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Bambini soli

È successo di nuovo, qualche giorno fa, e dopo la consueta, necessaria, sfilacciata discussione su colpe, cause e concause, stabiliti i colpevoli, circoscritte le regole non rispettate; anche dopo calato il velo del silenzio sull’evento nessuno è stato in grado di soffermarsi su un piccolo significativo particolare. I bambini, anche loro, muoiono e non sarà il definirne colpa e colpevole ad assolverci e a continuare a immaginarci come una società protettiva e tutelante, perché è solo una grossa imperdonabile bugia.
Mi fermo subito però, perché non vorrei si cadesse nell’equivoco del ritenere il testo di cui voglio parlarvi, Il libro dei bambini soli, esordio di Enrico Sibilla, una sorta di rimedio taumaturgico, un manuale per la tutela dell’infanzia. No!, Il libro dei bambini soli, il cui titolo già lascia immaginare un regesto delle possibili infinite solitudini, dà solo ed esclusivamente la voce ai bambini e come è giusto che sia, è una voce in diretta, che cresce; non ci sono finali prevedibili. Ogni solitudine è raccontata nel suo evolversi, nel suo lento strisciare sotto pelle o nel suo presentarsi improvvisa e la narrazione incessante e fortemente ritmica ma coerente in tutti i sei racconti. oltre a tutelarsi da possibili interpretazioni autobiografiche, nel suo incedere che non è naturale e lineare  spesso costringe il lettore a fermarsi per riprendere il filo e il respiro. In realtà la scelta stilistica, musicale e ossessiva non è altro che la traduzione adulta di un flusso del pensiero infantile, animista, quasi magico, che avanza per tentativi e che è poi l’origine della prima solitudine, la comunicazione del dolore.  Qui sta la grande sfida affrontata dall’autore: entrare nella mente del bambino, cercare le avvisaglie, i dubbi che circoscrivono la paura dello stare soli e così come la definizione e lo sviluppo delle conseguenti strategie per presentarli così, puri, con una lingua che si alterna tra narrazione continua e brevi frasi, sentenze, atte a marcare il terreno del possibile, per paura di perdersi ancora. La morte, la paura della perdita in maniera diretta o indiretta è una costante necessaria in tutti i 6 racconti perché è costante necessaria nell’esperienza quotidiana di ogni bambino. Ogni piccolo trauma, ogni piccola delusione o dubbio rappresentano sempre una soglia tra vita e morte: che sia l’arrivo di una sorellina, un saluto frettoloso o il terrore costante della perdita di un genitore. Enrico Sibilla doppia così con la sua lingua fortemente poetica e ritmica quelle paure piccole a cui guardiamo con inconsapevole tenerezza ma che in realtà rimangono impresse al punto tale da lasciarci sempre e comunque disarmati davanti a un mondo che non solo è fatto di ripetute solitudini, ma che crediamo di affrontare solo perché pensiamo di delimitare e rendere comprensibile e risolvibile con razionalità. Ma alla fine la vera provocazione di Sibilla forse sta proprio nel ricordarci che la soglia tra mondo adulto e mondo bambino sta solo nel linguaggio e che la paura della solitudine e della morte sia solo mediata se non anestetizzata da un pensiero razionale che tende a delimitare tutto. Ma appena è la lingua, quella libera, primordiale, quella delle domande a prendere il sopravvento, allora dobbiamo rassegnarci all’idea che chiunque di noi è stato e sarà un bambino solo.

