Basilicata

I poeti della domenica #352: Assunta Finiguerra, da “U vizzje a morte”

 

Nge só juorne quanne só ngrefate
me mette u tuajerre gialle de bbile
nu poche de ciprje a nase e frundile
e fazze a sˇcattambigne solitarje
U prime avé batoste è proprje Dije
pecché ha crejate nu munne delinguende
avenne l’universe pe diamante
che besuogne avije de stu zircone?
A seta strette pò passe vite e mmorte
r’aggiuste pe re ffieste a re matrune
tande c’a vite segliózze a raggione
ca si nun ng’ere a morte tande meglje

6/3/07 7.16

Ci sono giorni in cui sono irritata/ metto il tailleur giallo di bile/ un po’ di cipria sul naso e sulle tibie/ e faccio la rompipalle solitaria// Il primo ad aver batoste è proprio Dio/ perché ha creato un mondo delinquente/ avendo l’universo per diamante/ che bisogno aveva di questo zircone?// Al setaccio poi passo vita e morte/ le sistemo per le feste le matrone/ tanto che la vita singhiozza a ragione/ ché se non c’era la morte tanto meglio

Assunta Finiguerra
Edizione di riferimento: U vizzje a morte (Il vizio della morte). Poesie 1997-2009, Edizioni Cofine 2016, p. 129

Luciano Nota, La luce delle crepe

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Luciano Nota, La luce delle crepe. Prefazione di Dante Maffia. Postfazione di Marco Onofrio,  EdiLet 2016

Recensione di Paolo Ruffilli

Scrivendo della poesia di Luciano Nota, sottolineavo già in passato il richiamo a una forza primigenia, a una “naturalezza” del profondo, voce archetipica e delle origini, ispirazione autentica, a marcare in modo originale la vocazione dell’autore. Quella notazione critica mi pare confermata con ancor maggiore evidenza nella nuova raccolta appena pubblicata, La luce delle crepe (EdiLet, 2016), che fa dire a Marco Onofrio nella postfazione al libro che «Nota è uno degli autori più sinceri e solidi della poesia italiana contemporanea.»
La luce delle crepe attesta in tutte le poesie che compongono la raccolta una grande forza espressiva, tanto più incisiva perché giocata senza enfasi e senza forzature, in levare e facendo ricorso a un tono colloquiale molto coinvolgente. E il fatto direi fondamentale è che la misura è una qualità innata in Nota, anche se indubbiamente hanno esercitato la loro influenza i molti “classici antichi e moderni” evocati da Dante Maffia nella sua acuta prefazione.
La presenza della natura continua ad avere una potenza fondante in tutti gli aspetti della vita, dal primo decisivo marchio delle origini e della formazione («La mia terra è ciò che incide / duramente il dorso / e nel petto si stagna. / E non sarà mai spina, / ma cima») a ogni altra occasione in cui capita di aderirvi per una ricarica vitale («Acqua e terra sotto i piedi. / Mi stendo per sentirne l’essenza») e fino alla magia che avvolge sulla scena naturale i corpi degli amanti («Ammaliati. Morire d’amore / al centro di un querceto. / Gonfiarci nel caldo fardello. / Cercarci, rifarci dove prima eravamo, / dove il bosco si apriva / al linguaggio delle malve. / E le querce non parlavano, / spiavano»).
Rivolgendosi a un “tu”, sempre evocato con discrezione ma con pungente acribìa, Nota svolge il filo del discorso sui sentimenti intrecciati dentro l’esperienza esaltante e insieme inquietante dell’amore. È «forse perché assuefatto / ai più aguzzi disinganni» che continua «a filare il manto / delle più ardue condizioni.» Ed è (senza forse) perché è poeta e non si priva dell’incanto che continua «a sostenere / il fabbisogno delle larve.» Fatto sta che proprio l’essere poeta gli consente di parlare in modo fulminante e convincente dell’amore, per quel suo riuscire a mettere sotto cristallo senza spegnerla perfino la passione: «Vorrei evitare il dopo, / il dolce stilnovo / con tutte le sue affezioni. / Ti vedo / esteso, acuto, in gioco, / orientato al fuoco / sul drappo verde del divano.» (altro…)

Boschi lupi luci. Poeti dalla Basilicata # 2 – Vito Santoliquido

La rubrica Boschi lupi luci. Poeti dalla Basilicata trae la prima parte del suo nome dal titolo di una raccolta di poesie di Felice Di Nubila e si pone l’obiettivo di presentare voci poetiche dalla terra lucana. La seconda puntata è dedicata alla poesia di Vito Santoliquido, nato a Forenza, in provincia di Potenza.

