bartolo cattafi

#Festlet #5: Dettagli

Per il suo Prima persona, Richard Flanagan ha usato un episodio realmente accaduto nella sua vita: il suo esordio in narrativa con una biografia scritta in tre settimane di un individuo estremamente reticente a parlare di sé. A Richard Flanagan piace raccontare episodi della propria vita. Se vi capiterà di ascoltarlo, potrebbe raccontarvi questo:

“Una volta avevo un’intervista. Io parlavo, parlavo, ma l’uomo non mi guardava. Dopo un po’ vedo un tizio in fondo che fa: cinque… quattro… tre… e ho capito che non avevamo ancora incominciato. L’intervista è stata così: le domande in italiano, le risposte in inglese. Abbiamo parlato, parlato, non ci siamo mai guardati e non ci siamo mai capiti. Alla fine l’intervistatore mi ha abbracciato e ha detto: è stata l’intervista più bella della mia vita. Ho capito che a volte l’importante è saper tenere bene il palco.”

Anche quest’anno, Mantova ha tenuto il palco da leone. Nel momento in cui scrivo, è quasi impossibile per la mia bici Ariadne districarsi in una folla mai chiassosa. Il grande tendone della libreria è stipato, ci sono più persone che libri, il che dovrebbe essere il sogno di ogni libreria ben fornita, e questa lo è. I volontari fanno capannello a piazza Leon Battista Alberti, qualche curioso chiede ai volontari agli ingressi degli eventi se c’è ancora un biglietto per entrare. Mantova ha tenuto il palco da leone, e così il Festlet.
Ma a differenza di Flanagan e del suo intervistatore, noi e il Festlet ci siamo capiti. (altro…)

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

Vitagliano_Nota_Matera2015

Pasquale Vitagliano e Luciano Nota – “Erato a Matera”, 13 agosto 2015

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

Scrivendo di questione nazionale e di questione meridionale, Antonio Gramsci riteneva che in Italia è mancata una cultura nazionale e popolare, perché gli intellettuali italiani sono stati o cosmopoliti, “globalizzati” diremmo oggi, o provinciali, portati a credere che il proprio cortile urbano sia il centro del mondo.
La poesia meridionale non è stata né cosmopolita, dunque lontana dalle correnti d’avanguardia e neo-avanguardia nel Novecento, e neppure provinciale, ovvero unicamente legata ad “un” territorio (come la poesia vernacolare, regionale).
Se una parola, invece, può definire la linea poetica meridionale è “diaspora” (“migrazione di un popolo”), tanto fisica, quanto intellettuale. Fisica perché molti autori hanno operato lontano dal proprio luogo di origine, intellettuale in quanto quasi tutti hanno dovuto fare i conti con il proprio territorio vissuto come limite (la leopardiana “siepe”) e dunque si sono continuamente confrontati con l’ “altrove”.
La “diaspora” ha, col tempo, dimenticato il dolore dell’abbandono e dell’amputazione, reso fertile la linea poetica meridionale, anzi vorrei dire, perché non amo le classificazione, della poesia dei meridionali. Non è un caso che il significato letterale della parola greca è “disseminare”. Il che anticipa la convinzione espressa da Dante Maffia che la poesia autentica è quella che “insemina” l’anima del lettore, portandolo a guardare il mondo con una visione rinnovata.
Prendiamo in considerazione due autori come Bartolo Cattafi e Vittorio Bodini. In entrambi la poetica risente di questo confronto permanente tra il territorio al quale si appartiene (di cui si sperimenta l’abbandono) e un “altrove” fisico e intellettuale (orizzonte toccato o solo agognato).

Da Partenza da Grenwich

 

Si parte sempre da Greenwich
dallo zero segnato in ogni carta e in questo
grigio sereno colore d’Inghilterra.
Armi e bagagli, belle
speranze a prua,
sprezzando le tavole dei numeri
i calcoli che scattano scorrevoli
come toppe addolcite
da un olio armonioso, in un’esatta
prigione.

