Barbara Garlaschelli

Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

Milano Foto gianni montieri

Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

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Vincenzo cammina rasente i muri, sia in casa che fuori. I muri lo proteggono. Un poco, almeno. Se potesse non uscirebbe mai, ma non può. C’è sempre qualcuno – sua madre, suo padre, suo fratello, sua cognata – che gli dicono che non può restare in casa, deve uscire per andare a lavorare.
Lavora come bidello in una scuola media. Una tortura quotidiana. Tutti quei ragazzi, quelle voci, quello sbattere le porte, urlare, salire e scendere le scale. E mai che camminino ‘sti ragazzi. No, sempre di corsa.
Vincenzo, invece, avrebbe bisogno di silenzio per mettere ordine nei pensieri che si aggrovigliano nel cervello. Soprattutto vorrebbe riuscire a costruire un muro dentro la testa in modo che quelli non possano leggergli dentro.
Ha provato a spiegare ai dottori che non è lui quello pazzo ma quelli che vogliono controllargli i pensieri, ma i medici, con quel loro sussiego stucchevole e imbarazzato, gli hanno fatto fare tanti esami, e controlli, e radiografie e poi gli avevano somministrato pillole di varie colori da prendere a certi orari del giorno, preciso mi raccomando, e lo avevano mandato a casa.
Così, un giorno, aveva deciso che forse la forza pubblica poteva proteggerlo. Si era recato in commissariato, senza dire niente in casa, vestito del suo vestito migliore e aveva chiesto di parlare con la persona più importante che ci fosse lì. Aveva finto di non accorgersi dell’occhiata di sospetto compatimento che gli aveva lanciato la guardia con cui aveva parlato e che gli aveva risposto: «Si sieda e aspetti».
Vincenzo, come sempre, aveva ubbidito. Lo faceva sempre, con  tutti, sin da quando era bambino. Ubbidire però non lo aveva protetto da loro. Loro erano riusciti a entrargli nella testa e lo tormentavano.
Dopo una mezz’ora era arrivato un’altra guardia. Un signore più vecchio del primo, con una divisa più bella.
«Mi dica» aveva esordito guardando Vincenzo dritto negli occhi. Non aveva nessuna espressione. La sua faccia era come una lavagna cancellata. Vincenzo si era sentito rassicurato.
«Vorrei fare una denuncia.»
La guardia aveva fatto un cenno al suo collega giovane che nel frattempo era riapparso sbucando da  una porta e si era accomodato dietro una scrivania sulla quale stava un pc, aspettando.
«Mi dica» aveva ripetuto l’uomo senza espressione. E Vincenzo aveva cominciato a parlare e mentre lui parlava, la guardia giovane batteva sulla tastiera del pc senza spostare gli occhi dallo schermo.

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Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #2, PETER NORMAN

fonte qnm.it

fonte qnm,it

PETER NORMAN

(velocista)

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I ribelli fanno vendere. Magliette, poster, tazze. È la cultura pop. Andy Warhol metta pure su quella sua aria imperturbabile e sdegnata, ma il punto è un altro.
Prendete da parte il primo eversivo da birretta con sul petto il Che guarnito dai riccioli della victoria e chiedetegli: se sapessi che per aver indossato quella maglietta ti portano via tutto, a partire dai soldi fino a cose più impalpabili, come il futuro, tu che faresti? Si alzerebbe una brezza disciplinata e, scommettiamo, senza neanche appoggiare la birretta il tipo si è già coperto di popeline celeste e blazer blu.
Peter Norman fece l’esatto contrario. Ai cento metri era sesto. Bianco, vestito di bianco. Al sicuro. Peter Norman era cattolico, adepto dell’Esercito della Salvezza. Il suo Dio gli diceva di stare lì, non mettersi in mezzo. Aveva fatto 20.22 in semifinale, un tempo pazzesco per un bianco australiano. Il futuro era suo. Quella finale dei 200 metri uomini delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, la prima sul tartan, la prima in altura, non la riguarda mai nessuno. All’uscita dalla curva, Peter Norman ha uno scatto dissennato. Non è solo atletica. È Aiace alle Porte Scee. Il suo destino è lì. Chiude in 20.06 (48 anni dopo è ancora il record australiano), secondo, in mezzo a due neri. Chissà che odore, dicono gli australiani estasiati davanti alla televisione. Nel ’68 in Australia l’apartheid non ha nulla da invidiare a quello sudafricano.
Con 20.06, quattro anni dopo, a Monaco, Peter Norman avrebbe fatto a spallate con Borzov. Ma non lo convocarono neppure (pur essendo sceso tredici volte sotto il tempo di qualificazione). Eppure era australiano, bianco e membro dell’Esercito della Salvezza. È come oggi avere l’erre moscia, vivere a Milano e appartenere a Comunione e Liberazione: puoi anche avere i neuroni che brancolano a mosca cieca, ma il futuro è assicurato.
Peter Norman, invece, indossò la spilla. Sulla tuta verde della nazionale mise una spilla e andò, nelle sue Adidas bianche, verso il podio. Il Dio dell’Esercito della Salvezza era intervenuto ancora per cercare di fermarlo, per farlo rientrare nei ranghi di una vita di successo.
Quando Peter Norman chiese la spilla ai due neri, quello che aveva vinto con il nuovo record del mondo, guardò l’altro e disse “che cazzo vuole questo, si prenda la sua medaglia e torni a casa”. Anche i ribelli hanno un senso elitario: la lotta è una lotta loro, non vogliono intrusi.