Enrico Sibilla, Il libro dei bambini soli, il Saggiatore, 2016, pp. 192, € 21,00

Lettera di Camilla Seibezzi #lefiabepertuttiditutti

Un sindaco che decide di ritirare fiabe dalle scuole è molto pericoloso, perciò pubblichiamo la lettera ai giornali di Camilla Seibezzi di Noi, la città. Crediamo che sia una questione che riguardi tutti, a maggior ragione  chi si occupa di letteratura. A fondo pagina, dopo la lettera, troverete i link di che rimandano a due iniziative dei prossimi giorni. (la redazione)

leo

Quando dico che riguarda tutti intendo proprio tutti tutti. (lettera ai giornali di Camilla Seibezzi)

L'”ordine” del Sindaco Brugnaro di ritirare i libri di fiabe del progetto “leggere senza stereotipi” dalle scuole di Venezia è divenuto sintomo agli occhi dell’intero Paese dello stato della democrazia. La circolare indirizzata alle scuole e pubblicata su Internazionale ha toni grotteschi e pare scritta da un marziano. Cosa sono libri genitore 1 e 2 e le fiabe gender? La questione innanzitutto offende e vincola la libertà del mandato educativo di chi opera al servizio della scuola in asili e materne. Gli educatori non sono in grado di discernere gli strumenti atti ad un confronto con i loro piccoli allievi? Offende pure tutti i genitori che hanno scelto di iscrivere i loro figli/e ad una scuola pubblica e per questo presumibilmente laica. Offende tutte le famiglie descritte in quei libri: le realtà più note e quelle meno comuni. Se oggi il Sindaco crede di tutelare solo la maggioranza delle famiglie composte da madre padre un figlio maschio e una figlia femmina subordinate alla procreazione, cosa pensa di fare di tutte le altre? Genitori single, vedovi, famiglie adottive, affidatarie e coppie genitoriali dello stesso sesso? Le confina allo spazio domestico? E se domani volesse rispedire al confino come si è proposto di fare con i migranti anche chi professa una fede diversa dalla maggioranza dei cattolici? I bambini nati con la procreazione assistita li rimettiamo in frigorifero? Ecco che il tema non riguarda “solo” il dibattito sui matrimoni egualitari ed un singolo tratto della vita di una persona, in questo caso l’orientamento affettivo, bensì la libertà di ogni individuo. La chiamata in causa è sconfinata e ne ho misura dalla quantità di lettere e condivisioni che sto ricevendo da tutt’Italia. Chiama in causa la comunità ebraica, musulmana e i rappresentanti delle altre fedi, chiama in causa la scuola e i sindacati, i vecchi e i nuovi partigiani, i partiti di centrosinistra e tutto il mondo di centrodestra che ben annovera nel profondo dell’animo esperienze comuni in tutta la popolazione a prescindere dall’appartenenza partitica. Chiama in causa le persone con disabilità e i loro cari, che non vogliono solo le passerelle sui ponti ma anche il rispetto della pari dignità per tutti. Io mi rivolgo a tutti voi perché alziate la testa anziché distogliere lo sguardo. Perché la lotta alla censura, al segregazionismo e per diritti sono un traguardo comune, un comune modo di stare al mondo. Invito il Sindaco a rendere noti alla cittadinanza i titoli precisi dei libri messi all’indice e ad avere il coraggio di affrontare questi temi con trasparenza in un confronto pubblico.

Camilla Seibezzi, già delegata ai diritti civili del Comune di Venezia

Due iniziative

Leggiamo ai bambini “Piccolo blu e piccolo giallo”

Per giudicare bisogna conoscere: Incontro pubblico a Venezia il 3 luglio

Giancarlo Liviano D’Arcangelo – Gloria agli eroi del mondo di sogno

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Giancarlo Liviano D’Arcangelo – Gloria agli eroi del mondo di sogno – Il Saggiatore, 2014 – € 16,00 – ebook € 10,99

Non c’era alcuna differenza sostanziale per me, se ci rifletto bene, tra Camelot e l’Old Trafford di Manchester.

Prendiamo la seguente formazione: Dasaev – Briegel –Cabrini – Passarella – Butcher – Scirea – Matthäus, Platini, Hugo Sánchez, Maradona, Rummenigge. Allenatore Lobanovskij.