Da Tutto un paese sorge contro un uomo

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me » (…)

Questa centralità del limite inquadra questa breve riflessione dentro la storica “Questione Meridionale”. (altro…)

Poesie per l’estate #50: Bartolo Cattafi, Le strade

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

allodola

Le strade

Le strade polvere
o fango sassi asfalto partono
da A
giungono a B passando
per i punti intermedi
che assieme ad A e B
sono la stessa strada
strade fatte per una mente pigra
non tanto per i piedi quanto
per la nostra impazienza
(tutto sfiora e inutile procede)
potremmo invece consapevoli aspettare
su A seduti su A in piedi
che A avvampi s’allunghi
s’allarghi si svisceri si sveli
uguale a B
ai punti intermedi
ad altro ancora.

da Bartolo Cattafi, L’allodola ottobrina, Mondadori 1979.

Reloaded (riproposte estive) #9: La Sicilia surreale di Bartolo Cattafi – di Maria Allo

Cattafi sullo Stretto di Messina. Fotografia di Walter Mori per "Epoca", 1972

Cattafi sullo Stretto di Messina. Fotografia di Walter Mori per “Epoca”, 1972

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

LA SICILIA SURREALE DI BARTOLO CATTAFI

di Maria Allo

«La  poesia è per Cattafi il solo, l’unico modo di stare al mondo»
(Carlo Bo)

.

Ho scoperto la voce di Cattafi  leggendo i poeti del Gruppo ’63 (Pagliarani, Giuliani, Balestrini, Porta e Sanguineti) a proposito di crisi della poesia testimoniata da poeti come Risi, Penna, Spaziani, Cattafi e Caproni, ma tra i fatidici Sessanta e Settanta, anni di grandi dibattiti, Cattafi è uno dei poeti più taciturni. Cattafi visse e produsse in un momento quindi di sperimentalismo, in un periodo nuovo e di fermento dal punto di vista letterario, ma il suo essere cittadino libero ovunque e insieme la sua forte “sicilianità” accompagnata alla consapevolezza della sua crisi e del continuo conflitto con la parola, nonostante la sua produzione in versi si fosse ormai concretamente attestata, nulla avrà da spartire con la poesia dal 1964. Negli otto anni che seguono, infatti, Cattafi non scriverà più un verso. Eppure resta, tra le personalità poetiche  del nostro tempo, una delle più imponenti.  Il suo canto appare modulato su una lingua preziosa, una continua fluttuazione tra il protagonista lirico e la realtà circostante, sofferta interiorizzazione dei miti del paesaggio siciliano, sentito come parte decisiva dell’anima. Sono forse proprio questi due aspetti che lo rendono un personaggio davvero anomalo nel nostro panorama letterario. Il suo rapporto con il reale resta fondamentalmente teso ad  assorbirne tutti gli stimoli e le sensazioni e, sul piano dei contenuti,  la poesia ne privilegia le dimensioni surrealistiche, un surrealismo del sangue, nato con lui, con i suoi odori e antichi sapori e con

(altro…)

La Sicilia surreale di Bartolo Cattafi – di Maria Allo

Cattafi sullo Stretto di Messina. Fotografia di Walter Mori per "Epoca", 1972

Cattafi sullo Stretto di Messina. Fotografia di Walter Mori per “Epoca”, 1972

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LA SICILIA SURREALE DI BARTOLO CATTAFI

di Maria Allo

 

«La  poesia è per Cattafi il solo, l’unico modo di stare al mondo»
(Carlo Bo)

.

