Barbara Coacci

I poeti della domenica #132: Barbara Coacci, Polvere

 

macerata, foto gm

macerata, foto gm

 

Polvere

la consistenza della polvere
il velluto delle superfici
a buccia di pesca, a veli, a strati
coperti tutti i mobili e ogni forma
squadrata o tonda,
ma più di tutti i gatti
che fa la polvere se la lasci figliare
reclamano carezze e voci umane
buone per la fame

raggiungono leggeri come acrobati
le mensole più lontane i libri
di ogni genere approdati
in lunghi giri sugli scaffali

danno la caccia a un ragno,
in equilibrio magistrale,
su tutto il teatro di Shakespeare.

*

© Barbara Coacci

Barbara Coacci, poesie inedite

P. Tokyo, Parigi, 2015 foto gm

P. Tokyo, Parigi, 2015 foto gianni montieri

Notturno

I piedi nudi cercano nel buio
una consolazione
lo spazio del tappeto
è un’isola felice
dove le dita sognano di spiagge
di sabbia fine e ombra
dove la mente tace, finalmente

Le case dei vicini sono spente
la pioggia si è arresa all’evidenza
che niente si cancella senza sforzo.
Occorre un cervello operoso
mediamente infelice
di un’infelicità metodica, composta
che sappia trasformare in trame di non senso
le tracce che registra

così rapita resto
davanti alla finestra
e il mondo fuori è solo un corpo estraneo
finito nel vetrino

*

Cavi

L’uomo che ondeggia sull’impalcatura
abitante dell’aria
mi guarda con quieta disperazione
mentre mi chiudo in casa
per l’idropulitura
della facciata del palazzo storico

scompare alla mia vista dalla testa ai piedi
lo immagino arrampicarsi sui cavi
sulla ragnatela dei vecchi tram
andare a braccia larghe sopra il viale
sopra le auto e gli alberi
sorridere come fanno i funamboli
guardando giù alla vita
piccola alle mie finestre serrate
e chiedere,
chiedermi qualcosa
che non riesco a sentire

*

Avere un’occasione

Avere un corpo un modo un nome
per fare le cose o per non farle
avere un’occasione
sembra importante oggi all’improvviso
di fronte a una platea di girasoli
indifferenti al tuo e al mio dolore.

Sembra importante tutto, oggi,
in questa sete
di mezza sera e mezze convinzioni.
Anche il tuo passo incerto
la pelle tua ferita
la lenta vita
di arterie torte e affanni
è una benedizione

*

Previsioni

Così si fa il respiro, largo e quieto
come una piazza assolata alla controra
quando i tuoi occhi cadono nel sonno.

Ti guardo e vedo, mi sembra, la donna
che sarai, le gambe sempre in moto
il naso al cielo a cercare la stella
quella che adesso, dici, può esaudirti
qualunque desiderio

elenchi i tuoi mestieri preferiti
parrucchiera ballerina pittora
e poi maestra cuoca venditrice
di magie con le tue piccole mani
a mulinare in aria
e oscuri abracadabra
irripetibili un attimo dopo

***

© Barbara Coacci

Barbara Coacci – Altitudini

biennale arte - foto gm

Nota dell’autrice: Questa poesia è stata scritta dopo una passeggiata fatta sopra le mura dell’Anfiteatro di Ancona con Giuliano Mesa ed è a lui dedicata

*********

Qui sembra che il mondo
finisca
appena ne pronunci un segmento

La prima volta delle falesie, dei tronchi buttati sulla riva
la prima volta dei gabbiani a cui siamo ascesi,
falci d’ala in un ripieno azzurro e imprendibile
di una passeggiata stretta a picco sulle rovine, la prima volta
e l’uomo che spiega cosa c’era un tempo sotto i nostri piedi
-nel silenzio adunco l’anfiteatro esposto alle altitudini-

la prima volta degli occhi che hanno visto qualcosa
e guardano fino alla fine
come un amore che si allontana in fondo alla strada.
Tutto quello che non si fa prendere diventa
degno d’inseguitura diventa
la mistica delle giornate più lunghe
diventa.