E contrapponiamola alla Grande Ungheria (la squadra più forte di sempre? Se non lo è, poco ci manca): Grosics, Buzánsky, Lantos, Bozkis, Lóránt, Zakariás, Czibor, Kocsis, Hideguti, Puskás, Budai, (Tóth). Allenatore Sebes.

Facciamo sì che le due squadre (la prima è Il Resto del Mondo 1985, secondo l’autore) si affrontino tutti i pomeriggi, in un regno chiamato Futbolandia (come il sogno del libro di Valdano), in un mondo che è uno stadio. Uno stadio (denominato Maracanà, si capisce) costruito da un bambino. I calciatori sono gli omini della Playmobil, l’erba è un pezzo di moquette ritagliata – dal salotto – di nascosto, gli spalti sono costruiti con i libri, con i volumi delle enciclopedie (non riesco a immaginarne un uso migliore). Qui comincia il mondo del sogno, fatto di partite infinite, ripetute per centinaia di pomeriggi, e di gol impossibili. E quindi indimenticabili. Siamo nella prima parte del libro di Giancarlo Liviano D’Arcangelo, e avremo già riportato indietro il nostro orologio del tempo, a quando i bambini, sui tappeti, nelle camerette, eravamo noi. Quando la nostra fantasia si liberava e applicavamo al calcio tutto quello che eravamo in grado di sognare. Il calcio era il sogno e l’estensione di un sogno. Era la magia. Le piccole camerette, i salotti, i corridoi diventavano i luoghi dove riprodurre e, soprattutto, amplificare quello che vedevamo in Tv. Prima ancora che potessimo cominciare a scendere in strada, a giocare col pallone, inventavamo il calcio tra la scrivania e l’armadio.

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Silvia Vecchini – La bambina dagli occhi storti e dalle parole strane

sampa 2013 - foto gianni montieri

sampa 2013 – foto gianni montieri

 

La bambina dagli occhi storti e dalle parole strane

 

Per via di un parto difficile e di una manovra fatta con uno strumento dal nome sinistro che mi avrebbe perseguitata per tutta la vita, il “forcipe”, sono nata con un problema di strabismo agli occhi. Questo non fu chiaro fin quando non ebbi compiuto due anni. Uno dei miei primi ricordi risale ad allora. Sono in spiaggia con i miei genitori e sto giocando con la sabbia, quando uno ad uno vengono a radunarsi lentamente intorno a me dei bambini che si mettono in cerchio, se ne stanno lì e mi fissano, tra l’incredulo e il divertito, e mentre passano altri bambini li chiamano con un gesto puntando il dito verso di me. Mia madre scoppia in lacrime, corre a prendermi per mano e mi porta via urlando tra i singhiozzi ai bambini: “lasciatela in pace, è solo strabica”. Il fatto è che dovevo essere davvero buffa da guardare, i miei occhietti erano proprio storti, si giravano completamente in dentro, verso il naso, senza che io potessi farci niente.

Da quel giorno “strabica” divenne una delle mie parole strane. Sono strabica. Lo dicevo a tutti, quasi come fosse un vanto. E anche per farmi dare un po’ di tregua, insomma, lasciatemi in pace, non lo vedete che sono strabica.  Io a quel tempo non sapevo assolutamente che diavolo volesse dire. Sapevo che ero strabica. Che era una cosa mia, che mi apparteneva. Come Silvia, era come un mio altro nome.

Più tardi iniziai ad accompagnare la parola “strabica” con quell’altra parola strana, “forcipe”. Ascoltavo spesso mia madre raccontare questa storia del mio parto difficile ad altre persone. Lei diceva che mi avevano tirato fuori con il forcipe, per quello ero strabica. Ma da dove mi avevano tirato fuori? E che collegamento poteva esserci con i miei poveri occhi girati? Non lo sapevo. Non l’avrei saputo per un sacco di tempo. Il primo forcipe lo vidi solo moltissimi anni dopo, nello studio di una ginecologa. Era in una vetrinetta insieme ad altri oggetti che sembravano strumenti di tortura medievale. Solo quel giorno riuscii finalmente a comprendere il significato di quella  parola strana che avevo ripetuto per anni.