Odilon Redon - Un étrange jongleur (1885); fonte wikiart.org

Odilon Redon – Un étrange jongleur (1885); fonte wikiart.org

«Aver riguardo per quell’apocrifo / dolore»: sta in questa esortazione la chiave di accesso alla poesia di Vito Santoliquido; da qui scaturisce, allo stesso tempo, la sorgente che ne illumina l’impervia bellezza. Sì, impervia, come i tornanti interminabili che occorre affrontare nel percorrere le strade della sua regione d’origine, la Basilicata. Come accade lì, anche qui ci si imbatte di rado in rettilinei e può capitare che il coraggioso inerpicarsi sia all’improvviso schiaffeggiato da uno scarno cartello che, registrando una frana che si manifesta come ineluttabile, precluda la possibilità di raggiungere la meta, almeno per la strada che ci eravamo ‘pianamente’ e prosaicamente prefigurati.  Anche qui, tuttavia, la sosta inattesa, spesso sul ciglio dell’orrido («Un estremo passo giù dalla scogliera»), dinanzi ai «funebri / barlumi», e il conseguente cambio obbligato di percorso possono riservare, e riservano, aperture altrimenti inaccessibili, visuali su colori nitidi, come forse conoscevamo soltanto dall’immaginario, dal sogno, da un’intuizione mescolata di slancio in avanti e nostalgia di un’era perduta. Sehnsucht, dunque, e il richiamo al fulcro del romanticismo tedesco e, in particolare, a Novalis che ne è suo sommo interprete non è casuale da parte mia: nei testi qui proposti anche la prosa, come in Fossili, si illumina, trascolora e trasfigura per passare alla vita autentica, che si manifesta con la chiarezza e il nitore che le ‘usate cose’ hanno da tempo perduto. «Aver riguardo» vuol dire non solo porgere l’orecchio alla musica, semplice e ardua, palese e misteriosa, delle cose e dei luoghi («pollini d’argentini / arpeggi, d’intorno»; «lingue di lupo, rose-spine del / rovo»), ma anche ripercorrere, con la sollecitudine che sgorga da una familiarità scelta consapevolmente, forme, generi e voci di una tradizione poetica che parte da lontano e arriva fino ai tempi nostri, come evidenziano alcuni titoli – Madrigale privato, Ottetto – e i tributi a poeti e poetiche, vivi e partecipati, manifesti, come per Montale e Bertolucci, ovvero intessuti nei versi, in un gioco di rimandi a figure, armonie e citazioni rivisitate e rinnovate.  Chi legge e ascolta, sa che l’esplorazione del nascosto, la ricerca nell’apocrifo daranno frutti.

© Anna Maria Curci

Acquaforte

Questi passi lunghi lenti passi tuoi
a misurare l’estate, a battere
le pulsazioni del cuore – gli alluvioni
il vento la cocciniglia quel
cerchio di fuoco
nel vespro
ad anello del mare – persiane
d’ombra le tue
dita. Non
un’orma
sulla fanghiglia dei cento
autunni fa. Eppure tu
sei qui (e l’anima mi si stilla in gocce di nubi
grigio-azzurre, che
me le bevo
con le pupille). Schiudi lente le labbra: il corpo si svela
– sembra smaltato
alabastro
acquaforte (vedi le macchie, le luci-colori calcate
sulla pelle
assiderata, dalla gabbietta d’ossa vedi
che tralucono le lanterne
crepuscolari: le
lucciole). Osservo intanto
questo corpo
questo corpo mio assopito
tronco che lo sfogliano
i licheni nevosamente sfacendosi di funghi
e rugiada se ne sta
disteso in un campo d’ondeggianti ricci nocciola e
pietre
di cielo.

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(altro…)

“Tra cielo e volto” di Luciano Nota, letto da Marco Onofrio

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“Tra cielo e volto” di Luciano Nota, letto da Marco Onofrio

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PRINCIPIO

Sono Adamo.
Non ho ombra che mi veli.
Non t’intralci la mia naturalezza.
Accomodati.