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Stefano Domenichini, Non sapevo che passavi #1: Bob Kaufman

berlino foto di gianni montieri

berlino foto di gianni montieri

BOB KAUFMAN

(poeta)

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La filosofia orientale ha conquistato il mondo. È come alle conferenze internazionali su qualcosa: mandano avanti i Presidenti, freschi di manicure, e dietro le unghie sudicie bisticciano virgole, parametri e ripicche. Hanno mandato avanti lo Zen (e l’arte di manutenere qualunque patacca occidentale) e intanto facevano scendere da bilici silenziosi sciami di auto compatte di gusto giappo a basso costo di produzione. Hanno vinto loro.  Vedi gente che va ai corsi di campana tibetana su piccole automobili sgraziate che Buddha avrebbe considerato ostacoli insormontabili verso il Nirvana.

Non era così a North Beach, San Francisco, anni cinquanta. Le auto erano monumenti rombanti e contenevano sogni, non individui. Bob Kaufman non sapeva guidare, ma era amico di Kerouack e di Nail Cassady: come non essere mai stato in un posto, ma avere due amici madrelingua.

Se vincete un buono omaggio per una increspatura dello spazio-tempo, fate un salto nella New Orleans degli anni venti. Lì è successa una cosa senza uguali nella storia del mondo: la congiunzione carnale (e sentimentale) tra una ragazza cattolica di colore della Martinica e un tedesco ebreo ortodosso. Non potevano nascere che quattordici figli da una trama così visionaria. Uno lo chiamarono Bob, nero come la mamma.

A tredici anni Bob esaurisce il desiderio di intimità famigliare. Intravede nel mare un’oasi di tranquillità e si imbarca con la Marina Mercantile. Sopravvive a quattro naufragi e a migliaia di burrasche. E’ lì che, per la prima volta, si accorge di poter isolare una musica in mezzo alla tempesta. La chiama poesia, e la cosa gli piace tantissimo. Sviluppa anche una grande passione per il blues – che separa il mare dei suoni inquinati –  e per il jazz – che vola verso sacche di suono nello spazio. Comincia a scagliare dalla bocca tocchi di anima  cruda, mischiati a biscotti di avena.

Non scriveva. Come il Cafi di Lessico famigliare pensava che i posteri non contassero nulla. Voglio essere anonimo, diceva, la mia ambizione è di essere dimenticato.

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MACAO inEdito 2014 – Raccontare Obliquo

macao

Il 23, 24 e 25 maggio M^C^O ospita la seconda edizione di InEdito, festival di editoria indipendente.

Dopo l’edizione dello scorso anno, caratterizzata da una riflessione politica e culturale relativa al mondo dell’editoria, InEdito propone quest’anno una dimensione che richiama, più che al dibattere, al raccontare; un “Raccontare obliquo” – ripreso dai versi di Emily Dickinson “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”.

Obliquo non è una formula, ma tante forme. Obliquo è il rumore che fanno in noi le cose di cui ci appropriamo (almeno in parte), leggendole. Obliquo è lo sguardo trasversale che si spinge dal minuscolo al gigantesco; obliquo è per dire e lasciar insieme spazio per capire.

Raccontare obliquo è uno spazio che si concede a diverse forme di narrazione, in cui ognuno può trovare qualcosa per sé.

InEdito è:

Raccontare – Raccontarsi: un narrare di sé, della propria storia, della propria soggettività

Raccontare – Disegnare: raccontare per immagini

Raccontare – Scrivere: che non ha bisogno di essere spiegato

Raccontare – Giocare: con le parole

Raccontare – Ricordare: il racconto soggettivo di qualcuno o qualcosa.

Programma in PDF

Guida alle singole giornate

Venerdì 23 Maggio (Livio Sossi, Wu Ming, Frankie Magellano, Martina Testa, Paolo Cognetti, Alessandro Raveggi, Tito Faraci, Paolo Castaldi)

Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare. (David Foster Wallace – Infinite Jest)

Sabato 24 Maggio (Lea Meladri, Lisa Biggi, Letizia Iannaccone, Massimo Vitali, Libri Finti Clandestini, Paolo Pasi, Mendo, Paolo Agrati, Guido Catalano, Paola Ronco, Antonio Paolacci, Alessandro Zannoni, Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, Alessandra Terni, Nicoletta Bernardini, Giuseppe Merico, Anna Toscano, Rosario Palazzolo, Silvia Tebaldi, Gianni Montieri, Otto Gabos, Francesca Rimondi, Livia Satriano, gianCarlo Onorato, MisS xoX, Carlo Casale, Steve dal Col, Johnny Grieco, Massimo Giacon, Ivan Carozzi, Oderso Rubini, Ariele Frizzante, Federico Fiumani, Davide Toffolo)

La città non si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile. (Luigi Bernardi – Crepe)

Domenica 25 Maggio (Filippo Parodi, Anna Giurickovic, Andrea Staid, Massimiliano Tappari, Lidia Cirillo, Thomas Pololi, Alessandro Gallo, Patrizia Valduga)

 

Il programma dei Workshop

 

(Poetarum Silva sostiene M^C^O ed è partner di InEdito. Vi aspettiamo)

 

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