Ho scoperto la voce di Cattafi  leggendo i poeti del Gruppo ’63 (Pagliarani, Giuliani, Balestrini, Porta e Sanguineti) a proposito di crisi della poesia testimoniata da poeti come Risi, Penna, Spaziani, Cattafi e Caproni, ma tra i fatidici Sessanta e Settanta, anni di grandi dibattiti, Cattafi è uno dei poeti più taciturni. Cattafi visse e produsse in un momento quindi di sperimentalismo, in un periodo nuovo e di fermento dal punto di vista letterario, ma il suo essere cittadino libero ovunque e insieme la sua forte “sicilianità” accompagnata alla consapevolezza della sua crisi e del continuo conflitto con la parola, nonostante la sua produzione in versi si fosse ormai concretamente attestata, nulla avrà da spartire con la poesia dal 1964. Negli otto anni che seguono, infatti, Cattafi non scriverà più un verso. Eppure resta, tra le personalità poetiche  del nostro tempo, una delle più imponenti.  Il suo canto appare modulato su una lingua preziosa, una continua fluttuazione tra il protagonista lirico e la realtà circostante, sofferta interiorizzazione dei miti del paesaggio siciliano, sentito come parte decisiva dell’anima. Sono forse proprio questi due aspetti che lo rendono un personaggio davvero anomalo nel nostro panorama letterario. Il suo rapporto con il reale resta fondamentalmente teso ad  assorbirne tutti gli stimoli e le sensazioni e, sul piano dei contenuti,  la poesia ne privilegia le dimensioni surrealistiche, un surrealismo del sangue, nato con lui, con i suoi odori e antichi sapori e con

L’AREA SECCA DEL FUOCO

Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piede divide
cetera desunt… cetera desunt…
parole sul frontone d’un tempio vuoto
vorticanti col vento  come per dirci
solo  noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

Poeta visionario che, scavando, celebra le insanabili e immutabili realtà dell’isola amata con aspetti dai contorni netti e con un linguaggio che potenzia, attraverso l’insistenza e la ripetitività, “cetera desunt” la consapevolezza e la presa di coscienza di una sconfitta presente e la difficoltà di sostenere ancora quella lotta “vorticanti col vento”. I tempi verbali si fanno indicativi dei vari momenti dello scavo teso a superare il muro della condizione umana, viaggio verso l’interno, volto a esplorare l'”Io” più profondo:

[…] solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

Il percorso di Cattafi, alla ricerca della verità della poesia, nasce dunque in Sicilia e ponendo l’accento sulla realtà altra e segreta dietro lo scenario naturale, finisce in Sicilia, anche se la misteriosa zona di Cimbro è stata il suo rifugio.

DI RITORNO

Sono stato a lungo in quelle zone
un soggiorno spossante
sono tornato sporco di fuliggine
emaciato
gli occhi troppo sensibili alla luce
potrei lavarmi
tentare di rifarmi
ripartire ancora se ci fosse
un corpo da curare
una piccola base di partenza
e invece non c’è più niente
un grumo rovente di pensieri
e voi stessi non mi capite
perché non è venuto il vostro tempo.

Su quella Sicilia dalla purezza incontaminata vivono i siciliani, ma nel gioco di luci e ombre si insinua talvolta un senso di amarezza di “pietre abbacinanti”, che rende arida e immobile la vita, irretita nella fitta magia del dubbio esistenziale e il paesaggio spesso è parte integrante della finitudine, dimensione con cui spesso il poeta si confronta.
I fichi invernali «sono rossi di dentro come un tramonto / […] Giunti inaspettati se ne vanno così / come son venuti / frammenti erranti / nel vuoto e nel buio / per un attimo colpiti dalla luce.» La fragilità umana simile alla fragilità che lascia l’orma indelebile del fico invernale.
L’osso, l’anima del 1964 (come il titolo stesso profetizza):

CONFINE

Secco duro gessoso
apparve il disegno del paese.
Là portammo le nostre
leggi, sistemi
di peso, di moneta, di misura.
Il mondo si concluse entro un confine
di pietre abbacinanti,
non vedemmo al di là di quell’altro mondo:
valido, vittorioso
quando ci travolse.
Vagammo a lungo
nei luoghi perduti.
Il paese ci apparve in movimento,
fertile, fluido, mutevole,
ricco di regole e di merci,
emporio e scalo di molte regioni.
Secco duro gessoso sovente è l’occhio,
le mani, lo scalpello lo assecondano,
foggiano cose a nostra somiglianza.