Così comincia, e non per caso, la silloge poetica Tra cielo e volto (Edizioni del Leone, 2012, pp. 80, € 10), di Luciano Nota. Il poeta lucano esplicita, fin dalla soglia del libro, l’ideale che aggancia il suo sguardo, a mo’ di stella polare, stanandolo – per intenzione profonda e contraria – da una predisposizione tutt’altro che “chiara”, anzi: proclive a una cifra ellittica, obliqua e starei per dire enigmatica, nella scelta delle immagini e nella cucitura delle singole parole. Ci s’intenda: nessun tipo di arzigogolo alterato (se non, forse, laddove cerca o impone da fuori alcuni “effetti” di meccanica musicale), ma la misteriosa complessità delle cose semplici, tanto più indecifrabili quanto più essenziali. Nota indica subito il percorso che lo vede protendersi alla dimensione adamitica della “naturalezza”, assunta come idea classica di giusta armonia, di aderenza d’ogni cosa al Logos interno, e quindi di fedeltà a una dinamica più o meno spontanea di rivelazione del noumeno, nella scorza aperta della superficie; ma lo fa prendendo la rincorsa da un terreno franoso e infido di ombre, di inquietudini, di incertezze, di dolore macerato nella coscienza del tempo, nella ferita dell’imperfezione.
(altro…)

Boschi lupi luci. Poeti dalla Basilicata #1 – Luciano Nota

Boschi lupi luci. Poeti dalla Basilicata #1 – Luciano Nota

La rubrica Boschi lupi luci. Poeti dalla Basilicata  trae la prima parte del suo nome dal titolo di una raccolta di poesie di Felice Di Nubila e si pone l’obiettivo di presentare voci poetiche dalla terra lucana. La prima puntata è dedicata alla scrittura poetica di Luciano Nota, nativo di Accettura, in provincia di Matera. Saranno prese in esame, in particolare, alcune poesie del volume Tra cielo e volto, pubblicato nel 2012 con le Edizioni del Leone.

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Tra cielo e volto, titolo che riporta un verso tratto da un testo presente nella raccolta, è introduzione quanto mai piena e veritiera al contenuto del volume di poesie di Luciano Nota. Manifesta, infatti, dichiara, perfino, in senso programmatico, i due poli tra i quali si estende l’orizzonte, insieme artistico ed esistenziale, del poeta: il cielo che, di volta in volta, è anelito, ascesi, porta di accesso all’infinito, sosta, ristoro  e fonte di perle,  immersione nella natura, ma anche bersaglio dell’animo atrocemente deluso, e il volto, il proprio volto, il sé spogliato da alibi e scusanti e offerto allo sguardo altrui, sguardo non di rado impietoso,  e ancora, accanto al proprio volto, il volto dell’altro, sembiante amato, bene più caro e affine, oppure – eppure – causa di dolore, dunque a sua volta in perenne moto tra gli estremi dell’approdo e del ghigno. (altro…)

(Ri)leggendo Rocco Scotellaro – 2

Il 2013 ha visto due importanti ricorrenze relative alla vita di Rocco Scotellaro: il 19 aprile il 90° anniversario della nascita e il 15 dicembre il 60° della morte. Al «poeta della libertà contadina» Poetarum Silva dedica alcune (ri)letture.

Carlo Levi, Lucania '61 (particolare: Rocco Scotellaro, la vita civica)

Carlo Levi, Lucania ’61 (particolare: Rocco Scotellaro, la vita civica)

