbitro che non può fischiare proprio tuttotutto, e la dirigente che non sa scrivere i tabellini e poi è cicciona. E guarda che gonne si mette, la dirigente, ma non lo vede che è cicciona.
Dove ha gli specchi in casa, ahahah.
Suo figlio, poi. Il Figlio della Dirigente. Il FdD gioca, chissà perché, tutti e quattro i quarti della partita. E non è capace, dio santo quanto non lo è.

“Cosa uhm leggi” prova a chiedermi Harry o Henry, non ho ben focalizzato il nome, che sarebbe il padre di Cip o di Ciop, cioè di uno dei due, Harry o Henry è il padre o di Cip o di Ciop, non saprei bene quale, dato che poi sono sovrapponibili. Sono tutti sovrapponibili.
Cip e Ciop sono alti un metro e sessanta in due. Però giocano. Sovrapponibili. Vanno a canestro che sembrano dei fulmini.
Mio figlio non gioca.
Sempre panca.
Cip (o Ciop) ha appena fatto passi.
“PASSI! DEFICIENTE!” gli urla il padre Harry o Henry.
Cip (o Ciop) si gira verso il padre e gli fa scusa con la manina ciccia.
Gli fa scusa.
Mio figlio sbadiglia in panca.
“AIUTATE MIO FIGLIO!” urla una madre improvvisamente arbitra, improvvisamente tragica, mentre il figlio è a terra, palla in mano, aggredito da due avversari.
Son cose che capitano, mi dico chiudendo il mio Faulkner, attenta a metterci il dito dentro, a non perderci il segno. Se ti butti nella mischia, dico.
“AIUTATELO” continua.
Aiutate quel ragazzo. Per favore.

Una volta, da piccola, mio padre mi iscrisse a danza classica.
Alla quinta lezione la maestra mi buttò fuori dall’aula, perché alla sbarra, durante un jambqualcosa, davo i calci a quella davanti. Eravamo settanta bambine in un’aula di due metri per due, e tre sbarre sole.
Mia nonna stava facendo la maglia lì fuori, contornata da madri. Mia nonna scosse la testa. “Vestiti su. Andiamo” disse, infilando tutta la maglia nel carrellino.

Poi mi vennero gli orecchioni.
Feci un saggio di danza – il mio ultimo saggio di danza – con gli orecchioni. Un dolore lancinante alla base del mento. Ronzii dappertutto. Mi tiravo via imperterrita le mutande del tutù dal culo. Mi grattavo la testa, lo chignon, tutte quelle mollette conficcate nel cervello.
“Ritiratela” disse solo mia nonna.

Non venite mai con noi alla pizza dopo, mi fa Henry.
No, rispondo io.

Mio figlio quando era piccolo che lo portavo ai giardinetti aspettava sempre che lo scivolo fosse vuoto. A volte stavamo lì fino a sera, ai giardinetti, calava il buio e lo scivolo era vuoto. A quel punto mio figlio scivolava due tre volte, poi andavamo a casa, per mano, zitti e felici.

La cosa più bella era quando gli sfregavo l’accappatoio sui capelli. Forteforte, il cappuccio dell’accappatoio. Sui capelli.
Portavo un giorno sì e uno no mio figlio agli allenamenti. Dopo, gli sfregavo la testa come una madre, con il cappuccio dell’accappatoio. Poi andavamo a mangiare il panino col wurstel dentro, della pasticceria di fronte.
“Oggi quarantanove vasche” diceva lui.
Durante gli allenamenti, dal vetro separatorio lo guardavo. Prima di entrare in vasca, appoggiava gli occhiali dentro alle ciabatte. Non entrava mai nella piscina senza occhiali.
“Non vedo le corsie” spiegava. “Non vedo_”
“Ok ok.”
“Non li pesto.”
“Ok, stai tranquillo.”
Ha sempre nuotato lentamente. Come a onorare quell’acqua che lo teneva su. Di fianco a lui, i bambini colpivano furiosi e li vedevi, sbracciare e sobillare tutta quell’acqua.
Mio figlio no.
A bordo vasca, un uomo urlava cose, ma era come se lui non le sentisse. Lui nuotava da solo, lentamente. Senza occhiali, gli occhiali appoggiati nelle ciabatte.
Poi un giorno mi ha detto: non ci voglio andare più.
Ma ti asciugo i capelli io, dico io.
Non mi importa, dice lui.
Il nostro momento, dico io.
Me li potrai asciugare a casa, dice lui.
Non ci siamo andati più.

Dopo è arrivato l’altro mio figlio.

Ho anche un figlio piccolo, adesso. Un figlio molto piccolo, che non fa niente.
“Noi andiamo a musica il giovedì pomeriggio. E il sabato mattina andiamo a psicomotricità. Sono bravissimi, sai” mi dice una qualche mamma, fuori, lì fuori dall’asilo, mio figlio molto piccolo che raccoglie foglie secche. Bravissimi chi.
“Noi niente” faccio io.
Non facciamo niente. Torniamo a casa, mangiamo una merenda – la seconda merenda, importantissima – ci mettiamo lì sul divano e leggiamo, o facciamo i massacroni o giochiamo con la macchina che fa rumore. Figlio grande studia, oppure sta di là, si arrangia come può dentro ai suoi tredici anni. Ogni tanto esce per andare a basket. Figlio piccolo gioca o legge o si fa massacrare da me. Poi io prendo un libro e leggo, oppure prendo il piumone, quando fa freddo, e ci mettiamo lì sotto, buoni buoni. E aspettiamo.

Dopo quando viene cena ci prepariamo la cena e apparecchiamo e mangiamo. Ma mai, mai che ci sia venuto in mente una volta di andare a psicomotricità.