(pp. 96-97)

«L’altro paese è, ovviamente, la poesia: il suo confine è “secco duro gessoso”, difficile da valicare e, soprattutto, difficile da conquistare con le proprie leggi e le proprie unità di misura importante con una violenza non giustificata. Ma il mondo al di là del confine è più vero di quello da cui si parte e di cui si fa parte – là è tutto più “valido” e avventuroso, “vittorioso” e lampante, più adatto alla vita. Una volta superato lo scoglio e la durezza dell’inizio, la poesia vince. La durezza del vivere e del vedere (“secco duro gessoso sovente è l’occhio”) è legato all’incapacità di cambiare e di trasformare le proprie regole (i pesi e le misure) in una prospettiva di creazione e di mutevolezza che permette di attingere una ricchezza nuova e più diffusa (più “fluida”). L’occhio è incapace di andare aldilà di se stesso e solo la parola della poesia può costringerlo a farlo» (da Retroguardia di Francesco Panella).
Il poeta ha un rapporto scaramantico con tutte le cose che fa e non è un caso che abbia tenuto tanto a far si che il libro Marzo e le sue idi, del 1977, uscisse esattamente nel mese di marzo.

Di tutto diffido
del pugnale di bruto
della tenera carne di cesare
dello stesso destino
che passi presto il tempo
vengano alfine marzo e le sue idi.

Questo libro continua una lunga serie di produzione poetica che risale al suo primo libro apparso nel 1951 nelle edizioni della Meridiana, Nel centro della mano.
Così ha dichiarato Cattafi: «Cominciai a scrivere versi in preda a non so a quale ebbrezza, stordito da sensazioni troppo acute, dolci. Come in una seconda infanzia cominciai a enumerare le cose amate, a compitare in versi un ingenuo inventario del mondo […]. Tutt’intorno lo schianto delle bombe e le raffiche degli Hurricane, degli Spitfire […]. Me ne andavo nella colorita campagna nutrendomi di sapori, aromi, immagini. La morte non era un elemento innaturale in quel quadro: era come un pesco fiorito, un falco sulla gallina, una lucertola che guizza attraverso la viottola.»
Una delle sue  poesie  magiche, un po’ allucinate che sono tipiche di Bartolo Cattafi:

False acacie

Un blocco di false acacie
diritte all’apparenza
d’anima invece obliqua
pescano in un mare d’ombra
producono un verde di sott’acqua
supporti d’usignoli e di silenzio
tendono forti braccia
diffondono qualcosa
chiuso orto infinito
bel serbatoio di ciò che non appare.

Perché false? «Perché le acacie non sono più acacie, oltre alle fibre legnose alla loro clorofilla hanno una doppio fondo misterioso, ombroso» lo schema segreto delle cose. La sua è una poesia visionaria, come dice Vittorio Sereni, che  sembra nascere da miraggi, da allucinazioni,  nella quale  rientra un certo gusto neogreco alla Kavafis e insieme  un elemento insolito nella nostra letteratura.
Dice di sé Kavafis: «Nella mia giovinezza scioperata / si formavano intenti di poesia, / si profilava l’ambito dell’arte.»

Θάλασσα του Πρωιού

Εδώ ας σταθώ. Κι ας δω κ’ εγώ την φύσι λίγο.
Θάλασσας του πρωιού κι ανέφελου ουρανού
λαμπρά μαβιά, και κίτρινη όχθη· όλα
ωραία και μεγάλα φωτισμένα.
Εδώ ας σταθώ. Κι ας γελασθώ πως βλέπω αυτά
(τα είδ’ αλήθεια μια στιγμή σαν πρωτοστάθηκα)·
κι όχι κ’ εδώ τες φαντασίες μου,
τες αναμνήσεις μου, τα ινδάλματα της ηδονής.

Konstantinos Kavafis

.

[Mare al mattino // Possa restare qui. Mirare anch’io un po’ di natura. / Azzurri luminosi e gialli lidi / del mare al mattino e del cielo terso: tutto / è bello e nella luce immerso. / Possa restare qui. E illudermi di vedere ciò / (e davvero li vidi un attimo appena mi / fermai); / e non vedere anche qui i miei abbagli / i miei ricordi, le visioni del piacere.]