Rileggendo Rocco Scotellaro – 2

Rocco Scotellaro. Poeta della storia contadina

di Felice Di Nubila*

Rocco ScotellaroConsacrato poeta della storia contadina da Levi e da Montale, Rocco Scotellaro va collocato prima nella storia del suo tempo per capire poi il valore e i contenuti della sua poesia-testimonianza.
Nacque a Tricarico (Matera), un paese lucano di ottomila abitanti, nel 1923.
Studiò in convitto a Sicignano vicino a Eboli (dove s’era fermato il Cristo di Carlo Levi).
Per gli studi si dovette spostare a Potenza, poi a Trento, ospite di una sorella.
Alla morte del padre – un modesto artigiano-calzolaio-contadino – nel 1942 tornò a Napoli, poi a Bari con notevoli difficoltà economiche, ragion per cui era uno studente-viaggiatore.
Fondò nel 1943 a Tricarico la Sezione del Partito Socialista, con sede presso la sua casa, impegnandosi nelle attività politiche e sindacali.
Il 1° maggio del 1944 organizzò con i suoi amici contadini la prima Festa del Lavoro. Conobbe Rocco Mazzarone, un medico, attivo intellettuale che lo presentò a Carlo Levi, tornato in Basilicata, dove aveva concluso ad Aliano il periodo di “confinato” antifascista nel 1936, e che aveva scritto il suo Cristo si è fermato a Eboli negli anni Quaranta.
In questi spostamenti il giovane Scotellaro conobbe in Puglia Tommaso Fiore, a Potenza Tommaso Pedio, lucano docente di Storia all’Università di Bari. Aveva fin dall’adolescenza consuetudini di rapporto con Mario Trufelli, poeta, scrittore, giornalista RAI, nato anche lui a Tricarico qualche anno dopo Scotellaro.
Tutti espressione della cultura emergente negli anni cinquanta sulla scia di Carlo Levi, Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro.
Nel 1946 Scotellaro (o meglio Rocco come veniva generalmente chiamato) fu eletto sindaco di Tricarico: a 23 anni, il più giovane sindaco d’Italia.
Aveva intanto avviato rapporti con l’Editrice Einaudi di Torino, con Adriano Olivetti, che gli diede una borsa di studio, con Friedrich Friedman e con George Peck, sociologi venuti in Basilicata per indagini sociologiche a Chiaromonte e a Tricarico (indagini da cui emersero teorie caratterizzate dalla “scoperta” del Familismo amorale). Rocco incontrava spesso a Roma Carlo Levi: conobbe altri intellettuali come Cesare Pavese, Elio Vittorini, che favorirono l’evoluzione culturale del giovane Rocco, il cui travaglio emerge dalle composizioni poetiche e che si presenta più compiutamente nella documentazione dello scambio epistolare intercorso tra Rocco e il professor Pedio, lucano, importante personaggio della storiografia del Mezzogiorno.
I primi orientamenti di Rocco negli anni Quaranta erano nati come oppositore al Regime Fascista con le prime simpatie verso un Comunismo, di cui volle approfondire i vari aspetti. Aveva venti anni alla caduta del Fascismo nel 1943. Aveva letto gli scritti di Gramsci, in particolare Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, importante testo gramsciano.
Negli approfondimenti, guidati da Pedio, erano ambedue pervenuti ad un giudizio negativo sulla Rivoluzione Comunista Russa. Ambedue convenivano che il Comunismo in Italia avrebbe avuto tre nemici: l’Inghilterra, il Fascismo e il Governo sovietico.
Avvicinatisi prima al movimento liberal-democratico di Giustizia e Libertà (che diventerà Partito d’Azione) sia Pedio che Scotellaro avevano aderito al Partito Socialista.
Scotellaro, primo sindaco socialista a 23 anni, era unico in una Regione amministrata in quasi tutti i Comuni da una Democrazia Cristiana che aveva riportato nelle elezioni del 18 aprile 1948 la maggioranza assoluta in Italia.
Il giovane sindaco di Tricarico contestava al suo maestro Pedio, direttore del giornale di sinistra “Il Gazzettino”, una linea troppo morbida verso il Governo. Lui intanto continuava sulla linea dura, a battersi contro gli opportunisti, contro il malcostume, contro il contrabbando e il mercato nero in un contesto sociale difficilissimo del Dopoguerra.
Le sue denunzie, che spesso colpivano nel segno, avevano creato nel contesto sociale inevitabili difficoltà con ostilità personali, che concorreranno ad alimentare con le delazioni, con le calunnie e con le polemiche, le presunte ingiuste imputazioni che portarono in carcere il giovane Sindaco.
Fu arrestato l’8 febbraio del 1950 con l’imputazione di peculato, concussione, associazione a delinquere, truffe e falsità in autorizzazione amministrativa, malversazione aggravata.
I fatti portati al processo erano questi: in una Commissione costituita a Tricarico, anche con la partecipazione di un rappresentante dei proprietari e con le informazioni fornite dall’ufficio di collocamento, erano stati inseriti, negli elenchi anagrafici, i nomi di alcuni braccianti che, secondo le giornate di lavoro eseguite, non ne avevano diritto.
La legge prevedeva per errori di questo tipo una multa per il firmatario degli elenchi, che, in questo caso, era il Sindaco.
Scotellaro fu incolpato perché l’errore fu qualificato come truffa ai danni dello Stato, con aggravante per associazione a delinquere, dopo che l’E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza) aveva distribuito coperte e altri indumenti anche a persone che, riportate erroneamente nell’elenco, non ne avevano diritto. Era il 1950 in una povera Basilicata, in cui una imputazione con un formalismo giuridicamente corretto creava una mostruosità, su cui specularono gli avversari al punto di portare in carcere un sindaco costantemente schierato a difesa dei poveri.
Alla conclusione del processo Scotellaro fu assolto dalla Corte d’Assise per non aver commesso il fatto.
Uscì dal carcere di Matera il 25 marzo 1950. Non accettò il reintegro nella carica di Sindaco. Lasciò Tricarico per trasferirsi, con l’aiuto della borsa di studio di Adriano Olivetti, a Portici presso l’Osservatorio di Economia Agraria dell’Università di Napoli. Sotto la direzione del professor Rossi Doria si dedicò ad una ricerca sull’analfabetismo in Basilicata.
Ebbe contatti con l’editore Laterza di Bari. Tentò nuovi accordi con l’Einaudi di Torino. Aveva in programma altra pubblicazione sulla cultura dei contadini lucani oltre al completamento di vari altri testi lasciati incompiuti: morì la sera del 15 dicembre 1953, aveva trent’anni.
“Gli si era otturata una vena del cuore” disse la sorella.
“Furono le cattiverie e le invidie degli avversari politici che lo mandarono in carcere e gli spezzarono il cuore” scrisse la madre in un suo lungo memoriale.