“Stasera c’è l’ultima pizza. Chiusura del campionato” mi fa Henry guardando in campo. Non mi guarda mai diritto negli occhi, Henry.
“Ma perché te lo dico” aggiunge poi, “È IL QUARTO FALLO, SCEMO, tanto non ci venite, STAI ATTENTO, NON FARE FALLO NON FARE FALLO dai venite, almeno stasera”
Suo figlio, Cip o Ciop, fa il quinto fallo. Proprio lì sotto i nostri occhi.
Mio figlio è sempre in panchina. Non gioca, si spulcia le orecchie, conta le travi del soffitto delle palestre di tutta Bologna, conta le pecore a volte, conta i passi del’allenatore, quanti passi fa prima di infuriarsi e urlare PASSA PASSA QUELLA PALLA.
“Mio figlio non so se c’ha voglia.”
“Cinque falli ha fatto, madonna d’un dio” mi dice piano per non far sentire al figlio il nome di Dio invano. E neppure quello della Madonna. “Tu hai voglia?” mi chiede. Stavolta mi guarda.
Sua moglie è sugli spalti là dietro. Noi appoggiati alla rete di bordo campo. Lei sugli spalti, le mani a cucchiaio sulla bocca, urla al figlio di asciugarsi e di bere un po’ dall’acqua che le ha portato lei, dai dai che sei stato bravo, dice.
Henry continua a fissarmi.
“Non ci vengo. Scusami. Vado fuori a fumare” dico.

Io quei pomeriggi, di lunedì e giovedì, quei pomeriggi di danza, atroci pomeriggi autunno inverno primavera, sempre sempre, tutte quelle maledette stagioni che dio cristo mandava giù in terra, quei pomeriggi me li ricordo come atroci sofferenze, angosce inumane, atroci supplizi, lunedì e giovedì, ticchettavano lì nella testa, cristo, dovevo-andare-a-danza.
Mia nonna mi ci portava. Lenta e solenne come solo le nonne.
Prendeva la maglia, il carrellino, ci fossero stati i ghiaccioni per terra su viale Guinizzelli, o i tigli in fiore che mandavano fuori l’odore delle sere di maggio a Bologna, alle sei in punto mi portava, carrellino rotolante, odori, freddo, vento, niente, niente ci fermava.

“È un principio di cappottino bianco” diceva mia nonna, mostrando il filato alle altre madri curiose, lì intorno. Tutte che aspettavano. “Sapete, mia figlia non ha tempo. Allora la porto io, qui.”
Uscivo dall’aula. Le calzamaglie di filanca bianche lucenti che tiravano sulle ossa. Mangiavo poco. Non mi fregava niente della grazia.
Tornavamo a casa, sui ghiaccioni o tra i tigli, io e mia nonna. Mia nonna dava tutto a lavare alla Silviona, “aspettiamo che torni il nonno” diceva. Lavati, adesso, diceva.
“Dov’è il nonno?” chiedevo poi, insinuando cose.
Al Circolo, era il nonno. A sentire un quartetto d’archi.
“Voglio andare con lui.”
“Magari il sabato, ti ci può portare.”
“No. Ci voglio andare il lunedì e il giovedì. Voglio andare col nonno.”
“Se fai la brava.”

Quella volta degli orecchioni e del tutù nel culo, mia nonna tornò a casa, mi riportò a casa, e quando tornammo prese in mano il telefono. Ritiratela, disse solo a mio padre.

Quella volta della sbarra, che davo i calci a quella davanti, mia nonna si era vergognata.

[Al quinto fallo di Cip, mio figlio si alzò dalla panchina, attraversò tutto il campo, invisibile, innocuo, arrivò alla rete dove c’ero io e mi disse: Andiamo a casa.
L’arbitro non lo aveva fischiato, la dirigente non lo aveva punito, nessuno lo aveva sgomitato, quando si era alzato piano, era sceso in campo, l’aveva attraversato tutto per venirmi a dire: Andiamo a casa.
Andiamo a casa, mi disse quindi.
E io lo riportai a casa.]

 

Solo 1500 n. 85 – Michael Jordan

immagine da google

SOLO 1500 N. 85 – MICHAEL JORDAN

Quando saltava per andare a canestro restava sospeso in aria molto più tempo di quello consentito dalla forza di gravità. Il tiro “in sospensione” quando giocava lui, e dopo di lui, e per sempre, è diventato un’altra cosa. Fisica applicata allo spettacolo. Genio al servizio dello sport. Qualche giorno fa ha compiuto cinquant’anni Michael Jordan, avessi potuto gli avrei telefonato per fargli gli auguri.  Avrei detto “Buon compleanno” all’uomo citato da Foster Wallace (insieme a Maradona e M. Alì) come uno dei pochi termini di paragone ai “Federer moments”. Guardare una partita dei Chicago Bulls ai tempi in cui giocava Jordan poteva riconciliarti con la grazia. Sapevi che da un momento all’altro sarebbe accaduto qualcosa di impossibile per tutti gli altri umani. Un assist con palla dietro la schiena, un rimbalzo, una schiacciata, una palla sotto le gambe dell’avversario, una sospensione in aria (appunto) infinita. La grazia arrivava perché tutto questo Jordan lo faceva con estrema semplicità, facile come per noi bere un caffè. Dopo gli auguri non avrei saputo cosa altro aggiungere, non per il mio scarso inglese, ma perché mi sarebbero rimaste le parole in gola. Insomma cosa avrei potuto dirgli? Complimenti? Ma andiamo, via. Con i geni non si parla, così come non li si discute, li si ammira e basta. Giocatori stratosferici come Magic Johnson e Larry Bird al suo cospetto tornavano normali. Quando penso al Basket penso a lui. In quei momenti il Basket smette di essere uno sport e diventa magia.

(c) Gianni Montieri