Mi piacevano davvero un sacco quelle parole strane degli adulti che non capivo, me le facevo ripetere, le masticavo nella mente e gli davo un significato tutto mio.

Mio padre tutte le sere prima di andare a letto mi leggeva la mia fiaba preferita: Cappuccetto Rosso, ero talmente invasata che la ricordavo a memoria, perfino il momento in cui doveva girare pagina, e glielo dicevo. C’era una frase del lupo vestito da nonnina che mi faceva restare di sasso: Tira il paletto ed entra, disse il lupo guardandola con cupidigia. La “cupidigia”, chissà cos’era. Non me lo feci mai spiegare. Non ero molto interessata alle spiegazioni delle parole. Non mi interessava sapere cosa volessero dire. Preferivo usarle quando mi andava. Così per me guardare con cupidigia era diventato “guardare con un’amica strana”. La cupidigia doveva essere nascosta nel letto con il lupo travestito da nonnina. Forse la cupidigia era nascosta anche nel mio letto mentre mio padre mi leggeva Cappuccetto Rosso. Chissà perché la cosa non mi faceva paura.

Non tutte le parole strane erano innocue, però. Certe erano spaventose. Mia madre che mi sgridava e mi diceva che avevo “torto marcio” mi faceva venire i brividi, per esempio. Per me il tortomarcio era una parola unica, era un mostro a cinque teste, nero e cattivo. E io ce l’avevo dentro quando facevo la birichina. Non so spiegare come ma poi il mostro se ne andava. Non potevo avercelo dentro tutto il tempo. Diciamo che dopo un po’ si stufava e mi lasciava in pace. A volte dopo quelle sgridate mi mettevo a piangere da sola nel mio letto. E piangevo finché non diventava buio. E quando diventava buio arrivava mio padre dal lavoro ed entrava in camera mia, e io ero esausta ma dovevo raccontargli quello che avevo combinato perché mia madre voleva così. E lui mi dava un bacio lo stesso, anche se ero stata molto cattiva, e accendeva l’abat-jour. Ecco, diciamo che ero sicura che il tortomarcio se n’era definitivamente andato quando mio padre faceva click.

Altre volte, alla fine di una discussione estenuante, dopo aver tirato fuori questo tortomarcio, mia madre mi suggeriva anche di farmi un “esame di coscienza”. Per me l’esame di coscienza era il peggiore dei compiti in classe, avevo solo mezz’ora di tempo per farlo, e c’erano delle domande veramente difficili a cui non sapevo rispondere ma dovevo consegnarlo in tempo altrimenti avrei avuto una brutta punizione.

Quando ripenso a queste parole strane mi viene molta nostalgia. Non sono più parole solo mie. E non riesco più a giocarci come prima. Adesso non mi invento più un significato diverso per quelle che non conosco. Le vado a cercare. Ora non sono più strabica. Mi hanno operato agli occhi e mi è rimasto solo quello che il mio oculista descrive come uno strabismo di Venere che è molto attraente. Perché dice che è una leggera imperfezione dello sguardo che attira molto l’attenzione. Sì, lo so benissimo. Ho avuto per anni orde di bambini scemi che passavano il tempo a fissarmi. Adesso so benissimo cos’è lo strabismo, e ho anche visto un forcipe in carne e ossa. Adesso mi faccio da sola degli esami di coscienza, devo dire che ci metto anche più di mezz’ora. Adesso sono io che dico agli altri quando hanno torto marcio, lo dico anche a mia madre con una certa rivincita, ma, ecco, non è più così divertente.