Rocco ScotellaroScotellaro lasciò opere incomplete che a cura dei suoi amici, come Carlo Levi, saranno pubblicate negli anni ’60 e ’70. Nonostante le polemiche e lo strascico giudiziario per una denunzia di Scotellaro alla SPES (Sezione Propaganda della Democrazia Cristiana) per un manifesto diffuso sulla incriminazione del 1950, amici e avversari dovettero riconoscere che Scotellaro era una persona perbene e che le sue battaglie erano giuste e generose. Al funerale a Tricarico Carlo Levi, con una camicia nera e una cravatta bianca, in piedi su una sedia, in segno di protesta verso le Istituzioni, civili e religiose, commemorò Rocco dinanzi a migliaia di tricaricesi e altri cittadini venuti a Tricarico. Dettò l’epigrafe per la tomba: «ROCCO SCOTELLARO SINDACO SOCIALISTA – POETA DELLA STORIA CONTADINA» per le particolari caratteristiche della poesia di Scotellaro che è testimonianza perciò è storia prima che poesia.
I giudizi della critica seguita alla pubblicazione negli anni ’60 e ’70 di tutte le opere di Scotellaro furono diversi: secondo alcuni la testimonianza confligge con le caratteristiche della poesia. Quando al cantore subentra il politico che fa proprie le ragioni della protesta, l’urlo diventa azione: Scotellaro prima che poeta fu protagonista di azioni, di proposte, di idee utili alla soluzione di problemi tra socialismo e liberismo, con idee e manifestazioni anche di sofferenza religiosa – disse qualcuno – per chi coltiva una terra che appartiene ad altri in attesa di una “lungamente promessa (dal ‘700 al ‘900)” riforma agraria che tardava a venire. La critica a Scotellaro fu pervasa da questi contrasti specie quando la componente lirica non riusciva a separarsi dalle componenti sociali.
Qualcuno ha scritto che la denunzia di Scotellaro mancava di forza persuasiva. Qualche altro sostenne che le opere incomplete di Scotellaro (a causa della prematura morte) erano state completate da altri con l’intervento di Carlo Levi che di Scotellaro fece il Messia dei contadini, nonostante le riserve dei cugini comunisti; qualcun altro trovava che alla spinta rivoluzionaria dell’inizio era seguita una velata rinunzia; certamente tutti i temi storici della terra, della casa e della diffusa povertà erano stati accolti nella poesia di Scotellaro che canta nell’insieme un SOGNO INDEFINITO e che a conclusione delle polemiche anche Montale confermò Poeta. Un Poeta che fu anche protagonista di azioni, di idee, di rivendicazioni e di proposte cariche di una ideologia vicina ad una sofferenza religiosa “il sogno di una terra da coltivare per sopravvivere in un mondo in cui la terra e la casa rappresentavano l’asse portante di una sottostoria della Civiltà Contadina: una COSA IMPORTANTE”.
Il sogno di una cosa restò sogno fino al momento in cui l’occupazione delle terre incolte del Demanio, le assegnazioni avviate dopo i movimenti di Monte Scoglioso e la Riforma agraria realizzarono una nuova rivoluzione, questa volta pacifica anche se arrivata in ritardo in una realtà che si evolve ma non cammina mai alla velocità dei sogni (alla terra era stata sostituita l’emigrazione). La storia viene raccontata oggi 2012-13 nel libro di Salvatore Lardino che nel titolo presenta “Il sogno di una cosa”. È la storia della occupazione delle terre nel materano tra fine ’49 e inizio ’50. Sulla copertina c’è l’immagine di un quadro di Carlo Levi: Rocco Scotellaro, un giovane con i capelli rossi che spiega qualcosa ai contadini. Una presenza attiva per pochi anni al cui impegno tanti dedicarono qualcosa:
– Carlo Levi dedicò oltre l’amicizia il quadro di cui abbiamo parlato e altre immagini al ragazzo dai capelli rossi;
– la madre Francesca Armento scrisse un memoriale, in cui parla di vita, di morte e di memorie del figlio, pubblicato negli anni successivi dagli amici di Rocco;
– il Vescovo, Mons. Delle Nocche, pur nel clima di guerra fredda dell’epoca, fece donazione al Comune del Sindaco socialista di un’ala del Palazzo Vescovile per creare  un Ospedale a Tricarico che, nel 1947, senza enfasi e senza bandiere il Vescovo e il Sindaco inaugurarono insieme;
– nei momenti difficili Mons. Delle Nocche era stato vicino a Rocco, facendo prevalere, al di là della dialettica e dei conflitti del momento, nella vita e nella morte, la sua “paternità” (era in atto una scomunica);
– nel 1954 fu conferito alla memoria (caso unico) di Scotellaro il Premio Viareggio per il libro delle poesie “È fatto giorno”;
– Mario Trufelli, oltre a pregevoli memorie nei suoi vari interventi di scrittore, giornalista RAI e poeta gli dedicò una poesia, che leggiamo per concludere questo ricordo.