Fammi torture ora che siedi davanti e la battigia
non ci distrae aggancia ai tuoi uncini la carne
tira con la baldanza che fa sparire le nuvole
fermare ogni onda su questo lato della città
nascosto alla gente
che solo dal mare la vista ha il privilegio
solo dal mare ci annienta.

***
poesia tratta da Nessuna Nuova – La Camera Verde – 2009

Barbara Coacci – E tu cosa mi dici?

Gli attacchi di Israele sono crimini contro l’umanità e genocidio. Non si tratta di scontro ideologico né religioso né di difesa. Si tratta di uno stato che uccide e di uomini, donne e bambini palestinesi che muoiono. Queste sono le uniche dichiarazioni che tutti i redattori di Poetarum Silva unanimemente sottoscrivono. 

La redazione

***

E tu cosa mi dici?
Che cosa mi dici di Gaza?
Ho visto delle foto e non sembrava
che fossero davvero bambini, quelli
ho pensato che ci mettono sempre i bambini
per fare scena e mica saranno stati
buchi sul petto tutta quella terra i corpi
le teste fracassate per davvero e gli occhi
aperti, non erano certo sbarrati,
guardavano la telecamera
con l’occhio stupito dei bambini

– nessuno gli ha detto
che la curiosità uccise il gatto? –

ho letto da qualche parte genocidio
mi sembra un po’ esagerato, ecco
se stesse succedendo davvero
Gaza non sarebbe sparita dai notiziari.
E tu, cosa mi dici di Gaza?
Tutta quella terra le macerie
potevano coprirli, almeno
il sangue sui corpi fa ricami
il mio scende convulso in fiotti scuri
di ciclo mestruale, fiori
consuete emorragie
chi più e chi meno

(c) Barbara Coacci

Barbara Coacci, poesie inedite

A Ingeborg Bachmann

Cosa posso più dire
adesso che ti ho qui sulle ginocchia
e bevo dalla carta
e mangio. Cosa ancora
dopo aver riconosciuto tutto
nel tuo specchio
tutto incarnato due volte il mondo
tutto già detto. Apparecchio

voglio mettermi comoda
sono un uccello pigro che non lascia il ramo
un neonato impotente alla parola

 

Chiese

Solo un fuoco di scale e marmo
rosa più per luce che per materia
uomini e donne che camminano
entrano in chiesa ma non pregano

non prega nemmeno il prete
lascia sull’altare
una mandria che geme
nella polvere alzata dagli zoccoli
cerca l’uomo del bestiame
delle parole uguali delle
lingue straniere

in casa non c’è più nessuno
nemmeno un comandamento da comandare.
I padroni sono tutti morti
gli occhi aperti
bianchi sotto la cenere
fioriscono come stelle alpine

 

Polvere

la consistenza della polvere
il velluto delle superfici
a buccia di pesca, a veli, a strati
coperti tutti i mobili e ogni forma
squadrata o tonda,
ma più di tutti i gatti
che fa la polvere se la lasci figliare
reclamano carezze e voci umane
buone per la fame

raggiungono leggeri come acrobati
le mensole più lontane i libri
di ogni genere approdati
in lunghi giri sugli scaffali

danno la caccia a un ragno,
in equilibrio magistrale,
su tutto il teatro di Shakespeare

 

Stabat mater

come una figlia nella
decadenza invernale
nel soffio rotondo
del vento che si incanala
lento inseguire
al montare delle colline
di poco più che un’ombra
dentro la chiesa
fino al cristo di scarsa fattura

non era niente non era
credenza o religione
passare la mano sul legno cercare
la scheggia per il palmo

padre nostro
l’unica preghiera che ricordo
l’unico travaglio

 

Countdown

Alla fine è cominciata
a furia di secondi e pioggia
nei cappotti addossati alla ringhiera
le scarpe coi tacchi a mezz’aria
per le labbra più vertiginose
finché la gravità non preme
la terra non chiama all’aderenza

eppure non c’è inizio
per i nostri corpi piccoli
nell’osservanza stretta del rito
davanti alla chiesa sconsacrata
– si narra piuttosto di fantasmi ma
nessuno viene. –