©Silvia Vecchini

Andrea Pomella – Saggio di fine anno

Sampa - 2013 - foto gianni montieri

Sampa – 2013 – foto gianni montieri

 

 

 

Saggio di fine anno

di Andrea Pomella

 

 

 

 

È il saggio di fine anno dei bambini della scuola materna, ci sono le seggiole dell’asilo ordinate a ferro di cavallo intorno al campo di pallacanestro, ma tu resti in piedi, perché sei il tipo che preferisce stare in disparte e avere la libertà di scartare via in ogni momento, e perché vuoi osservare le persone, i bambini e i loro genitori, lo spettacolo dell’umanità organizzata, tuo figlio, soprattutto, che fa capriole e coreografie coi cerchi di plastica insieme ai suoi compagni al ritmo di un’allegra musica infantile, che risponde agli ordini dell’insegnante di ginnastica come un cavallino ammaestrato e tu che pensi: “Queste sono le condizioni del mondo, piccolo mio, non ti insegneranno mai a farti guardare dagli altri con curiosità, ma solo a fare quel che fanno tutti”, tre donne davanti a te di cui vedi solo le nuche impregnate di tinte per capelli biondo ramato discutono del costo della retta alla Bocconi, dei progetti per il futuro che già immaginano per questi loro ragazzi di pochi anni, il sogno che hanno di farne da grandi degli enormi figli di puttana pronti a fottere tutti gli altri, forse le fotocopie dei loro mariti perfetti, broker, amministratori delegati, direttori commerciali, scappati dall’ufficio nel primo pomeriggio e che adesso si assembrano nel punto migliore della scuola per fare le riprese con le loro videocamere full hd, gomito a gomito, gessato delinquenziale contro gessato delinquenziale, tu che fai uno sforzo prodigioso per sembrare meno alieno, che ti avvilisci nei ricordi infantili a ripensare ai particolari della tua storia disgraziata che adesso si smarriscono nell’altra, comune a tutti, nella storia di questi leoncini che mostrano i loro progressi, nel giorno di festa in questo quartiere di Roma in cui sei finito ad abitare per delle cazzo di ragioni che ancora non ti spieghi, e vedi una coppia seduta in seconda fila, lui vestito di nero, magro, l’aria sofferta e un’età sopra i cinquanta, lei una ragazzina di venti con gli occhi grandi, e il loro figlio in mezzo, tenuto stretto, che non lo lasciano andare, nonostante le raccomandazioni giudiziose della maestra, i consigli per la socializzazione, il bambino se ne rimane per tutto il tempo acchiocciolato tra loro, non guarda mai i suoi compagni di scuola, non si esibisce insieme agli altri, e pensi che il tuo istinto sarebbe quello di fare altrettanto con tuo figlio, ma tuo figlio è fatto di una tempra diversa dalla tua, è estroverso, sa trattare con le persone, è a suo agio in ogni situazione, e questo è il meglio che ti potesse capitare, un figlio di quattro anni che ti spiega ogni giorno come si sta al mondo, tu con la tua anima amputata e scheletrica che prendi appunti mentali mentre lo vedi scorrazzare nel campo, farsi chiamare per nome da persone che conoscono lui e non conoscono te, ossia quel che succede normalmente in una vita competitiva in cui tu invece hai rinunciato a competere, come hanno rinunciato quei due che stringono il figlio in mezzo a loro, che a metà del saggio si alzano dalla loro seconda fila e se ne vanno senza salutare nessuno, tre schiene di differenti ampiezze che risalgono il cortile della scuola verso l’uscita, tre schiene (quattro con la tua) che trattengono, ciascuna a modo suo, una rabbia intensa e un terrore sconfinato.

©Andrea Pomella

 

 

Una testimonianza da Scampia (intervista a una maestra)

scampia dal sito napolipuntoacapo

(Ho raccolto la testimonianza di una maestra di scuola materna di Scampia. Per ragioni da lei stessa indicatemi, che riguardano la privacy dei bambini, non riporterò il suo nome ma il “Maestra” simpaticamente storpiato in “Manestra” da alcuni di questi. buona lettura. GM)

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Ciao Manestra, quanti anni sono che insegni a Scampia?