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SIAMO PIÙ SOLI

 

A Rocco Scotellaro

 

Hanno smesso di cantare i carcerati
attenti scrutano la sera dalle gabbie.
Ora tu sai tutto il dolore è nostro
dei braccianti spersi nelle strade
che s’addormono con mani ingentilite.
Ora la terra ci riporta un grido
come l’ombra dei morti intorno a noi.

Cominciano le veglie nelle case
e noi ridiamo, Rocco, della nostra sorte
come una volta e sempre
con le tazze di vino e i contadini.

Siamo più soli adesso, ognuno alla sua posta
e il cielo ci rincorre nei sentieri
batte la terra che ti tiene il cuore.

.

Alcune date.

Quasi un percorso biografico per Rocco Scotellaro

1923  Il 19 aprile nasce da famiglia artigiana. Frequenterà le elementari a Tricarico e più tardi il Convitto dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni.

1937  Iscritto al ginnasio “Orazio Flacco” di Potenza.

1940  Frequenta il II Liceo a Trento ospite della sorella Serafina, presso il Liceo “G. Prati” con Giovanni Gozzer e Bruno Betta.

1942  14 maggio, muore il padre. Intanto si è stabilito a Tivoli per seguire i corsi universitari di Giurisprudenza a Roma. La morte del padre lo convince a cambiare sede universitaria, per cui sarà prima a Napoli poi a Bari dove frequenta i Fiore e più tardi il “Sottano”.

1943  Il 4 dicembre chiede di iscriversi alla sezione “G. Matteotti” del Partito Socialista di Tricarico.

1944  Riesce a celebrare con Alinovi il 1° maggio a Tricarico.

1946  È eletto primo sindaco socialista di Tricarico. Inizia la spola con Roma dove frequenta Levi.

1947  In agosto si inaugura l’Ospedale civile di Tricarico per la cui realizzazione ha condotto una lunga e appassionata campagna di sensibilizzazione.

1949  Legge Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura di Gramsci e propone a Muscetta un’eventuale edizione di sue poesie. È quindi a Torino per lavorare presso l’Einaudi e conosce Pavese e Vittorini. Il rapporto di lavoro non si concretizza. Verso fine anno (novembre-dicembre) occupa coi contadini materani i feudi di Policoro. Ottiene una borsa di studio da Olivetti. Incontra George Peck e Friedrich Friedmann venuti in Basilicata per condurre indagini sociologiche.

1950  L’8 febbraio, accusato di peculato, è tradotto in carcere a Matera. Ne esce il 25 marzo. Lascia Tricarico per un periodo di studi presso l’Osservatorio di Economia Agraria di Portici sotto la direzione di Rossi-Doria. Ai primi dell’estate è a Portici, durante l’estate visita la Calabria.

1951  Inizia l’inchiesta sull’analfabetismo in Basilicata ed è in trattative per la pubblicazione delle poesie con Einaudi.