Sic Ungaretti introduce Porto Sepolto (1916): «Amo le mie ore di allucinazione […]. Anche le mie ore di randagio, d’immaginario perseguitato in esodo verso una terra promessa» (G. Ungaretti, lettera a G. Papini del 25 luglio 1916 dalla zona di guerra).
Il nomade già in viaggio, in esodo, verso una “Terra promessa”, propone la visione non già di un incipit, ma di un’origine, sempre ricercata e sempre più lontana, mentre si fa strada la convinzione petrarchesca che la realtà nella sua immediatezza non sia poetica e l’arte sia un valore più alto di quello della vita vissuta. Al grido espressionista che ancora era riconoscibile nei testi dell’Allegria, si sostituisce qui la religione della parola che, come un rito sacro, dà una veste raffinata al mistero che si cela al  fondo delle cose e che non può essere compreso razionalmente né svelato.
Un inedito profetico, coevo alle poesie edite in La discesa al trono del 1975 e in Marzo e le sue idi del 1977, dalla concisione epigrammatica, è la sintesi chiara della poetica di Cattafi  specchio interiore del dramma umano ed esistenziale.

A tutto qui intorno

A tutto qui intorno assoggettati
come l’erba, l’acacia lo storno
I malati nel petto a braccia aperte
a qualcuno che scende
e ci cammina sul petto.

Il lavoro di Cattafi è un lavoro “artigianale”, non solo per la scrittura e riscrittura dei suoi versi, quanto per la quotidianità e naturalezza del suo scrivere, talvolta, come testimonia Raboni, più di un componimento al giorno, lasciando da parte, ovviamente, alcuni periodi di silenzio, in cui prevalse forse la realtà sulla parola, in cui tra l’altro una diversa forma espressiva, quella pittorica, prese il sopravvento. Il suo vagabondaggio giovanile senza meta o forse alla ricerca di una meta, il febbrile rincorrere una scoperta elencandone i dati, scoprendone l’angolo di visuale in cui la sua presenza si rivela come metafora e diventa leggibile, quindi il ritorno e l’ancorarsi alla Sicilia, al suo paesaggio, coltivando il disincanto dell’errore dell’aver creduto sono gli estremi di quella tragedia della conoscenza che è proprio nella mancanza di una verità finale: “il libro di lettura della vita” secondo una definizione di Caproni.
Grazie ad Ada De Alessandri Cattafi, che ha messo a disposizione l’archivio completo del poeta con lettere, inediti, carte manoscritte e varianti delle poesie, si può oggi trarre un bilancio maturo e completo di Bartolo Cattafi e della sua opera.

Bartolo Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 luglio 1922,  è morto a Milano il 13 marzo 1979.

.

 

Note

1) Bartolo Cattafi, L’osso, l’anima, Milano, Mondadori, 1964 (d’ora in poi OA).
2) Bartolo Cattafi, L’allodola ottobrina, Milano, Mondadori, 1979, p. 98. D’ora in poi AO.
3) Bartolo Cattafi, Poesie 1943-1979, cit., p. 200.
4) Nero su bianco, in Bartolo Cattafi, Poesie 1943-1979, cit., p. 238.
5) Le immagini della poesie. Due modelli di descrizione lirica: Bartolo Cattafi. Retroguardia di Giuseppe Panella (8 Dicembre 2008).
6) Costantino Kavafis, Poesie, a cura di F.M. Pontani, Mondadori, Milano, I edizione Gli Oscar dicembre 1972; Θάλασσα του Πρωιού (mia traduzione).
7) Robert Liddell, Kavafis, Crocetti, Milano 1998.
8) Ungaretti, I testi, le immagini, le culture. La letteratura e l’intreccio dei saperi, 3 vol. Dal 1861 ad oggi.
9) Bartolo Cattafi, official website, info@bartolocattafi.it e diego.bertelli@aya.yale.edu.
10) Lingua e letteratura in funzione dell’analisi testuale di B. Bellanova.
11) Pietro G. Beltrami, Gli strumenti della poesia, Bologna, Il Mulino.