Ciao Gianni,  sono dodici anni che insegno qui.

Quali sono i pensieri che ti accompagnano durante il tragitto da casa al lavoro, qual è il primo che fai dopo aver parcheggiato?

Devo dirti che i pensieri sono un po’ cambiati negli anni. In tutta onestà il giorno in cui ho saputo che la mia sede di lavoro sarebbe stata Scampia ho avuto paura ed ho subito inoltrato una domanda di trasferimento, ma come ho appena detto sono 12 anni che sto lì e del trasferimento mi sono dimenticata un mese dopo averla fatta. Cosa penso la mattina dopo aver parcheggiato? In genere guardo gli enormi palazzoni di cemento che mi circondano e mi chiedo come sarà andata la notte per chi ci abita……..

Una volta mi hai raccontato di un bambino che alla domanda “come è morto Gesù?” ti rispose “Gli hanno sparato”. Ho sorriso, ovviamente, immagino anche tu. Però c’è un mondo dietro questa risposta, c’è un modo – forse – unico di rapportarsi alle cose. Qual è la tua idea in proposito?

Eh si, al povero Gesù avevano sparato, perché è così che si muore purtroppo troppo spesso a Scampia. I bambini di questo quartiere vivono a volte una realtà che non dovrebbero conoscere affatto alla loro età, ma per alcuni di loro non è così. Allora, l’unica cosa che noi a scuola possiamo fare è fargli vedere che la vita non è solo questo ma anche altro e che tutti devono avere una possibilità di farcela

Mi descrivi brevemente la  tua scuola, soprattutto la tua classe, com’è? Quanti bambini hai quest’anno?

La mia è una scuola piccola, ma con aule molto belle e soprattutto gioiose e piene di colori e di vita… gran parte di quello che c’è dentro, escluso i mobili, l’abbiamo accumulato noi insegnanti negli anni, comprandolo, chiedendo agli amici con bambini di non buttare nulla dai libri ai giocattoli e di questo ne vado fiera. Quest’anno la mia classe è composta da 23 bellissimi bambini di 5 anni

Pochi mesi fa hanno sparato dentro una scuola a Scampia, cosa si prova? Hai  mai avuto paura?

Quel giorno io ero a casa ammalata e all’improvviso il mio cellulare si è riempito di messaggi di amici che mi chiedevano se quell’omicidio fosse avvenuto nella mia scuola.  Certo che ho avuto paura e, con tristezza, ti dico che per fortuna non è successo dove lavoro, ma solo il caso ha determinato che fosse una scuola piuttosto che un’altra.

Parlami di qualcuno dei tuoi bambini, i più divertenti, i più problematici

Sorrido a questa domanda perché negli anni i bambini mi hanno stupito tantissime volte con uscite da premio Oscar  ovviamente le più esilaranti sono in dialetto stretto e scritte non renderebbero mai l’effetto, comunque ti dirò di una bambina che mi voleva ripetere la storia di Biancaneve e disse “………. E i nanetti verettero Biancaneve a terra e ricettero: (lei si porta le mani al viso) uuhh mamma mi’è mort’ Biancanev!” .  Vedi, la vita qui è sempre teatro, già da piccoli si va in scena e si combatte più o meno per tutto, anche per quello che altri bambini danno per scontato come una famiglia con due genitori presenti.

Una delle mie convinzioni storiche è quella che nascere tre o quattro chilometri più in là possa indirizzare la tua vita in maniera molto differente, possa salvarti il culo. Ti conosco, più o meno, da trentacinque anni, immagino che tu possa pensarla nella stessa maniera. Tu, però, stai con questi bambini tutti i giorni, credi che non possano sperare in niente di meglio?