1953  Vito Laterza gli propone un libro sulla cultura dei contadini lucani. Muore la sera del 15 dicembre a Portici.

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* Relazione tenuta in occasione del recital di Augusto Benemeglio È fatto giorno. Omaggio a Rocco Scotellaro nel 60° Anniversario della morte, Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”, 15 dicembre 2013.

Felice Di Nubila, nato in Basilicata a Francavilla sul Sinni, ingegnere dirigente d’azienda, ha lavorato nel Mezzogiorno fino al 1957.  Non ha mai interrotto i rapporti con la sua terra d’origine, ove ha ricoperto, dopo il 2000, incarichi nell’amministrazione pubblica e in aziende private.  Ha sostenuto progetti di sviluppo e iniziative culturali in associazioni di volontariato solidaristico operanti per la Cooperazione Internazionale nei Paesi in via di sviluppo.  Ha pubblicato un volume di liriche, Boschi lupi luci, Venosa 1989, la ricerca Francavilla sul Sinni. Le origini feudali, la civiltà contadina, il lavoro, lo sviluppo, Roma 2008; nella pubblicazione La Basilicata nel Crocevia della Storia, in corso di stampa, riassume notizie e riflessioni sui grandi eventi che hanno coinvolto direttamente o indirettamente la più piccola regione del Mezzogiorno d’Italia; recupera documentazioni, testimonianze, ricordi del vissuto e immagini originali di tracce ancora visibili del Millennio passato.

Felice Di Nubila e Augusto Benemeglio al Villaggio Cultura Pentatonic, 15 dicembre 2013: Omaggio a Rocco Scotellaro - Foto di Spartaco Coletta

Felice Di Nubila e Augusto Benemeglio al Villaggio Cultura Pentatonic, 15 dicembre 2013: Omaggio a Rocco Scotellaro – Foto di Spartaco Coletta

(Ri)leggendo Rocco Scotellaro – 1

Rocco Scotellaro in un ritratto di Carlo Levi

Rocco Scotellaro in un ritratto di Carlo Levi

Il 2013 ha visto due importanti ricorrenze relative alla vita di Rocco Scotellaro: il 19 aprile il 90° anniversario della nascita e il 15 dicembre il 60° della morte. Al «poeta della libertà contadina» Poetarum Silva dedica alcune (ri)letture.

Rileggendo Rocco Scotellaro – 1

Con una nota di Fabio Michieli 

Sempre nuova è l’alba *

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi in cuore
i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
Che all’ilare tempo della sera
s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna –
l’oasi verde della triste speranza –
lindo conserva un guanciale di pietra….

Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l’alba è nuova, è nuova.

.

Il cielo a bocca aperta

A quest’ora è chiuso il vento
nel versante lungo del Basento.
E le montagne vaniscono.
E il cielo è fisso a bocca aperta.
Si vede una fanciulla nella gabbia
sopra la Murge di Pietrapertosa
Chi sente il macigno che si sgretola
d’un tratto sulle spalle?
un rumore di serpente
il treno nella valle?
Ognuno è fedele alla sua posta.
Hanno scovato le due cagne
la lepre sul pianoro. Fugge
come lo spirito riconosciuto.

.

Padre mio

Padre mio che sei nel fuoco,
che brulica al focolare, come eri
una sera di Dicembre a predire
le avventure dei figli
dai capricci che facevamo:
Tu pure non farai bene dicevi
vedendomi in bocca una mossa
che forse era stata anche tua
che l’avevi da quand’eri ragazzo.

.

La pace dei poveri

Il vento muove le calze ai balconi
in questo silenzio cattivo
campa la gatta e la donna con l’ago
e luccicano le tele dei ragni.
Senti che i campanelli
cercano i fuochi a S. Giuseppe
la festa del rione, di domani.
Il nostro marmocchio ignudo
con la pancia gonfia
che vomita vermi
chissà se cercando la legna
domani del Santo
avrà la buona sorte
e le mani pulite di sangue.

.

Noi non ci bagneremo

Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.

.