 

© Maria Allo

Il mondo come volontà di rappresentazione: i “Segni” di Bartolo Cattafi

di Diego Conticello

Il mondo come volontà di rappresentazione: i “Segni” di Bartolo Cattafi

 

 

 

Segni[1] raccoglie il secondo corpus di poesie postume, l’ultimo che Bartolo Cattafi licenziò di suo pugno poco prima di morire. Come ci informa minuziosamente Vincenzo Leotta,

A partire dal maggio 1973, come risulta dai Diari, C. progetta di estrarre dal «Libro grosso», contenente la produzione tra il gennaio 1972 e il gennaio 1973, e dal fascicolo con i testi scritti nel trimestre febbraio-aprile del 1973, tutte le poesie da raccogliere sotto il comune denominatore «segno-scrittura», indicandole con il titolo provvisorio Caratteri e cifre, tratto dalla prima stesura di Cancellazione, datata 14 ottobre 1972, che in seguito sarà mutato in Con l’inchiostro e i caratteri, desunto dal testo omonimo, concepito l’11 febbraio 1973 e divenuto nell’assetto finale Spicchi di mondo esterno. Il loro numero aumenterà progressivamente, raggiungendo la quota di centouno componimenti il 25 luglio 1973, di centocinquanta l’11 settembre, di più di duecento alla fine di ottobre dello stesso anno; esso decrescerà negli anni successivi, confluendo negli altri libri testi esclusi da questa raccolta, per attestarsi, nella redazione definitiva del gennaio 1979, sulle centodiciassette unità. Il periodo in cui con maggiore intensità C. lavora alla rielaborazione delle poesie segniche sembra essere stato il trimestre agosto-ottobre 1978; ma anche i mesi di ottobre 1974, aprile, maggio e dicembre 1975 (col proposito di pubblicarle l’anno seguente presso l’editore Scheiwiller), febbraio e maggio 1977.[2]

C’è da chiedersi, a questo punto, che cosa si intenda per “segno”. Riferendoci all’ancor attualissima definizione saussuriana,

Il segno linguistico unisce non una cosa e un nome, ma un concetto e un’immagine acustica. Quest’ultima non è il suono materiale, cosa puramente fisica, ma la traccia psichica di questo suono, la rappresentazione che ci viene data dalla testimonianza dei nostri sensi. […] Noi proponiamo di rimpiazzare concetto e immagine acustica rispettivamente con significato e significante…[3]

Dunque, a ragione, Cattafi interpreta la scrittura come l’unione (o scontro, o interazione, sempre interdipendenza) tra significante e significato e ad essa affida la risoluzione delle lacerazioni prodotte dalla mancata conoscenza del reale.

Variamente aggruppate
rappresentano il mondo
nella puntuta congerie
nel tagliente ammasso
ci casco e sanguino
passo dopo passo.[4]

Il segno presuppone diversi requisiti intrinseci tra cui la distintività, che rende un segno distinguibile da altri, simili ma non uguali, così da ‘materializzare’, il più delle volte, un singolo significante, che diventa appunto “distintivo” del determinato significato a cui si accompagna, fino a rendersi riconoscibile da tutti i parlanti di una comunità linguistica predefinita.

La mosca ronza
sulla parola mosca
la stuzzica per farla
volare dalla carta
la mosca ignora
che quell’altra mosca
– bisillabo inchiostro sulla carta –
non è più sua compagna
ma nostra.[5]

Ne deriva, di contro (e accade sovente nel nostro idioma), che un medesimo significante possa indicare più di un solo significato, un termine può dunque abbracciare molteplici ‘eventualità’ per un eccesso di potenzialità proprio della lingua stessa. Siamo così partecipi di una violenta ambiguità che carica gli oggetti esterni di sensi nascosti, i quali emulano l’insondabilità del reale: «La grafite che ha scritto/ per tutta la vita/ ora tace la parola più bella/ il granello di brace/ sepolto nel suo buio»[6].