Esatto, come ti dicevo prima, ogni piccola occasione viene colta da noi insegnanti per dimostrare che la vita si può cambiare e che anche chi ha sbagliato può cambiare…. Desidero poi aggiungere che Scampia è fatta da tante persone perbene magari povere o senza lavoro ma che vivono una vita dignitosa sperando e cercando di dare un futuro migliore ai propri figli e queste persone sono la maggioranza te l’assicuro!

Voi insegnanti sentite la presenza delle Istituzioni al vostro fianco? O vi sentite soli?

No no non siamo affatto soli, le forze dell’ordine sono sempre presenti e nel territorio sono continuamente organizzate attività volte proprio a togliere quanto più possibile i ragazzi dalla strada. Ma molto c’è ancora da fare

Quanti dei tuoi bambini hanno genitori in carcere?

Sette su ventitre, cioè circa un terzo

Hai mai avuto casi di bambini che di colpo abbiano abbandonato la scuola?

Si ci sono stati dei casi di bambini che con le famiglie si sono allontanati “senza preavviso” proprio a causa di lotte tra clan e ti assicuro che sono bocconi amari da mandar giù. Ci pensi ogni giorno e speri che più che una fuga possa essere un nuovo inizio.

Quando ai telegiornali (o sui quotidiani) senti parlare di camorra, omertà, paura: a che cosa pensi?

Che queste cose esistono ma che si combattono con la vita di ogni giorno, con l’esempio di chi vive con onestà, magari povero ma onesto, senza arrendersi perché è così che si vince e si dona speranza.

Tu avresti potuto cambiare, negli anni, insegnare alle elementari, venire via da lì. Non l’hai mai fatto, perché?

Se sono capitata lì non è per caso, ma perché ho qualcosa da dare e spero di farlo nel miglior modo possibile

Ti piace quello che fai? Vale ancora la pena?

Dovevi vedere la pelle d’oca che avevo alla recita di Natale di quest’anno…

Solo 1500 n. 23: fotografie di un terremoto scattate da un bimbo di nove anni (23/11/1980)

Solo 1500 n. 23:  fotografie di un terremoto scattate da un bimbo di nove anni (23/11/1980)

Le immagini veloci nella mente. La prima: io e mio cugino che di pomeriggio dobbiamo andare a vedere un film di Bud Spencer “lo sceriffo extraterrestre”, all’ultimo momento non andiamo. Il cinema poi crollò. La seconda: io, mia sorella e i miei cugini che giochiamo a calcio nel cortile di mia zia. La terza: corriamo ma stiamo fermi sul posto, è il cortile a muoversi. Ridiamo. La quarta: Le urla, mia mamma, le mie zie, gli zii “Maronna ‘o terremoto!”.  La quinta: mia zia entra in cortile e sviene. La sesta: piangiamo un po’ tutti senza capire perché. La settima: Parlano di crolli, e, in Irpinia, di morti. L’ottava: Il telegiornale dice di passare la notte all’aperto. La nona: io ho un impermeabile e degli stivali (a nove anni? mah). La decima: Mia sorella è spaventata. Io faccio avanti indietro nel cortile con le mani i tasca. Fingo di essere grande, mi sa che mi diverto. L’undicesima: Il cortile ormai è pieno di macchine e di gente, è notte fonda. La dodicesima: Gli anziani stanno più vicini alle stufe, tutti hanno scialli, Raffaele un vecchio salumiere litiga con mia zia Carmelina su chi deve tenere i piedi più vicini alla stufa, cito testualmente: “Carmelì ma tu te ne vuò ì cù sti piedi ‘e l’uccello grifone”. La tredicesima: Arrivano i cugini grandi di mio padre, per far passare la nottata giocano a calcio in strada, davanti all’ospedale, mi lasciano giocare con loro. La quattordicesima: per noi bambini questa notte è un film. La quindicesima: Il cielo sopra di noi sembra finto, completamente bianco.

Gianni Montieri