____________________________

Di terra e di legna secca. Omaggio a Rocco Scotellaro
di Fabio Michieli

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Poeta postumo, Rocco Scotellaro. Postumo per un destino che l’ha strappato alla vita appena trentenne; vita intensa, però, quanto la sua poesia. Morto per un infarto il 15 dicembre 1953, pochi mesi dopo, nel 1954, arriveranno quei riconoscimenti (i premi Viareggio e San Pellegrino) che forse nem­meno in vita si sarebbe aspettato. Postuma arriva sempre nel 1954 la prefazione a È fatto giorno di Carlo Levi, conosciuto nel 1946 e subito considerato il proprio mentore da un giovane Rocco Sco­tellaro che, ritornato nella propria terra dopo la morte del padre (1942), si immerge nel sociale con la stessa passione di cui sono fatti i suoi versi.
È quasi, a guardarlo sotto la luce di certo biografismo che sfocia nell’agiografia (‘colpevole’ Carlo Levi), un personaggio in­ventato Rocco Scotellaro; e non a caso Luchino Visconti plasmerà su di lui il suo ‘Rocco’, perché in lui convergono molti aspetti neorealistici. Ma fortunatamente a tenere il lettore saldamente coi piedi a terra arrivano ogni volta le sue poesie: le introvabili poesie che parlano costantemente della sua terra, dei suoi abitanti, visti da dentro, senza retorica, con doloroso realismo. Quel sud poeticamente ritratto negli stessi anni da Alfonso Gatto, viene scovato e scavato da Scotellaro che pare riscoprirlo dopo il periodo trascorso lontano da casa, tra la fine degli anni Trenta e i primis­simi anni Quaranta del secolo scorso. La partecipazione politica attiva innesca nella poetica di Sco­tellaro una nuova carica che deflagra al punto tale che Carlo Levi vedrà una sorta di nuova “Marsi­gliese” («Marsigliese del movimento contadino») nei versi di Sempre nuova è l’alba. Il sentimento di appartenenza si sposa con la volontà di riscatto raggiunto attraverso la rivendicazione del pro­prio ruolo nella vita sociale avanzata dai “vinti” (per usare una categoria manzoniana, del tutto estranea a Scotellaro).
Si potrà, a ragione, dire che i versi di Scotellaro sono carichi di un’enfasi a volte roboante; una con­tinua perorazione. Sono i versi di un uomo morto trentenne che non ha mai avuto modo di met­tere mano al molto – relativamente al vissuto – scritto, per riorganizzarlo e quindi pubblicarlo. Ma questi stessi versi, insieme agli altri, parlano anche di una fragilità dell’uomo che non si è voluta trattare, vedere, considerare criticamente dopo la sua morte. È un dato, questo, che non deve mai essere taciuto per non perdere di vista il punto di origine della sua poetica, e gli sviluppi interni. Al primo entusiasmo, quasi rivoluzionario, subentra inevitabil­mente la delusione successiva all’elezioni del 1948 (e qui ritornano sempre alla mente i versi sere­niani che ritraggono un più che adirato Saba). Se tutto si origina dalla conoscenza diretta del mondo rurale lucano, è proprio attraverso la poesia che viene ricercato il punto di riscatto sia sociale sia culturale: l’elemento popolare, nel quale Maurizio Cucchi rintraccia pure eco del Pascoli, si innerva perciò inevitabilmente nel comune denominatore neorealista di quegli anni. Lo spaccato storico è questo, e non altro. Estrarre perciò Scotellaro dal suo momento storico e dal suo ambiente naturale è impossibile: la lingua e le immagini di cui sono fatte le sue poesie ritraggono la semplicità della sua terra e della sua gente, quel mondo – dicevo prima – dei “vinti” elevati a protagonisti nel momento in cui la storia sta per cancellarli definitivamente. Ma tutto ciò verrà risparmiato a Scotellaro: lui non vedrà gli esiti disastrosi del miraggio economico degli anni sessanta sul sostrato rurale del suo sud. Soprattutto Scotellaro non vedrà mai l’opera di smantellamento dell’epos rurale messa in atto dalla nota lungimiranza di Mario Alicata (lo stesso che non riconobbe la poesia di Goliarda Sapienza), malgrado le lucide e illuminanti parole di tutt’altro segno pronunciate da Montale sulla poesia del poeta-contadino (formula capestro introdotta da Levi).
Rileggere ora Scotellaro non è compiere una di quelle operazioni tipiche del buonismo imperante anche in poesia oggi: è semmai riprendere contatto con una limpida voce che dal passato non poi così lontano continua a parlarci. Certo, bisognerebbe poterlo leggere in una nuova edizione completa e accuratamente condotta, perché non ci si può affidare alle rare antologie che si premurano ogni tanto di conservarcene la memoria, o sperare nella ristampa di un’edizione data oramai per esaurita.

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* Qui una traduzione in tedesco del testo