Taglia loro la gola
col segno d’un coltello
appèndili in fila a testa in giù
larghi medi sottili
che sgoccioli ben bene
l’inchiostro dei segni
a piè di pagina
nei segni-bacile.[7]

Da qui si propaga un’altra caratteristica del segno, ovvero l’arbitrarietà: non necessariamente un significante dovrà associarsi al suo immediato significato.
Inoltre ogni enunciazione segnica produce linearità, ovvero consta di un’estensione nel tempo (oralità) o nello spazio (scrittura). Tutto ciò implica un’inevitabile distinzione tra una parola tratta dall’infinito ‘sottobosco’ dei segni in potenza e le effettive attuazioni in un discorso a sé stante: «Ségnala/ dalle un connotato/ spazio circondato d’altro spazio/ stràppalo come foglia/ all’immane foresta del non-segnato»[8]. Da qui l’assoluta necessità della scrittura, vista come azione prometeica di conquista del minimo barlume di conoscenza possibile, sebbene ciò comporti un discernimento solo relativo dell’infinita molteplicità del reale.

In quel muro in quel foglio
nell’area bianca che la tua mano cerca
il mignolo bagnato nell’inchiostro
sopra strisciato con fiducia
azzurro corso d’acqua rapinoso
vena arteria in cui scorre
a occhi chiusi il mondo.[9]

Ma, escluso da qualsiasi possibilità d’intuizione autentica, l’uomo è messo ancora di fronte ai propri limiti: «La pagina è pista/ di decollo d’arioso atterraggio/ il disagio compare/ quando l’intero bianco scompare/ a frotte ti entrano le pecore nere»[10].
In certi casi il tracciare un segno come per compiere un atto gnoseologico può rivelarsi un’arma a doppio taglio: slontana dalla volontà schopenaueriana di rappresentare l’ambiente che ci circonda. La scrittura resta tuttavia un’operazione rischiosa, da evitare in quanto delinea fallaci figurazioni, surrogati delle percezioni.

La penna non è stata posata sulla carta
la carta è ancora tutta bianca…
[…] e quando
chino sullo mia vita scrivo
l’atto di presenza
mi effondo mi circondo di parole
copro colmo comando
parole
l’assenza certifico
attesto la finzione.[11]

Come non ricordare la scandalosa sentenza pirandelliana messa in bocca a Mattia Pascal: «La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola».
Pare che Cattafi attesti in Segni un superomismo sui generis, che intende travalicare la visione del mondo comunemente intesa: è questo un livello successivo, rispetto al profetismo di Chiromanzia, forse anche rispetto alla concezione tradizionale di atto linguistico, dunque al ‘modo’ stesso di intendere la creazione poetica.

Scritture sbandate
malandati inchiostri…
[…] occasioni mancate
d’assenza di silenzio…
In calce alla più bella
pagina
bianca vuota perfetta
mai vedrete la croce
la sapienza
la gloria immensa dell’analfabeta.[12]

Potremmo ancora dire, attenendoci alla scrupolosissima indagine di Vincenzo Leotta,

[…] che, da un oggetto visivamente catturato e descritto nella sua specularità iconica, attraverso una serie di immagini annodate per addizione o per contraddizione, per contiguità tematica o per folgoranti analogie, il poeta dilata il significante al limite della visionarietà pura, inventando e reinventando figure sempre più smaterializzate, le quali acquistano valenza e senso dal fitto tessuto di rispondenze metaforiche e simboliche che tramano.

I segni, quindi, sono caratterizzati da un’estrema indeterminatezza che affiora da un sostrato di scrupolosa determinatezza.

[…] Adesso la poesia si configura come testimonianza di amore, come forza di coesione, oserei dire, di fraternità cosmica tra il segnato e il non segnato, il finito e l’infinito, la materia e lo spirito, e anche la scrittura, dal frammento e dal singolo grafema, s’eleva, almeno come sforzo, come potenzialità, all’universale e alla totalità.[13]

Nonostante la marginale incisività metafisica di queste poesie, uno dei significati che potrebbe assumere il termine ‘segno’ è quello di “manifestazione divina” e – contestualmente – nel dialetto siciliano, nella fattispecie peloritano, di Cattafi è frequentissima l’accezione verbale signarisi, parasintetico che mima perfettamente l’azione del “segnarsi”, ovvero “farsi il segno della croce”. In queste poesie l’esistenza di un creatore (anche degli stessi segni) è talmente assodata da risultare quasi prossimo, vissuto in piena naturalezza. Il trascendente può essere simboleggiato da un elemento naturale:

L’acqua che passa per le tue mani
che ti saltella sul palmo
simile a un pesce snello
sia che scorra o ristagni
fa alla tua bisogna
confidati con lei
confessati scrivendo su di lei
la smemorata non trattiene i nomi.[14]

Oppure fissato senza alcuna perifrasi:

Scritto su basse pergole
funzioni per tutta la vita
ci mondi dalle colpe
Verbo cedevole e pronto
mai alta uva da volpe
velenoso acerbo.[15]

In ogni caso è questo un rapporto ormai calmierato, rasserenato, anche se la limitatezza umana non riesce ancora ad ottenere una piena comprensione dei segni (siano essi spirituali o materiali) che modellano il reale.

È lei
nunzia foglia farfalla
con l’ala appuntita
che stride e scrive sulla lastra
parole impalpabili
perdute sull’altro lato della vita.[16]

La fiducia riposta nella scrittura è sempre integra, sebbene le pause dal suo esercizio comportino anche un blocco del corso stesso degli eventi: siamo all’idealismo più sfrenato, dove Cattafi ripropone esplicitamente i dettami della scuola tedesca (Fichte, Schelling e Hegel), secondo i quali ogni cosa esiste solo se percepita dal soggetto, altrimenti fa parte del non-essere pur “esistendo” di per sé in altro luogo.

La fronte è bianca
è mattino
neanche l’ombra di piedi sulla soglia
le foglie sono ferme ai loro rami
le forme vuote traverse le transenne
devono ancora tingersi e andare
per il mondo le penne
non è desta la curva
torma degli scrivani.[17]

Le parole – sostanziazioni del pensiero astratto (ricordiamo l’altra dicotomia saussuriana tra langue e parole) – hanno la capacità di rivelarsi ossessivo portato di una razionalità ormai destabilizzata: il poeta tenta di decrittare una realtà che gli si ribella, quasi fosse animata da palpiti cospirativi che disgregano una consistenza intellettiva faticosamente acquisita.

Coloniali parole
gregarie filiformi
da te lasciate in un luogo
in un discorso
nidiata
ora straniera
ritornante rimorso
fosforo stridente
nel sonno della sera.[18]

Perduta la vis demiurgica, l’io si trova svuotato di ogni orizzonte gnomico, dunque esistenziale; gli stessi oggetti dissipano la propria “funzione connotativa” di simboli: è un quadro dal barocchismo assai accentuato, un horror vacui che travolge anche la percezione più elementare. Insomma un’estrema negazione del mondo, sia esso identificabile con le cose (la vita) o col vano tentativo di arrestare il loro inarrestabile trascorrere (la scrittura).

I segni e il senso
dei segni su soggetti scalpitanti…
O apatiche scritture
membra ammansite
materie inerti ammucchiate in fondo all’anno
scritte luminose di novembre.[19]


[1] Segni. Milano, Scheiwiller 1986. Ora in Poesie 1943-1979 (a cura di Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni). Milano, Oscar Mondadori 2001.

[2] Vincenzo Leotta, Nota ai testi, in Poesie 1943-1979, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 338.

[3] Ferdinand de Saussure, Course de linguistique générale. Paris, Payot 1922; ora Corso di linguistica generale (introduzione, traduzione e commento di Tullio De Mauro). Roma-Bari, Laterza 2001, pp. 83-85.

[4] Da Lettere, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 228.

[5] Da Mosca, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 241.

[6] Da Grafite, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 223.

[7] Da Segni, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 217.

[8] Da Pagina bianca, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 243.

[9] Da Creazione, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 218.

[10] Da Disagio, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 222.

[11] Da Nero su bianco, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 238.

[12] Da Mai, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 220.

[13] Vincenzo Leotta, I segni e il senso, in L’inverno di Bartolo Cattafi e altri studi, cit., pp. 50-62.

[14] Da L’acqua, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 233. Si noti anche l’altra, evidentissima, metafora cristologica del pesce.

[15] Da Il Verbo, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 231.

[16] Da È lei, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 232.

[17] Da È mattino, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 236.

[18] Da Nidiata, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 240.

[19] Da I segni e il senso, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 246.