Per vanità o coraggio
sale dai tetti un trionfo dal cuore
una paura
se appena il silenzio ci deruba
e il bacio muta
in un sigillo di puro niente

 

Barbara Coacci nasce ad Ancona nel 1969, dove lavora come psicologa psicoterapeuta. Nel 2009 esce la sua prima raccolta di poesie Nessuna Nuova (Edizioni La camera verde, Roma). Una sua poesia è stata inserita nell’antologia Porta marina. Viaggio a due nell’Italia dei poeti, a cura di M. Gezzi e A. Ruggeri (Edizioni Pequod, 2008). Alcune sue poesie sono state pubblicate nel sito “Absolute poetry” (www.absolutepoetry.org) e nella rivista trimestrale “Nostro lunedì”. Un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Orientarsi con le stelle. Sette racconti d’esordio (Transeuropa edizioni, 2005, a cura di M. Canalini). Altri racconti sono in attesa di pubblicazione.

Solo 1500 N. 6: La felicità è un abisso

SOLO 1500 N. 6 : La felicità è un abisso

“E noi che pensiamo la felicità/ come un’ascesa, avremmo l’emozione/ che quasi ci smarrisce di quando cosa ch’è felice, cade.” (Rainer Maria Rilke). Erri De Luca citando questi versi di Rilke, in un suo brano, dal titolo “Cadute”, tratto da Alzaia, dice:  “Così si chiude l’ultima delle dieci elegie duinesi, vertice poetico di Rilke e del secolo. E’ difficile invertire l’immagine che si ha della felicità come innalzamento a una che la descrive in discesa tratto calante di parabola. So però che l’alpinista è felice sulla via della discesa ed è anche stanco”.  De Luca prosegue, poi il brano, evidenziando soprattutto la felicità che accade a chi riceve la “chiamata” religiosa (come San Paolo sulla via di Damasco). Anche questi uomini cadono,  prostrati e sopraffatti. Questa lettura mi ha fatto riflettere. Penso, infatti, che trovare la felicità sia cadere o comunque lasciarsi andare fino a toccare, finalmente, terra. Credo che quell’istante, quel breve scuotimento dove la felicità si concede, non possa esistere se non ci si spoglia di ogni resistenza. Così come l’innamorarsi, e lo sanno bene gli inglesi che dicono “fall in love”, e – in inglese – “to fall”  è la prima traduzione del verbo cadere. Quindi anche quando ci si innamora si cade. Io e la poetessa Barbara Coacci usammo questo tema, anni fa, per un laboratorio di poesia, dal quale nacquero bellissimi testi. Questo articolo, in conclusione, è una domanda: La felicità è ascesa/vertice/salita oppure  è precipizio/abbandono/crollo?

Gianni Montieri

 

qui i link ai numeri precedenti:

N.1  N.2  N.3 N.4 N.5

Barbara Coacci – Nessuna Nuova

Nessuna Nuova
Barbara Coacci

Collana Calliope
La camera verde, Roma, 2009

Dumtaxat rerum magnarum parva potest res
exemplare dare et vestigia notitiai.

(Lucrezio, De rerum natura II, 123-124)


Qualcuno la definirebbe una poesia delle piccole cose. Viene in mente la dinamica del moto browniano, quel “moto misterioso dei corpuscoli” che si agitano – senza ragione e direzione – come il pulviscolo atmosferico illuminato da un raggio di luce, “un galleggiamento” di atomi a cui non è accordato alcun riposo. Atomi. Perché la realtà, se esiste davvero e non svanisce quando smettiamo di crederci, è fatta degli stessi, pochissimi, atomi che si rimescolano e si combinano nei modi più aleatori. Come in Democrito, l’atomo è il fondamento metafisico della realtà e insieme è scarto di lavorazione, un “frammento da decifrare”, polvere di cantiere. Proprio quella dei lavori in corso, del cantiere, è un’immagine ricorrente, è la città (quel “suburbano famigliare” eppure inaccessibile) che cresce “come un tumore le metastasi” e, a un tempo, è metafora di un viaggio interiore (“l’ultimo scavo già ci contamina”). (altro…)